Un mondo nuovo by Night Writer
Summary:
Categories: Saffico, Autoerotismo, Sensazioni Characters: None
Genres: Racconto
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 3 Completed: No Word count: 6101 Read: 5293 Published: 28/02/2016 Updated: 12/01/2018

1. Capitolo 1 by Night Writer

2. Capitolo 2 by Night Writer

3. Capitolo 3 by Night Writer

Capitolo 1 by Night Writer
Il sole era calato da molto dietro la collina. La cera si era ormai solidificata formando strisce in rilievo lungo la candela sul comodino. Anche le cicale nei campi avevano smesso di frinire facendo sprofondare la notte in un maestoso silenzio.
Erano sicuramente passate alcune ore da quando aveva provato a chiudere gli occhi aspettando che il sonno la prendesse. Eppure era ancora li a rigirarsi sul materasso ormai deformato dagli anni.
Non era raro che l’insonnia la prendesse così all’improvviso: gli occhi le si sbarravano e la stanchezza spariva, lasciandola nel letto in compagnia solo dei suoi pensieri.
Ogni volta che capitava, il terrore di essere scoperta dal padre la attanagliava: non riusciva a spiegarsi il motivo, ma, sebbene non fosse mai successo, si aspettava una sfuriata tremenda se il genitore l’avesse scoperta sveglia a quell’ora della notte. Quindi rimaneva li, gli occhi fissi al soffitto, ma persi in ricordi, pensieri o progetti. Quando sentiva il padre ronfare sonoramente si era arrischiata ad alzarsi ed accendere la candela, passando ore ad intingere il pennino nell’inchiostro e disegnare paesaggi immaginari.
Quella notte però si sentiva particolarmente coraggiosa: il padre era tornato parecchio alticcio da una festa in paese ed era crollato quasi subito chiudendosi dietro la porta di camera sua. Aspettò un paio d’ore osservando fuori dalla finestra. Quando la luna superò la cima degli alberi si levò la veste da notte e indossò un paio di pantaloni e una camicia bianca. Ai piedi un paio di stivali che le arrivavano fino a metà polpaccio.
Decise di scavalcare dalla finestra piuttosto che attraversare tutta la casa per passare dalla porta principale.
Era piena estate, ma complici la brezza notturna e un pizzico di paura, sentì un brivido percorrerle la schiena lasciandole la pelle d’oca.
Due respiri profondi e decise che fare.
Passando rasente ai muri superò lo steccato che delimitava il confine del villaggio; attraversò i campi di grano a passo spedito, ma godendosi il contatto delle spighe sulle braccia nude; superò il pascolo delle mucche svegliando i grilli che ad ogni suo passo schizzavano via come le gocce d’acqua dopo essere saltati in una pozzanghera.
Finalmente arrivò al limitare della radura: una distesa di prato, di giorno verde, ora reso quasi blu dalla luce della luna. Sentiva l’odore della natura passare per le narici. Si sorprese e tranquillizzò dall’infinito silenzio che regnava; sarebbe bastato anche un ramoscello spezzato per metterle paura e farle rinforcare la strada di casa.
Si levò gli stivali e li appoggiò vicino ad alcune coperte stese sul recinto che divideva pascolo e radura. Il terreno freddo e bagnato contrastava con la calda aria estiva.
Si mise a correre, piegando steli di erba ad ogni falcata. Le veniva da ridere, ma si tratteneva quasi a non voler disturbare il silenzio.
Dopo qualche minuto crollò a terra sfinita. Braccia e gambe divaricate e sguardo fisso alla luna e alle stelle.
Le venne quasi sonno e per qualche secondo accarezzò l’idea di addormentarsi li.
Sentiva la camicia inzuppata sulla schiena dalla brina. Un scintilla le attraversò la mente e fu tentata di levarsela, insieme ai pantaloni, per sentire l’erba su tutto il corpo.
La represse.
Si era alzata una leggera brezza che piegava gli steli d’erba muovendoli avanti ed indietro come le onde del mare.
Il sudore e la brina sul suo corpo si erano ormai mischiate.
Le venne un altro brivido.
Chiuse gli occhi ed inspirò come per tuffarsi.
La pelle era diventata più sensibile, ed ogni ciuffo d’erba che la sfiorava era quasi una scossa.
Improvvisamente sbarrò gli occhi e si ricordò del ruscello in cui da piccola andava a pescare le rane con gli altri bambini.
Questa volta la tentazione fu impossibile da reprimere.
Si alzò e iniziò a correre verso il recinto.
Recuperò gli stivali e prese in prestito una delle coperte che si gettò sulle spalle. Poi a passo svelto si diresse verso il ruscello.
Bastarono dieci minuti attraverso un boschetto di lecci, ma le sembrarono ore. L’orecchio attento a scorgere ogni minimo rumore, che puntualmente la faceva sobbalzare.
Stringeva la coperta tra le braccia.
A metà strada la paura di essersi persa le attanagliò lo stomaco, poi riconobbe un albero cresciuto storto e si rilassò.
