Tina by zarina
Summary: a Tina non piace fare conoscenza ma non può farne a meno
Categories: Etero Characters: None
Genres: None
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 17 Completed: No Word count: 16899 Read: 29368 Published: 13/10/2017 Updated: 22/11/2017

1. estate by zarina

2. Capitolo 2 by zarina

3. Capitolo 3 by zarina

4. Capitolo 4 by zarina

5. Capitolo 5 by zarina

6. Capitolo 6 by zarina

7. Autunno by zarina

8. Capitolo 8 by zarina

9. Capitolo 9 by zarina

10. Capitolo 10 by zarina

11. Capitolo 11 by zarina

12. Inverno by zarina

13. Capitolo 13 by zarina

14. Capitolo 14 by zarina

15. Capitolo 15 by zarina

16. Capitolo 16 by zarina

17. Capitolo 17 by zarina

estate by zarina
Tina è sempre lì a sentirsi sola, ha gli occhi verdi come il mare e intreccia i capelli più neri del nero ma è tanto bella quanto sola. Ha gambe lunghe e un culo tondo come il sole che avvolge nel pizzo che aderisce come un disegno ma non sa farsi amici e amiche.

È ironica e snervante, non sa mai essere seria nemmeno quando è ora così allontana tutti.

è fatta come quei fiori che hanno tante spine che non li toccheresti mai se non con gli occhi e per questo resta sola.
adesso va in bagno e si lava quel viso, quel viso di rosa, si spoglia da sola come se avesse tutto il tempo del mondo accarezzandosi il seno, un seno rotondo. là sopra ci sboccia un'areola rossa e violetta alla luce del neon che non si fa toccare più di una volta.


ogni volta da una nuova amicizia ma amici di sorta. Una donna le ha detto una volta "così resti sempre da sola" ma lei non ascolta nessuno e ogni volta è daccapo.

Il bagno è largo e rotondo, liscio e lucente, la doccia l'attende e manda vapori mentre lei geme nei suoi stessi umori come ogni volta, spiingendo tre dita, ogni notte più sola.

La camera ha un letto, colore di panna, sulla trapunta si stende supina e piglia un cuscino che abbraccia ogni sera. Con la coscia sinistra e la mano sinistra su cui ancora resiste una vera.

È un labirinto di nomi e cognomi, di app e di nick, di sfoghi e commenti ai cazzi degli altri.

È un sito che sa di qualcosa di vecchio, lontano e scadente ma almeno da fuori sembra assai popolato.
Non condivide che poche parole ed un contatto per farsi cercare .

Tina. 30. zona Ancona. qui per fare amicizia.

nessuno risponde, la notte la inghiotte.

fa sempre così, ogni volta che viene la sera perché quando ha saputo più del dovuto e le foto scambiate sono ormai troppe, cadono i veli ed i vetri, si fanno trasparenti come quando hai squagliato la condensa col respiro. E a Tina serve un nuovo sconosciuto da scoprire.

è sera di aprile, le sette di sera, lei cuce a macchina e guarda il tg.

Un giornalista saluta e l'ago saetta.

lei rimette la stoffa più svelta.

il giornalista illustra il servizio, lei risistema la stoffa.

il giornalista ringrazia lo studio e l'ago corre, il telefono vibra e il sangue zampilla dal dito.
Tina è nervosa. Smorza la macchina e il televisore, porta la mano sotto l'acqua corrente poi torna al tavolo con la falange in bocca e il telefono in mano.

tina sei tu?

la spunta a V si tinge di blu.
si sono io.

io sono B.

Tina ripassa sotto la B. e non c'è niente nessuna foto, né presentazione.

b.?

B.
bel nome

Grazie Tina.
quel grazie riporta un sorriso di smile.

Non credo che il tuo nome sia un b.

Non importa, la b. mi basta.

me la farò andare bene, io meno ne so e meglio sto.
ti attira l'ignoto.
si direi di si.

allora piacere.

piacere tutto tuo.

non ti fa piacere?

era un doppio senso.

scherzi col fuoco... ti tolgo il respiro.

e tu mi minacci?

anche il mio è un doppio senso.
quanti anni hai?

trenta tu?

non tanti di più.

Ma così non rispondi a niente.

ti piacciono i misteri hai detto.

l'ho detto.

non ridere Tina che ti vedo.

Tina sorride.

dove sei?

sei tu sei ad Ancona io vicino ma non vicinissimo. sei ad Ancona no?

si. vuoi già venir qui?

è un invito?

no.

che caratteraccio, posso avere una foto?

La gatta le salta in grembo ma viene subito rinstallata al suo posto, Tina si guarda. Ha un vecchio maglione di lana bucato e una gonna pesante riempita di fili e peli di gatto.

Ora non sono presentabile.

perché cosa fai?
cucivo?

sei una sarta?

no.... Ma potrei cucire...

le nostre parti intime?

Non dire così che non sta bene.

ah scusa, comunque non ti ho detto di mostrarti tutta.

La gatta riprova a saltare e distinto le scatta la foto.

ecco, è la mia unica amica.

non credo.

ti dico di si.

va bene mi picciono le gatte ma io ho due cani.

vuoi parlare di cani e gatti?

parliamo di quello che vuoi. cosa vuoi?
un amico.

e io un amica.

per cosa?
per tutto, per passare dei bei momenti.

sei sposato?

no. prima lo ero e tu?

anche io credo.

credi?
si, porto ancora l'anello ma non mi sono mai sentita tale.

Succede, fammi vedere le mani.

Tina appoggia le mani sul ventre, ha un qualcosa che graffia su per la schiena.

"smettila cindi"

ma la gatta non smette e la foto è sfocata, la donna è con la schiena inarcata, la lana è sollevata e capezzoli si vedono nitidi, premono verso l'obiettivo.

come mi piacciono i capezzoli duri.

ho solo freddo.

come menti male Tina.

Fatti vedere anche tu.

ok.

la luce le mostra una luce più intensa, sembra il riflesso di un parabrezza, il colletto azzurro di una camicia tirato all'altezza del naso. Si vedono occhi neri di petrolio e un ciuffo di capelli forse un po' più chiari e più nulla.

e quindi?

sono i miei occhi.

e che ci vedo nei tuoi occhi?

dagli occhi si vede tutto volendo.

Tina risponde anche lei col fotogramma degli occhi, occhi lucenti e stressati dall'ombra, cerchiati da occhiaie di chi non dorme la notte e più nessuna risposta.

C'è un vagone che fischia nei pressi di casa, là sopra la stazione li ode spesso la notte, l'orologio sta battendo le due. Lei sta sul letto ancora bagnata, la vita stretta dall'asciugamano mentre il sudore le cola sul viso.

È notte di giugno, son trascorsi due mesi. Ha scritto due volte su quel sito strano ma nessuno ha notato la sua presenza, sul display scorre un video una donna è piegata e qualcuno la penetra senza parole. Un colpo secco, deciso e perfetto.

Tina si lecca le dita e l'attrice fa una mossa all'indietro.

Lei getta il capo alla stessa maniera e la sua treccia quasi tocca per terra.

Si cerca da sola nel buio, allarga le cosce e tocca il suo inguine, la sua apertura è morbida e stretta.

Passa il pollice lungo la riga e l'indice entra dentro la figa.

Tina?

Oh. Buonasera.

Stavi dormendo?

Io no.

Io nemmeno.

Non mi hai più cercato.

e tu nemmeno.

è tornata la moglie?

vorrei però no. Come definiresti il tuo matrimonio?

Tina ridacchia. Un cesto di corna e di cazzi.

un sorriso si illumina al centro del video.

E tu il tuo?

Credo lo stesso

Spero un cesto di corna e di fiche per te.

Ma certo. Buonanotte Tina.

Tina riprende il suo video, l'insistenza non ha mai fatto per lei ma l'astinenza nemmeno. Il lenzuolo fa il solletico al piede, un piccolo piede con dita smaltate, rosse lucenti, stringono e rilasciano lembi di stoffa. Ha un calore dentro lo stomaco, gocce di fuoco e gocce di saliva. Passa e ripassa le dita dal monte ai fue buchi, sistema il cuscino e monta di sopra. La luna fa ombra e ora sembrano due, dando la schiena alla testiera del letto, col volto rivolto alla luna, ondeggia come se sotto avesse qualcuno. Avrebbe la schiena rivolta a lui, si stringe le tette e tortura i capezzoli, sempre più duri per l'afflusso di sangue e di voglie.

E se qualcuno potesse, tirarle all'indietro la testa e i capelli, verrebbe ora in questo momento.

Il volume si abbassa nel video che scema, il cuscino le sfugge ma lei lo sistema, il seno si muove ed il ventre si piega come potrebbe piegarsi su un uomo.

Lo schermo si spegne e il respiro di smorza, le guance rosse quasi toccano terra, la luna riluce sulla schiena sudata e il cuscino beve dalla fica bagnata.




Si morde le labbra ora che il sogno è finito, un rancore lontano le pesa sul petto, da un pezzo non ricordava il suo matrimonio. Si afferra una tetta col palmo di palmo, vi affonda le unghie e ripiglia a toccarsi. Il clito è sensibile, le brucia quasi, le unghie lo sfiorano quasi a graffiarlo. Più svelta, più forte. Il petto sussulta e gli occhi svafillano, esplode un orgasmo più profondo del primo.

Rimane un minuto col viso appiccicato al cuscino, i capelli non mollano la presa che hanno sulla fronte, la fronte cola di acqua.

Si alza con un sospiro profondo, la finestra va aperta.

Dormi?

no tina, ancora no.

qui dentro si soffoca.

qui da me non è meglio.

Fuori la stazione è un groviglio di binari, dall'alto sembra quasi un fiume con tutti gli affluenti. Tina porta la mano alla bocca e dilata i polmoni, il tabacco s'insinua giù per la gola, la trachea restituisce fumo argentino che spande il suo aroma nell'aria, l'aria calda delle notti d'estate.

Che fai domani?
Sarò in banca.

Ci lavori?
no Tina. Sono un elettrico elettricista. Devo fare un bonifico.

Lascia il vetro aperto e finalmente si decide ad andare a letto, ha ricordato che anche lei domani dovrebbe fare un salto in banca, dal cesto di corna e di cazzi ha ricavato almeno l'assegno che le permette di starsene in casa giorno e notte, estate e inverno.
Capitolo 2 by zarina
Saranno le dieci, forse le undici.... Le palpebre non vogliono aprirsi. Oh, se invece del trillo fastidioso di un telefono ci fosse qualcuno a svegliarla con un bacio....
E invece è da sola. Dalla finestra non filtra un fil di vento, solo il frastuono dei convogli e dei gabbiani che passano più tempo alle discariche che al mare.
Il sole secca tutto, il suo corpo pare incollato al letto, deve raggiungere la doccia prima di svenire.

L'acqua si porta via tutto, scorre giù dalle spalle e da ogni curva forma una cascata, lava via l'insonnia e l'emicrania, l'odore del fumo e dell'orgasmo.

Non avrà voglia di rifare il letto, lascia tutto sfatto e butta un vestito giallo addosso, getta polvere rosa sulle guance, intreccia ciocche scure ancora bagnate ed è già in strada.

Il bancomat è vicino, riuscirà a raggiungerlo anche se ha male alle gambe in questi giorni ma il centro le appare lontanissimo, ha dimenticato gli orari delle linee già da anni, il marito l'accompagnava dappertutto.

Meglio prendere il taxi.

Sale senza far caso a chi lo guida, s'accascia accavallando le cosce sul sedile e poi si parte.
"Dove la porto?"
"In centro. "

L'attrito delle ruote sull'asfalto brucia e tra le gambe lei già suda, la radio spande una sinfonia di pianoforte nell'abitacolo, lei immagina dita lunghe che premono sui tasti e senza trovare pace. Pare che anche il suo respiro disturbi l'autista che alza il volume e il ritmo aumenta.
Buongiorno.

