C'era una volta una stronza in Canadà by AlessandraV
Summary: Sincero, irriverente, brutale e autobiografico, questo Diario racconta gli anni tumultuosi del mio percorso verso la scoperta della mia identità sessuale.
Categories: Altro, Dominazione, Saffico, Sensazioni Characters: None
Genres: Racconto
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 10 Completed: No Word count: 15196 Read: 26520 Published: 11/09/2017 Updated: 21/11/2017

1. Dimmi che ho un brutto culo by AlessandraV

2. Lucy (con Alex e Coraline) in the Sky with Diamonds by AlessandraV

3. Tre orgasmi sottochiave by AlessandraV

4. Cinque piccoli feticisti (sul treno) by AlessandraV

5. Segreti by AlessandraV

6. Tutto in una notte by AlessandraV

7. Igiene orale by AlessandraV

8. Madonna Mayalah by AlessandraV

9. I've been kissed by a rose on the grey by AlessandraV

10. Ipocrisia di merda by AlessandraV

Dimmi che ho un brutto culo by AlessandraV
Capitolo 1 - Dimmi che ho un brutto culo

Un vibratore bianco in perfetto stile Apple con cavo usb per essere collegato al telefono e vibrare a tempo di musica.

Tre bottiglie di finto-sperma di marca coreana, riscaldabile al microonde, per le amanti dell’auto-bukkake.

Un DVD incomprensibile di importazione con in copertina delle ragazze giapponesi intervistate che piangono.

Svariati buttplug dotati di code colorate dal marrone realistico al fucsia, a seconda che vogliate sentirvi una puledra o un MyLittlePony in calore.

– Wow – penso osservando la variopinta vetrina di un sexy shop – Qui siamo avanti anni luce rispetto allo standard italico
Sì perché vivendo a Vancouver da quasi 2 mesi (la Contessa aveva ragione, alla fine sono rimasta) una delle prime cose che ho notato è come l’erotismo sia davvero lo specchio della modernità e del livello culturale di un paese.
Guardo i sofisticati articoli erotici e mi sento come se fossi arrivata nel futuro mentre se ripenso all’Italia è come tornare indietro di 100 anni ad un immaginario erotico da dopoguerra fatto di giarrettiere e di corna con l’idraulico.

Sono le 5 del pomeriggio, il sole sta iniziando a calare sui grattacieli della città, le persone tornano a casa dal lavoro e il tempo sembra mettersi male con le nubi che minacciano pioggia. La mia sessione fotografica all’agenzia di moda per oggi è finita, le ragazze della sezione marketing mi hanno chiesto se stasera vado a bere qualcosa con loro ma sinceramente non ne ho la minima intenzione.
Anche perché so già come andrà a finire: una serata a cercare di ubriacarmi da sola mentre loro parlano tutto il tempo della casa, si lamentano dei mariti che dopo due anni di matrimonio hanno già smesso di scoparle e mi fanno vedere le foto dei loro bambini di merda.
Meglio una serata da sola, tranquilla... e poi ho voglia di regalarmi qualcosa. Penso tutto questo ed entro decisa nel negozio.

Sono in piedi chinata verso una vetrinetta di piercing quando sento una voce allegra alle mie spalle
– Hello, can I help you?
Mi volto e vedo una ragazza sorridente che sta sistemando dei vibratori di Hello Kitty su uno scaffale. E’ di poco più bassa di me, ha i capelli verdi, rasati solo da un lato, un lungo tatuaggio giapponese che le copre il braccio sinistro e due piercing: due palline sulle guance che le impreziosiscono il bel visino.
– Ehm.. sì. Stavo cercando... – le spiego in inglese – ..cioè, volevo dire, sarei interessata a farmi un piercing... in verità non ho ancora...
– Mi spiace – mi interrompe subito – Oggi sono senza attrezzatura, dovresti ripassare domani.
– Oh.. ok – ma mentre mi sto voltando per andarmene, aggiunge
– E dove volevi farlo?
– Beh, in realtà non ho ancora deciso.
Mi avvicino ad aiutarla raccogliendo una scatola che le è caduta
– Mi è sempre piaciuto qui... – indicando il sopracciglio – ...ma forse qui sarebbe meglio... – indico la parte superiore del naso.
La ragazza si ferma e rimane un attimo in silenzio, pensierosa, poi si avvicina
– Posso? – mi chiede, e senza neanche darmi il tempo di rispondere inizia ad esaminarmi il viso spostandolo a destra e a sinistra con l’espressione assorta di un archeologo con un reperto antico
– Guarda... – conclude – ..se vuoi un consiglio, nessuno dei due.
Resto un po’ spiazzata dalla risposta che davvero non mi aspettavo
– Sì, ti starebbero bene... ma hai una bocca così particolare, così bella... – mi dice sfiorandomi le labbra, poi come colta da un’illuminazione
– Ecco... – si china a cercare nella vetrina, prende un anellino fatto a U, me lo infila sul labbro e con l’altra mano, recupera allungandosi uno specchietto sul bancone.
Me lo porge per farmi guardare. Nel riflesso vedo la simulazione di un piercing al centro del mio labbro inferiore e di fianco la sua espressione compiaciuta di chi sa già di aver avuto ragione.
– Sì, mi piace – le sorrido soddisfatta mentre le restituisco l’anello e lo specchietto
– Perfetto! – mi risponde tutta contenta – Allora a domani! –
Sto per salutarla quando, guardandomi intorno per l’ultima volta, non posso fare a meno di chiederle
– Senti... – prendendo in mano il dvd dai caratteri nipponici che avevo visto in vetrina – Ma... cos’è?
– Oh... – mi risponde eccitata – ...quello mi è arrivato ieri, è l’ultima novità in fatto di dacrifilia.
– Dacrifilia?
– Sì, feticismo delle lacrime.
Si avvicina e apre il dvd per farmi vedere il libretto all’interno
– Vedi, ci sono queste ragazze che vengono intervistate e ognuna si mette a piangere raccontando un episodio triste della giornata.
Mi guarda come se questa descrizione avesse perfettamente senso.
Sono confusa
– E... non succede nient’altro? Voglio dire, piangono e basta?
– Piangono e basta – annuisce
Si mette a sfogliare il libretto – Allora, c’è Hinata che è triste perché il capo l’ha sgridata al lavoro, Sayaka che le è morto il cane, Nozomi che è stata presa in giro a scuola, Megumi che...
– Non ci posso credere... – osservo sbalordita
Lei si ferma, un po’ imbarazzata, evidentemente non ha capito il tono della mia reazione e di colpo è come se si vergognasse un po’.
Finché non concludo ridendo
– ...Ma questa è la cosa più bella del mondo!
In un attimo riacquista tutto il suo entusiasmo
– Ahahah, vero? – Con gli occhi che brillano mi parla vicina come se fosse una confidenza tra amiche
– Sai, io adoro il fetish giapponese, ci sono delle cose pazzesche! Ti faccio veder....
Il fragore improvviso di un tuono poco distante ci interrompe facendoci sobbalzare come in un thriller. Dalla vetrina vediamo la pioggia che ha iniziato a battere violentemente mentre i passanti stanno accelerando il passo coprendosi la testa con gli abiti.
– Aspetta qui un attimo... – mi dice lasciandomi il dvd in mano – ... arrivo subito –
Sto esaminando sempre più rapita il booklet del curioso feticcio nipponico quando la sento urlarmi distante
– SENTI, TI VA UN TE’?
– COME SCUSA? – mi volto e la vedo in piedi su una scaletta pericolosamente in bilico vicino all’entrata ad armeggiare con i comandi per aprire le tende
– STAVO PER FARMI UN TE’... LO VUOI ANCHE TU?
Perché no? penso, dal momento che sono senza ombrello, tanto vale aspettare che finisca di piovere.

––––––

Sedute in un angolo appartato tra vibratori tentacolari, cinture di castità e un ammiccante Obama gonfiabile con uccello a due velocità, stiamo bevendo un earl grey mentre facciamo conoscenza sulle note dei Ramones.
Lei si chiama Coraline ma si fa chiamare Cory, ha un anno in meno di me ed è arrivata qui 2 anni fa da Christchurch, Nuova Zelanda perché aveva bisogno di prendere fiato da una storia d’amore finita male e perché era stanca della vita nel suo paese.
Mi racconta che la Nuova Zelanda è molto tranquilla, molto pulita, molto sicura ma vivere lì era come stare a guardare il mondo da un oblò, isolata lontano mentre le cose importanti sembravano accadere sempre da un’altra parte. Voleva sentirsi un po’ più parte del mondo, all’inizio aveva pensato agli Stati Uniti ma c’erano troppe cose laggiù che non le stavano simpatiche e così ha ripiegato per il Canada.

Mi rivela inoltre che uno dei motivi per cui adora lavorare nei sexy shop è perché è l’unica situazione in cui i clienti non si possono mai permettere di trattarti male.
– Perché è come se qui tu avessi sempre il coltello dalla parte del manico. Li tieni per le palle.
Posa la tazzina per spiegarsi meglio
– Prendiamo ad esempio il classico cliente rompicoglioni, di solito maschio bianco minidotato con il SUV. Se fossimo, che so, in uno Starbucks non aspetterebbe altro che il primo errore della povera sventurata al bancone per poter alzare la voce e sfogare così la frustrazione per il suo micropene, giusto?
Annuisco mentre soffio sul tè bollente
– Beh, qui non può. Perché magari sta comprando un video di farting e...
– Farting?
– Sì, ciccione che scoreggiano in faccia alla gente – specifica con noncuranza
– Oh, ok
– Capisci che voglio dire? Da una parte è intimidito dalle sue perversioni, dall’altra probabilmente se la fa sotto alla possibilità di essere scoperto dai colleghi o dalla moglie. E quindi non si azzarda minimamente a provare a rompere il cazzo.
Devo riconoscere che il suo discorso non fa una piega
– Dovresti vedere certi pezzi grossi, ma di quelli super-mega-stronzi, come cambiano quando sono qui a comprarsi l’ultimo modello di bocca vibrante o il kit col ciuccio e il pannolone per vestirsi da bebè, diventano docili come agnellini!

Si è fatta ora di chiusura, la pioggia non accenna a fermarsi e dal momento che abita all’ultimo piano dello stesso palazzo, Coraline mi offre di salire un attimo da lei. Mi verrebbe da dirle che non è il caso, che anche se mi bagno un po’ non muoio mica, ma è così carina che alla fine mi lascio convincere senza fare troppa resistenza. E poi sono anche curiosa di alcuni cartoni animati erotici giapponesi che vuole assolutamente farmi vedere.

Tenendo su la borsa con la bocca, Cory apre la porta di casa
– Oh shit, è andata via la luce – commenta mentre clicca sull’interruttore morto – Aspettami qui.
Si toglie le scarpe e sparisce nel buio. Sento i suoi passi veloci muoversi nell’oscurità, poi un tonfo seguito da un – AHI! – e da svariate imprecazioni anglofone
– CORY, TUTTO BENE? TI SEI FATTA MALE? – le chiedo dall’uscio
– TUTTO OK... IL MALEDETTO SPIGOLO DEL CAZZO!
Una luce fioca è comparsa da una stanza, Cory esce zoppicando con due candele in mano e viene verso di me ad accogliermi nel suo appartamento. Il suo viso sorridente illuminato dalla calda luce dei lumini mi dà subito una sensazione di intimo tepore facendomi sentire a mio agio e contenta della piega imprevista che ha preso la giornata
– Il bagno è da quella parte? – indicando la stanzino da cui è arrivata
– Sì, ma al momento siamo senz’acqua... E’ per via di alcuni lavori che stanno facendo, tra poco dovrebbe tornare.
– Giusto per curiosità... – le chiedo ridacchiando – ...c’è qualcosa che funziona in questa casa?
Lei posa le candele su un tavolino, mi prende per mano e mi conduce ad una porta–finestra chiusa – C’è questo...
Apre le imposte e quasi rimango senza fiato di fronte alla vista più stupefacente che abbia mai visto.
Esco sul balcone, la pioggia si è fermata e il cielo si sta schiarendo. Gli ultimi deboli raggi di sole tingono il blu dell’oceano di sfumature rossastre mentre le luci dei grattacieli iniziano a brillare nell’oscurità imminente.
– Mioddio... – esclamo in italiano senza rendermene conto – E’ stupendo...
Cory viene di fianco a me, prende qualcosa dalla borsa e inizia a sistemare della marijuana su una cartina.
– Vuoi?