Prima di vederlo sentì il suo mormorio lontano; poi tra le frasche cominciò a scorgerlo. Passo dopo passo il ruscello si avvicinava: l’acqua scorreva placida lambendo la riva di una piccola spiaggetta ghiaiosa. Era talmente limpida che bastava la luce della luna per scorgere il fondo.
Si tolse nuovamente gli stivali e stese la coperta.
Si sdraiò.
Lo scroscio leggero dell’acqua le fece tornare voglia di dormire. Si sforzò di tenere aperti gli occhi e si mise in ginocchio.
Fremeva al pensiero di quello che stava per fare.
Slacciò i pantaloni e si mise in piedi.
Afferrando il bordo li abbassò fino alle caviglie. Li piegò e li mise vicino agli stivali.
Sganciò i primi bottoni della camicia, abbastanza da farci passare la testa, e con un gesto rapido se la sfilò.
Abbandonò le braccia lungo i fianchi e chiuse gli occhi.
Era nuda.
Per la prima volta da quando aveva memoria era nuda e non tra le quattro pareti di casa sua.
Si sdraiò, con i vestiti a fare da cuscino, e ripensò a quel racconto della sua amica: era andata al fiume, accompagnata dal fratello e dal cugino, per pescare in un’assolata giornata primaverile. Si sorpresero di trovare la sponda opposta del ruscello occupata da una dozzina di ragazzi, sia maschi che femmine. Ma si stupirono ancora di più quando si accorsero che nessuno di loro indossava nessun tipo di vestito. Tutti nudi si tuffavano, schizzavano, spingevano e lottavano, senza nessun pudore. Secondo il cugino della sua amica, un ragazzo ed una ragazza si erano pure spinti in acrobazie erotiche, ma da come l’aveva raccontato sembrava molto di più una sua fantasia che la realtà.
Era rimasta molto colpita da quel racconto. Lei che si vergognava a farsi vedere in sottoveste persino dalle sue amiche più strette, non riusciva a concepire come un gruppo di suoi coetanei potessero mostrarsi completamente nudi gli uni con gli altri.
Ma più ci pensava e più lo stupore e lo sdegno venivano sostituiti dalla curiosità.
Dopo quel racconto cominciò ad osservare il suo corpo ogni mattina dopo essersi lavata. Stava li in piedi a fissare ogni piega e curva del suo corpo. Un giorno pensò pure a fare un ritratto di se stessa nuda, ma il pensiero che il padre potesse trovarlo la frenò.
Ora era li, distesa in riva al torrente, con niente addosso che dividesse la sua pelle dall’aria estiva.
Certo era da sola, ma non le dispiaceva. Voleva assaporarsi ogni istante di quel momento senza condividerlo.
Istintivamente si accarezzò il collo trascinando un dito fino al solco tra i seni. Poi lasciò cadere la mano sulla pancia.
Aveva caldo e decise di tuffarsi.
Arrivata dove terra ed acqua si univano rimase ad osservare il suo riflesso nel ruscello.
Cominciò a guardarsi e al tempo stesso a sfiorare il punto dove lo sguardo cadeva: i castani capelli mossi ricadevano morbidi sulle spalle. La mano destra percorse la linea delle scapole fino al collo sottile, per risalire verso il mento; poi un dito a percorrere la linea delle labbra carnose. Il piccolo naso leggermente schiacciato.
Poi gli occhi. Con una mano si chiuse le palpebre nascondendo le verdi pupille e cancellando il riflesso sull’acqua.
Ma non aveva più bisogno di uno specchio. L’immagine del suo corpo era vividamente stampata nella sua mente.
Portò le mani sulle spalle. Lentamente scese verso i seni, piccoli, ma graziosi e tondi. I capezzoli si stagliavano al centro, eretti per il contatto dei polpastrelli sulla sua pelle.
Si sfiorava appena, ma ogni tocco era un brivido.
Scese ancora verso i fianchi e la pancia piatta.
Poi ancora più giù, sul pube ad accarezzare la rada e chiara peluria che lo adornava.
Un soffio di brezza le fece accorgere di essere bagnata in mezzo alle gambe.
Le sue dita erano fuori dal suo controllo.
Scendevano lentamente.
Incontrò le grandi labbra.
Le percorse sfiorandole.
Poi il gallò cantò. Sbarrò gli occhi e vide che le stelle stavano già scomparendo, da dietro la collina i raggi di sole scacciavano il buio e la pace che aveva raggiunto.
Si rese conto di essere molto, troppo, lontana dal suo letto. Come un lampo si rivestì e cominciò a correre.
Dai boschi le cicale avevano già cominciato il loro canto.
Nella radura le gocce di rugiada splendevano ai primi raggi come pezzi di vetro sparsi tra l’erba.
Nel pascolo le prime pecore brucavano calme.
Quando finalmente scavalcò la finestra di casa, le venne quasi da esultare a sentire il ronfare del padre. Chiuse l’imposta della finestra e si spogliò nuovamente. Si sedette sul letto e si toccò in mezzo alle gambe.
Usò tutte e quattro le dita e con un tocco meno leggero di prima.
Decise di buttarsi sotto le coperte e continuare l’esplorazione, ma appena la testa toccò il cuscino affondò in un sonno profondissimo.