Buongiorno a te, Tina.

Ancora in banca?
Si, sono ancora in fila.

E poi dove andrai?

Vuoi che venga da te?
Ci provi?

Si, a provocarti.

Provocazione accolta.

Devo venire?
E dove mi porti?

Tu dove vuoi andare?

Cosa c'è da vedere da te?

La spiaggia.

La spiaggia?

Si la spiaggia di sera.

C'è gente?

Non molta di notte ma noi ci appartiamo se vuoi.

Com'è quella riva?

La sabbia è bianca e l'acqua è fredda, alta e bassa.

Tina sospira e il seno si alza e si abbassa, non ha mai fatto il bagno di notte.

Non entrerei mai, troppo freddo.

Ma io sono caldo.

Ah, vero.

Se entri tu prima entro anche io.

Ti vedo, hai i capezzoli duri e coli di acqua.

come colo di acqua se ancora non entro?

Ti tiro a me.

Ok, trascinami.

Cosa senti in mezzo alle gambe?

Un brivido caldo e gli schizzi dell'acqua.

ti piace?

Si ma può piacermi di più se mi dai una mano. Sussurra piano al telefono tentando di inviare l'audio.

"Te la do io una mano se ti serve."
Solleva la testa sorpresa ma non tanto tanto, si vede nel retrovisore, ha aperto le cosce e quasi bacia il telefono. L'autista stilla un'intensa colonia di fiori che interferisce con le fragranze dei bar. Ha le guance in fiamme e gli occhi mandano fulmini.

Tina cerca svelta il portafogli, arrotola un biglietto fresco di banca e glielo allunga da sopra il sedile ma al posto di quella banconota lui osserva tutte le altre. Non ha bisogno di contarle per sapere quante sono.

"Hai ritirato stamattina tutto quello che mi spilli dal divorzio?"
"Prendi e basta. "
Due dita le affondano dentro senza preavviso.
"Tieniteli e compraci un paio di mutande zoccola."

"Grazie, allora risparmio."

"Tu non hai mai avuto i fili del cervello a posto Marta."

"Oggi vado dell'elettricista e me li faccio sistemare."

"Vai a farti sbattere da chi ti pare ma senza più sfasciare i coglioni a me."


Tina, in banca ho finito e adesso vado a lavorare, ci sentiamo stasera.

Va bene, io vado a comprare vestiti.

Perché sei nuda?

Quasi.

Va bene.

Lavori di notte?

È capitato, per emergenza. alberghi senza corrente, antifurti impazziti, calamità naturali... Cose così.

Qualcuna che ce l'ha elettrica e non sa come fare contatto?

No, magari succedessero di queste.
Capitolo 3 by zarina
Tina ora ricorda di esser Marta, a volte vorrebbe non esserlo davvero, non essersi sposata a diciott'anni e non avere mai lasciato la stanza che divideva con Cindi e altre due studentesse. Eppure non è mai tutto da buttare il passato. I camerieri le sfrecciano attorno veloci e i piccioni intralciano il passo, spazzini avidi di avanzi di mille colazioni.

I negozi hanno insegne scarlatte, prenderà il suo caffè amaro per addolcire quel giorno e poi andrà a comprare qualcosa.

Le commesse non hanno mai tempo per le clienti come lei che non sanno che vogliono e subito ma stamattina ce n'è una eccezionale. È giovane e rossa con un faccino pieno di lentiggini, fa volare la merce insieme alla tenda del camerino, quasi la spinge dentro con quel seno enorme che viene prima di lei.

Tina si prova di tutto, ora davvero meglio non essere Marta, almeno la biancheria potrà comprarla in libertà.

Il pizzo disegna di petali e un vedo non vedo, il raso taglia e accarezza secondo esigenze, il bianco risalta e il verde riluce. Ma si compra tutto, fai contenta quella ragazzina di commessa almeno e mentre lo fa si scatta tante foto.

Tina vuol trovare un vestito per andare al mare di notte. È quasi contenta.

Sbircia dalla tenda, la ragazza è distratta, un'altra cliente la trattiene. Il flash le tocca il culo e preme invio senza rendersene conto.

Bello vero, nei panni di quella brasiliana non starei certo fermo.

La faccina ridente l'avverte che il tessuto è tutto mosso e non copriva quasi niente.

Ride da sola, tanto non la vede nessuno.

Come non starei ferma io vicino a te, guardandoti negli occhi.

Sono contento che ti piacciano i miei occhi.

Ho visto quelli e basta ma si vedono raramente occhi così scuri che sembrano fissarti anche se solo da una foto.

Che faresti ora se fossi lì con te e potessi guardarmi dritto negli occhi?

Non avrei certo il coraggio di farti vedere il mio sedere ma proverei a baciarti. Stamattina mi sono svegliata con una gran voglia di farlo.

Potresti baciarmi e intanto spogliarti.

E restare in mutande...

Con il tuo bellissimo culo e le mie mani a stringerlo, aprirlo, tirarlo a me. Puoi farmi sentire i tuoi capezzoli sul petto.

Tina invia il fotogramma del suo seno.

Io li adoro così grandi. Fatti una foto con le mutande in mano.

Ah, no non voglio.

Perché? di sicuro hai una figa liscissima.

eh ma sono in un negozio.

Nel camerino di un negozio.

No, no.

Allora falla col reggiseno in mano.

Tina sposta la tenda, la commessa è ancora impegnata.

Se torna qui, ma no no....

E ti sorprende a far che? A cambiarti un panno in un negozio di biancheria? Dai fallo e io ti faccio vedere quanto sono eccitato.

Preferisco vederlo dal vivo.

Va bene apri la cam....

La commessa sta salutando l'altra signora, rimette in cassa il denaro e batte scontrini, Tina apre l'obiettivo senza inquadrarsi ma gli specchi fan sempre la spia. Comincia sfiorandosi l'interno della coscia, leccandosi le labbra rosse di voglia.

Si fa scivolare la brasiliana sul polso quasi fosse un bracciale passando il telefono dietro la schiena.

Fammi vedere come è il buco...

Ma è solo un buco...

Ci sono buchi e buchi... E io infilerei la lingua in tutti i tuoi buchi....

Tina respira più svelta.

Bella.

Cosa?

Tutta.

Il suo seno si gonfia al pensiero di labbra che la percorrono tutta.

È da una vita che non mi succede.

Adesso uscirei dal telefono come la bambina di quel film dell'horrore per sbatterti addosso a quello specchio...

Ma smetti....

E riempirti tutta... di lingua...

Tina freme di voglia e imbarazzo, la commessa sta venendo vicino.

E di tutto il mio piacere.... ti voglio venire dentro quel culo....

"Signora, ha fatto?"
"Si, si ecco....Prendo.."

La ragazza sorride semplicemente, non capisce o fa finta di niente, Tina ha rifilato il vestito di corsa, suda e trema con la brasiliana in mano.

"Prendo questi..."
"Perfetto. L'aspetto alla cassa."
Capitolo 4 by zarina
Mezzogiorno è passato da molto e il sole vero sta indorando la stazione appena lei fa ritorno a casa, lo stomaco le brontola ma può resistere. Cindi di certo è già davanti al portone, l'aspetta, l'aspetta facendo le fusa.
È tutto in disordine come lo ha lasciato, la spunta blu è sparita e forse per oggi non tornerà.
Non torna domani, né dopodomani.
Le ultime tre notti sono state identiche alla prima.
La coscia sinistra balza avanti alla destra e viceversa, la destra avanti e viceversa, il petto salta su e giù senza tregua, il tessuto sulla schiena tira e s'impregna.

È pieno di sudore.

Il fresco del mattino svanisce in fretta, in fretta, Tina corre sempre più svelta come ogni sabato mattina.

Si ferma a bere a uno zampillo, il getto scorre sui polsi e sulla nuca, stacca l'auricolare dal telefono e guarda dentro.

niente.

Ma ancora è presto per soffrirne particolarmente. Anche Tina è capace di soffrire seppure sia nata per essere una Marta che non piange ma certe volte si intestardisce a soffrire per forza.

Una volta si è innamorata di una persona mai vista solo per via di una frase, voleva innamorarsi per forza e ci è riuscita. E ne soffriva per davvero.

"E se lo chiamassi... Il sabato in genere non si lavora."

Lo squillo è interrotto da un messaggio.

non posso risponderti adesso, sono coi miei figli.

Tu hai dei figli?

Si, cosa pensavi? Due.

Volevo averti.

Adesso è impossibile, ti cerco io.

Non ti sto chiedendo sesso virtuale vorrei solo vederti.

Ok.

Sembra aver già visto quello che appare ma è come il ricordo di un sogno, la foto è tagliata ma è come se stesse abbracciando qualcuno.

Il mare è sullo sfondo, intravede le famiglie dei weekend a spasso. Lui deve essere molto alto, è appoggiato sullo scoglio chiaro, vestito di bianco, quasi si mimetizza con la roccia. Una specie di sciarpa violetta copre il volto come l'altra volta ma fugge il brillio di una collana bianca e fine. Il luccichio di un bracciale contro i raggi del mattino termina di nascondere chi è che viene abbracciato due centimetri più in là.

Tu mi piaci tanto, Tina.


Tina osserva quant'è bello il mare che rispecchia i riflessi di luce, le onde fanno lame d'argento ma su quel collo mezzo coperto c'è un argento migliore.

Anche tu, più del sole.

Dove andrai dopo?

I pranzi in famiglia... lo sai...

Invece no, lei non lo sa, non ha mai saputo stare ad un pranzo di famiglia. Il brodo gorgogliante delle pentole la snerva, lo ha sopportato qualche volta soltanto per dovere. Le tovaglie svolazzanti nei giardini e il tintinnio delle stoviglie le dan solo l' emicrania. Nei ricordi ha un tavolo lungo ma non abbastanza, donne che portano un'altra tavola per allungare, bocche che masticano e mani inquiete. Piatti che sbattono e bicchieri levati in aria ad incontrarsi in un cin. Una gonna che balla, lunga al ginocchio, azzurro di cielo, musica lenta che sale più piano. Un bimbo che toglie svelto una sedia e persone che s'affrettano a prendere posto. Poi un'altra volta e un'altra ancora. Si porta una mano alla tempia, vede quasi tutto nero e poi scorge le stelle, i capelli quasi toccano l'erba. Non ricorda il nome di quel ballo e stare troppo piegata le fa abbassare la pressione. Rialza il capo e guarda oltre, la strada corre in salita con la ghiaia ai lati, non c'è nessuno, il caldo ti ammazza. La campagna non termina mai nemmeno sa dove va a morire quella strada.

Il cielo fa fuoco, nemmeno una nube. Il sole fa sangue, nemmeno un po' d'ombra. Sarà l'ora di correre a casa.

Un fruscio sta muovendo le piante è il torrente che scorre là sotto ma l'acqua è insapore, inodore e incolore. Una persona le passa vicino, le sembra, va oltre. Ha i capelli di un biondo cenere e occhi neri, neri come carbone. Forse è troppo magro per la sua altezza e può darsi che quel viso abbia troppo spigoli per suscitare simpatia ma in fondo sorride ed è un giorno di luglio.

"Sempre ti vedo che corri di qui."
"A me?"
Tina si tocca sul petto a indicarsi ma il cuore batte più forte e più svelto, gli occhi faticano a disegnare i contorni contro la luce e la strada si fa sempre più lunga. Qui non si va né a sinistra né a destra ma in fondo dove vuoi andare se ti piacerebbe più del sole.

"A te, tutti i sabati e la domenica. "

"E io invece non ti ho visto... Non l'ho mai vista."

"Perché passo sempre in macchina." Indica col capo un'auto parcheggiata ma lei non la ricorda.

Indica col capo un'auto parcheggiata ma lei non la ricorda. Non l'ha udita arrivare.