Restiamo in silenzio a fumare guardando Vancouver che sprofonda nella notte
– Alexandra... – mi dice ad un certo punto (non ha ancora capito come si pronuncia il mio nome per esteso) – ...io sto morendo di fame, ho del ramen da fare al microonde, ti piace?
In un attimo realizzo di avere un buco allo stomaco grande come una caverna. Annuisco decisa ma prima di rientrare le chiedo
– Senti, ti dispiace se sto ancora un po’ qui fuori... a guardare la città?
– Eheh, è una droga, vero? – ed entra a preparare la cena.

––––––

Svaccate sul grande divano-letto al centro del suo monolocale stiamo guardando un catalogo di piercing che mi ha portato per farmi scegliere l’anello per domani.
Avanzi di ramen nei cartoncini e bottiglie di birra sono sparsi sul tavolino di fronte, la calda voce di Jim Morrison esce dallo stereo, il profumo d’incenso si spande nell’aria e la tv muta condisce questo sapore di psichedelia anni 60 con immagini di scolarette giapponesi in divisa seviziate da alieni tentacolari all’interno di un anime.
Mentre commentiamo i piercing, Cory mi chiede di raccontarle della mia adolescenza, dell’Italia, delle mie amiche, di Giorgia.
Ride battendo le mani ogni volta che salta fuori un episodio divertente e mi ascolta attenta nella parti più serie.

Verso le undici stiamo fumando erba in silenzio sdraiate una ai piedi dell’altra, io distratta dalla tv, lei assorta nella musica mentre mi accarezza dolcemente i piedi di fianco al suo viso.
Si volta verso di me
– Senti, posso farti una domanda?
Faccio segno di sì con la testa mentre faccio un tiro
– Tu sei dominante vero?
Totalmente spiazzata, non posso fare a meno di sbarrare gli occhi e quasi mi soffoco con il fumo
– No scusa, non importa – si corregge subito temendo di essere entrata troppo nel personale
– Sì... – le rispondo un po’ timidamente – ...Credo di sì.
– Credi?
– Ho sempre avuto delle fantasie...
– Ad esempio? – si volta verso il mio piede e gli dà un bacino
– Beh, quando oggi ti ho detto che il dvd delle giapponesi era la cosa più bella del mondo un po’ scherzavo... – vengo colta da un brivido – ...ma quelle cose lì in realtà mi eccitano.
– Ti eccita una ragazza che piange? – mi domanda un po’ maliziosa spostandosi dal collo del piede verso le dita per baciarle dolcemente
– Mi eccitano le lacrime... – confesso mentre con un altro bacio, più intenso, le dita si infilano tra le sue labbra
– Mi eccita il sangue... –
mi tocca le dita con la punta della lungua
– Mi eccita vedere una persona sottomessa... – le prende in bocca
– Abusata... – le morde
– Umiliata... – le succhia
La libido ha completamente annebbiato ogni traccia di lucidità.
Mi tiro su, paonazza, col battito a mille
Cory mi guarda negli occhi
– Ho voluto gettarmi ai tuoi piedi dal primo momento che sei entrata in negozio –
A queste parole, mi lascio definitivamente andare, le prendo il viso tra le mani e le infilo la lingua in bocca.
Ci baciamo con foga, come due ragazzine in piena tempesta ormonale, ci infiliamo le mani sotto i vestiti, ci tocchiamo, ci spogliamo e ci baciamo ancora. Poi ci separiamo, per riprendere fiato, e Coraline mi dice una frase che ancora adesso mi risuona nelle orecchie facendomi vibrare dall’emozione
– Alexandra... ti va di trattarmi male? –
Sono talmente confusa dallo stato in cui mi trovo che non so neanche cosa e come rispondere
– Cosa... Cosa vuoi che faccia? – le chiedo ingenuamente come se fosse lei quella a dover decidere.
Lei si mette a gattoni, con la faccia verso i miei piedi e il sedere verso di me. Si abbassa i pantaloni, volta la testa e con la voce affannata per l’eccitazione e lo sguardo imbarazzato mi dice
– Dimmi che ho un brutto culo.
– C–come? – pensando di non aver capito bene il suo inglese
– Ti prego, dimmi che ho un brutto culo – ripete mentre riprende a baciarmi i piedi
– Dimmi che non mi scoperesti mai... Che sono un’imbranata, una asciugafighe...
Mi lecca le ditine, ci passa la lingua in mezzo, le succhia
– Che posso essere solo la tua patetica leccapiedi...
Mi prende l’alluce in bocca
– ...la tua succhia–alluci ridicola...
– Cory... – le dico ansimando – ...fermati... se.. se continui così...
Sento il cuore che sta per esplodermi e le ginocchia che mi tremano come attraversate da una scossa elettrica.
Lei si sposta sulla pianta, la lecca, la bacia, la morde
– Cory... sto per...
Mi dà un morso più forte, io butto la testa all’indietro, mi metto una mano davanti alla bocca mentre con l’altra ancorata al letto strappo le lenzuola e raggiungo il culmine con un urlo soffocato.


Sono distesa con gli occhi sbarrati verso il soffitto. Esausta, disorientata, incredula.
– S–sono... – inizio a dire con un filo di voce – ...venuta?
Cory mi viene vicino e mi da un bacio sulle labbra
– Mi sa proprio di sì – mi dice sorridendo
Tiro su la testa cercando di riprendere fiato
– Ma... com’è possibile??
– Non ti era mai successo? – mi chiede sdraiandosi di fianco a me
– No... Non così
Mi sposta i capelli dal viso
– Raggiungere un orgasmo in questo modo è una cosa piuttosto rara... – mi dà un bacino sulla fronte – ...Sei speciale!
Appoggia la testa sul mio petto e restiamo così per un tempo indefinito. Io le accarezzo i capelli, lei alza ogni tanto lo sguardo per darmi un sorriso mentre, a bassa voce, segue la musica che riempie la stanza:

Riders on the storm
Riders on the storm
Into this house we're born
Into this world we're thrown
Like a dog without a bone
An actor out on loan

Riders on the storm


Sono le 2 passate quando sto salendo sul taxi per tornare a casa. Coraline mi ha detto che potevo dormire da lei ma domani devo alzarmi presto e l’agenzia è lontanissima dal suo quartiere. E poi è stato tutto talmente nuovo e forte che ho bisogno di stare un po’ da sola. A metabolizzare, a ricomporre i pezzi.
– Dove la porto, signorina?
Il tassista di colore con la faccia sorridente di Forest Whitaker mi sveglia dai miei pensieri
– Uh...West End! – rispondo veloce
Sistemo le mie cose e mi accorgo che alla radio stanno passando la stessa canzone che stavamo ascoltando prima
– Le dà fastidio? Vuole che abbassi un po’? – mi chiede gentile
– No no, affatto – e appoggiata al finestrino, con le luci della città che mi passano davanti e la musica che mi culla, piano piano chiudo gli occhi, e mi addormento.
End Notes:
unabiondatralenuvole.com
Lucy (con Alex e Coraline) in the Sky with Diamonds by AlessandraV
Capitolo 2 - Lucy (con Alex e Coraline) in the Sky with Diamonds

Il tema della serata è “Luxury & Life: il Lusso nel quotidiano”.
Sono stata invitata tramite l’agenzia di moda per cui lavoro e fa parte di quegli eventi per giovani milionari col cervello fuso e VIP in declino in cerca di visibilità: inutili ma nello stesso tempo imperdibili per conoscere personaggi grotteschi, mangiare caviale e bere champagne a sbaffo.
All’interno del gigantesco padiglione nell’area eventi di Vancouver sono state allestite tre sezioni distinte, una per la sfilata, una per il buffet e una di esposizione di oggetti importantissimi come il collare per chihuahua tempestato di swarovski da 10.000 dollari o il cesso rosa da 30.000$, opera del designer svizzero più in voga del momento.

In mezzo a tutto questo io e Cory stiamo girando divertite come fossimo all’interno di un luna park mentre questo museo degli orrori viene reso ancor più grottesco dagli effetti dell’LSD.
Sì perché una delle più grandi abilità di Coraline, come un sommelier che riesce ad abbinare il giusto vino al giusto piatto, è quella di saper trovare la droga giusta per ogni situazione, per ogni preciso momento della serata.
Alle 18:00 abbiamo fumato erba sul balcone per rilassarci.
Alle 19:00 abbiamo tirato qualche riga per caricarci prima di uscire.
Alle 20:00 abbiamo bevuto un paio di drink per prendere confidenza con l’ambiente e
alle 21:00 Cory ha tirato fuori, come un sacro Graal, due cartoncini di acido tanto difficili da trovare in questo periodo.
Solo che il trip avrebbe dovuto terminare un’oretta fa mentre ora è quasi mezzanotte e il maledetto figlio di puttana non accenna a scendere.
– Dobbiamo mangiare qualcosa – conclude, e così ci spostiamo verso il buffet cercando di mantenere un’andatura più normale possibile.
Per questa serata ho scelto una camicetta bianca con minigonna nera, sandali con tacco e capelli raccolti in alto da bacchetta giapponese mentre Coraline indossa scarpe con tacco di vernice e un vestito nero scollato che la rende elegantissima e tremendamente sexy. Abituata al suo solito look un po’ punk da SuicideGirl sembra quasi un’altra persona.

Sedute ad un tavolo in mezzo alla sala siamo circondate da ospiti più o meno famosi tra cui il vincitore dell’ultima edizione del Grande Fratello canadese, una cantate pop biondina che non conosco e un presentatore tv indicatomi da Cory che sembra la versione pakistana di Amadeus.
Abbiamo preso due calici di champagne e cocktail di gamberetti che ci stiamo lanciando in bocca a vicenda, proprio come Jake e Elwood, tra sguardi curiosi, indignati e divertiti.
La folla in piedi di fianco al buffet si apre come per far passare qualcuno di importante e quasi strabuzzo gli occhi alla vista di una famosa stilista italiana. Distratta, perdo la concentrazione e manco il gamberetto che mi rimbalza sulla fronte per finire nel bicchiere. Cory allunga il collo per capire di chi si tratta: sotto gli effetti dell’LSD il grottesco volto rifatto e stropicciato della stilista sembra quasi deformarsi ad ogni cambio di espressione come non sorretto da una struttura ossea ma da un qualcosa di informe. La mia amica non riesce a trattenere una smorfia di orrore
– Mioddio, sembra un cenobite!
– Un cosa?!
– Un personaggio di un vecchio horror anni 80... – beve un sorso di champagne – ...in pratica c’è questo cubo che se viene aperto escono dei ganci che ti si attaccano alla pelle e....
La interrompo guardandola negli occhi
– Andiamo in bagno.
– ...Ti scappa?
– No, ma se non ti bacio entro i prossimi 10 secondi impazzisco.
Mi sorride, butta il tovagliolo sul tavolo, mi prende per mano e tutte eccitate andiamo a cercare i bagni ridacchiando e sorreggendoci a vicenda quando stiamo per inciampare sui tacchi.

Entriamo nella toilette, Cory chiude la porta, io la prendo, la sbatto al muro e ci infiliamo la lingua in bocca. Ci baciamo e ci tocchiamo
– Mi fai impazzire... – ci sussurriamo quasi a tempo all’orecchio mentre ci mordiamo i lobi
Cory tira fuori una bustina di coca
– Adesso? – le chiedo
– Ti prego... voglio fare un tiro dal tuo culo – mi confessa con lo sguardo perso dal desiderio.
Si abbassa, io mi volto contro il muro chinandomi in avanti, lei mi solleva la gonna fino a scoprirmi il sedere e inizia a sistemarci sopra due strisce di polvere bianca.
– Senti... – le chiedo guardando per aria
– ...secondo te noi due diventeremo mai così?
– Così come? – mi risponde dal basso col naso bianco
– Orribili, disperate, ridicole... Come quei mostri la fuori.
Cory sniffa e mi bacia le natiche mentre proseguo – la bellezza che se va, il corpo che ti abbandona facendoti cadere i denti o pisciare addosso come quando avevi 3 anni, la memoria che inizia a saltare e il cervello che piano piano si inceppa fino a farti diventare una povera deficiente con cui nessuno ha più voglia di parlare...
Coraline si alza, preoccupata dalle mie parole
– Io non voglio invecchiare – sussurro.
Mi viene vicino appoggiando la sua fronte contro la mia
– Noi due non invecchieremo mai – mi dice guardandomi negli occhi.
Mi bacia con tutta la passione che ha in corpo
– E adesso andiamo via da sto posto di merda.
– E dove adiamo...? – chiedo confusa
– C’è una festa a Yaletown che secondo me ti piacerà un sacco, dura tutta la notte.
– A Yaletown? Ma è dall’altra parte della città...
– Chiamiamo un taxi!