End Notes:
È la prima volta che pubblico un racconto e l'obiettivo è aggiungere capitoli a questa storia a seconda dell'ispirazione e dell'insonnia che, proprio come la protagonista, di notte mi lascia in compagnia di tastiera ed immaginazione.


Critiche (costruttive) e commenti (non volgari) saranno bene accetti all'indirizzo mail nightwriter2016@gmail.com
Capitolo 2 by Night Writer
Quando quella mattina l’uomo era uscito di casa aveva lasciato sul tavolo vicino al camino una scodella di latte per la figlia che stava ancora dormendo. Si sorprese di trovarla ancora sul tavolo e la figlia ancora a letto quando rientrò a mezzodì.
Con un po’ di preoccupazione entro in camera sua e rimase ad osservarla.
Dormiva rannicchiata su fianco; la coperta di pelle le arrivava fin sopra al mento.
Il suo respiro costante scacciò l’inquietudine. Le si avvicinò e con un leggero tocco sulla spalla la scosse per svegliarla.
“Egle, tesoro, svegliati. È quasi ora di pranzo e ho una sorpresa per te”

La ragazza batté gli occhi un paio di volte.
Si ricordò di essere nuda sotto la coperta e, tesa, si voltò verso il padre senza scoprirsi. Con la voce impastata di sonno gli rispose “Si padre, due minuti e mi alzo”.
Pregò che il genitore uscisse dalla sua camera e appena lo vide sparire dietro la porta scattò fuori dal letto verso la camicia da notte lasciata sotto la finestra.
Dopo circa quindici minuti raggiunse il padre nel cortile di fronte alla casa.
“Buongiorno tesoro” la accolse lui ricevendo in cambio un dolce abbraccio “ho una buona notizia per te”
La ragazza lo fissò incuriosita
“Ho riscosso un paio di favori e Geraldine ha accettato di prenderti come apprendista insieme ad Annette”
Le si illuminò il viso. Geraldine era la sarta del paese, famosa in tutta la contea per le sue bellissime opere. Tutte le ragazze avrebbero voluto diventare sue praticanti, ma non era per niente facile.
Aveva criteri molto rigidi: veniva scelta una ragazza all’anno, di esattamente diciotto anni.
Egle sapeva di non avere speranze quando aveva conosciuto Annette, sua coetanea nonché figlia di Geraldine. Era naturale che il posto per quell’anno sarebbe andato a lei, e l’anno dopo Egle sarebbe stata troppo vecchia.
Si era ormai rassegnata e la felicità per il regalo del padre fu indescrivibile.

L’entusiasmo presto scemò. Il primo mese lei ed Annette furono trattate quasi come serve: pulire pavimenti e piegare le stoffe erano all’ordine del giorno, ma non era nulla a confronti di lavori come raccogliere gli aghi dal pavimento o arrotolare gomitoli e spolette.
Ogni giorno Egle arrivava a casa distrutta. Giusto il tempo della cena e poi crollava a letto.
E con il passare dei giorni il ricordo di quella notte al torrente si affievolì sempre di più, andando sepolto in qualche cassetto della sua mente.

I giorni passavano e l’estate trascorreva calma. In paese arrivavano voci di guerre lontane, di eserciti in movimento, ma nulla preoccupava gli abitanti di quel villaggio fuori dalle strade principali.
Egle passava ogni giorno nella bottega di Geraldine, anche quando la sarta le dava la giornata liberta: aveva avuto un’occasione insperata e non voleva gettarla al vento.
Un giorno in cui il sole picchiava particolarmente forte la donna diede mezza dozzina di stole alle due ragazze, ordinandogli di metterle in ammollo per un’oretta nella vasca nel cortile dietro la bottega.
Egle ed Annette scattarono, ma rimasero sorprese ed interdette quando scoprirono che nella vasca, di acqua ce ne era rimasta ben poca: le alte temperature di quei giorni l’avevano fatta evaporare tutta. Tornarono da Geraldine.
“Madre nella vasca non c’è più acqua!”
La donna guardò Annette e alzò le sopracciglia come se quella frase fosse l’ultima cosa che si aspettasse di sentire.
“Maledetto caldo, ci ammazzerà tutti” si passò il palmo della mano sulla fronte pensando ad una soluzione.
“Ok, fate così: “ prese fiato “andate da Aristide il fabbro, ditegli che a Geraldine serve un carro, non dovrebbe fare storie, e poi caricateci sopra le stoffe” si alzò e andò alla finestra facendo segno alle due ragazze di seguirla
“Oltre il pascolo c’è una radura” disse indicando oltre la fine del villaggio
“In fondo alla radura c’è un boschetto di lecci, seguite il sentiero e vi troverete davanti ad un torrente” appena udì le indicazioni per il ruscello, Egle sentì il cuore sobbalzare: ad ogni parola di Geraldine riviveva ogni passo ed ogni gesto di quella notte. Si accorse di avere un sorriso ebete stampato in faccia e lo scacciò tornando ad ascoltare la donna.