"E adesso perché sei qui?"

Solo questo riesce a dire e la voce le trema.

"Aspetto un amico."
"Qui? In mezzo ai boschi, in mezzo alla strada?"

Probabile che quella bocca volesse prendere la forma di un sorriso ma a lei appare invece come una smorfia storta e il timbro della sua voce tradisce un'ambigua inquietudine.

La mano di lei trema e quella di lui le tocca il collo, no una spalla, sarà un gesto come un altro o un saluto. O nessuno dei due.

Si ferma sull'avambraccio e lei non sa nascondere il tremore.

se ne sarà accorto....
"Mi piace questo abbigliamento da ragazzina."

Tina si guarda, i pantaloni rosa hanno un buco sulla coscia, la canottiera azzurra è sbiadita.

"Sono solo panni vecchi, vado a casa."

"Devi andare?"

"Si, inizio ad aver fame vado a pranzo."

Il corpo freme e non le risponde.

"Non sei convincente, è la fame che sta per farti svenire?"
Tina annuisce.
"Posso darti un passaggio se non ti reggi."

"Su quella macchina?"
"La mia macchina nuova ha qualcosa che non va?"
"No, no..." Vorrebbbe sorridere ma non ci riesce.

"Andare a correre d'estate, non è meglio fare il bagno al mare?"

"Troppa gente, non mi piace la gente."

Adesso che ha recuperato la fermezza sarà meglio allontanarsi ma quella mano che non molla la sua spalla, mano ossuta e troppo bianca sta cambiando traiettoria.

"E nemmeno la biancheria sembra piacerti."

"Togli le mani. "

"D'accordo. "

La sua voce è fastidiosa, troppo bassa.

"Bene... Toglile."

"Dai ordini? Non sono mai stato un bambino ubbidiente."

"Perché non t'avranno date mai due sberle ma io sono capace."

"Ci credo perché invece non mi dai due tette da succhiare..."

"È pazzo lei?"

"Quanto una donna che va a correre d'estate, senza reggiseno in mezzo a una campagna."

"Forza basta."

"Sali in macchina?"

"Anche no."
"Se ti sedessi a cosce larghe, toglierei le mani di qui e vedrei se hai gli slip"

Le dita lasciano le spalle e vanno giù, dietro di lei solo l'erba, memmeno le bestie vanno a spasso con quelle temperature. La sua sta salendo ma non discerne se per rabbia o qualcos'altro.

Le dita frugano in mezzo a cosce sudate e serrate, Tina non si smuove, arrivano al bordo di raso e si tuffano dentro, lei spinge il ventre in avanti.


"Le mutande ce l'hai allora, ma ti stai bagnando troia"

"Non è vero è sudore!"

ma che fai? si chiede. Ti fai mettere le mani fra le gambe da un pazzo in campagna e ti giustifichi pure? E il cellulare dov'è, lui ti avrà scritto...

Il telefono è a terra e canta nell'erba, pupo è innamorato di un gelato al cioccolato.

Tina si china a raccoglierlo ma una zampa sgraziata lo spinge più giù.

"Io ce l'avrei un gelato per te..."

Un attimo per rialzare lo sguardo e lo vede.

"Grazie tante ma non vedo cioccolato. "

Dita che ancora sanno della sua figa si avvolgono attorno la sua treccia e le avvicinano il volto a quei venti centimetri che stanno scoppiando.

"Lo mangerai lo stesso lo so."

Tina è perplessa, si dice che in fondo ha diritto di vivere ma chissà che potrebbe fare quello strano individuo, è come se le avesse letto i pensieri.

"Non ti fidi di me? Io mi fido di te."

"Lo diceva pure Jack a Rose poi hai visto che fine ha fatto."

"Si ma io l'unico pericolo che corro è di affogare in mezzo a quelle tette."


Non fa più in tempo ad aprire bocca o forse ha avuto tempo di fare solo quello, le labbra le si schiudono e in attimo è a bocca piena.

La sua treccia è una corda che la lega a qiel polso, resta immobile per attimi lunghissimi con la punta dell'asta a contatto con le tonsille.

"Muoviti troia, mangialo tutto."

Tina respira e ingoia , la sua lingua è come una serpe, s'arrotola attorno al palo e lo rilascia, saetta in giù, lo lecca e si attorciglia. Saliva cola agli angoli delle labbra.

"Ti voglio fottere la gola, voglio venirti nello stomaco..."

Tina lo fissa negli occhi dal basso verso l'alto, dilata le pupille trapassate dal sole dietro a lui come i gatti la notte.
È vero la sua figa sta diventando un lago.

Succhia con tutte le forze che ha ancora mentre la mano spiccia di capelli le fruga tra le gambe, un dito tortura le altre labbra, aperte. In ginocchio a cosce aperte.

Se qualcuno li vedesse ma lei non ha nessuno da cui nascondersi.

"Dico che sei una troia e non mi sbaglio guardami negli occhi mentre bevi tutto..."

Lo guarda, lo guarda di nuovo. Lo sente insinuarsi giù nella sua gola a toglierle il respiro, il bacino le si piega ancora avanti, il cuore di lui batte lo sente dalla vena di quel polso che le preme sulla tempia.

E il battito prosegue contro la sua lingua, quattro volte e poi ecco fatto.

Aspira e ingoia, tira e beve.

Le dita che ha dentro battono anche loro sempre più veloci. Una, due , tre e quattro volte poi anche Tina fa uscire tutta l'acqua che ha dentro, gli umori innaffiano l'erba
Capitolo 5 by zarina
Silenzio.

"Grazie per la tua bocca, ti accompagno a casa se vuoi."
"No vado da sola."
"Ti offro un caffè e un cornetto con la crema.."

"Ma va al diavolo."

"Non avevi fame?"

Tina si alza, malsopporta l'ironia altrui ma casa è molto lontana e ormai perché non fidarsi.... Eppure ci ripensa, di quella faccia non si fida c'è qualcosa di crudele.

"Ho mangiato a sufficienza farò una corsa..."

"Io sono dietetico non preoccuparti di ingrassare quelle belle cosce e la carne non guasta mai."

"Addio."

Tina si volta, s'affretta, le ginocchia sono diventate verdi dall'erba. Non guarda indietro e qualcosa le suggerisce che non la seguirà ed infatti non lo fa.

Avrà camminato per un'ora, Cindy è sulla porta con le orecchie feline sollevate e incazzate, il suo stomaco a quest'ora sarà famelico.
Che fastidio aprire il frigo e trovarlo vuoto, solo il latte sul ripiano, che fatica spogliarsi dopo tanta strada e dare al gatto attenzioni prima che a sé stessa.

Lanimale a scruta dal basso verso l'alto ma pare che la sgridi dall'alto in basso, in latte non le basta e sembra voler dire: "ma tu non mangi?"

"Io ho lo stomaco a posto Cindy."

L'acqua della doccia non è sufficiente meglio riempire per intero la vasca, ed immergersi nel vapore, il giorno scema finalmente, odia il weekend.
Cindy è rintanata all'angolo, qui nessuno fa più la spesa, almeno il vino ci sarà nella credenza.

Il cellulare si struscia sul tavolino, sta per cadere dalle vibrazioni, nel lampeggio riconosce la B. ma in credenza c'è soltanto vino bianco.

....tutto bene?

si, sono appena uscita dalla vasca.

allora stai bene?

non tanto... non ho nulla da bere...

io sono finito oggi, ho corso dietro a una palla tutta la giornata.

allora rilassati... vieni nella doccia insieme a me.

vengo, arrivo con il calice del vino rosso, verrò dopo che ti avrò vista berlo. Che belle labbra hai.... fammi vedere come sei vestita.

Tina scatta e invia senza vedere che ha inquadrato, ha il seno fuori dall'asciugamano.


stringerei quelle tette con tutte e due le mani, ti guarderei negli occhi mentre ti bacio, e le dita vanno nel tuo ombelico ...

Tina fa un sospiro, le sue dita vanno oltre l'ombelico.

intanto allarga le cosce bagnate, voglio toccarla insieme a te e leccarti il collo e poi spingerti giù la testa per fartelo ingoiare...

sei un maiale.

eh lo so....

ti bacio dentro le cosce.

Dai... come ti chiami?

B.

Ma come posso dirti dai B.?

Chiamami bastardo...dimmi "mangiamela bastardo" mentre ti sbrano dalla testa ai piedi... sono convinto che vuoi la lingua dentro.

si, la tua. Mandala avanti e indietro che io apro le cosce sempre di più.

Tirami i capelli e fa come se ti scopassi, muovi i fianchi come se ti montassi.

Tina geme e invia l' audio

Cos'è questo?

la mia voce....

Urla troia, sento la tua figa che si apre..urli come una puttana bagnata...godi troia!


Tina si piega verso il pavimento, alterna dita dentro se sessa, avanti e indietro e una mano a reggere il cellulare. Dietro l'orecchio, come vorrebbe farsi baciare, forse non sarebbe questo il momento però accende il video e filma sé stessa.

Fammi vedere come godi puttana, sono li sotto che aspetto che mi vieni in faccia.

Tina si cortorce come una serpe, il telefono è caduto a terra...

Ci sei.

Si sto aspettando a te.

Aspetti me per fare cosa?

Niente... Alla fine neanche ti ho mai visto cercavo solo il brik del tavernello.

Bevi molto?

Vino bianco... Di tanto in tanto.

È un vizio?

No, solo quando soffro la solitudine.

Devi bere proprio quell'acquaccia in cartone?

no ma ce l'ho sempre per cucinare e siccome non ho più fatto spesa non mi è rimasto altro.


Lo schermo del telefono è di nuovo nero, perché deve sparire tutto con la luna.... Le coperte saranno più fredde stasera, Tina è stufa di dormire sola e fuori il prato ha proprio l'aria di un lenzuolo che fa pieghe, strapazzato da corpi ma sono solo margherite.

"Cindy sai uno di questi giorni che faccio? Vado al mare. "

Il gatto alza come un sopracciglio, se potesse le direbbe "alla buon'ora". Ormai l'estate volge al termine.

Ci son solo quattro gatti al mare, più tre gabbiani che stanno lì a pescare. Poca gente ma è molto meglio, quando è pieno si sta come le sardine in scatola. Tina vede una ragazza in topless e una donna troppo vecchia col bikini.


Si potrebbe stare accoccolati al sole.

ma lo sai che non si può fare.

Dico, ma non hai mai ferie?

E tu quando mai mi hai chiesto di vederci? ho passato le ferie in campagna coi miei figli.

Puoi anche fare a meno di parlarmi di famiglia.

Va bene, di che cosa vuoi parlare?

Dove sei sparito in questi giorni?

Sono stato sotto il letto, non mi hai visto?

Tina ride alle stronzate che si scrivono, se rilegge i messaggi sono settimane su settimane, di cazzate su cazzate.


Bellissimo svegliarsi ricordando le porcherie con cui mi hai fatto fare tante seghe..

Oggi invece ti faccio fare colazione

sarebbe un lusso sono in piedi dalle sette.

Tina fa una foto alla ragazza in topless senza farsi scoprire.


ci metterei il mio cazzo lì

E a me si infiammano le labbra.

Sei eccitata?

No, gelosa.

Gelosa? Andiamo bene.

Andiamo B.

Sei gelosa di una lettera?

Lettera?

Io per te sono una lettera.

E un paio d'occhi...

Non è vero mi sono fatto vedere.

E quando?

Quando ti ho mandato la mia foto.

Ah, vero. Ma non ti ho mai visto la bocca.

è sulla tua...il tuo naso è sul mio.

Tina bacia l'obiettivo.

Il cuore mi batte per l'eccitazione, non ci sta più nel petto.

Lo tirerei fuori.

Ah, mi ammazzeresti?

uno smile sorride.