Fuori dal padiglione sono seduta sul marciapiede a fissare ipnotizzata dall’acido i fasci di luce in lontananza di qualche discoteca giù a downtown.
Cory, in piedi poco distante, sta armeggiando con la rubrica del telefono sbagliando numero più volte e chiamando nell’ordine: un ristorante cinese, sua nonna in Nuova Zelanda e una sua compagna delle elementari che non sentiva da 15 anni.

Arrivato il taxi ci tuffiamo dentro e Cory spiega la destinazione nella maniera più confusa possibile (ma che l’uomo, incredibilmente riesce a capire). Siamo ancora entrambe eccitate e non riusciamo a trattenerci dallo stare vicine e toccarci un po’ cercando di non farci vedere. Le accarezzo la nuca, i capelli, poi scendo sul collo ad abbassare la cerniera per infilarle una mano nel vestito e toccarle la schiena nuda. Lei sposta la sua mano dal mio ginocchio fino alle cosce e pian piano fin dentro la gonna per toccarmi tra le gambe. Sono così eccitata che le strapperei i vestiti e me la scoperei qui sul sedile davanti all’autista.

Arriviamo a destinazione che praticamente ci stiamo quasi baciando.
– Ehm... sarebbero 26 dollari...
Un po’ imbarazzate ci ricomponiamo velocemente, paghiamo e usciamo aggrappandoci l’una all’altra per non cadere.
Non ho neanche bisogno di fare mente locale per capire subito che c’è qualcosa che non va, e cioè che siamo in una strada deserta dove l’unica forma di vita sembra essere qualche gatto randagio in calore.
– Cory... sei sicura che sia il posto giusto?
– Sì... cioè, credo di sì...
Mi guardo intorno un po’ spaesata: negozi chiusi, luci spente, abitazioni comuni.
– A me sembra che locali qui non ce siano...
– Aspetta, aspetta – mi fa segno di seguirla mentre inizia ad esaminare tutte le vetrine e le entrate dal nostro lato della strada.
– Ecco, dovrebbe essere qui – aprendo un’anonima porta di metallo che sembra quella di una cantina.
Iniziamo a scendere le scale buie
– Cory... qui stiamo andando a casa di qualcuno...
– No no, fidati – mentre prosegue sicura davanti a me lasciandomi indietro.
Una voce risuona nella nell’aria
– EHI! WHO THE FUCK IS THERE?!
Vedo Cory arrivare di corsa verso di me ridacchiando con gli occhi sbarrati
– Via via! E’ casa di qualcuno! – facendomi gesto di scappare

Di nuovo in strada stiamo per perdere ormai le speranze. Coraline si gratta il capo crucciata
– Eppure dovrebbe essere qui...
Con la coda dell’occhio mi sembra di scorgere in lontananza un gruppo di ragazzi che sta uscendo da un palazzo poco distante.
Faccio segno a Cory che si illumina in un sorriso euforico
– YES! – alzando la mano per battermi il cinque

Effettivamente l’entrata del locale è totalmente identica a quella di una cantina qualsiasi, rendendolo praticamente introvabile.
Entriamo, scendiamo le scale, mostriamo i documenti a due gorilla davanti all’ingresso e come si apre la porta insonorizzata vengo travolta da un’ondata di musica ad un volume impressionante.

Il club è distribuito su tre piani, ma disposti al contrario, cioè anziché salire si scende sempre più giù e devo ammettere che è assolutamente fantastico. Un dj di colore con una vocalist asiatica si stanno esibendo sul palco in una specie di dubstep molto aggressivo. Il volume è talmente alto che dobbiamo urlare. Coraline mi liquida subito subito la band con un – QUESTI FANNO CAGARE, IL BELLO VIENE DOPO!
Mi spiega che è un afterhour fatto di tante band e dj che alternano e sfidano sul palco tutto a tema bdsm, cioè sadomaso, e che i suoi preferiti suonano più tardi.

Al bancone per ordinare da bere veniamo raggiunte da tre ragazzi suoi amici, Mark, Josh e Tim, ma che potrebbero chiamarsi anche Mike, John e Phil per quel che riesco a capire.
– EHI, PRIMA VOLTA QUI? – mi chiede Tim o Phil.
Faccio segno di sì con la testa mentre bevo il mio vodkalemon
– STRANO, MI SEMBRA DI AVERTI GIA’ VISTA...
– CERTO CHE L’HAI GIA’ VISTA SCEMO – lo interrompe Cory – STA SUI MANIFESTI DAVANTI A CASA TUA!
Gli si avvicina all’orecchio per spiegarsi meglio e con la mano fa il gesto di presentarci
– ALEX È UNA MODELLA DI VICTORIA’S SECRETS. È APPENA ARRIVATA QUI DALL’ITALIA.
– E TU DA QUANDO FREQUENTI MODELLE? – gli chiede ridendo.
Cory mostra il mio piercing al labbro.
– E’ VENUTA DA ME LA SCORSA SETTIMANA PER QUESTO.... E ABBIAMO SCOPERTO DI AVERE UNA SACCO DI COSE IN COMUNE – mi mette un braccio intorno al colo e mi da un bacino sulla guancia.
Il tipo fa un specie di inchino davanti a noi per congedarsi, poi si avvicina al mio orecchio e facendosi sentire anche da Cory, mi avverte – LA TUA AMICA E’ UNA SPORCA PERVERTITA, SCAPPA FINCHE’ SEI IN TEMPO!
e si allontana veloce ma non senza beccarsi uno schiaffo sulla testa.

Le ore successive sono un confuso collage di immagini e situazioni che ancora adesso non sono sicura su cosa sia accaduto realmente e cosa mi sono sognata.
Mi ricordo di Mike o Mark che mi mostra il suo ultimo tatuaggio giapponese e di aver lasciato Cory con un suo amico per andare vicina al palco. Poi sono al secondo piano, in una saletta semivuota ad ascoltare una dj afro con un costume nero da scheletro che sta mettendo una drum n bass molto d’atmosfera che penso piacerebbe molto a Giorgia. Vengo colta da una punta di nostalgia e mi viene voglia di mandarle un messaggio ma poi, non so come, mi ritrovo ad un tavolo a parlare delle differenze tra tennis, squash e ping pong con un giapponese capellone che è venuto in Canada per un torneo. Infine sono di nuovo in coda al bar quando vengo recuperata da Cory
– VIENI, DEVI ASSOLUTAMENTE ASCOLTARE QUESTI QUI!
Mi prende per mano e mi trascina via.
La sala si fa buia mentre arriviamo al centro della pista, una scritta “X-RX” appare sul palco e una voce femminile robotica inizia a contare – ONE, TWO, THREE, DANCE WITH ME. ONE, TWO, THREE, FUCK ME – per poi sfociare in un pezzo devastante che fa esplodere la sala e che Cory mi spiegherà trattarsi di industrial rave.

Completamente rapite dalla musica trascinante, dall’alcool, dagli acidi, e dalla libido balliamo vicine strusciandoci l’una con l’altra. Ci tocchiamo, il viso, il collo, i fianchi, mentre le nostre bocche si sfiorano senza mai toccarsi.
Alla quinta o sesta canzone mi prende per mano e mi porta al lato della pista, in un angolo buio. Iniziamo a slinguarci come due adolescenti in calore, le infilo due dita in bocca, gliele faccio succhiare e poi gliele metto nelle mutandine e comincio a scoparla con la mano mentre la bacio sul collo. In pochi minuti sento le sue gambe iniziare a tremare, il suo respiro sempre più affannoso mentre mi morde l’orecchio e con uno grido strozzato mi viene sulle dita infradiciandomele.
Gliele faccio leccare, la bacio in bocca, poi la faccio abbassare, mi volto verso la pista, mi alzo la gonna dietro e le metto il culo in faccia. Cory mi sposta il perizoma e inizia a leccarmi dove sono più bagnata. Sento il suo naso premermi contro il buco del culo mentre cerca di infilare la lingua sempre più in fondo per scoparmi.
La sensazione di averla lì, sottomessa dietro di me a leccarmi come una cagna, mi fa andare in estasi e mentre chiudo gli occhi per perdermi in fantasie di umiliazioni e dominazioni che vorrei farle subire, sento l’orgasmo arrivare e le vengo in bocca bagnandole la faccia.
Ci accasciamo sul divanetto a coccolarci, sporche e sudate.
Cory mi fa segno alla mia destra: un ragazzotto coreano identico al leader Kim Jong-un con un collare da cane e strafatto di non so cosa deve avere in qualche modo assistito alla scena perché se l’è tirato fuori e si sta menando il suo cazzino davanti a tutti con lo sguardo imbambolato verso di noi.
– Quell’articolo lì come lo vedresti al salone del Lusso? – mi chiede Cory ridendo.
Senza pensarci troppo rispondo – “Suino Asiatico di Pyongyang con Micropene per Signora di Regime”.
Ridiamo, ci baciamo, appoggio la testa indietro.
La mano di Coraline mi accarezza i capelli, alcool e acidi nella testa, la musica mi rimbomba nel petto, sesso e sudore vibrano nell'aria.
E io mi sento davvero a casa.
End Notes:
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Tre orgasmi sottochiave by AlessandraV
Capitolo 3 - Tre orgasmi sottochiave

– Quindi si disconnette solo dopo le dieci o anche durante il pomeriggio?
Il giovane tecnico con la faccia mesta di un Matt Damon appena tradito dalla moglie sta armeggiando col modem cercando di capire per quale motivo la mia connessione internet, da un paio di giorni, ha deciso di mettersi a fare schifo.
– Sì anche durante il pomeriggio... – rispondo tornando dalla cucina con uno yogurt, – ...ma specialmente la sera.
Il ragazzo mi guarda con aria confusa, come se il suo cervello avesse sempre un lag di qualche secondo prima di riuscire ad elaborare quello che gli dico. Probabilmente è la stanchezza, avrà lavorato tutta la giornata. O forse è che l’unica cosa che indosso è una maglietta larga che arriva appena a coprirmi gli slip così che il 99% della sua attività cerebrale è impegnata a mantenere un’espressione normale mentre cerca di non fissarmi le gambe.

– Potrebbe esserci un disturbo nella linea, magari un cavo scoperto... – si ferma ad ascoltare con lo sguardo di un segugio che non si ricorda dove ha seppellito il suo osso.
– Cos’è questo suono?
– Quale suono?
– Tipo un ronzio.
– Un ronzio?
– Sì, mi sembra di sentire un ronzio... Ecco, lo sente?
– No.
– Non importa... sarà il frigorifero – conclude.
Richiude il modem, smanetta un po’ col portatile, poi mi chiede
– Signorina V., si ricorda se per caso queste disconnessioni sono avvenute in relazione alla visita di... certi siti?
– Quali siti? – chiedo col cucchiaino in bocca
– Beh... quei siti un po’... mi ha capito.
– No, quali?
In realtà ho capito, ma voglio vedere fin dove arriva per evitare di dire PORNO.
– Parlo di siti... sì insomma, per adulti...
– Tipo casinò virtuali? Non mi interessa il gioco d’azzardo.
– Ehm no... intendevo siti con contenuti di... atti sessuali espliciti.
– Ah, siti porno.
– Sì ecco, io non volevo essere troppo brutale... – ridacchia imbarazzato, poi aggiunge – ... ma poi lei è una ragazza, non sarà sicuramente il caso.
– Perché, le ragazze non possono andare sui siti porno?
– No no, non intendevo questo! – mette subito le mani avanti.
E’ incredibile come, a differenza dell’Italia, le persone qui siano sempre così attente a non passare per razziste o misogine.
– Ovvio che una ragazza può fare quello che vuole... – continua – poi io sono assolutamente per i diritti delle donne di... – si sta incartando sempre di più, lo grazio togliendolo dall’imbarazzo con un – Vabè, ma con la connessione cosa c’entra?
– Sà, a volte magari c’è un filtro famiglia impostato dal provider... – si interrompe come colto da un’illuminazione
– Ci sono altre prese adsl nella casa?
– Sì, una in camera da letto.