“Quando sarete al torrente dovrete immergere le stole nell’acqua” improvvisamente la voce si fece quasi minacciosa “mi raccomando di non lasciare le stoffe incustodite: metteteci dei sassi sopra per non far si che vengano portate via dalla corrente” Il tono tornò leggermente meno duro “ quando sarà passata un’ora, toglietele dall’acqua, fatele asciugare e riportatemele”

Il fabbro sembrò molto restio a lasciare il suo carro e il vecchio ronzino che lo tirava, a due ragazze; ma Geraldine era rispettata, e forse anche temuta, da tutti in paese e, controvoglia, le aiutò a preparare il mezzo.
Caricare le stoffe sul carro non fu per niente facile: il sole picchiava forte spossando le ragazze che, complici una lunga gonna per Annette, e dei pantaloni troppo stretti per Egle, facevano molta fatica a salire e scendere dal pianale per sistemare le stole.
Ogni tanto Geraldine si affacciava dalla finestra lanciando occhiate severe “Fate attenzione, sono stoffe che ho pagato un sacco di soldi, trattatele con rispetto”
Dopo una trentina di minuti, e forse altrettanti rimproveri della sarta, le ragazze riuscirono a caricare tutto e partirono verso il torrente.
Il viaggio fu lungo e silenzioso: il sole era alto e colpiva le ragazze troppo stanche per fare conversazione. In sottofondo solo il rumore degli zoccoli e lo sbuffare annoiato del cavallo.
Arrivati al boschetto Egle si ricordò della fatica fatta per attraversare cespugli e sterpaglie. A pochi passi da dove lei era entrata nel bosco c’era però un comodo sentiero in terra battuta che, tortuosamente, si inoltrava tra gli alberi.
L’ombra dei folti rami sembrò rinvigorire le due giovani
“Secondo te perché mia madre vuole che immergiamo delle stoffe costose nel fiume?” chiese Annette
“Non lo so” rispose Egle “ me lo sono domandato anche io. Non ha paura che si rovinino?”
“Io so solo che mia madre sa quello che fa, ma sarebbe bello se ogni tanto lo spiegasse anche a noi” ribatté piccata Annette.
Il sentiero comodo era, ovviamente, più lungo della strada tra rovi e tronchi percorsa da Egle, ma alla fine arrivarono sulla spiaggia di ghiaia.
La ragazza scese dal carro e rimase ad osservare il ruscello: il fascino intrigante che aveva di notte era scomparso, sostituito da una pura bellezza di natura. Il sole faceva brillare la superficie dell’acqua, rendendola quasi impossibile da guardare; ai lati della spiaggetta verdi fronde sporgevano dalla sponda quasi ad inchinarsi verso il torrente; in mezzo al fiume una roccia lucida e levigata si stagliava come un iceberg nero.
Se non fosse stato per rumori ed odori, Egle non avrebbe riconosciuto nulla.
Chiuse gli occhi; ascoltò il rumore dell’acqua ed assaporò il profumo della natura che la circondava.
Poi Annette la riportò alla realtà
“Dai scarichiamo, che prima finiamo, prima ci riposiamo!” La ragazza era già sul pianale del carro che guardava Egle.
Stesero una coperta sulla ghiaia per poterci poggiare le stole scaricate.
Si accorsero che spostare le stoffe dal carro al terreno era molto più facile che il contrario ed in pochi minuti ne scaricarono la metà.
Fu Annette a fermarsi. Si sedette sul bordo del carro e guardò Egle
“Secondo te…” fece una pausa di qualche secondo poi riprese “passerà qualcuno di qua? Non mi sembra un posto molto frequentato!”
Egle si chiese dove volesse andare a parare “Non credo” Rispose guardandola incuriosita “non è un sentiero di passaggio, se qualcuno passa e perché vuole venire qui! Perché me lo chiedi?”
Annette saltò dal carro sulla ghiaia “Perché fa caldo, Egle!” disse quasi in tono disperato “E con questa gonna è impossibile riuscire a muoversi! Spero non ti dispiaccia se me la levo!”
Egle non fece in tempo a rispondere che la gonna era già appesa su un’asse del carro.
Come tutte le donne dell’epoca Annette non usava biancheria: solo gli uomini potevano permettersi di indossare un paio di mutande sotto i pantaloni. Le donne, ad eccezione per un particolare periodo del mese, non portavano nulla: contravvenire a questa particolare tradizione era visto come un sintomo di ribellione nei confronti del padre o del marito.
Libera dall’impedimento della gonna Annette aumentò la velocità ed in pochi minuti tutte le stole erano ammucchiate sulla spiaggia.
Egle propose che fosse Annette, già mezza nuda, a stendere le stoffe sul letto del fiume, mentre lei gliel’avrebbe passate. Così fecero, ma sorse un problema: la corrente era troppo forte per lasciare le stole li sul fondo e, come aveva suggerito Geraldine, avrebbero dovuto appesantirle con dei sassi.
Annette, solo con la camicia con le maniche tirate su fino ai gomiti, era impegnata a tenere ferma la stoffa:
“Egle, se io mollo la stoffa, questa se ne va e la ritroviamo in mare. Dovresti prendere quei sassi lungo l’argine e metterli sopra mentre la tengo ferma”
Egle rimase interdetta: portarle i sassi avrebbe significato o spogliarsi a metà anche lei, o inzupparsi i pantaloni apparendo parecchio stupida all’amica che non aveva avuto remore a mostrarsi nuda.