No ma vedi come si fa? su e giù con la mano sinistra sul tuo collo e la destra sul mio cazzo..se continuo ti lavo la faccia..

Te lo stringo fino a farti male per godere..poi me lo metto in bocca...

Come...

come cosa?

come niente.

come cosa?

lascia stare Tina non pensarci...

Allora montami di corsa....

Dove? Lì sulla spiaggia?

Qui sulla sabbia, è bianchissima...

Lo faresti lì davanti a tutta quella gente?

Tina ruota il capo attorno, arrivano più persone.

Per te lo farei...

peccato non esserci allora.

Io ti immagino a colori.

Come mi immagini?

Sopra di me e mi guardi con quegli occhi neri e tanto buoni... ma il tuo cazzo è più buono, lo sento sulle labbra...

Aprile ..

Le apro si...

e così mi faresti un pompino in pubblico?

per te lo farei

Senti le mani che ti vogliono prendere? Non ho tempo per stare a preliminari oggi...sono arrivato tardi...

Toccami tutta allora svelto...

Ti affondo dentro... non sei manco bagnata ma va bene uguale... stringilo...

Lo stritolo

fino in fondo...ti tolgo il respiro spiritosa

sono tua, vieni dentro... mi sento una bestia

tu sei una bestia... resta lì con il mio sperma a colarti sulle cosce....
Capitolo 6 by zarina
L'oro della mezza fa bruciare la sabbia, gli ombrelloni buttano ombre lunghe sulle persone, sarebbe ora di andare a mangiare ma Tina non ha voglia di risalire fino al bar, nella borsa ci stava una mela.

Si tocca lo stomaco e ride: "ce la faremo bastare."

Quella polpa è croccante tra i denti, il vento soffia piano e da sollievo perché il sole picca sulla pelle, i bambini lanciano palloni e due donne scimmiottano un gioco che vorrebbe essere tennis coi piedi nell'acqua. Le palpebre si fanno pesanti mentre la cicca muore nella rena, Tina la sotterra e si volta su di un fianco. Il costume dorato fa righe di luce sulla schiena e le scapole disegnano un'aquila sotto la sua nuca. Le paplpebre cadono. Un trillo le smuove in quel lago di luce. Fa un gesto ma le ricadono. Il trillo le richiama un'altra volta in quel mare di luccichii. Non riesce a rispondere la bocca è impastata. Il trillo torna insistente e finalmente, le dita avvolgono il telefono.

È rovente come un ferragosto di diverso tempo prima ma cade sullasciugamano e lei non lo ritrova, un respiro leggero le soffia nell'orecchio.

"che gusto poter fare un bagno adesso, stanno andando via tutti."

Il brillio delle una è accecante ma decide di fidarsi non aprirà per niente gli occhi.

"Togli questo e andiamo."

Il pezzo di sopra è abbandonato a confondersi con l'oro della riva.

"Poi ti levi le mutandine in piedi..."

"Si, qui come una mignotta ma per piacere..."


Si lascia prendere per mano, scendono sul bagnasciuga, l'acqua è tiepida sulle caviglie, sui polpacci e tutt'a un tratto sulle cosce. È nuda adesso ma è vestita di mare.

Mette la testa sott'acqua e risale, sulle prime non è nulla di speciale ma quando diventa lungo e largo è un piacere leccarlo tenerlo fra i seni.
"Spostati, mettiti sotto ti voglio dominare"
Le prendo il culo e la sbatte avanti, sente il suo peso sulla schiena, infila subito.
Ci rimane senza respiro.
"spingi mignotta."

È sempre più lungo, più duro, più grosso. Tina ansimi sotto di lui.

"fottimi come una troia..."
"Sentilo dentro fino al cervello"
La fa saltare a ogni spinta veloce, più profondo come l'acqua mentre si va avanti, fino in fondo.

Tra l'indice e l'alluce avverte ciottoli tondi e lisci, li vede nel liquido trasparente, ci gioca come se dovesse segarlo con i piedi e dentro al suo ventre lui si fa liquido.

"dammi il culo "

"Ma adesso ho un mal di testa orgasmisco... lasciami qui"

"te lo lubrificherei fino al buco, lo allargherei prima con un dito poi con due....poi ti farei lubrificare il mio cazzo con la tua lingua.inizierei ad aprirti le chiappe con le mani e ti infilerei la punta,....

"No, appoggialo. Premi molto leggermente. Ritraiti. Premi un po' piu forte. Fai così cinque sei volte aumentando la pressione... poco per volta, scivola dentro una meraviglia"

"Va bene proviamo. "

La prende per il braccio destro per voltarla ma Tina fatica a tirarsi su, da uno strattone più forte ma il suo corpo è improvvisamente troppo pesante, ci riprova e Tina apre gli occhi.

La testa è piena di suoni e luce, la vecchia signora in bikini è china su di lei.

"Che vuole?"

"Vorrei che la smettesse, le pare di essere a casa sua? Ci sono anche famiglie."

Tina si solleva sistemandosi il costume, la parte destra del suo corpo è rossa e fatta a puntini dall'asciugamano .

"Manco lei è un bello spettacolo per i bambini con quei lardelli in bella mostra ma io non ho azzardato dirle niente. "

"Lei è proprio maleducata oltre che volgare"

"Ma posso fare l'elegante in qualsiasi momento lei invece resterà vecchia e cadente."
Autunno by zarina
Il divano è ruvido sotto la pelle bruciata, Tina ha un derma che fatica a ripigliarsi, è rossa e accesa. Cindy infierisce con le unghie, poi salta indietro, la sbircia da dietro lo schienale. Striscia il capo peloso ai suoi capelli poi torna a posto, vede un insetto volante e balza ad acchiapparlo. Sullo schermo si susseguono immagini senza senso e grida, cambia canale. Quinta colonna. Ricambia, telenovele per vecchi. Spegne e lancia il telecomando sul tappeto, meglio abbandonarsi al sonno. È stata al mare poche altre volte ma non c'è traccia di abbronzatura, è solo frastornata come un vampiro al sole e poi è ora di andare a fare spesa.

Pasta frolla, vino, pasta. Passeggia tra gli scaffali a passo di bradipo, cade tutto nel carrello quasi che nemmeno faccia caso a cosa compra, a casa finirà in credenza nella stessa maniera disordinata.

Etti di olive, olio, caffè....

Tutto a terra.

"Che sega Cindy... va in giardino, non posso raccogliere tutto dietro a te."

Cosa fai?

Dormivo prima e adesso aggiusto la spesa.

Tu fai spesa?

A volte compro qualcosa di diverso.

Credevo andassi avanti a sigarette e vino.

E crema da quando sono stata al mare, sono ustionata.

Io ho una crema lenitiva eccezionale, produzione propria e gratis. Posso portartela se vuoi.

Non mi dire.

Figa storta oggi?

No ma vedo che fai come un lampione.

Cioè?

Appari e scompari a intermittenza.

Ah, be. Se ti mancavo tanto potevi chiamarmi.

Per dire? O B. Sto al mare.

Era un'idea.

D'accordo. Adesso sono a casa.

E che devo fare? Vengo li?

Si.

Perché?

Perché no?

Non ho detto di no, ho domandato perché.

Perché sono staca di fantasticare su una b. E hai detto che non siamo lontani.

Va bene. Nel pomeriggio posso passare.


No, stasera.

Va bene carina ma dovrai dirmi dove sta casa tua.

Non ho detto che ti invito a casa mia...

Ok, dovrai dirmi dove....

Dove stai tu?

Loreto.

Allora a metà strada.

Si sono dati appuntamento in un locale anomimo e per niente romantico, tra luce e specchi e quadri bizzarri. Musica bassa e canzoni vecchie, il bancone nero e lucente più lungo della notte. Quello che vede è un uomo alto quasi due metri, coi capelli inceneriti dal sole e pettinati veloce vestito quasi come se andasse a lavoro nella tuta grigia e sbiadita. Tina è invece in mimetica in quella luce soffusa, abbigliata di rosso e truccata da bambola.

"Pare che hai sedici anni. "

"È un complimento?"
"No, no. Ti sei vestita come una di sedici anni intendevo."

"Sembra un complimento comunque"

"È vero, tanto do importanza a quello che c'è sotto i vestiti tranquilla."

"Vabbe, sembri matto. Non è che mi aspettavo di meglio da uno che scappa dell'erba in campagna."

"Tu sei più normale? Hai fatto un pompino a quel tizio in campagna."

Tina sorride: "Sapevo che eri tu."

"Ma non avevi la certezza."

"Chi non rischia non rosica."

"Ci stava meglio chi non rischia non succhia ma è uguale."



Così dicendo sfiora con le dita la sua vita, fasciata da una giacca imbottita. Lei ammicca e quasi si scusa.

"Fa freddo."
"Ma io sono caldo."

"Ci scommetto. Che strana voce che hai non sei di qui di sicuro."

"No, sono nato in Trentino. "
"Ci sono stata una volta e non c'era mai il sole."
"Non avevi conosciuto me."

"Ma smettila. Che prendiamo?"
"La smetto, io non voglio niente più di un liquore."
"Averna."
La musica tace d'un tratto e i bicchieri fanno contatto col liquido che frizza sul ghiaccio.

"Com'è finito il tuo matrimonio?"

"Dobbiamo parlare di questo ora?"

"Non è che dobbiamo parlare di questo facevo per aprire una conversazione, se ti chiedo come ti chiami nemmemo rispondi."

"È finito come la maggior parte, litigavamo sempre, avrei potuto stare a casa mia ma andavo a lavoro per non stare con lei, voglia di lei non mi veniva mai e nemmeno scopavo più poi penso come sarebbe avere un'amante poi la cerco e la trovo. Lei mi scopre, mi lascia e più che un dolore è una liberazione."

"Abbiamo la stessa situazione allora e l'altra che fine ha fatto?"

"Lasciamo lei, lui e gli altri di fuori e beviamo ancora va bene?"

"Va bene comanda tu."


Tina ha la treccia oltre i fianchi, non taglia i capelli da anni ma lui sembra apprezzare. I bicchieri sbattono ancora, un'altra volta e poi ancora, quasi sempre in silenzio e la musica fa da coperta a quel solo rumore. Tina si siede su un alto sgabello, comincia a girarle la testa.

"Credevo reggessi meglio l'alcol o forse hai lo stomaco vuoto?" Le chiede reggendole la schiena da dietro.

"No, ho mangiato. Stasera ho arrostito pesce per me e per Cindy."

"Cindy?"

"Cindy è il mio gatto."

"Ricordo. La tua unica amica."

"Proprio così. "

"Ma adesso ci sono anche io. Se non stai bene ti accompagno a casa..."

"Non mi va di portarti a casa mia, non faccio mai entrare nessuno."

"Allora dimmi dove vuoi andare. "

"Casa tua?"

"Non me la sento per via di probabili casini. "

"Allora non lo so."

"Qui vicino c'è un hotel ma è quattro stelle e sempre pieno fammi provare a chiamare. "

"Provaci pure. "

Vede una mano larga e bianca che estrae dalla tasca un telefono, porta una mano alla fronte e gli occhi a terra. Il pavimento ondeggia, parole liquide le baciano l'orecchio in un inglese accompagnato da uno strumento che non sa riconoscere ma il ritmo trasporta.

Dolcemente trasporta.

"A posto."

Le fughe delle mattonelle pare seguano il ritmo, si spostano come un puzzle impazzito, sinuose, ballano.

"Hanno posto. "

I toni bianchi riflettono il rosso delle luci, tante piccole scintille come fiammelle ballerine sotto i suoi piedini.

"Tina mi hai sentito?"

La donna si sveglia.

"Eh?"

"Ho detto che hanno posto possiamo andare o vuoi un altro bicchierino?"

"No, per carità...eh eh"

"E mi pareva, dai alzati."