Entrati in camera, il mio Matt Damon dei telefoni cerca goffamente di far finta di non guardare un paio di mutandine dimenticate sul letto e si tuffa subito a controllare la presa.
Di nuovo viene preso da qualcosa nell’aria
– Ancora quel rumore...
– Quale, quello di prima?
– Sì, mi pare arrivare da questa stanza...
– Dalla presa internet?
– No, sembra venire da quella zona lì – indicando vicino all’armadio
– C’è per caso un condizionatore?
– Sì ma è in soggiorno. Ed è spento.
– Mmh... allora probabilmente proviene dall’appartamento adiacente.
– Probabilmente.
Si rituffa sulla presa, ci attacca una scatolina
– Provi ora.
Vado a prendere il portatile per controllare.
– SI, ORA FUNZIONA – gli urlo dall’altra stanza.
Torna da me con l’espressione compiaciuta come dopo un’impresa eroica.
– Mancava il filtro! Ecco perché saltava la connessione – si siede come per iniziare un lungo discorso – Vede, i segnali adsl e quello del telefono corrono sulla stesa linea, ma quando arriva una chiamata se il segnale non viene filtrato separando la linea adsl da quella telefonica, allora accade che...
Ecco, l’ultima cosa di cui ho bisogno ora è un pippone tecnico su una roba di cui non mi frega un cazzo
– Guardi, mi interessa solo che funzioni. Ora dovrei uscire, per cui...
– Sìsì, mi scusi, tolgo subito il disturbo.
Lo sto accompagnando alla porta quando, proprio un attimo prima di uscire, il ragazzo viene distratto da un rumore
– Cos’è stato?
– Cosa?
– Non ha sentito niente?
– No.
– Sembrava un lamento, dalla camera da letto.
– Un lamento?
– Una specie, tipo guaito. Ha per caso un cane?
– Direi proprio di no dato che non li sopporto.
– Oh, e come mai? – come se avessi detto una cosa talmente inaccettabile socialmente da esigere una spiegazione.
– Perché sono stupidi, mangiano la merda e non parlano la mia lingua. Arrivederci.

Chiudo la porta e con passo deciso mi reco verso camera da letto leccandomi le labbra. Mi avvicino all’armadio.
– TOC TOC –
Un lamento soffocato mi risponde dall’interno. Sorrido e apro la porta.

Gli occhi supplicanti di Coraline mi guardano dal basso come se fossero sull’orlo di perdere i sensi. E’ seduta a gambe incrociate, completamente immobilizzata, legata alle caviglie e ai polsi dietro la schiena, due pinzette sui capezzoli e una molletta sulla lingua che la sta facendo sbavare copiosamente.
– Lo sai che ti sei quasi fatta sentire? – la rimprovero
– Unnnhhhh – cerca di risponde
– Come dici? Non capisco.
– UUNNNHH!
Mi abbasso verso di lei, con un dito tiro indietro le mutandine per guardarci dentro e controllare i risultati dell’elaborata composizione da me progettata per questo pomeriggio: due piccoli ovetti rosa stanno vibrando ai lati del clitoride, un vibratore poco più in basso la sta scopando a velocità intermittente mentre un altro, a vibrazione regolare, le spunta dal buco del culo.
– Quante volte sei già venuta?
– Nnheehooeh...
Le tolgo la molletta dalla lingua
– Tre... tre volte...
Le mollo un ceffone.
– TRE VOLTE COSA?! COME SI DICE?!
– Tre volte... Mia Regina.
– Sbaglio o avevamo detto che non potevi venire senza il mio permesso?
– Non... non ho resistito... Mia Regina.
– E ti ricordi cosa avevamo stabilito nel caso non fossi riuscita a controllarti?
– Che.... che avrei perso l’occasione per godere con la Sua Bocca Magnifica... e sarei dovuta restare qui per altre 2 ore...
– Esattamente.
Modifico la vibrazione del vibratore n.1 da intermittente a effetto “onda” e cambio la velocità del n.2 da 4 a 10.
– Oddio... – mi dice ansimando mentre il suo battito cardiaco ha accelerato di colpo – ...così... ho paura che tra poco vengo di nuovo...
– Vieni pure quanto vuoi. Tanto l’occasione di oggi per avere la mia lingua te la sei giocata.
Le rimetto a posto le mutandine.
– Ti... ti prego... – mi implora – ...non resisto più... almeno la Sua Mano... almeno un ditalino...
– Ahahah, che razza di supplica patetica è mai questa?

Il suono del campanello ci interrompe .
– Ecco vedi, è già arrivato il tipo per il colloquio.
Le rimetto la molletta sulla lingua.
– Adesso te ne stai qui buona buona cercando di fare la brava senza farti sentire come prima...
Chiudo la porta dell’armadio.
– ...E ci rivediamo alle sette.
End Notes:
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Cinque piccoli feticisti (sul treno) by AlessandraV
4. Cinque piccoli feticisti (sul treno)


Sul treno per tornare a Vancouver sto attraversando la suggestiva campagna canadese e cosa cavolo mi è saltato in mente stamattina di mettermi dei sandali aperti col tacco!

Sì perché se sei una ragazza e stai indossando delle Allstar, degli stivali, dei Dr.Marteens, anche delle eleganti scarpe di vernice col tacco, solitamente non succede niente.
Ma appena sfoderi un qualsiasi tipo di scarpa che mostri un po’ delle tue estremità... ecco saltare fuori puntuale il feticista che accompagnerà il tuo viaggio con gli occhi puntati sui tuoi piedi.

Dal momento che la parola d’ordine è “non farsi beccare” è bellissimo vedere all’opera l’ingegno maschile nel trovare le soluzioni più disparate (e disperate) per evitare la figuraccia.
Insomma, non ci crederete, ma in questo momento sto scrivendo seduta in mezzo, non a due, ma a CINQUE tipologie differenti di questi curiosi esemplari.
Una situazione talmente clamorosa che merita di essere immortalata per sempre.

Analizziamoli al microscopio uno per uno:


1. Lo 007 (scarso)
Il furbone che fa finta di leggere e ogni tanto butta l’occhio... facendosi SEMPRE sgamare. Se fosse un agente segreto si farebbe scoprire ancora prima di uscire di casa.
Inoltre, più si fa beccare più si agita e inizia a sudare, però non riesce a smettere di sbirciare e finisce intrappolato in una spirale senza uscita che a un certo punto ti viene voglia di fargli una punturina letale per mettere fine alle sue sofferenze.

2. Lo 007 (bravo)
Come il suo compare meno dotato, anche lui fa finta di leggere ma ha trovato la posizione perfetta per cui giureresti che sta guardando il giornale e invece la sua linea della vista passa, con una precisione da campionato mondiale di tiro, oltre la fine della pagina quel tanto che basta per arrivare al bersaglio. Lo stronzo è anche dotato di mille risorse e in grado di trovare l’immagine riflessa dei tuoi piedi dove meno te l’aspetti, sul finestrino, su una superficie metallica... insomma, non hai scampo.

3. L’Attore
Ogni due minuti gli cade qualcosa, il telefono, l’acqua, i fazzoletti – Ops, mi scusi – e ci mette un’eternità a raccoglierla per guadagnare il maggior numero di secondi possibili vicino agli Oggetti del suo Desiderio.
Mettendo a dura prova il tuo istinto di tirargli un calcio sul naso.

4. Il Fotografo Fedifrago
Il buon e insospettabile padre di famiglia che attacca bottone per acquistare confidenza e poi cerca di nascosto di fotografarti i piedi con l’iphone. Che non sarebbe la fine del mondo se non fosse che te lo immagini la sera a spippettarsi su quella foto in una stanza buia mentre la moglie lava i piatti e i bambini in salotto cantano le canzoni di Peppa Pig davanti alla tv.

5. Il Maniaco
Quello che proprio non ce la fa e ti fissa i piedi imbambolato davanti a tutti fregandonese della figura di merda.
E finché si tratta di un ragazzino in piena tempesta ormonale la cosa può essere anche divertente ma quando l’individuo inizia a superare i 30 anni non puoi non provare un brivido al pensiero di finire fatta a pezzi in qualche bidone dei rifiuti prima di arrivare a casa.


Ops, dimenticavo, ce n’è ancora uno ;)

6. Coraline
Se ne sta appoggiata al mio fianco con le cuffie nelle orecchie e lo sguardo ipnotizzato dalla mia scarpa che dondola a destra e a sinistra.
E con l’espressione di chi non vede l’ora di arrivare a casa, per essere liberata dall’ovetto vibrante (che sta indossando dalle 9 di questa mattina) mentre sogna ad occhi aperti il momento in cui finalmente la lascerò venire:
con i miei piedi in faccia e il sedere rosso di schiaffi.
End Notes:
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Segreti by AlessandraV
Capitolo 5. Segreti


– Oh no, è mancata di nuovo la luce!
Sdraiata sul letto con gli occhi chiusi e la mente ancora annebbiata dallo champagne sento Coraline lamentarsi dal bagno.
Nell’oscurità il suono dei suoi passi scalzi si fa sempre più vicino
– Ehi, ma stai già dormendo? – mi tocca una gamba per capire se sono viva
– Mmmh no no... sono sveglia... – rispondo con una voce che sembra dire tutto il contrario.
Questa sera siamo state alla cena per l’addio al nubilato di Zoey, una sua amica che lavora nel cinema. Abbastanza simpatica se non fosse che appartiene alla categorie delle bruttine acidine, cioè quelle che si autoconvincono che le ragazze più carine di loro sono automaticamente meno intelligenti. Come se ci fosse in natura una sorta di bilanciamento (fatevene una ragione: ci sono anche le persone belle e intelligenti, e quelle brutte e stupide)
Il locale era uno di quelli del tipo “nondevopensareaquantohospesopernonsentirmimale”, ma almeno, devo ammettere, era davvero splendido. Ultimo piano del palazzo di una nota catena di alberghi di lusso nel centro di Vancouver, ambiente stiloso con luci soffuse e vista mozzafiato sulla città.
– Te l’avevo detto di non ingozzarti di aragosta – mi rimprovera
– Burp – le sbuffo in faccia un rutto soffocato di alcool e crostacei