Come il mese precedente, sentì un brivido partirle dallo stomaco e farle coraggio.
Si tolse gli stivali e con un movimento rapido si abbassò i pantaloni: come per Annette la camicia le copriva abbastanza, arrivando fino al confine tra cosce e sedere, così, più che nuda, si sentiva come se avesse un vestito molto corto.
Come nella più rodata delle catene di montaggio, le due ragazze lavorarono di buona lena e, in meno di mezzora, stesero tutte le stoffe sul fondo del torrente.
Si guardarono in faccia e si presero per mano, aiutandosi l’un l’altra ad uscire dal ruscello.
I visi segnati dalla stanchezza, acqua e sudore impregnavano le camice una volta bianche ora pesanti e quasi trasparenti.
Si accasciarono sulla coperta stesa sulla ghiaia fino a che il loro respirò non tornò regolare.
Poi Annette si alzò, si sfilò la camicia e si diresse verso il fiume dove la immerse. Poi la stese sul carro ad asciugare.
Egle la osservò attenta. Era la prima volta che poteva vedere così a lungo un corpo nudo che non fosse il suo.
Annette aveva lunghi capelli castani legati in una coda; i lineamenti del viso erano marcati e gli occhi color ghiaccio rendevano tutto più armonioso. Impossibile non notare il florido seno, grande almeno il doppio di quello di Egle. I fianchi stretti scendevano a creare un sedere all’apparenza sodo, ma un po’ schiacciato. La ragazza si sorprese di come, in mezzo alle gambe, Annette non avesse nessun tipo di peluria: poteva osservare la pelle liscia della pancia piatta e scendere ininterrottamente fino al taglio della vagina.
Istintivamente Egle si portò la mano sul pube accarezzando i suoi peli.
Incoraggiata dalle sensazioni che provenivano dal mezzo delle sue gambe, si tolse anche lei la camicia e rimase nuda, per la seconda volta, nel solito posto.
Le ragazze si stesero vicine sulla coperta. Fu Annette a parlare per prima:
“Con quella pelle bianca che ti ritrovi, se starai al sole troppo, domani sarai un peperone!”
Egle si rese conto che anche l’amica poteva guardarla e istintivamente si coprì con le mani seno e vagina.
Annette scoppiò a ridere “intendevo tutto il corpo, non solo li!”.
Ora Egle era parecchio imbarazzata. L’amica se ne accorse e cercò di tranquillizzarla.
“Sai, io vengo spesso a prendere il sole in riva al fiume” si mise a sedere con le ginocchia incrociate “Spesso con i miei amici attraversiamo il torrente in un guado più avanti e stiamo tutto il giorno a nuotare o a crogiolarci al sole”
“Nudi?” Egle era sorpresa e la voce gli uscì senza freni.
Annette rise per la seconda volta “Certo! Nudi! Te fai il bagno vestita?!”
Lo stupore venne sostituito da curiosità. La ragazza si mise a sedere stringendo le gambe contro il petto e circondandole con le braccia. Poi prese coraggio “Ma…sia maschi che femmine?” Appena finì di parlare fu tentata di rimangiarsi la domanda: aveva paura di dove il discorso poteva andare a finire.
“Si Egle” Annette la guardò più seria “Tu non hai mai visto un ragazzo nudo?”
Egle avvampò.
La tentazione di sotterrare la testa sotto la coperta era tanta.
Esitò e poi rispose “In realtà, fino ad oggi, non avevo mai visto neanche una ragazza nuda”
Annette rimase impassibile
“Ah ok!” e lasciò cadere il discorso.
Dopo qualche minuto, si sdraiò di nuovo chiudendo gli occhi, allargando le gambe e mettendo le mani sotto la testa, come fossero un cuscino.
Lo sguardo di Egle, ancora rannicchiata su se stessa, cadde inevitabilmente tra le gambe della ragazza: la vagina era in bella vista e lei poteva guardarla come neanche la sua era mai riuscita ad osservare.
Le venne voglia di toccare la pelle liscia e ambrata dell’amica.
Improvvisamente si rese conto che Annette si era messa in posa apposta per essere osservata.
Si sentiva bagnata come se avesse fatto un tuffo nel torrente. Spinta dall’eccitazione prese parola:
“Annette”
La ragazza aprì gli occhi “Si?”
“Posso farti una domanda?”
“Certo”
“Come mai” Un momento di esitazione “Come mai non hai peli li?”
“Li dove?”
Egle arrossì violentemente “Ehm...li! Tra le gambe”
“Sulla fica intendi?”
La ragazza scosse la testa in cenno affermativo
“Hai presente quando gli uomini si tagliano la barba? Ecco, io ho fatto lo stesso!” Un secondo di silenzio poi continuò “Cioè in realtà non l’ho fatto io. È difficile fare da soli. Me l’ha fatto Sara. La conosci? La figlia del fornaio”
Egle scosse la testa di nuovo e Annette continuò “Se vuoi un giorno lo faccio io a te”
Il pensiero di essere toccata in mezzo alle gambe, anche solo per essere depilata, le fece partire un brivido intenso.