Il portone l'ha già visto lei, è solo tutta una vetrata, si può arrivare a piedi tanto che è vicino, si abbracciano per strada anche se non c'è il tramonto e poi Tina non è in cerca di romanticismo.

Il portiere registra senza guardarla in faccia, ne vede di gente che viene e che va, la moquette beve il rimbombo dei tacchi, nemmeno hanno le chiavi qui aprono con le carte.

Pagano con le carte, registrano senza carta, ospiti dopo cena in un salone giocano a carte. L'ascensore è una scatola come quelle cinesi, specchi la fanno più piccola, il portiere riparte con mance e salamelecchi.

La stanza è piccola e bella, lei è minuta e bella.

Lui alle sue spalle abbraccia i suoi fianchi. Ma si fallo da in piedi e vestita come la bestia là sulla riva e invece l'altro da dietro si china.
Bacia autoreggenti di pizzo rossastro, con le labbra le sfila, lei immobile avverte la lingua lambire i muscoli delle sue gambe. Sarà dentro prima di quello che pensi.

Lui spinge e lei dice basta..strizza i capezzoli con le unghie però non basta, affonda tra le sue cosce fino a toccare l'entrata.
Le dice " ecco quello che sento io"
Lei sente quel cazzo e si muove.
" muoviti si, prendilo tu"
Tina s'inebria dall'avercelo dentro, si bagna e si piega con le mani raggiunge la moquette a terra.

Ha la nuca nuda e i capelli raccolti.
"Scioglili zoccola"
La lingua nelle orecchie ovatta le parole, si ficca nella sua bocca fino a levarle il respiro.
La mente è stanca, ubriaca, le dita fanno del loro meglio per strecciare i capelli.
"fammi sentire che ti piacciono"

Prende a tirarli fin quasi a strapparli.

"Certo va meglio mi piacciono i tuoi capelli che strusciano sul pavimento... vuoi venire?"


, "leccami prima, tutta"
Una lingua simile a un nastro di velluto rosso corre sulle cosce, cosce luminose croccanti come le mele della sua Italia alta, alta come un culo oscenamente offerto e nudo.
"Stringimi...dai cosi...le tue mani forti mi fanno diventare matta come a cercar Maria per Roma"

Lui ride nel suo miele.

"Spiritosa..."

"sei adorabile... devo seguitare a chiamarti b.?"

"Sta zitta Tina, voltati."

Si capovolge e la moquette è una carezza, l'alcol dilata l'ebbrezza, c'è un'eco che sale dagli ultimi neuroni ancora vivi e intrisi di ricordi.

Marta stai per fare un'altra sciocchezza...

Il suo pancino è ancora segnato dai giorni al mare, i triangoli di pizzo che difendono il suo seno vanno a morire nella moquette . Nel groviglio di capelli. Strappati da due mani che prendono il loro posto posandosi su quelle tette a coppa.

"baciami la pancia...cosi'"

Miniature di baci la percorrono tutta.

Baci che sanno di liquore e vanno e vengono dalle labbra al cuore. Il naso di lui è di nuovo sul suo inguine.

Il frigo bar è a portata di mano ma si prendi un'altra Averna, la stappiamo.

Lo schiocco delle labbra le fa vibrare i timpani ma cellule neuronali sopravvivono e riattaccano la loro filastrocca.

Marta sei stupida, come sei sciocca... per terra e tutta sciolta.

Una botta le raggiunge la cervice, occhi neri sono dentro i suoi e la stanza è una tenebra. L'amaro brucia in gola.

Marta sta per terra come una vacca invece di mandare avanti la baracca... Cindy sta morendo di fame, non hai fatto il pieno di gas tra un po' il freddo affettera' come lame...

Si abbassa su di lei come su di un volante, si preme sull'acceleratore. Tina sente fremere la sua vena, il suo respiro e il suo cuore.
Gli affonda le unghie nel petto ma non si scompone, una perla rossa abbandona il collo e si unisce alla sua lunga collana.

Ha sangue dolce come l'alchermes.

Dentro la schiena ha brividi immondi ma dentro il cervello una fastidiosa canzone.

Lui si fa acqua nella sua bocca.

Il fiato sulla nuca l'accompagna lontano.

"Mi piace se mi accarezzi i capelli...."

Le falangi le massaggiano il capo vorrebbe dire qualcosa ma esce un debole "miao".

"A forza di viver sola con un gatto stai diventando un animale anche tu."

"B. B."

"Dimmi"

"Bastardo."

"Guarda che era una battuta. "

"Non ti vengono bene le battute... occupati delle sbattute. "









,
Capitolo 8 by zarina
Tina si sveglia, lava il viso e si sciacqua la bocca.

L'orologio ticchetta col picccolo ramo, la sua lancetta. L'acqua cade dalle labbra alle tette, labbra carnose lavate finalmente dall'acceso rossetto.

"È vero che non ho più sedici anni."

Si mette in ginocchio, col pettine davanti allo specchio, ora a quattro zampe per curiosità di vedersi. Miagola nuda come un gattino, Cindy la osserva come fanno i felini.

Di certo si chiede se ha perso la testa.

"Ci sto bene in questa maniera vero Cindy?"

Sembra proprio una gatta ma senza pelo, bianca con gli occhi obliqui, una riga di rimmel ha firmato una felpa grigiastra che da un'altra parte gira in lavatrice per tornare pulita.

Per vivere con quel gatto diventerai un animale.

Il fumo scende nel suo stomaco che non vede altro da giorni, sicuro là dentro c'è un lago di fumo. Risale dallo sterno contratto e sfinito, si sfoga nell'aria che è quasi un ruggito.

Buongiorno pantera.

Legge il messaggio quando l'alba è sbiadita.

"Spero Cindy che fosse lui quel giorno in campagna se no sai che figura... si pantera...io che nell'altra vita ero una donna.
Una donna con la gomma forata.

Non in grado di cambiarla, in corsia d'emergenza sull'autostrada. Ti ricordi Cindy il tassista che ha accostato e ci hai chiesto quanto volevamo? E non mi pare che sembravamo due donnacce però... io avevo quella gonna di jeans e quella camicia opalina
Tu eri piccola nel tuo trasportino."

E che me lo scordo?

"Per non chiamare il carro attrezzi ci siamo salite..."

No tu sei salita, io so condannata a seguirti, dannata.

Nella nebbia della stanza Cindy si brucia le iridi, il fuoco arancione del filtro la cattura come il nuovo giocattolo di ogni bambino.

Dove la porto?

Io a dire a dire il vero.... Non vorrei disturbare. Non vorremo.

Dice rivolgendo alla piccola palla di pelo un dolce sorriso dal sedile del passeggero.

Vado un po' lontano, devo tornare ad Ancora.

Perfetto sono fortunato ad essermi fermato, io sono di Ancona. Le dice con lo sguardo languido.

E mi scusi per quella battuta, non era mia intenzione offenderla, offendervi.

Fa fingendo di considerare la gatta.

"Ricordi l'autogrill? Quella A mi è familiare da allora. Ci siamo messi a un tavolo dopo due ore a duecento.... attorno solo camionisti. Mi tornano in mente quei tortellini surgelati."

Che schifo. Cindy non può dirlo ma anche i gatti hanno papille gustative.

E poi ci siamo raccontati i casini della nostra vita in mezz'ora... che feeling. Lui mi fa che adora il suo lavoro perché ama guidare e che a dieci anni guidava i modellini, a quattordici le minicar e poi le moto sempre più grosse. E mentre parlava mi iniettatava la sua adrenalina.

E io gli confesso che non ho un lavoro e che non mi sono mai confessata che sono andata a scuola dalle suore ma non ho religione. E poi beviamo Averna tutti insieme, l'ho dato anche a te lo rammenti?

Come no, pazza che non sei altro. Ho barcollato sulle zampe per tutto il giorno appresso con tutto che ne ho quattro.

La notte abbiamo seguitato a far la farsa delle persone serie, la camera in motel ma ognuno nella sua. L'alba quel guorno ha sgommato e ci siamo rifermati in un'area di servizio.

E io obbligata a guardarvi, mi avessi almeno risparmiato la scena.

"Mi ha sbattuto sul sedile di dietro e me lo hai infilato nella figa lasciandomi senza fiato era già di nuovo cosi lungo e duro nonostante gliel'avessi ingoiato poco prima a cento all'ora..."

Cindy ciondola il capo come in un no.

Molto indicato ciucciarlo a uno che è alla guida. Quanto meno i poveri animali domestici da dietro non riescono a vedere.

"A colazione ne avevemo parlato, molto. Ma solo parlato lo giuro. Aveva iniziato dicendomi d'essere rimasto senza donne per un anno... E io non gli credevo."

Me pare strano... Tu te le bevi tutte... Anzi tutti!

"Dai Cindy non essere crudele con me. Non tutti tutti. Ma quello si, mi alzava come un fuscello. Nemmeno siamo ripartiti... Due giorni in quel motel e altre due bottiglie d'amaro tanto che al tramonto già non mi sono accorgevo più di neinte. Sono sprofondata in un sonno fragile. Chiudo gli occhi ora li apro, li richiudo e li riapro.Gli occhi e le stelle."

Che cazzo è? Una poesia?

"No, lo sai che non piacciono le poesie. Eppure è poetico dire che ho sentito le sue mani come un sogno.."

Per me era un incubo.

"Si ammetto la mattina dopo d'aver provato un moto di rabbia, non si scopa chi dorme."

La moka gorgoglia.

"È pronto il caffè, Cindy."

La gatta sgattaiola via, ci manca solo di dover trangugiare caffè amaro come il veleno, come lo fa Marta.

Caffè amaro per davvero.

"Quello che è stato dopo non lo sai Cindy...
Mi ha detto... Temo che abitiamo abbastanza vicino."

Gli hai chiesto l'indirizzo.

"No... Me lo disse lui. Poi ho suonato."
Capitolo 9 by zarina
La breve vibrazione mette fine alle fantasie evocate dai ricordi, grigi come asfalto, metallici come vagoni in corsa sui binari.

Dove ci eravamo lasciati?

Mi hai detto buongiorno Pantera.

È un bel nome non ti pare?

Il tuo non lo so ancora.

Ti darò tutto anche il codice fiscale, promesso. Ma devo andare, adesso.

Dove vai? Hai già finito con me?

Con te no Tina ma nemmeno col mio divorzio. Devo parlare con un avvocato.

Di cose sporche?

No, delle normalissime cose che si discutono con gli avvocati.

Il mercato ingombra bella parte del centro e fa difficoltoso raggiungere lo studio. Il portone rimbalza al trillo del campanello quando b. suona sotto la targa che a lettere dorate e svolazzanti riporta il nome del dottore.



È eretto per quanto gli è possibile con quella sua gobba, sulla comoda sedia dietro la sua scrivania.
Le mani ingombre di scartoffie e gli occhi vuoti.
È orribile a vedersi e poi ha l'orrendo vizio di fumare il sigaro ma b. non dice niente è aduso a sopportare i pessimi vizi altrui.

"Lei è separato da tre anni vedo."
La sua voce esce come da un tubo fognario, ha un alito miasmico. Occhi verdi e capelli grigi e bianchi.
"Io sono separato da tre anni ma ancora innamorato."
"L'amore non è il mio campo."
Ha parlato senza levare gli occhi dalle carte, la sua voce striscia serpentina da quella bocca sporca ai timpani del cliente.
"Comunque, qualcuno dice che in tale lasso di tempo le unioni possono risanarsi."