Come una mamma premurosa Cory mi sfila gli stivali, mi spoglia e mi mette a letto. Poi, a tentoni nel buio, va a prendere un bicchiere d’acqua per la notte, si toglie i vestiti e mi raggiunge tra le coperte.
– Uffa, volevo andare avanti con Murakami stasera... – si lamenta mentre mi abbraccia – Alex io non ho sonno, che facciamo?
– Mmmh... e cosa possiamo fare senza luce?
Coraline resta un po’ in silenzio e poi si illumina.
– Raccontami un segreto.
– Un segreto?
– Sì dai!
– Ma che segreto?
– Non lo so, qualcosa... qualcosa che non hai mai raccontato a nessuno!
– A cinque anni anni ho fatto la pipì negli stampini dei ghiaccioli e l’ho messa nel congelatore per vedere come veniva.
– Ahahahah che schifo, non intendevo una cosa del genere! Pensavo a cose più... dai, hai capito.
– Ahah sì sì.
– Allora?
– Allora cosa? Io te ne ho già detto uno, adesso tocca a te.
– Uff, ok, fammi pensare... Ecco, da ragazzina mi piacevano già le ragazze, e una domenica a casa da sola mentre i miei erano a teatro, in preda agli ormoni e alla curiosità avevo provato a chiamare una hot line... Sai, le linee erotiche?
– Ma dai, e...?
– Niente, la tipa dall’altra parte credo fosse più imbarazzata di me, forse sono stata la prima ragazza ad aver mai chiamato quel servizio...
– Probabilmente anche l’unica nella storia ahah.
– Dai non dirmi così... ero curiosa – mi dà uno schiaffetto affettuoso sul sedere da sotto le coperte – Tocca di nuovo a te... ma stavolta voglio un segreto vero.
– Okkey...
Mi fermo qualche minuto a pensare, con il rumore della pioggia sul balcone che riempie la stanza.
– La prima volta che ho avuto un orgasmo, ero da sola a casa dei nonni, mi sono spaventata tantissimo perché ho pensato che stavo per morire.
– Addirittura? Come mai?
– Beh... mio padre era morto qualche anno prima, di arresto cardiaco. Mi avevano spiegato più o meno cosa significava e in quel momento ho pensato che mi stava succedendo la stessa cosa.
– Davvero?
– Sì, ero anche andata in ospedale, di nascosto, da sola, perché mi vergognavo a dirlo... che figura.
Cory mi abbraccia affettuosamente accarezzandomi i capelli
– Mi spiace che tu abbia perso tuo padre così presto, dev’essere stato terribile...
– In realtà no... Penso di non aver pianto neanche una volta.
– Non eravate legati?
– Sì certo, ma a quell’età immagino scattino dei meccanismi di autodifesa che ti proteggono. Altrimenti un dolore così grande ti farebbe impazzire, non credi?
– Sì, credo di sì.
– Comunque io vivevo già da anni in Italia con i miei zii.
– I tuoi genitori non erano italiani?
– La mia famiglia è argentina, io sono nata a Buenos Aires.
– E tua madre?
– Mia madre è mancata che avevo 2 anni.
– Te la ricordi?
– No, ero troppo piccola... Anzi, in realtà un ricordo ce l’ho, ma è solo un’immagine, un flash: io con un libro di Snoopy in mano e questa donna sorridente con i capelli biondi lunghissimi sul letto dell’ospedale che mi dice “Alejandra, quieres que te lo lea?”. Ma è tutto talmente sbiadito che non so più neanche se sia successo davvero o se si tratta solo di un sogno.
Al buio sotto le coperte Cory mi abbraccia forte.
– Dai, tocca a te ora – le dico cercando di scrollare via questo momento di tristezza.
– Mmmh non saprei... dopo quello che mi hai raccontato non mi viene più niente... – confessa colpevole con la testa contro il mio seno.
– Facciamo così allora, questo segreto te lo chiedo io, però sei obbligata a rispondere.
– Ok, ci sto! – riacquistando finalmente il sorriso
– La prima volta che siamo venute qui, quello che mi hai detto quando l’abbiamo fatto, quando mi hai chiesto di trattarti male, “Dimmi che ho un brutto culo”, te lo ricordi?
– Sì...
– Perché me l’hai chiesto?
– Volevo sentirmi umiliata da te.
– No, voglio dire, perché mi hai chiesto proprio una cosa del genere?
– Mi stai chiedendo se c’è dietro qualcosa?
– Esatto.
– Mmmh, non lo so... forse sì... Quando avevo 12 anni ero un po’ cicciottella e sai come sono spietati i ragazzi a quell’età. Mia madre in Nuova Zelanda mi faceva mettere delle terribili tutine aderenti che quando correvo il sedere mi ballava come un budino. A scuola mi chiamavano Cora-lard.
– Ahahah, bellissimo, d’ora in poi ti chiamerò così!
– Ecco, lo sapevo che non dovevo dirtelo.
– Scusa, ti dà ancora fastidio?
– Ma no, adesso ci rido anch’io, però all’epoca ci stavo malissimo... Forse è per questo che cerco l’umiliazione nel sesso, per esorcizzare queste paure...
– Sì, potrebbe essere.
– E a te come mai piace stare dall’altra parte? Perché ti piace sottomettere?
– Me lo sono chiesta tante volte. Credo che alla fine sia perché mi piace vedere una persona liberata.
– Liberata?
– Sì, dalle sue maschere, dalle sue armature, da tutto quello che la società l’ha obbligata ad indossare per proteggersi... finendo col nascondere o addirittura dimenticare chi è veramente.
– Non l’avevo mai vista in questo modo...
– La prima volta che hai accettato di farti sottomettere, umiliare, che hai vinto l’imbarazzo e le paure ti sei lasciata andare, come ti sei sentita?
– Mi sono sentita libera.
– Forse è quello il momento, l’unico momento in cui siamo davvero chi siamo.

Cory mi dà un bacino sulla guancia, ci abbracciamo e ci stringiamo sotto le coperte mentre il rumore della pioggia si fa sempre più forte. Ci accarezziamo dolcemente, al ritmo del nostro respiro, le nostre mani si spostano dal viso fino alle spalle, alle braccia, ai fianchi e poi tra le gambe.
– Alex, hai sonno?
– Un po’...
– Facciamo l’amore?
– Sì.
End Notes:
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Tutto in una notte by AlessandraV
Capitolo 6: Tutto una notte

– Siamo arrivati, sono 15 dollari e 60.
Il bizzarro tassista indiano mi sorride mentre frugo nella borsetta per cercare il portafogli.

Questa sera sono stata invitata dai miei capi ad una cena di beneficenza contro il grave problema dell’epilessia canina.
In poche parole, l’agenzia di moda per cui lavoro, quando non tratta con Grandi Firme che fanno fare gli abiti dai cinesi negli scantinati, supporta cause inutili di gruppi animalisti per migliorare la sua immagine. L’evento è stato tenuto presso un noto ristorante di cucina fusion nel centro di Vancouver, uno di quelli col radar che vi scansiona all’ingresso e se non avete almeno 3 carte di credito platinum, non vi fa neanche entrare.
La sala era piena di gente del mio staff intenta a ingozzarsi dal buffet e, ovviamente, dei cani epilettici non fregava un cazzo a nessuno. Avevo pensato di imbucare anche Coraline ma aveva la cena di compleanno di un suo amico chitarrista e quindi mi è toccato stare in compagna di Sandy, la mia nuova direttrice, una maniaca dell’interior design più stupida che simpatica, Oliver, il suo fidanzato noiosissimo e Bobo, il loro orribile levriero afghano. Una serata ad ascoltare di picnic al lago, di scrivanie firmate pagate quanto monolocali, di premi aziendali e di altri interminabili episodi della loro vita perfetta.

Come cazzo ho fatto a resistere per 3 ore senza morire di noia?
mi chiedo mentre pago il tassista con gli ultimi spiccioli ed esco dall’auto.

Vedo Ingrid, la mia vicina rincoglionita aprirmi la porta del palazzo mentre si accinge ad uscire.
– Alessandra! – mi saluta come se non mi vedesse da un anno – Non sai la novità? Sto andando ad un appuntamento con un tipo nuovo, è fantastico, lavora al take away del McDonald’s ma da quest’anno forse lo promuoveranno junior manager e poi...
Continuo a fare sìsì con la testa mentre mi sposto verso l’ascensore per scappare
Ci sono quasi...
– Ah Alex, c’è un altra cosa...
Troppo tardi, bye bye
La porta dell’ascensore si chiude mentre la guardo con l’espressione innocente del “ops, ho premuto il pulsante”.

Salgo i piani mentre mi coccolo pensando al super bagno caldo che mi aspetta. Magari al lume di candela... con un cd dei depeche... oppure potrei portarmi il portatile e andare avanti con quella nuova serie horror fighissima...
Arrivo davanti alla porta quasi saltellando all’idea di godermi finalmente un po’ di tempo con me stessa quando si presenta il dramma di tutti i drammi:

Le chiavi??

Cerco nella borsa, nelle tasche.
Dove cazzo sono?
Svuoto la borsetta per terra
No no no no...
spargo gli oggetti sul pavimento, sempre più agitata

Niente.

Dove le avrò lasciate? Forse allo studio... o al ristorante... Ecco sì, le avrò lasciate nel bagno quando cercavo le salviettine nella borsa...

Esco dal palazzo e tiro fuori il telefono per chiamare il locale.
2 chiamate senza risposta, 4 messaggi.
Sto per sbloccare la schermata di blocco quando “PUFF” il piccolo schermo si spegne.
Inizio a cliccare ovunque per cercare di rianimarlo mentre nella mia testa si fa strada un quesito inquietante
oggi in pausa pranzo mi sono ricordata di metterlo in carica?
La risposta è qui davanti a me
Maledetto iphone di merda!

Mi guardo intorno, in fondo alla strada c’è una vecchia cabina del telefono.
Funzionerà ancora?
La raggiungo a passo deciso, entro e sollevo il ricevitore
Suona.
Apro il portafogli: 30 centesimi.
Ma la cosa ancora peggiore:
e il numero di telefono?
Poi mi ricordo che il mio capo nel pomeriggio mi aveva dato un biglietto da visita del locale. Cerco in tutte le tasche e alla fine lo trovo.
Inserisco le monetine con la cura di uno scienziato durante un esperimento di fisica nucleare.
– Ristorante XXXX, mi dica.
– Buonasera sono Alessandra V., ero a cena da voi per...
– Un secondo che le passo il mio collega.
Perché cazzo deve rispondere al telefono uno che poi ti deve sempre passare qualcun altro, non può rispondere subito il secondo?!
– Sì pronto?
– Sì, sono Alessandra V., sono in una cabina e ho pochissimo tempo, dicevo che ero a cena da voi per la serata di beneficenza e credo di aver dimenticat - CLICK - TU TU TU TU TU –
Fanculo!

Esco dalla cabina sbattendo la porta.
E adesso?

Cerco di fare mente locale sulla situazione.
La metro è già chiusa (e comunque non avrei soldi per il biglietto), non posso chiamare un taxi... potrei impietosire l’autista di un bus...ma non so neanche se ne passano ancora, finirei con aspettare una vita per niente...
Non mi resta che andare a piedi. Ci vorrà un po’ ma almeno prima o poi al ristorante ci arrivo.

Il lungo viale che da West End porta fino al centro si estende deserto e silenzioso davanti a me mentre alla mia destra le luci della città si riflettono sulla superficie dell’oceano.
Cammino ragionando sul fatto che il mio doposerata “bagno+relax+musica/film” stia pericolosamente rischiando di saltare per via di questo fottuto contrattempo.
No, col cazzo che ci rinuncio, anche a costo di andare a dormire alle 5! E al massimo domani mi do malata... Tanto al mattino deve venire quel fotografo francese insopportabile che ti parla a due centimetri con quella faccia odiosa e quell’alito di merda e...
Una valanga d’acqua improvvisa mi investe dalla testa ai piedi. Uno stronzo col SUV ha appena attraversato una gigantesca pozzanghera a tutta velocità infradiciandomi di acqua putrida.
Trattengo a stento le imprecazioni, cerco di strizzare quel che posso dei vestiti e col passo incazzato di un’amazzone col ciclo mi rimetto in moto verso il ristorante.

Arrivo che è quasi ora di chiusura, ho i capelli bagnati, il trucco sbavato e i vestiti ridotti ad uno straccio.
– Buonasera, sono Alessandra, avevo anche chiamato un’oretta fa, ero a cena qui e credo di aver dimenticato le chiavi di casa nel vostro bagno, se posso dare un’occhiata...
– Ehm, signorina, mi dispiace ma temo abbia sbagliato posto.
– No no, ero qui a cena da voi, ve l’assicuro, a quel tavolo laggiù...
– Signorina... – mi spiega il maître con una smorfia da prenderlo a legnate sui denti – ...questo è un Ristorante dove si entra...ehm, solo su prenotazione, mi capisce?
Sto stronzo mi sta prendendo per una barbona!
– Senti, mi chiamo Alessandra V., lavoro per l’agenzia di moda che ha finanziato la serata, un pezzo di merda poco fa mi ha lavata mentre stavo sul marciapiede e...
– Ehm sì certo... stia calma.
Il trambusto attira l’attenzione del direttore. Si avvicina e sento il maître sussurrargli all’orecchio:
– Dice di essere una modella ma probabilmente è una prostituta... sembra pure drogata.
– Una prostituta? – gli chiede bisbigliando
– Sì, ha detto che prima stava sul marciapiede.
Il direttore si fa avanti
– Signorina, devo chiederle di uscire dal locale, altrimenti sarò costretto a...
Sì sì, andate affanculo
Esco furiosa
Giuro che domani torno in questo posto di merda e metto su una scenata che li faccio chiudere!

Mentre riacquisto lucidità mi rendo che sono nel quartiere dove abita Coraline.
Aveva detto che sarebbe tornata tardi ma magari è già rientrata...
Mi incammino verso casa sua con passo spedito
Questa si che sarebbe una svolta, un bel lieto fine: mi faccio una doccia, mi cambio, ci diamo due coccole e poi magari la torturo un po’.
Mi inizia a tornare il sorriso.
Sì, dopo quello che è successo ne ho proprio bisogno. Potrei legarla come l’ultima volta e tenerla per ore sul filo dell’orgasmo mentre la faccio stare con la lingua di fuori e le sputo in bocca. Oppure potrei scriverle col rossetto qualcosa addosso di terribilmente umiliante e farle le guance rosse di schiaffi. Sì, schiaffi. Ecco cosa ci vuole...

Arrivo sotto il suo portone già tutta eccitata, suono alla porta ma niente, Cory è ancora in giro.
Sarebbe stato troppo bello.
In compenso, proprio dall’altra parte della strada, un bancomat mi aspetta per riempire le tasche del mio portafogli.
Perfetto, penso, ritiro un po’ di soldi, chiamo un taxi e mi faccio lasciare al primo hotel della zona...
Anzi, macché hotel! Mi faccio portare all’Hilton e mi prendo una cazzo di suite con idromassaggio!