Mimò un si con la testa per la terza volta, ma notando che l’amica aveva gli occhi chiusi pronunciò un “Si” esitante, rotto dall’eccitazione.
Passarono i restanti minuti in silenzio. Annette distesa, quasi addormentata, a prendere il sole.
Egle stretta alle sue ginocchia, resistendo strenuamente alla voglia di toccarsi.
Ad un certo punto la figlia della sarta si alzò e sentenziò “è passata più dii un’ora. È il momento di levare le stoffe”
In un paio d’ore ripresero le stole dal fondo del fiume, le lasciarono asciugare al sole e le riportarono da Geraldine.
Verso sera ripresero la via di casa. Al momento di dividersi Annette schioccò un bacio sulla guancia dell’amica dicendole:
“Domani abbiamo il giorno libero. In mattinata vieni da me che, se vuoi, ti faccio diventare la fica liscia liscia” e, senza aspettare risposta, si incamminò verso casa sua.
La sera Egle mangiò poco e poi si fiondò a letto dove, nuda sotto le coperte, si addormento accarezzandosi in mezzo alle gambe. Prima dolcemente, poi sempre più energicamente fino a che non crollò, stanca ed insoddisfatta, tra le braccia della notte.
End Notes:
Ringrazio chi mi ha contattato per pareri e critiche e rinnovo l'invito a tutti quanti: i complimenti appagano, le critiche accrescono.
Attento sia gli uni che le altre all'indirizzo mail nightwriter2016@gmail.com
Grazie a tutti
Capitolo 3 by Night Writer
Author's Notes:
Quasi a due anni dalla pubblicazione di questo racconto, l'ispirazione mi spinge a continuarlo.
Spero che questo nuovo capitolo piaccia come erano piaciuti gli altri due e chiedo scusa ai numerosi lettori che due anni or sono mi hanno scritto e che magari si aspettavano che lo continuassi con meno lentezza di quanta ce ne è effettivamente stata.

Grazie e buona lettura.
Quando la mattina dopo Egle si svegliò il primo pensiero che le attraversò la testa fu la proposta di Annette e un immotivato imbarazzo la colse.
Subito dopo il senso di insoddisfazione sostituì tutto il resto: l’eccitazione del giorno precedente non era ancora passata e la sua vagina continuava a richiedere appagamento.
Cominciò a spingere la mano sotto le coperte, ma le sue voglie furono interrotte.
Così come la speranza che Annette si fosse dimenticata della promessa del giorno prima.
La sua mano non aveva neanche ancora raggiunto l’ombelico che da dietro la porta di casa sentì la voce sottile dell’amica che la chiamava
“Egle sei sveglia?”
Con la faccia ancora assonnata e arrossata dall’imbarazzo aprì la porta e la fece entrare.
“Ciao!” esclamò Annette pimpante schioccandole un rumoroso bacio sulla guancia “Sei ancora in camicia da notte? Dai vestiti che bisogna andare nei campi!”
Egle provò a balbettare qualcosa, ma ormai lei si era già fiondata in camera sua per prenderle i vestiti.
Dopo dieci minuti erano già sulla strada. Il sole splendente e la fresca aria mattutina avevano risvegliato completamente Egle che, passo dopo passo, si faceva prendere sempre di più dall’entusiasmo di Annette.
Si mise ad osservarla: i lunghi capelli castani oggi erano sciolti e scendevano mossi lungo le spalle coprendo il colletto bianco del vestito viola che indossava; le arrivava fino a metà polpaccio fasciandole tutte le curve nei punti strategici.
Egle si vergognò quasi dei suoi logori pantaloni e della leggera camicia da uomo che indossava praticamente ogni giorno.
Annette si girò, la squadrò e le urlò “prova a prendermi” e si mise a correre lungo la via polverosa.
Corsero lungo i bordi della strada rincorrendosi per poi riposarsi stese lungo la staccionata osservando le poche nuvole che attraversavano il cielo di un celeste color pastello. Il sole mattutino splendeva chiaro e tenue illuminando qualsiasi cosa fino all’orizzonte.
Dopo qualche minuto ripresero il cammino ed Egle chiese all’amica
“Ma perchè stiamo andando nei campi?”
“Ma come! Non te l’ho detto ieri?” Rispose lei guardandola dubbiosa
Egle scosse la testa sorridendo
“Ah ok, mi sembrava. Beh è semplice, intorno ai campi di grano cresce un’erba che se triturata e mischiata con acqua rende la pelle più morbida, così è più facile radere” poi accelerò il passo “dai muoviti che siamo quasi arrivate”
Egle si pentì quasi di averglielo chiesto, ma almeno ebbe la certezza che Annette non si fosse dimenticata della promessa e cominciò a prepararsi psicologicamente.
Dopo pochi minuti giunsero al campo e Annette le mostrò quali steli raccogliere. In poco tempo riuscirono a riempire una sacca intera di quell’erba verde smeraldo ed estremamente profumata e ripresero la via di casa.