"Però non è successo vero? E lei è qui da me per chiedermi di avviare la pratica del suo divorzio."
"Della selarazione per essere precisi. Non sono neppure legalmente separato ancora. E di salvaguadare il mio patrimonio, per quanto possibile."
"Iniziamo a parlare la stessa lingua. In che consiste tale fortuna?" Sghignazza come lo prendesse per i fondelli.
"Ho campi e macchie, una villa a Recanati...."
Inizia a descrivere i suoi possedimenti, il dottore sulla coscia regge il posacenere ed in mano un taccuino.
"Lei non è sposato in reggime di comunione di beni."
"No... La situazione particolare mi impediva chiaramente di fidarmi completamente di Lucy anche se sono stato con lei abbastanza generoso. "
"E ammeno che non abbiamo un saldo motivo per addebbitarle la rottura temo che dovrà continuare ad esserlo."
"No, per amor del cielo. I motivi glieli forniro immediatamente. "
Capitolo 10 by zarina
I motivi non contano molto quando si fa pace dopo, quando esce da lì ma cerca ancora Lucy.

La trova giù alla pineta dove lei lavorava proprio adesso ma è identica a molti anni prima.
L'erba tutt'intorno è alta, i fili si avvinghiano e si curvano a creare su di loro una cornice lucida di brina.
Loro sono stesi, lei un frutto roseo che forma un semicerchio intorno a lui semi seduto e vigile come un animale a caccia. L'abito le si arriccia sulle cosce, scopre l'interno e il culo quando lui la gira. L'afferra dai capelli e la rivolta, lei cade sulle ginocchia col viso a terra. Chissà che faccia fa. Non la vedrà da qui. Da dietro una panchina tanto umida che è nera. Una striscia viola separa ancora le sue chiappe ma anche quella è brina, appena un velo, si scioglie al tocco delle dita enormi che la sfilano. Lei è immobile col sole sulla pelle trasparente, specchio che a un tratto riflette la mano che adombra la luce. La mano si alza su di un polso largo cerchiato di filo nero. Direi che è di caucciù, regolato a nodi che scorrono e trattengono un ciondolo animale. Un falco in miniatura che oscilla, ruota e atterra con tutta quella mano sul culo di lei che non si muove. L'uccello si alza in quel volo così stretto un'altra volta e si abbatte di nuovo sulla carne. Ripete il movimento un numero indefinibile di volte finché una mela rossa che ha odore di primavera prende il posto di quel culo. Lucy ride sommessamente, si morsica le labbra, solleva di più l’anca e allunga un piede. Lui lo accoglie tra le mani, armeggia con i lacci e getta via la scarpa. Lo smalto rosso si vede da lontano. È un piede, anche quello in miniatura nonostante lei sia alta, gli sposta il colletto della camicia e fa carezze alla sua spalla. Lui che sembra appena sveglio con il viso lavato di sole che sorge guarda a destra e a sinistra, in fondo al parco, verso i cancelli. Guarda con quegli occhi neri e stretti oltre le fronde degli alberi, si assicura che nessuna creatura vivente stia a spiarli all'infuori della donna alata che spruzza acqua incessantemente dalle labbra di pietra. In mezzo ai rami però non c'è altro che un pezzo di cielo coperto di foglie. Lei lo sta ancora aspettando, non ha mosso il culo di un millimetro. Il falco vola verso una cintura che a vederla farebbe quattro giri in più attorno alla vita di ogni persona di normale tazza, rispetto al giro che compie sui fianchi del suo proprietario. Affonda i denti nella mela, Lucy grida e cade sulla schiena, adesso possono vedersi in faccia, vede le gambe aperte di sua moglie ma il resto è oscurato da un corpo estraneo, evanescente. Non somiglia ad altro che alla proiezione di un fantasma nebbioso.

Nel fumo di una stanza.

Dalla quale Lucy è uscita anni prima per un altro e un' altra vita.
Capitolo 11 by zarina
Tina spazza foglie, le ultime dagli alberi spogliati con Cindy alle calcagna.

Foglie secche e scure, gialle e rosse, tardive per Dicembre.
Non ha più avuto notizie del suo amico immaginario da quella mattina ma in fondo cosa importa, sarebbe come ammettere che le manca un segno, una linea con due cerchi perpendicolari.

Per l'appunto, un ideogramma.


Le manchi. Digita quasi d'impulso.

La risposta non si fa attendere.

A?

Un muso niveo ingombra lo schermo.

Oh, a Cindy. Dille che anche lei mi manca.

Hai sistemato i tuoi intrugli con l'avvocato?

Si, certo. Dal momento che mi ha lasciato lei e senza un motivo non le devo un centesimo. Non sai che sollievo.

Già. Vado a fare una doccia.

Ti seguo.... sei ancora vestita?

Non del tutto, ho giusto i collant e il mio maglione bianco.

Non te li levare, te li levo io coi denti.
Mi è mancato tanto il tuo culo, averlo tra le mani e stringerti. Mi diventa duro solo a pensarci.

E invece si pensarci vieni a prenderlo.

Se potessi sarei già lì ma posso toccarlo sono con i desideri. E vedi questo come ti desidera.

Il cazzo di B. appare sullo schermo, c'è una camocia linda e un qualcosa alle sue spalle che sa di centro commerciale.

Tina di rimando si fotografa il lato b.

A dire il vero ho mangiato da poco... non so se sia una buona idea forse la doccia può aspettare. Mi sento lo stomaco pieno.

E io invece mi sento pieno di sborra calda da far uscire.

Scusa ma ti stai segando? Filmati, mi piace guardare quando vi fate le seghe.

Non sono in condizioni ma ottimo a sapersi, mi premurero' di fartelo davanti alla faccia al più presto. Intanto succhiamelo.

Spogliati prima.

Fallo tu tanto non ci metti un anno, ho solo una camicia e un paio di jeans strappati.

Finisco di strapparteli allora.

Si brava maiala....nel frattempo la mia mano va su e giù...vorrei toccarti ma tu non mi lasci fare. Almeno sputati in mezzo alle cosce cosi lo struscio fra quelle.

Ti accomoagno ma lo voglio dentro... più dentro....ti strizzo le palle...ti muovi....mi avvicino per sputarci e leccartelo.
Non so più aspettare, sono emozionata.
Ci godo, ho l'acqua della doccia che mi stuzzica la fica.... acqua e cazzo... se tu fossi qui.

Ci sono ogni attimo di più...eccomi dentro per sfondarti.....

vai avanti e indietro voglio averti a sbattere al collo del mio utero ......mi piace che quasi ti risucchio

Piace pure a me, specie di bestia strana... fammi uscire, mettiti in ginocchio gemi cagna sto per lavarti i denti....

L'immagine di un getto denso e caldo che cola nel pugno di una mano le riempie gli occhi sotto il getto d'acqua sempre più calda.

Toh Tina... sono venuto così tanto che forse ti avrei soffocato anche se sei esperta dell'ingoio...



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Inverno by zarina
A Dicembre non c'è neve ancora, lì ad Ancona.
E non c'è nemmeno a Recanati e tutt'intorno.

Il telefono ha trillato con insistenza e inconsistenza insolite negli ultimi trenta giorni ma lei ha risposto poco, senza costanza, priva di voglia in una gelida apparenza.

È come se avvertisse il bisogno assoluto, di non rispondere più, di liberarsi di quello spettro come di molti altri prima.
Ogni volta è più difficile però.
È in un attimo, quando lei è impeganata a fare altro o proprio in momenti scomodi che ruba tempo ai suoi pensieri e la sua mente allora mostra sogni strani.

Strani, senza tempo che sollecitano i sensi in un momento. Con le gambe distese alle scintille della brace del camino per esempio, viene al modo di un ritornello a tormentare il suo interno.

Ha comprato quella mattina quando è uscita caramelle e croccante ad una fiera, in mezzo alle famiglie che preparano i regali e i loro pranzi. Ha lasciato tutto lì sulla cornice del camino quasi per ricordarsi che anche lei e Cindy a volte devono mangiare.

Non era sua intenzione pensare a B. e a così come lo chiamava dall'inizio del loro gioco.

Aveva avuto si occasione di riaprire il portone del loro albergo prima di quei due mesi senza neppure messaggi di testo ma mai si era data l'occasione di capire meglio a che gioco stessero giocando.

Per non procurarsi sofferenza, probabilmente.

È dimagrita in quel tempo, le costole fanno capolino sotto una doppia pelle. Carne diafana e pail color cipria. Le caviglie danno l'impressione di non riempire più neppure il collo delle pantafole tanto sono assottigliate.

Solo una cosa è più grassa in lei, quella treccia che non finisce mai, composta di un numero multiplo dell'essenziale di fili e crini neri.
Tanto neri da mettere invidia all'uva, al carbone che aspetta certe bambine monelle come lei e all'umore di Cindy.

Un trillo continua come una canzone a rompere il silenzio scandito solo da miagolii imploranti uscenti da un muso bianco a caccia di canditi.

Dal crepitare delle fiamme dentro al camino.

Dalle campane di una chiesa, per fortuna lontana.

Tina spazzola i capelli avanti al viso, una massa morbida che unisce come velo impenetrabile fronte e ginocchia tanto è lunga, i denti della spazzola sussurrano in quella coperta, ora stretta fra le mani.

E il cellulare non desiste.

Cindy soffia mollemente.

Sarà ora di darci un taglio?

Si, diamoci un taglio.

Sposta la tenda di capelli e afferra ma no non era lui è Viviana.

"Viviana. Vivi. Da quanto tempo non ti rifacevi viva?"

"Da tanto, tantissimo. Sto arrivando. "

"Da dove?"

"Ma da Zagabria. "

"Hai lasciato tua madre da sola?"

"È morta, Marta."

Un silenzio pieno d'echi gonfia l'aria.
Echi di interferenze con la linea ed echi di ricordi.

Pesa l'aria della sala da pranzo di Marta che anni addietro le ha viste a cuocere carne insieme sulla brace.

Aria che sa di chiuso a riempire la stanza dell'albergo che Viviana sta lasciando. Alberghi che le hanno trovate molte volte insieme a dividere intrecci di capelli e intrighi delle loro vite.

Aria che le separa ancora, trapassata da elettricità, dati e voci che permettono loro di parlare.

Loro che non parlano.

"E...Mi dispiace. Quando?"

"Da mia sorella, un mese fa."

"E adesso? Adesso torni qua?"

"Adesso non mi va più di restare qui, volevo ritornare e prendere in considerazione di riniziare a lavorare ma nel frattempo non saprei proprio dove stare."

Marta ha intuito la preghiera ma riflette. Sono due anni che non ha notizie di Viviana, quasi quasi glielo fa notare.

"Certo che per una telefonata bastavano due minuti. "

E Vivi avrebbe anche dei soldi da restituirle, quelli che le ha prestato per andarsene quando la madre si è ammalata il doppio di trecentosessantacinque giorni prima.
Tuttavia rinuncia a ricordarglielo.

"È vero ma scusami se puoi. Non ho avuto altro nei pensieri in questo tempo che mia madre. Giuro che la mia esistenza ha ruotato attorno a lei e nient'altro. "

"Allora verrò a prenderti al binario. "

Cindy alza le orecchie e disapprova.
Non ha mai approvato la sua amica e nessuno dei suoi amici a dire al vero.

"Che dovevo dire Cindy? L'amicizia è anche lasciar perdere alle volte."

La gatta salta sulla cornice del camino a dare l'impressione che si getti tra le fiamme ravvivate.

E l'amicizia è anche farsi fottere. Comprendo.


Marta e Viviana s'erano incontrate nei giorni di sole.
Quei giorni in cui il traffico nel pieno d'Ancona è evanescente, sparisce tra le onde di calore che appannano la vista e gli occhi lacrimano.

Viviana indugiava sul marciapiede grigio osservando le strisce bianche, riflessa sull’ asfalto, bianco e grigio come lei. Si muoveva come avesse molti più anni dei suoi, sentendo il sudore tra le cosce fasciate dalla gonna.
Poi l'autobus le si arrestava davanti e con un fluido scatto apriva le porte mentre lei con un movimento meccanico divarica le gambe e saltava su.
L'aria condizionata frizionava i capelli.
Biondi da sembrare bianchi.
Stringeva, per non cadere, uno di quei pali che uniscono soffitto e pavimento nei mezzi pubblici, sfilava un fazzoletto intriso di sudore dal collo e con una giostra di fianchi s'appropriava del primo posto che vedeva.