Inserisco la carta, scelgo 300 dollari, digito il codice e...
Niente.
Clicco ancora qualche volta su Conferma, poi su Annulla ma la macchina non sembra dare risposta.
– Dai, dai!
Il software si è irrimediabilmente impallato. E quel che è peggio, mangiandosi la mia carta di credito.
Inizio a tirare pugni sui pulsanti
– Bastardo figlio di troia ridammi la mia cazzo di carta!
Gli mollo un calcio e scatta il meccanismo antirapina che mi averte che le banconote verranno macchiate e rese inutilizzabili
Merda, ci mancava pure questo!
Sento in lontananza partire la sirena di un’auto della polizia
Meglio levarsi di torno prima di farsi arrestare

Mi nascondo in una stradina buia e aspetto che le auto se ne vadano, accompagnata dal miagolio di qualche gatto randagio che fruga nei rifiuti.
E adesso dove cazzo vado?
– Signorina...
Un mendicante malconcio mi si avvicina alle spalle zoppicando
– Due dollari per mangiare? Sono tre giorni che...
– Amico, capiti male, un bancomat mi appena ha mangiato la carta di credito e non ho più neanche uno spicciolo.
– La prego, lei molto carina, io tanta fame...
– Senti, non ho un soldo, come te lo devo dire?!
Tiro fuori il portafogli spazientita e glielo apro davanti agli occhi per sbattergli in faccia la verità.
– Lo vedi? Ci sono solo i document... – con uno scatto improvviso l’uomo me lo strappa di mano e come un novello Keyser Söze smette improvvisamente di zoppicare e scappa via con la velocità di un centometrista olimpionico per sparire in un vicoletto.

Resto immobile per non so quanti minuti, incredula di fronte ad una tale dose di malasorte.

Poi, non so come, mi viene in mente un momento della serata che accende dentro di me un nuovo barlume di speranza. Si tratta di qualcosa che aveva detto Sandy durante la cena, e cioè che sarebbe dovuta tornare in ufficio per finire alcune pratiche.
Posso passare di lì, chiamare Coraline e farmi venire a prendere...

Tornata nella via principale sto camminando scalza con i tacchi in mano canticchiando stonata “It’s my party” di Lesley Gore tra sguardi curiosi di coppie sposate e quelli divertiti dei ragazzini ubriachi.
Dopo altri 40 minuti arrivo esausta al palazzo della mia agenzia. Le luci al dodicesimo piano effettivamente sono accese.
Molto bene

Sto salendo in ascensore appoggiata alla parete, mi guardo i piedi: sono praticamente neri.
Appena arriviamo a casa, prendo Cory e glieli faccio pulire con la lingua, poi la metto sul letto, le lego le caviglie ai polsi, prendo il vibratore nuovo e...
La porta si apre interrompendo i miei pensieri, supero il corridoio e busso all’ingresso.
– Ehi c’è nessuno? Sandy, sono Alex!
Giro la maniglia ed entro.
Gli uffici sembrano vuoti, anche quello della mia capa, tuttavia la sua giacca è appesa all’attaccapanni all’ingresso.
Sarà andata in bagno
Provo ad usare un telefono ma per chiamare l’esterno credo serva un codice che non conosco quindi, prima di fare casini, meglio aspettare che Sandy torni dai suoi bisogni.
Mi levo gonna e camicetta bagnate per farle asciugare, rubo qualche moneta da una scrivania, vado a prendermi una cioccolata calda alla macchinetta e mi sistemo sui divanetti con un sospiro di sollievo.

Sto osservando le luci della città fuori dalla grande parete di vetro quando inizio a sentire dei rumori.
Ascolto meglio, sembrano provenire dall’ufficio del direttore generale.
Mi avvicino silenziosamente
Ehi, ma questi sono gemiti...
Non mi dire, la perfettina tutto–lavoro si è portata il fidanzatino per scopare!

Divertita dall’idea non riesco a resistere alla tentazione di origliare.
Mi avvicino alla porta e tendo l’orecchio
– Sì... ti piace quando mi metto così vero? Vuoi sentire come sono bagnata? Vieni, lecca dai. Fammi federe come fai il bravo cagnolino, leccami...
Giuro che se mi avessero detto che Sandy aveva un animo perverso non ci avrei mai creduto...
– Dai leccami leccami, continua... sì... la tua lingua... sì... sì...
Mi rendo conto di avere una mano in mezzo alle gambe
Ma guarda te se mi devo eccitare sta per coppia di sfigati...
– Sì, continua! continua! Fammi venire... continua... la tua lingua mi fa impazzire... non c’è confronto con quella di Olly...
Oddio, quello lì dentro non è Oliver!
E chi diavolo sarà?
Forse Warner, il commerciale... so che giocano tutti mercoledì a tennis insieme... o forse Mark, il nuovo stagista bellino...
– Si sto per venire... sto per venire... sì sì, metti la zampa qui...

La zampa?!

Vinta dalla curiosità incrocio le dita per non farmi beccare e sbircio tra le tendine. Sandy è seduta sulla scrivania a gambe aperte con davanti Bobo, il levriero afghano, intento a leccarla golosamente come stesse ripulendo una ciotola di cibo.
Inavvertitamente faccio cadere un vaso che si frantuma sul pavimento.
Sandy salta su di colpo – Oddio c’è qualcuno!
Mi nascondo vicino ad un mobile dietro una pianta
– C’è un ladro, cazzo! Bobo, veloce dobbiamo uscire subito!
Sento Sandy farfugliare nervosa mentre si riveste in fretta e furia
– Oddio potrebbe essere un terrorista dell’Isis... ho sentito che vogliono iniziare a colpire i nostri simboli del lusso...
Semai del benessere...
Sandy sbuca fuori dall'ufficio correndo seguita dal cane, si fionda fuori e chiude la porta.

Ormai rassegnata, tiro fuori una sigaretta ma non faccio in tempo neanche ad accenderla che le luci si spengono di colpo e sento l’allarme partire a volume spianato. Corro inciampando verso la porta di uscita ma è chiusa a chiave.
Sta deficiente mi ha chiusa dentro!
I telefoni sono tutti muti. Mi guardo intorno in cerca di uscita
La scala antincendio...
Apro una finestra e vengo attraversata da ventata di aria gelida che mi spettina i capelli. Inizio a mettere timidamente un piede sul balconcino
Non guardare giù
Non guardare giù
Non guardare giù
Vedo la scaletta poco distante
Ok sono solo 10 metri, ce la posso fare...
Sto avanzando con cautela quando due fari mi illuminano il volto accecandomi e facendomi quasi perdere l’equilibrio. Sento la voce metallica di un megafono urlarmi dal basso:

– FERMA DOVE SEI E METTI LE MANI BENE IN VISTA.

Sotto di me tre auto della polizia hanno accerchiato il palazzo. Alcuni agenti stanno salendo per venirmi a prendere dalla scala mentre altri sono entrati dall’ingresso principale per circondarmi.
Mi arrendo, avete vinto...

Seduta sul sedile posteriore della volante ormai non ho più neanche la forza di spiegare la situazione.
– Sì signore, l’abbiamo presa... – il poliziotto alla guida parla con la centrale – ...no signore, non sembra un terrorista islamico... è una ragazza in reggiseno... sì signore, ha capito bene... caucasica, di un metro e 80... e corrisponde alle descrizioni di altre segnalazioni che ci sono arrivate questa notte... a quanto pare ha fatto prima irruzione in un ristorante del centro in evidente stato di alterazione da stupefacenti... poi ha cercato di svaligiare un bancomat con la forza... ah, un dipendente del ristorante afferma anche di averla vista prostituirsi per strada, su un marciapiede... no signore, non ha i documenti... sì signore, anch’io penso si tratti di una persona molto instabile.


All’interno di una piccola cella della centrale di polizia sono in compagnia di: una chiromante brasiliana che ha rubato due chili di salmone affumicato al supermercato, una spogliarellista polacca beccata con una valigia di coca in macchina e una signora cinese dal volto impassibile che pare abbia tagliato l’uccello al marito.
La chiromante sostiene che il piano di politica estera della Clinton, benché duro, è molto più serio di quello del suo avversario mentre la spogliarellista non si fida di una donna che si è fatta mettere le corna davanti agli occhi del mondo e crede che le ricchezze di Trump possano essere un fattore positivo in quanto non gli daranno motivo per rubare.
Mi volto verso la cinese
– E tu cosa ne pensi?
– 我不喜歡z90;我喜歡普京!
– Ok, lascia stare...
La porta della cella si apre
– Alessandra V.?
– Sì, sono io.
– Tutto a posto, è libera di andare.

Il taxi, offerto gentilmente dagli agenti, si ferma davanti a casa mia che è già mattina. E dopo una notte che sembrava senza fine non mi sembra vero di vedere la luce del sole.
Esco dall’auto con addosso una tuta azzurra, anch’essa offertami dalle forze dell’ordine ma che dovrò riportare entro 3 giorni, e vengo subito accolta da Ingrid che stenta a riconoscermi
– Alex??
La saluto con un cenno
– Ma che ti è successo??
– È una storia lunga, senti posso salire un attimo da te? Non posso entrare in casa, sono senza telefono e ho bisogno di fare due chiamate...
– Certo! Non vedo l’ora di raccontarti del mio appuntamento... Ah, a proposito, devo darti una cosa.
Mi porge una busta bianca con scritto “per Alex”
– Cos’è?
– Non lo so, me l’ha portata Coraline ieri pomeriggio, te la stavo per dare ieri sera quando ci siamo incrociate ma sei scappata in ascensore.

Apro la busta e trovo un bigliettino scritto a mano:

Stordita, perché non leggi i messaggi?
hai lasciato le chiavi a casa mia
te le ho messe sotto lo zerbino
Bacio
Cory
End Notes:
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Igiene orale by AlessandraV
Capitolo 6 - Igiene orale

– Che stai scrivendo?
– Mmh... un racconto.
– Uno nuovo?
– Yes
Coraline sbircia sullo schermo del portatile sforzandosi di leggere alcune frasi in italiano senza capirne il significato, poi va a prendere il latte di soia, lo versa sui cereali e si siede a gambe incrociate sul letto col cucchiaio in bocca.
– Me lo leggi? – mi chiede mentre sgranocchia
– Non è ancora finito... mi manca poco.
– E di cosa parla, sempre di noi due?
– Mmh.. no... cioè, più o meno...
– Dai non fare la misteriosa!
– Ti ricordi la settimana scorsa, la cena al XXXX dove mi hanno invitato?
– Dici la serata dei cani epilettici?
– Sai che ti avevo detto che avevo lasciato le chiavi nel bagno, ero dovuta tornare e quegli stronzi non volevano farmi entrare? Beh, quella vicenda mi aveva fatto venire in mente “Tutto in una notte”.
– Cos’è un libro?
– No, un film. Degli anni 80. Una commedia in cui Jeff Goldblum e Michelle Pfeiffer non riescono a tornare a casa perché finiscono in una spirale di sfighe ed eventi assurdi. E ci ho fatto una mia versione, partendo dall'episodio del ristorante.
– Quindi è tutto inventato?
– La struttura centrale sì, ma ci sono alcune parti che ho preso da cose che ci sono successe.
– Tipo?
– Quando hai fatto suonare l’allarme in quel negozio che poi è arrivato quel poliziotto con la faccia di Adam Sandler che parlava alla radio spiegando che non si trattava di una terrorista dell’Isis.
– Ahahah, e poi?
– Poi la chiromante sudamericana in coda al supermercato, quella col carrello pieno di salmone affumicato che parlava della Clinton e di Trump... e anche la cassiera cinese.
– Quella che dicevamo avere la faccia da serial killer che taglia l’uccello ai mariti?
– Esatto. Ah e ci ho messo dentro anche la tua amica Sandy.
– Sandy chi?
– La tua ex compagna di scuola, quella che mi avevi raccontato che i genitori l’avevano beccata a farsela leccare dal cane.
– Lo sapevo che non dovevo dirtelo. Ma quindi noi due non ci siamo?
– Io sì, tu no.
– Perché io no?
– Perché nel racconto tu, come al solito, sei in ritardo e non sei ancora tornata a casa.