Non avevano fatto neanche cinque passi quando una voce profonda le fermò
“Annette! Che ci fai da ste parti?”
Egle si girò e vide l’amica trotterellare incontro ad un ragazzo alto, con i folti capelli mori e senza camicia che si era appoggiato alla staccionata con i gomiti mentre aspettava che la ragazza andasse a salutarlo.
Lei restò in disparte nonostante la curiosità la spingesse ad avvicinarsi per ascoltare i discorsi dei due: sembravano piuttosto intimi e Annette rideva civettuola indugiando troppo spesso con le mani sul braccio muscoloso ed abbronzato del ragazzo. Non passò neanche un minuto che si salutarono ridendo ed Egle non potè non notare il sorriso esagerato che l’amica sfoderava mentre la raggiungeva.
Non ebbe neanche bisogno di chiedere:
“Lui è Marco. Il figlio del proprietario del mulino” le rivelò Annette intuendo la curiosità “Sono mesi che mi fa la corte, ma non cedo facilmente” le disse. Poi aggiunse ammiccando “O almeno alcune volte non cedo facilmente!”
Appena arrivarono a casa Annette prese il controllo della situazione e cominciò ad impartire ordini:
“per prima cosa mi serve una scodella con un mortaio” Esclamò dirigendosi verso la cucina “Nel frattempo riempi una bacinella d’acqua calda e stendi un asciugamano sul tuo letto” La sua testa fece capolino dalla porta della cucina e aggiunse ammiccando “e ovviamente spogliati”
Egle decise che essere già nuda quando l’amica sarebbe arrivata in camera sarebbe stato meno imbarazzante che spogliarsi di fronte a lei e appena entrò nella sua stanza si levò i vestiti. Riempita la bacinella d’acqua e steso l’asciugamano si sedette sul letto aspettando che Annette finisse di tritare l’erba raccolta poco prima.
Appena l’amica la raggiunse scoppiò a ridere “Bastava che ti togliessi i pantaloni! La camicia potevi tenerla” Egle arrossì e si diede della stupida balbettando un “avevo caldo” detto a mezza voce che sembrava più una scusa che la verità.
“Ahah ok va bene” Annette spostò una sedia e la mise di fronte a lei “Saluta i tuoi peli” Aggiunse con un ghigno. Posò la scodella con le foglie tritate e dalla sacca tirò fuori un rasoio.
“ora stenditi e allarga leggermente le gambe”
Egle si ritrovò a fissare il soffitto e mentre l’amica le spalmava l’erba tritata sul pube dovette combattere la tentazione di stringere le gambe e sottrarsi al contatto. In pochi secondi il contrasto tra l’acqua fredda e il massaggio della mano calda di Annette cominciò a darle sensazioni diverse; l’eccitazione, frutto della mancata soddisfazione della notte precedente, cominciò a montare ed Egle cercò di contrastarla per paura che l’amica lo notasse.
Chiuse gli occhi e fece andare libera la mente per distrarsi. I pensieri vagavano cullandola dolcemente in un leggero dormiveglia. Si ritrovò a pensare alla natura, si immaginò come un uccello che riusciva ad osservare tutto dall’alto scorgendo ogni minimo dettaglio. E mano a mano che si librava sempre più verso l’alto, la sua coscienza scivolava sempre più verso il sonno.
Le sembrò di aver appena chiuso gli occhi quando un leggero schiaffo sulla coscia la fece destare. Spalancò le palpebre e si tirò su a sedere.
“Fatto! Guarda che opera d’arte! Neanche un graffio!” Esclamò Annette compiaciuta.
Egle abbasso lo sguardo e, per la prima volta da quando era diventata donna, rivide la pelle del suo pube e il taglio della vagina. La pelle era arrossata, ma sembrava liscia come una delle pesche che raccoglieva il padre dall’albero dietro casa.
Si accarezzò e guardò l’amica “Grazie, mi piace!” rispose sinceramente stupita. Non si aspettava che il risultato le sarebbe piaciuto.
Annette sorrise “Figurati, piace anche a me” e, facendole l’occhiolino, aggiunse “Hai una bella fichetta” poi tornando seria “Aspetta almeno un’ora prima di rimetterti i pantaloni, altrimenti la pelle sfregando contro il tessuto si irrita”
Egle, ormai abituata alla nudità, si alzò in piedi e si ammirò nello specchio che teneva sul tavolo vicino alla finestra.
“Si, mi piace” Ripetè sorridendo verso Annette e poi si risedette sul letto.
L’amica la raggiunse e le si mise vicino “Anche ai maschi piace di più” e scoppiò a ridere.
Egle divenne rossa come un peperone e l’imbarazzo riaffiorò “Dai smettila” sussurrò a mezza voce.
“Smettila cosa! Mica vorrai rimanere vergine per sempre” la rimbeccò Annette fingendosi arrabbiata.
“No vabbe, ma ancora non ho mai baciato nessuno. Un passo per volta” rispose sommessa, quasi a volersi giustificare.
“Davvero?” esclamò stupita l’amica “Neanche a fior di labbra?”
Egle scosse la testa e abbassò lo sguardo.