Accanto a Marta ma per caso.

Marta che col suo fiume nero in piena contrastava la chioma bianca e gli occhi d’un azzurro vitreo, pelle diafana in accordo col tailleur che somigliava più a una naturale sfumatura della cute grigia che a un vestito.

E una figura slanciata, gambe e capelli troppo lunghi.

Pareva nient'altro che uno spettro fuori posto tra i fiori dell'estate.

Contava le fermate sconosciute, cercava il mare attraverso i finestrini.

Falconara.

Il petto a Marta sussultava.
Le chiedeva, per noia, dove andava. Marta rientrava da Giulianova, della sua casa coniugale ancora non si sapeva cosa fare ma quasi di sicuro non gliel'avrebbero assegnata. Quindi cercava altro posto dove abitare.
Forse al mare.

L'altra diceva di arrivare dal nord.
"E bisogna che scenda e raggiunga la stazione e poi ancora il treno."

Attimi dopo scendevano assieme. Si erano già confidate quasi tutti i loro imbrogli.

La voce metallica annunciava la linea che attendeva mentre giocavano con la caviglie e i tacchi tra i buchi dell'asfalto.
Viviana le raccontava di non aver voglia di tornare a casa. Casa.
Dov'era la sua casa….
Marta sbottava che la sua le era stata rubata e Viviana rideva.
Una sciocchezza, una casa e troppo grande da rubare.

Nel pomeriggio riempito del loro chiacchierare diveniva semplice avvistare il mare e i gabbiani, quando lanciano il loro grido sinistro provando a sovrastare il fragore di onde tinte d'arancio, riflesso da un sole.

Da un sole che muore.
Capitolo 13 by zarina
Dove mi avevi lasciato?
Tina aguzza l'occhio oltre i capelli ritrovando la familiare spunta blu. Il camino sta per tacere e Cindy dorme sul tappeto, Vivi sarà in stazione nel giro di quarantott’ore e non sa ancora dove la farà dormire. Lo spazio abbonda in questa casa ma lei è gelosa di ogni angolo e poi è molto che non lascia entrare nessuno.

Tu dove mi avevi lasciato… ero nella doccia

E sei venuta dopo?

No veramente…. Sono andata a comprare cretinerie di Natale e poi non ho mangiato niente

Vengo a mangiarle io, quelle e tutta te

Veramente… dovrebbe arrivare una mia amica

Quando?

Dopodomani

Una mignotta come te?

Non avrebbe potuto fare altro nella vita

Penso che mi piacerebbe

Io penso di no, non mi assomiglia… forse solo i capelli li ha lunghi come me ma biondi bianchi

Come sei messa ora?

L'immagine di Marta riempie il display distante ma è solo una cascata morbida e nera dalla quale intravede labbra rosse e piene quasi aperte.

E dici che non sei venuta… vediamoci e rimediamo

Aspetta, ti ho detto che deve venire la mia amica

Faremo venire pure a lei

Non mi va che ci scherzi

Non scherzo. Comunque ancora non è lì o sbaglio?

Non sbagli.

E non mi hai mai lasciato entrare a casa tua

Va bene vieni

Dimmi dove

Forse un attimo i pollici le tremano dare l'indirizzo di casa propria non è mai un'idea brillante ma è un anno quasi che ci sta dietro e la sua unica reale preoccupazione è che l'abitazione sia brillante.
Sono un po' lontano, alle sei finisco di lavorare. Posso venire verso le otto.

Va bene, sono in casa.

Distende un'altra volta i muscoli al camino, gioca con le dita sulle mandorle comprate quel mattino.
Appiccicose e profumate.
Allungate a occhi di gatto.
La invitano a provarle per quanto restia sia la sua bocca tinta in rosso al cibo vero.
I frutti tostati si spezzano tra i denti dolcemente. Incollano la lingua al palato.
Convergono la carne delle guance all'interno disegnando fossette al viso di Marta.
Eppure lo stomaco rifiuta. Si chiude a laccio, un nodo. Le getta al felino che lecca poi abbandona. Torna, riassaggia e divora.
Marta preferisce le sue sigarette alle leccornie. Ne avrà fumate quattro quando il campanello suona.
Apre quasi senza farci caso, per poco non saluta e riprende posto al solito suo posto, capotavola segnato dalle unghie di Cindy. Zampa del tavolo che il gatto usa come tiragraffi anche se ora sarebbe in tentazione di usare l'ospite a tal scopo. L'uomo si accascia in un grosso cappotto verde militare di fronte a lei. Faccia a faccia col nemico. Cindy s'inarca e soffia.
 
“Su via!” Tina la scaccia col piedino leggero come piuma.
 
L'uomo lo ferma e accarezza. Piccola pantofola arancione regalatale col corredo dei fiori d'arancio mille anni prima. Tanto il tempo che a lei sembra sia trascorso. Così tanto che uomini non entrano in questa casa.
Tina conserva tutto molto bene tranne sé stessa, a quanto pare.
 
“Volevi vedere casa mia.”

Si alza e gli fa strada ondeggiando nell'arancio dei vestiti. Quasi rilassata.

Hanno abbandonato l'ingresso prima di salire. Una stanza quasi circolare coi divani e i tappeti ricamati tutti in rosso. Le scale li han condotti fino a qui, alla cucina che è il vano più striminzito eppure più accogliente, con il camino nel ventre. Il tavolo di noce e la finestra enorme sbocca sul terrazzo.
Terrazzo ricamato di fiori anche d'inverno.
Anche prima di Natale.
Un corridoio stretto e ombroso ingoia l'uomo e Tina dietro, strampalate mattonelle a margherite ingoiano i loro passi. Quasi fossero un tappeto. La strettoia cola a picco nella stanza da bagno, forse la più grande ma che respinge anche lo sguardo che tenti di violare la porta lucida. Semiaperta. Tutto bianco, troppo bianco. Marmo impenetrabile perfino all'ombra. Riflesso in specchi spessi.
Bianco impeccabile e feroce.
Soffitto che si abbassa mano a mano per la scala a chiocciola, gradini obliqui ed ingannevoli tanto che l'uomo è costretto a chinarsi per passare e controllare dove mette i piedi.
Vista incollata alle caviglie di Tina che di tanta attenzione non necessita. Conosce ogni scalino come i suoi pensieri. Labirinto mentale che passo dopo passo lascia la luce indietro e la dimentica a divenire più scuro e fatto d'ombre.
 
Pianerottolo deserto dopo la salita e ultima stretta finestra, oblunga. Davanzale che è pure uno scalino niveo.
Piccolo vaso di fiori che riposa anche qui per colorire e profumare un ambiente che sa sempre di tetro e chiuso.
Vaso fragile di vetro. Un’orchidea viola audace occhieggia a loro. Per suggestione è in grado di seguirli con lo sguardo del suo nettare al modo dei colleghi girasoli.
 
Altre scale ma più larghe, ancora lignee.
Il pavimento diventa parquet e il soffitto sulla scala forma un delta , tronco d’albero con un ramo alto al cielo e l'altro abbassato.
Un ultima toilette bianca da stordire, un grado più bassa la suo fianco la soffitta in cui le travi dopo pochi metri uniscono soffitto e pavimento. Una finestrella sbarrata da inferiate segue un letto largo, ampio, blu. Tra le pareti profondamente dipinte a schizzi cilestrini e blu notte.
“Dormi qui tu?”
 
“No, penso che ci dormirà la mia amica.”
 
“La manderai in soffitta?” B. è come perplesso.
 
“È un'amica vecchia…. Le cose vecchie vanno in soffitta.”
 
“Non ho visto la tua camera.”
 
“Il corridoio era buio, non entra mai molta luce e la porta era chiusa. Era di sotto, vieni andiamo.”
 Vanno giù di pari passo, il calore della cucina scaccia gli spettri del resto della casa ma non del tutto.

Tina oltrepassa la sua stanza ma non l'apre, l'uomo resta in piedi sulla soglia. Polpastrelli sullo stipide.
Le dita di lei lunghe e grigie avvitano la caffettiera, le stelle riempiono gli occhi a lui e alla gatta.
B. Apre il frigo senza chiedere il permesso, è anche qui bianco e pulito. Così pulito che è vuoto.
La credenza ha in bella mostra tante forme cristalline, bottiglie rosse e more. Formose e piene.
Niente altro.
"Se vuoi mangiare torna quando arriva lei. La mia amica si che è una buona forchetta."
"Tu no da quello che vedo. Non c'è nemmeno la forchetta. "
"Là trovi i dolciumi che ho preso alla fiera."

"Non sono tipo da dolci. "

"E nemmeno da dolcezze. "

"Che vuoi dire?"

"Niente."

"Lei cucina meglio di te sicuramente. "

"Sicuro, anche perché io praticamente non cucino da anni."

"E che cucina al solito?"

"Stramberie croate."

"Come?"

Il tono era teso a corda di violino, Tina si volta di scatto. Tutto in lui è rigido ora, perfino le pieghe del cappotto che non si è tolto. Persino un filo scucito di uno dei bottoni della camicia è rimasto dritto, congelato.

"È croata. E quindi?"

L'uomo fa spallucce.

"Perché hai quella faccia?"

"Cos'ha la mia faccia?"

"Sembri.... Si... Colto alla sprovvista. "

"No, no. Mi chiedevo solo perché hai un'amica in Croazia."

"È capitato. Che c'è di strano? Ci sono persone di ogni nazionalità in Italia."

"Certo."

"Sei stato in Croazia per caso?"

"Si, molte volte."

"In vacanza?"

"Anche."

"Non ho neanche lo zucchero, mi spiace. Posso fare un salto a prenderlo."

"Non ti preoccupare lo bevo senza."

In un momento gli è accanto, la smorfia strana del suo labbro poco prima non la lascia indifferente.

"E... Oltre alle vacanze cos'hai fatto lassù?"

"Io, è solo una coincidenza. Un'inezia."

"Ma cosa?"

"Anche la mia ex moglie è croata, tutto qui."

"D'accordo. Forse tu ti accontenti del caffè ma io voglio un digestivo."

"E senza aver mangiato..."

"Che importanza ha? L'essenziale è il dopocena."

"Si, allora dedichiamoci a una cena a base d'alcol. Hai una birra?"

"Quella quanta ne vuoi. Ho tutte le uber."

La birra nera straborda dai calici, la prima bottiglia è stata fatta fuori, Tina si alza lasciando scivolare a terra la vestaglia d'arancio compagna delle pantofoline restando sola nelle calze e nel resto di un audace suo desabille.

Spinge un carrello verso il tavolo completo di piattino con frangino.
Cindy si leva sulle zampe, ha il pelo ritto sulla schiena.

Che mi tocca vedere, spogliarello da sexy sommelier. Questo è troppo! Me ne vado.

Esce quasi in punta di piedi come fanno i ballerini, Tina prova a richiamarla.

"Dove vai? Anche tu puoi bere aspetta!"

Non ci penso proprio !

L'uomo fissa le lunghe gambe velate con la smorfia di poco prima.

"Cosa fai? Parli col gatto?"

"Ci parlo sempre sta tranquillo."

"E ti risponde per caso?"

"Certamente. Dove ero rimasta... non distrarmi..."

"Lungi da me."
Capitolo 14 by zarina
Forti falangi seguono il nylon.
Carne elastica e sintetica a velare gambe e basso ventre. A dare protezione al triangolo scarlatto che non basta a coprir le grandi labbra né il culo dal quale è trattenuto.
Per via di stringhe rosse, raso, strette al punto di segnare i fianchi in rosso.
I polpastrelli seguono il nylon.
Carezzano il triangolo senza scostarlo, passano oltre la velatura per tendere sino a far male quella striscia cremisi che divide il culo in due.
Due parti tonde di carne priva di difetto.
La birra non ha effetto ancora, strozzata nella bottiglia che tende alza e tiene perfettamente orizzontale.
Esegue inclinazioni da un lato all'altro rimirando in alto per fare in modo che non esploda all'apertura.