Cory finisce di mangiare, posa la tazza in cucina e va in bagno.
– Alex? – la sento chiamarmi con la voce di chi si sta lavando i denti e poi la vedo spuntare con lo spazzolino in bocca
– Ma tu quando hai iniziato a scrivere?
E mentre parla con la bocca piena di dentifricio una goccia le scivola giù dal mento e cade sul mio piede.
Guardo in basso la piccola macchia biancastra, poi alzo lo sguardo
– Troia.
Cory sorride compiaciuta da bambina dispettosa.
Ricambio con un sorriso perfido da Regina del Male.
– Lo sai che adesso la devi leccare via?
Coraline si abbassa guardandomi negli occhi, quasi come se mi stesse sfidando.
Le mollo un ceffone talmente forte che le faccio sputare via lo spazzolino.
– E’ il modo di rivolgersi alla tua Regina?! Eh troia?!
– M-mi scusi Mia Regina, non volevo mancarle di rispetto.
– Avanti, fuori la lingua e pulisci.
Coraline abbassa il capo e con due lunghe e attente leccate fa sparire la macchia.
– Ti è piaciuto?
– Sì Mia Regina.
– Bene, allora se ti è piaciuto finiscilo tutto.
– Tutto? Cioè, devo mangiare... il dentifricio?
– Sì. E muoviti che tra poco devo uscire.
In ginocchio di fronte a me toglie il tappo dal tubetto e fa per portarselo alla bocca.
Le mollo un secondo ceffone che la fa girare dall’altra parte
– Dal mio piede, troia!
Partendo dalla caviglia fino alle dita e poi tornando indietro, Cory spreme tutto il flacone in due lunghe strisce di pasta bianca.
Sì avvicina titubante, la prendo per i capelli e le schiaccio contro di me per farle raccogliere tutto. Mollo la presa, lei si stacca, ha la bocca piena e l’espressione di chi sta trattenendo disperatamente i conati per non vomitare.
– Prova a sputarlo e te lo faccio rimangiare dal pavimento.
Gli occhi di Cory iniziano a lacrimare dallo sforzo mentre diventa sempre più rossa nella difficile impresa di deglutire.
Stringe i pugni, chiude gli occhi e con una smorfia di disgusto manda giù il boccone di dentifricio.
– Brava, hai visto che ce l’hai fatt... – ma non faccio in tempo a finire la frase che la vedo sbarrare gli occhi di colpo e tapparsi la bocca mentre le sue guance si gonfiano come un pallone. Con un primo sbuffo soffocato un rivolo di pasta bianca le scivola dalle dita e con un secondo Coraline cede di schianto e si butta in avanti a sboccarsi sulle mani e sul pavimento.
La guardo scuotendo la testa mentre tossisce con le lacrime agli occhi.
Prendo le manette dalla mensola e gliele lancio.
– I polsi dietro la schiena.
Inizio a infilarmi le scarpe mentre Cory si lega le mani.
– Quando torno dev’essere tutto a posto. E devo essere sicura che userai solo la bocca.
Mi alzo, prendo la borsa, le chiavi e guardo l’ora sul telefono.
– Coraggio, sono solo le 2, hai tutto il pomeriggio a disposizione...
Apro la porta ed esco
– ...vedi di farmi trovare tutto pulito.
End Notes:
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Madonna Mayalah by AlessandraV
Capitolo 8 - Madonna Mayalah

Infilo la chiave di casa che sono zuppa dalla testa ai piedi. Per qualche motivo, da un paio di giorni, le previsioni del tempo qui a Vancouver hanno iniziato a toppare clamorosamente e così quello che oggi doveva essere un “parzialmente sereno con qualche nuvola” si è rivelato un: “muro d’acqua che neanche ad Haiti”.

Un avvolgente profumo d’incenso si espande nell’aria, la voce di Jim Morrison che canta The End esce dalle casse e questo significa che Coraline è già arrivata.

Entro in bagno e la trovo seduta a fare pipì mentre sta scartando la confezione di un vibratore con l’espressione curiosa ed eccitata di una bambina a Natale.
Mi guardo intorno: la vasca da bagno è quasi piena, fumante di acqua calda, la pioggia batte sui vetri e decine di candele colorate di varie forme e dimensioni illuminano la stanza di una luce calda e tenue.

Ci salutiamo con un sorriso e, senza aspettarla, mi infilo subito nell’acqua con un sospiro. Cory si alza dal water con un sinuoso vibratore rosa a due estremità in una mano e il foglietto delle istruzioni nell’altra
– Qui c’è scritto “totalmente impermeabile”...
Si ferma a guardarmi dubbiosa – ...sarà vero? E se fosse pericoloso?
– Pericoloso?
– Sì, metti che c’è un difetto di fabbricazione e finiamo fulminate...
– E come facciamo a finire fulminate?
– Beh, la corrente si espande nell’acqua e...
– Sì, lo so come funziona la corrente – la interrompo – ma quel coso va a pile.
– E allora? Non lo sai che anche nelle pile c’è la corrente? Altrimenti come farebbe a funzionare.
Ecco, quando dice queste cose mi domando cosa cavolo insegnino a scuola in Nuova Zelanda.

Coraline si toglie il reggiseno e mette un piede nella vasca
– L’ho fatta troppo calda?
– Mmmh no... si sta benissimo... – le rispondo beata con gli occhi chiusi.
Si siede, preme un pulsante sul dorso del suo nuovo giocattolo dalla forma serpentina e questo inizia a vibrare nell’acqua con un leggerissimo ronzio.
– Hai visto che siamo ancora vive?
Lei mi guarda soddisfatta, poi si accende uno spinello da una candela e si distende nella vasca di fronte a me.
– Oddio... – la sento sussurrare e immagino abbia iniziato a fare conoscenza col nostro nuovo amico.
– Passalo anche a me – le chiedo mentre lo cerco con la mano sott’acqua.
Mi porge la seconda estremità e ci perdiamo nell’estasi di questo dolce momento di fuga da tutte le nostre preoccupazioni.

Il suono della pioggia fuori dalla finestra si fa sempre più forte. Guardo i miei piedi bagnati appoggiati al bordo accanto al viso di Coraline: alla luce delle candele il rosso dello smalto sembra quasi un altro colore.
– Sai a cosa pensavo? – le domando a bassa voce
– Cosa?
– Che se in questo momento avessi una bacchetta magica, non saprei cos’altro chiedere.
Cory rimane in silenzio mentre con le dita muove il vibratore e mi accarezza fra le gambe
– Non sei d’accordo? – insisto – Se tu potessi esprimere adesso un desiderio, cosa potresti volere?
– Che tipo di desiderio? Posso chiedere qualsiasi cosa?
– Sì.
– Mmmh... – si ferma un po’ a pensare – ...vorrei avere il pisello... giusto per qualche ora.
– Eheh – ridacchio con la bocca sott’acqua facendo uscire le bolle. Lei prosegue:
– Sai... i maschi che si fanno le seghe, tutti presi bene con sto affare in mano... ecco, mi sembra di perdermi qualcosa.
Cory impugna il centro del vibratore e lo muove come a cercare di immedesimarsi nella scena facendolo entrare ancora di più dentro di me.
Un gemito mi esce senza preavviso mentre d’istinto le mordo una caviglia.

– E tu invece? Dai non ci credo che se avessi la bacchetta magica non vorresti niente...
– Vorrei... – ci penso un po’ mentre immergo i capelli – ... vorrei parlare francese...
– Francese? Ma tu sei nata in Argentina, non lo parli già?
Di nuovo: cosa cavolo insegnano in quel paese?
– In Argentina si parla spagnolo.
– Lo so, pensavo che a scuola però si studiasse anche il francese...
Mi guarda un po’ crucciata come a dire “guarda che non sono ignorante”, poi mi chiede
– Come mai il francese? Lo spagnolo non ti piace?
– Non l’ho mai sentito mio, non mi appartiene... e poi mi ricorda Buenos Aires, la mia infanzia... momenti tristi.
– E l’italiano?
– L’italiano è stupendo... Quando sono arrivata la prima volta a Trieste dai miei zii ricordo che mi aveva subito colpito quel modo di parlare. Era simile alla mia lingua ma aveva un suono così nobile, così preciso ed elegante... Mi sono innamorata subito. E poi gli insulti vengono meglio. – concludo sorridendo
– Sì?
– Certo, “son of a bitch” o “hijo de puta” non danno la soddisfazione di un “figlio di troia”. Stessa cosa per “blasphemies”, voi le chiamate così, no? Ecco, quelle in italiano sono tutta un’altra cosa.
Il volto eccitato di Coraline assume un’espressione interrogativa
– Ad esempio?
– Ad esempio cosa? Vuoi che te ne dica una?
– Sì.
Senza pensarci troppo rispondo
– Madonna maiala.
– “Madonna mayalah”? – cercando goffamente di ripetere il mio italiano
– No, non “mayalah”. Maiala. Madonna maiala. – la correggo divertita.
– “Madonna maialah” – ci riprova con più attenzione – ...corretto?
– Meglio.
– E cosa significa?
– Tecnicamente è il femminile di “pig”... e significa che Mother Mary se la spassava un po’.
– Oh – Cory si mette una mano davanti alla bocca col sorriso colpevole di una bambina beccata con le mani nella marmellata, poi prende il piccolo telecomando del vibratore e ne aumenta l’intensità.

Restiamo in silenzio per qualche minuto, le afferro una mano e me porto in mezzo alle gambe per toccarmi con le sue dita mentre il serpente rosa si muove dentro di me.
– Forse... – aggiunge iniziando ad ansimare con gli occhi socchiusi
– Cosa? – sento l’orgasmo avvicinarsi
– Non so Mother Mary... ma Mary Magdalene...
La interrompo mettendole un piede davanti alla bocca
Cory capisce che ci sono quasi, inizia a baciarlo e a strofinarsi veloce per venire insieme a me
– Ne avevamo parlato... – continua il discorso mentre mi succhia le dita – ...anche a scuola...
Mi prende una mano e se la porta in mezzo al sedere con un’espressione supplicante che significa: ti prego mettimi un dito nel culo.
Le infilo il medio fino in fondo, lei inarca la schiena
– ...alla fine è risaputo che... probabilmente fosse... fosse... – Cory lancia un gemito, io la sento venire, chiudo gli occhi, butto la testa all’indietro e raggiungo il mio orgasmo spingendo il bacino in avanti e facendo schizzare l’acqua fuori dalla vasca.

Esauste, siamo sdraiate l’una ai piedi dell’altra cercando di riprendere fiato.
Coraline recupera lo spinello dal pavimento, fa un tiro e finisce la frase:
– ...che probabilmente fosse una prostituta.
Sorrido.
Ritiro tutto quello che ho pensato di male sull’educazione neozelandese.
End Notes:
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I've been kissed by a rose on the grey by AlessandraV
Capitolo 9 - I've been kissed by a rose on the grey

– E di quella casa là in stile europeo cosa mi dici?
– Mmmhh... triste.
L’autunno a Vancouver è ormai arrivato da settimane, portandosi freddo, foschia e foglie secche sui marciapiedi. Avvolte nei cappotti stiamo passeggiando per le vie di False Creek in una leggera nebbia pomeridiana.
Prima siamo state al parco, abbiamo fatto versi alle anatre, mangiato una cioccolata, e poi siamo andate alla nostra panchina preferita a masturbarci a vicenda, una accanto all’altra con le mani infilate nei vestiti per non farci vedere.
Ora è il momento del secondo grande passatempo delle nostre uscite domenicali: andare alla ricerca della Casa dei Sogni, ovvero quella in cui, se avessimo la bacchetta magica (o tantissimi soldi) sceglieremmo di vivere per tutta la vita.
– Perché dici che è triste quella casa? – mi chiede con la sciarpa sulla bocca
– Mi ricorda quel tipo palazzo italiano che mi ha sempre messo tristezza.
– Ma è così raffinato... Dici così perché sembra più antico?
– Mmh, no. È una sensazione che non ti so spiegare.
Mi fermo un attimo sul ponticello, appoggiata alla ringhiera
– Ecco... non so perché ma mi immagino sempre che dentro quelle case ci viva una persona anziana, sola. Che passa le giornate in uno stanzino, dimenticata dal mondo, dimenticata da tutti...
Cory mi prende per un braccio.
– Alex... ma tu sei felice?
Sorpresa da questa domanda, resto in silenzio per qualche secondo.
Lei, si butta contro di me, mi abbraccia e affonda il viso dentro il mio cappotto
– Ehi, che succede? – le chiedo mentre sento le sue lacrime bagnarmi la camicia.
– Mi sento una scema a dirti una cosa del genere, ma... ho avuto una visione.
– Una visione?
– Sì... una cosa brutta... forse è meglio che non te la dica...
– Dai... – le prendo il viso tra le mani cercando di tirarla su – ...dimmi.
– Beh... – si tira indietro guardando in basso – ...quando hai detto quelle parole ho avuto un’immagine di te... da sola nella vasca da bagno... con i polsi tagliati.