Con gli occhi puntati verso il basso non notò l’amica che le si avvicinava e se ne accorse solo quando le labbra di Annette vennero a contatto con le sue.
Rimase paralizzata, incapace di muoversi e con una morsa nello stomaco.
Dopo un contatto di pochi secondi l’amica si staccò e sorridendo le disse “Visto? Ora il primo passo è andato, da adesso in poi è tutta discesa”
Egle si sentì montare dentro un fuoco sconosciuto e, mossa da una forza di cui ignorava la provenienza lanciò le braccia intorno al collo dell’amica incollando le labbra alle sue.
Questa volta fu il turno di Annette rimanere pietrificata.
Il suo stupore però durò meno di un secondo, poi la cinse a sua volta ricambiando il bacio con passione.
Le labbra si inseguivano l’un l’altra e le mani si accarezzavano i capelli e la schiena. La prima a socchiudere la bocca fu Annette, ma Egle la imitò subito facendo incontrare le loro lingue per la prima volta. Si strinsero sempre più forte mentre si baciavano con foga; trattenevano il respiro mettendo tutto il loro impegno solo ed esclusivamente in quel lungo e passionale bacio.
Improvvisamente Annette si staccò, morse delicatamente il labbro inferiore di Egle e la spinse sul letto facendola sdraiare. Si alzò in piedi e con eleganti movimenti si sfilò il vestito rimanendo completamente nuda come l’amica. Senza indugiare si diresse di nuovo verso le labbra di Egle stringendosi al suo corpo.
Per la prima volta nella sua vita la ragazza sentiva la pelle nuda di un’altra persona a contatto con la sua.
Era una sensazione fantastica.
L’estasi del momento si affievolì ed Egle cominciò lentamente ad avere coscienza del proprio corpo. Dapprima sentì le labbra estremamente sensibili: il contatto con quelle dell’amica le provocava un calore che piano piano si irradiava in tutto il corpo. I capezzoli, che sfregavano contro i seni dell’amica, le lanciavano scosse di piacere mai provate prima. In mezzo alle gambe aveva un lago come mai le era capitato. Sentiva la vagina pulsare a ritmo del suo cuore.
Continuarono a baciarsi, con le lingue che si intrecciavano e le labbra che si scontravano, per diversi minuti rotolandosi nel letto come in un sonno irrequieto.
Le dita delle mani si contorcevano sulle loro schiene nude accarezzando quanta più pelle riuscissero a toccare. Annette lentamente fece scivolare la sua mano lungo la spina dorsale fino a raggiungere i glutei dell’amica e prese a stringerli.
Era lei a guidare le danze e lo volle far capire. Si staccò e girò Egle di schiena.
Per la prima volta da molti minuti le loro bocche si staccarono; Annette spostò i capelli dell’amica e cominciò a baciarle il collo mentre con le mani le sfiorava i seni.
La lingua percorreva la linea delle scapole salendo piano piano fino al lobo dell’orecchio, per poi tornare indietro con delicatezza.
Egle boccheggiava come alla ricerca di ossigeno. Stava provando sensazioni di cui ignorava totalmente l’esistenza.
E le piaceva.
Si trovò a desiderare che quel momento non finisse mai.
Sentiva i seni dell’amica contro la sua schiena e vedeva le sue mani scendere sempre di più lungo i fianchi. Sapeva già qual’era la loro meta e, spingendo la testa indietro, inarcò il collo, come se stesse già provando il piacere che l’amica stava per regalarle.
Poi chiuse gli occhi.
Appena le dita di Annette sfiorarono la pelle del pube un brivido le percorse la spina dorsale. Egle girò la testa per cercare la bocca dell’amica e ricominciarono a baciarsi appassionatamente. Sentiva i polpastrelli percorrere le grandi labbra lentamente, quasi a sfiorarle.
Appena arrivò al clitoride Annette cambiò ritmo e cominciò a roteare le punte delle dita intorno, sfregandolo sempre più velocemente.
Bastarono pochi secondi ed Egle si sentì morire.
L’orgasmo le montò dentro provocandole movimenti incontrollabili del bacino che si agitava come se posseduto. Strinse le cosce con una forza di cui non si credeva capace. Aveva voglia di urlare, ma era senza fiato e la bocca le si contorse in un spasmo di piacere. Con le dita artigliò il letto.
Furono solo pochi secondi ma le sembrò durare ore.
Appena i muscoli si rilassarono crollò sul letto esausta mentre il respiro si regolarizzava.
Aveva la mente completamente svuotata e si sentiva molto stanca, ma appagata.
I rumori dalla camera le arrivavano come da lontanissimo e non si accorse di Annette che si alzava per cercare il suo vestito.
Sentì che le diceva qualcosa, ma non riuscì a riconoscere le parole. Mormorò qualche parola sottovoce come risposta.
Sentì la stanchezza e il sonno montare dentro. Non riusciva ad aprire gli occhi. O forse non voleva, cullata ancora dal ricordo di quel piacere estremo appena provato.
Quando Annette le posò le labbra sulle sue ormai Egle era addormentata. La ragazza la guardò sorridendo, la coprì con una coperta ed uscì di casa.
End Notes:
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