Di fronte ad una tale assurdità dovrei mettermi a ridere e prenderla in giro per sdrammatizzare la situazione ma il suo viso è così serio e preoccupato che resto bloccata in silenzio, senza riuscire a dire niente.
– A volte... – mi confessa mentre si asciuga una lacrima – ...io non riesco a capire quello che provi, non riesco a capire come stai veramente...
Mi prende le mani e mi ripete – Alex... ma tu sei felice qui con me?
Le accarezzo il viso – Quando sono arrivata in questa città, lo sai, ero in un momento difficile, è stato un periodo buio... ma tu... tu... – e in quel momento qualcosa mi arriva alle orecchie distraendomi da quello che stavo dicendo.
Una musica che proviene dalle finestre di un appartamento poco distante mi suona familiare. È una canzone che non sento da anni ma che conosco.

https://www.youtube.com/watch?v=w7y19ED6Vrk

Finisco la frase cominciando a canticchiare.
– ...ma tu... tu...you... you’re the light of the dark side of me.
Coraline mi guarda strana, come a dire “ma che cavolo dici?” poi capisce e si ferma anche lei ad ascoltare
– Ma... ma... questo pezzo...
– Te lo ricordi?
– Non era quel tipo di colore con la cicatrice?
– Esatto – rispondo sorridendo
– L’avevo rimossa... – lo sguardo di Cory si perde mentre tende l’orecchio per ascoltare meglio.
– Mioddio... – esclama ridendo tra le lacrime con una smorfia tra il disgustato e il divertito – ...è cosa più sdolcinata della storia!
Le passo una mano davanti al viso in un gesto teatrale mentre seguo le parole con l’enfasi di un’attrice che sta recitando un momento importante di un’opera di Shakespeare – My power... my pleasure... my pain...
Le metto un braccio intorno al collo come per invitarla ad un ballo regale, Coraline ride scuotendo la testa – Questa canzone è terribile, e tu sei la persona più stonata della mondo!
Poi si lascia andare, segue i miei movimenti e come due sceme ci lanciamo a cantare
Baby, I compare you to a kiss from a rose on the grey
End Notes:
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Ipocrisia di merda by AlessandraV
Capitolo 10 - Ipocrisia di merda

Per festeggiare la promozione di Zoey, diventata da poco direttrice generale di una nota casa di produzione cinematografica, abbiamo deciso di soddisfare le nostre voglie di sushi e sashimi nel ristorante giapponese più esclusivo di Yaletown.
Il tavolo al terzo piano, in una delle posizioni migliori della sala, è pieno di svariate portate, prese per poter assaggiare un po’ di tutto: dalla tempura agli yakitori, dal katsu-don ai gyoza. Tutto questo insieme, ovviamente, ad una quantità esagerata di pesce crudo.
Siamo già un po’ tutte ubriache per via del pesante aperitivo di qualche ora fa e mentre Zoey e le sue amiche iniziano a riempirsi i piatti partendo, come sempre, dal sashimi di salmone, io e Cory stiamo scopando in bagno appoggiate al muro.
– Ancora un dito... ancora un dito ti prego, infilane tre...
Con una gamba contro il lavandino e le mani che mi afferrano la schiena stropicciandomi il vestito, Coraline è talmente bagnata che le mie dita scivolano dentro senza il minimo attrito.
Le infilo l’indice in bocca per soffocarle i gemiti
– Cosa sei?
– Sono... sono la tua troia.
– E cosa fai tutto il giorno?
Cory mi succhia il dito con lo sguardo perso dall’eccitazione
– Dillo, cos’è che fai tutto il giorno?
– Mi... mi ammazzo di ditalini pensando... pensando...
– Pensando cosa?
– Pensando di scoparti... – la interrompo con uno schiaffetto
– Bugiarda – le afferro il viso – Dì la verità, a cosa pensi?
– ......
– Forza, ti vergogni?
– ...penso a baciarti i piedi mentre un’altra più brava di me ti fa godere...
Sorrido – Ecco, lo vedi? Non sei una troia. Una troia è una che si fa scopare, che SA scopare. Tu invece cosa sei?
Cory tentenna, sudata e paonazza per l’umiliazione e l’imbarazzo perverso che si aggiungono all’eccitazione
– Sono... sono una sfigata...
– Brava, dillo ancora.
– Sono un’imbranata... una ammoscia-cazzi e asciuga-fighe...
– Ah ah ah continua, voglio sentirtelo ripetere mentre vieni.
– Oddio... Alex scopami ti prego... non ce la faccio più...
Senza spostarmi, allungo una mano e frugo alla cieca nella borsetta appoggiata al davanzale mentre il mio sguardo si fa crucciato man mano che non trovo quello che sto cercando.
Cory mi guarda preoccupata
– Ma l’hai portato lo strap-on? – bisbiglia come per non interrompere la nostra scenetta
– Mi sa che l’abbiamo lasciato in macchina, nella borsa coi pomodori...
– Merda...
– Te l’avevo detto di prendere quello più piccolo, quello gigante non ci sta nella borsetta!
Mi rendo conto che stiamo sussurrando agitate come due attrici nel mezzo di uno spettacolo, durante un imprevisto, che devono decidere velocemente il da farsi senza farsi notare dal pubblico.
– Come vuoi venire? – le chiedo consapevole del fatto che è un po’ colpa mia – Vuoi la mia bocca?
– No... – mi prende la mano e se la rimette in mezzo alle gambe – ...continua così, voglio vedere il tuo sguardo da stronza mentre godo.


Sono le undici passate quando, uscite dal ristorante, stiamo fumando tutte e cinque appoggiate al cornicione del Cambie Bridge guardando le luci che si riflettono sulla superficie dell’acqua mentre continuiamo le nostre speculazioni sulla vita sessuale di Donald Trump.
Zoey pensa che probabilmente tutta quell’ossessione per l’oro, l’albergo d’oro, le colonne d’oro in casa, i capelli, pure quelli, che sembrano d’oro (e forse lo sono...) potrebbe essere bilanciata da un feticcio uguale e contrario, tipo farsi fare la pipì addosso da Melania mentre legge il Financial Times. Cory condivide la premessa ma lo vede di più seduto sulla sua poltrona regale a farsi scompigliare la capigliatura da vecchie culone messicane che gli scoreggiano in faccia. Ad ogni modo, su una cosa siamo tutte d’accordo: ce lo deve avere come uno spillo.

Sto per accendermi un’altra sigaretta quando sento qualcosa che mi fa sobbalzare facendomi sudare freddo.
Mi volto verso Cory e con lo sguardo più serio e intransigente di cui sono capace le dico a bassa voce
– Andiamo.
Cory mi fa cenno con la testa “sì sì” distratta dalla conversazione
Le metto una mano sulla spalla, la giro verso di me e le ripeto, scandendo bene le parole
– Andiamo. Adesso.
Alza un sopracciglio, poi capisce che evidentemente non è il momento di scherzare e così liquidiamo velocemente il gruppo e ci allontaniamo.


La piccola auto di Coraline entra nelle strade bagnate del centro.
– Eheh... – ridacchia sotto i baffi mentre guida – ...eppure a me il salmone sembrava fresco... voglio dire, l’ho mangiato anch’io e sto bene...
Piegata in due sul sedile, con il viso marcio di sudore freddo e la gambe che si muovono sconnesse, cerco di respirare lentamente per riuscire a tenerla mentre la maledetta di fianco a me continua come se niente fosse
– ...o forse sono stati i gamberi... avevano un colore un po’ strano, non ti sembra?
– Non lo so, accelera... ti prego... accelera...
– Eh ma ci sono i semafori...
– Chissenefrega dei semafori... te la pago io la multa... tu vai più veloce che puoi...

L’auto esce dal centro, liberandosi dal traffico, per proseguire verso West End.
– Alex... – Cory si volta un po’ preoccupata – ...com’è la situazione?
Con la testa tra le mani sbuffo fuori parole incomprensibili
– Alex??
– Oddio ma quanto cazzo manca?! – chiedo disperata
– Siamo a metà strada.
– A metà strada?! SOLO A METÀ STRADA?!
– Cerca di stare calma, se ti agiti è peggio... – mi accarezza divertita – ...ti prometto che ti amo lo stesso anche se te la fai addosso.
– Vaffanculo.
– Ah ah ah, mamma mia, sembri una zombi di walking dead!
– Ridi ridi... questa me la paghi...
– Ah grazie, io sto rischiando la vita guidando come una matta e questa è la tua gratitudine...
– Oddio non ce la faccio, oddio non ce la faccio, oddio non ce la faccio...
– Dai dai, siamo a West End, è quasi fatta!

Arriviamo sotto casa, esco dall’auto di corsa e mi fiondo verso il palazzo con Coraline che mi corre dietro – Ehi, la borsa!
Incrocio Ingrid sull’ingresso con il suo tipo nuovo
– Aleeeex! Ti devo presentar....
– NON ME NE FREGA UN CAZZO – la sorpasso e corro a premere ossessivamente il pulsante dell’ascensore occupato.
Sento Ingrid sussurrare a Coraline dietro di me – Ma sta bene?... La vedo strana... Sai, anch’io gli ultimi mesi non sono stata molto in forma, ero un po’... – si indica la pancia – ...bloccata, capisci? E la mia dietologa mi ha consigliato questa nuova dieta lassativa che... – Coraline la interrompe ridendo – Ehm ti ringrazio ma credo che la situazione sia già abbastanza... sciolta.
La porta dell’ascensore si apre, mi volto verso di loro
– Vi odio tutte e due.


Mancano dieci minuti all’una quando esco dal bagno che sembro una che ha appena corso i quattrocento metri olimpionici strisciando.
– Oh, sei viva – Cory mi sorride seduta per terra mentre gioca alla playstation
– Fatta tanta? – mi chiede facendo la vocina, come si fa coi bambini. Le rispondo alzando il dito medio.
Mi siedo sul divano dietro di lei e le appoggio i piedi su una spalla.
– Sai a cosa pensavo?
– No... a cosa? – mi risponde distratta mentre fa a pezzi degli zombi sullo schermo con una motosega.
– Che sei fortunata.
Coraline preme i pulsanti furiosamente con la lingua tra i denti, come una bambina impegnata in qualcosa di difficile. Poi abbassa le mani sbuffando
– Uff, mi hanno ammazzata di nuovo... questa parte è troppo difficile, non ce la farò mai... scusa, cos’è che dicevi? Sono fortunata?
– Sì, sei fortunata che le mie perversioni si fermano al sangue e alle lacrime... perché altrimenti avresti dovuto pulire il cesso con la lingua.
Cory ci pensa un attimo e fa una faccia disgustata
– Eheh – le sorrido – ti rendi conto che c’è gente che fa quelle cose?
– Mamma mia che schifo... brrrr – scuotendosi tutta mentre viene colta da una brivido.
– Yogurt? – le chiedo cambiando argomento mentre mi alzo di scatto.
Lei fa cenno di sì con la testa e come una bimba specifica – Banana.

Mentre Coraline spegne la playstation e inizia a frugare tra i DVD, apro il frigo e spalanco gli occhi come di fronte alla peggiore delle tragedie
– Ehi, ma tu sei mangiata tutti quelli alla vaniglia?!
Si volta con la faccia colpevole
– Ma... ma ce n’erano ancora tre!
– Ehm... ieri notte mi sono svegliata che avevo fame... tu dormivi e allora...
Sempre così, mi chiede di comprarle quelli alla frutta e poi si mangia i miei.
– Banana o mirtillo?
– Banana – mi ripete dalla sala mentre mette su un DVD

Sedute sul divano stiamo finendo i nostri vasetti guardando uno sventurato Ben Stiller trovare la moglie a letto con l’istruttore di sub nudista durante la sua luna di miele quando Coraline, ad un certo punto, rompe il silenzio
– Certo che siamo due ipocrite...
Mi volto sorpresa – What?
– Voglio dire... riguardo a quello che dicevamo prima... – posa il vasetto sul tavolino – ...alla fine che differenza c’è tra noi e loro?
– Loro chi?
– Quelli che fanno le cose con la merda, i discorsi su Trump con Zoey e le altre...
– Non ti seguo.
– Dico, noi ce la prendiamo coi bigotti, coi benpensanti, con tutti quelli che ci giudicano per le nostre fantasie sessuali... e poi appena qualcosa esce da quello che ci piace... facciamo la stessa cosa, puntiamo il dito dicendo “che orrore” –
Si accende uno spinello e conclude
– Siamo due ipocrite.
Abbasso gli occhi un po’ incupita
– Già... – ammetto.
Cory mi passa la sigaretta, faccio un tiro, resto in silenzio per qualche minuto ma alla fine non riesco a fare meno di aggiungere ridacchiando
– ...però a me la merda fa schifo.
End Notes:
unabiondatralenuvole.com
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