Non tutta insieme almeno.

Le dita salgono al braccio, lo accompagnano nell'atto di estrarre il tappo. Il rumore impercettibile più basso del respiro.
Bicchieri riempiti per tintinnare ancora.
Ancora.
Ancora.
Almeno per un'altra ora.

Risate squillanti raggiungono la camera inviolata, occupata solo dalla gatta irritata che s'affaccia. Ha udito l'uomo raccontare qualche barzelletta sconcia e Tina sghignazzare, in maniera altrettando sconcia.

La spia nell'atto di reggere lo stelo del suo calice con la punta delle dita, con le unghie quasi, piazzata sulla sedia a gambe accavallate.
Così bene che una delle natiche si fa più soda e tonda e l'altra s'appiattisce dalla parte in cui lei sbilancia il corpo per il tanto ridere.

Fa silenzio e manda a casa quell'idiota non lo vedi che ore sono?

Tina si volta e Cindy sente odore di bruciato.

In qualche modo gli altri due triangoli rossi di rosa che reggevano il petto ardono tra le fiamme del camino.
La lunga treccia ancora intatta copre solo uno dei seni resi elettrici da un tocco deciso ed insistente.

Interrotto da un felino impertinente.

Tina appoggia il calice.
"Non è che facciamo tanto rumore e poi puoi chiudere la porta."

"A chi dici?"

"A Cindy."

Lui impiega molte occhiate oltre la soglia per trovare la porta della camera che prima era passata inosservata.
In effetti la testa della gatta bianca spunta nel buio luminosa e triangolare. Come un segnale di pericolo. Eppure non la sente parlare.

Tina invece dagli occhi lucidi e dalle gote arrossate la vede e sente chiaramente.

Tutt'intera, eretta su due zampe e con l'artiglio puntato verso di lei.
Non mi lasciate dormire ma domani mi vendicherò! Giuro di lasciare peli pure sui tappeti che ancora non hai comprato.
"Eviterò di comprarne allora. "

Sente b. che la prende per mano ma non lo guarda.

"Forse dovremo andare a letto." Le stava dicendo.

"Si, porta la bottiglia. La finisco in camera."

"La prendo va bene."

Nota Cindy spostarsi al loro passaggio. È ancora in piedi e con le zampe sui fianchi.
Mi cacci pure dalla camera? Vado a dormire sopra ma te ne pentirai, promesso.


L'ha udita solo lei e ha pure risposto ma l'altro non commenta. In fondo questa casa è piena di cose da evitare ma anche d'altre da non lasciar scappare.

Che ogni lasciata è persa.

Tina avrà un gatto parlante che non l'ha preso in simpatia ma anche un culo che ondeggia e glielo fa rizzare a prima vista.

"Niente convenevoli ti prego!"

"Come sei sguaiata e zoccola ma va bene ora ti sbatto sul letto e ti voglio aprire quel culo e quelle cosce..."

La donna arriva sulla coperta lanciata si ma senza rumore.
Che meraviglia sentire la pressione di mani a forzare l'apertura delle cosce soffocate ancora dai collant.

"Che effetto ti faccio?" Chiede finta e tonta senza smettere di scolare birra e guardarlo da sopra.

"Ecco l'effetto che mi fai"

Lo strappo del nylon le riempie le orecchie. Calze e poco altro che aveva sono stati lacerati.

"Sei ubriaco per caso?"

"Si, di te. Alza il culo."

Tina solleva il capo e le anche fino a schiacciarsi il seno con le ginocchia, esponendo la pelle rosa di pesca spaccata e lucente, fruttuosa.

Riceve in gola il cazzo già pieno di voglia succhiandone ogni vena gonfia di sangue.
Le dita dell'uomo scavano a fondo e fanno ritorno, a strofinarle con forza il pulsante, il clito esploso in mezzo ai brandelli di stoffa strappata ma ancora qui e là appiccicata alla pelle.
Tre dita frenetiche che estorcono gemiti, ricacciati indietro, giù in gola da quel cazzo che sta per schizzare.
Tina lo sente, strizzarle per bene le tette.

“Godi che ti bagni come una cagna…”


Le tira i capelli, lei aspetta di avere il suo sperma caldo sulla lingua invece con una spinta la rimanda giù.

Si flette davanti ai suoi buchi, Tina grida al morso che segue una leccata. I denti affondano nella carne sensibilizzata e due pollici aprono il suo culo. Perde un grido o forse due quando la penetra, giù a fondo. Fino in fondo. Al dolore dello sfintere che cede ricorda che è stata lei a rifiutare i convenevoli.
Eppure il dolore si fa presto adrenalina piacevole con l'asta che scorre in quella galleria e accende brividi dentro la spina dorsale.
Capitolo 15 by zarina
La galleria è profonda e interminabile, accende brividi di freddo che attraversano le braccia ma il ventre è fluido ancora, caldo di scosse elettriche che fanno sciogliere il cuore e le cosce aderenti sul sedile.

Piccoli occhi luminosi fanno strada alle pareti del tunnel, le dita scorrono l'ampiezza sulla stretta dello sterzo.
Piega a destra.
Curva a sinistra.
Poi avanti, dritto, lo scoppio solare abbaglia il volto stanco della notte insonne e la costringe ad abbassare un'aletta parasole. Sole ghiacciato di fine dicembre.
La donna sembra fuoriuscire da un tratto di matita, poche linee grigie e definite stampano sul foglio chiaro dell'autostrada punte di piedi mal allenate sui pedali, inesperte, incerte.

Polpacci tesi a disegnare ogni muscolo degli arti, doloranti per lo sforzo. Il ventre piatto e costretto nella posizione dimenticata, lo sfianco della vita. I fianchi snelli e il seno dritto e forte abbracciato dalla giacca aperta. Occhi verdi annebbiati dal fumo della sua stessa sigaretta e un fiume di capelli neri. Sciolti. Riflessati al vento che trapela dal finestrino all'uscita della galleria.

Tina non guidava da mesi forse anni e non vede l'ora di arrivare, più per metter fine all'ansia della corsa che per l’ansimante voglia d’incontrare Vivi. Prima di arrivare incomincia a dar problemi, ha perso un treno ed ha dovuto domandarle di raggiungerla, troppe ore da aspettare per il successivo.

Sperando che non lasci ad aspettare lei ma non lo fa.

La trova in piedi all'uscita d'una stazione, sul ciglio del marciapiede, non invecchiata di cinque minuti nonostante sia dieci anni d'età avanti a l lei se non per qualche zampa di gallina non coperta dal trucco.
La solita valigia verde acqua le sta accanto, trasparente come lei, composta ed ordinata.
Tra le due l'aria sconvolta non l'ha quella che ha fatto il lungo viaggio.
Tina scende dopo un parcheggio piuttosto esitante, Vivi chiede scusa per averla fatta giungere fin lì poi fa per abbracciarla e si stupisce. Il girovita dell'amica in quei due anni deve essersi ridotto di più taglie e di più chili.
“Un giorno dovrai dirmi quale dieta miracolosa hai scoperto. “

“È costituzione Vivi lo sai. Andiamo, prendiamo un caffè “

“Si non ho fatto colazione e tu guarda che occhiaie ti porti… Hai fatto le ore piccole?”

“Si direi di si.”

“Come mai?”

“Adesso non mi va di raccontarlo fammi prendere il caffè. “

“Va benissimo. “

Vivi ha un timbro chiaro come lo sguardo, la sua voce le suscita tanta simpatia e ricordi dolci da lavare via in un attimo la rabbia per la strada percorsa. Per il danaro mai restituito. Per quel ritorno improvviso dopo lunga assenza persino di un messaggio.
E poi le tazzine rosse e bianche rimembrano in entrambe quelle di un certo autogrill visitato una notte di qualche anno prima, Vivi alza la sua in controluce e rammenta

“Che deja-vu”

Tina non trattiene il sorriso ma svia il discorso.

“Questa bevanda nera è buona da buttare.”

“Te lo ricordi il camionista di Civitanova?”

Tina fruga la tasca dei jeans in cerca dell'accendino.
“E che me lo scordo? T'ho recuperato io dall'autogrill e bestemmiavi perché pretendevi che ti lasciassi lì. “

Ma anche quello era un gioco.

Iniziato alla loro conoscenza sull'autobus. Quando Vivi era venuta per vivere vicino Ancona, in piena estate bianca come una bambola.
Rossetto e porcellana. Faceva ancora più caldo a guardare le sua labbra. Aveva raccontato a Tina, davanti al tramonto che la baciava in bocca risaltando il rosso, di come si era separata dal fidanzato con cui aveva convissuto quattro anni per via di un tradimento ed in quale modo era giunta a rendersi conto di quanto dovesse costare mantenersi. Quindi, reggendosi forte alla valigia verde acqua aveva confessato di essersi messa a lavorare in un locale della notte di quella città e in un paio d'altri prima.
Tina aveva creduto che celiasse finché una notte l'aveva invitata ad entrare. Ci aveva rimuginato per un pezzo, in certi di quei posti nemmeno le fanno entrare le donne e poi era ancora sposata, trascorrer la notte fuori casa non sarebbe stato semplicissimo.

Quando il marito partì un mercoledì sera per un lungo viaggio col suo taxi, lasciandola a letto già in pigiama allora si decise ad andare a far visita a Viviana sul posto di lavoro. Rinfilò i vestiti e uscì che era quasi mezzanotte.

Portava poco indosso, in virtù del fatto che era estate e che avrebbe dovuto passare inosservata secondo i consigli dell'amica. Quella fascia rosa cipria di velluto messa a marcare il fondoschiena difficilmente avrebbe potuto essere scambiata per una gonna, i sandali intrecciavano le minuscole dita dei piedi ai talloni sorretti da un tacco così alto ma su cui lei oscillava tanto bene da dar l'idea che fosse parte della sua carne.
Dita delle mani laccate di smalto fucsia. Prestato da Viviana.
Smalto aggressivo da due soldi.
Rossetto spesso e violetto. Fucsia la biancheria e l’ombretto.
Rosa cipria la camicetta che più etta non ce n'era. E non copriva manco mezza tetta.
Inutile sottolineare che tutto proveniva dal guardaroba di Viviana.

Lungo la strada percorsa a piedi perché nessuno riconoscesse la sua auto aveva fatto a tempo a notare quanta gente non aveva mai visto in quella città.

Possibile mai che tutte quelle chiome laccate e borsette di pelle variopinte sbucassero giusto la notte in mezzo a fiumi di fiorai in bicicletta che di giorno erano al massimo uno o due.
Possibile di nuovo che non avesse mai fatto caso a come tante donne che per caso, nei fash ricordava adesso d'aver visto normalmente al bar o in qualche negozio, la notte divenissero tante, molte, milioni di Viviana.

Con l'alito pesante del vento notturno a farla sussultare aveva ringraziato per la sua ignoranza in merito a quegli esseri fatti di tenebre.

Oh, lei era una signora che ne doveva sapere della doppia vita di qualcuno….

Se ne ricordò tempo dopo leggendo il giornale, di quell'escursione tra i vampiri che forse neanche vogliono succhiare sangue a una città già esangue che se ha ancora un po' di vita non se la fa asciugare via da loro.
Il giornale diceva appunto di un residente incavolato di un paese lì vicino che era andato ad appiccicare, davanti a un luogo di ritrovo di chiome laccate e scarpette, un cartello su cui era scritto. Esattamente: Puttane nere a sinistra. Puttane bianche a destra.

E relative freccette.

Marta ricordò di averne riso poi di aver gettato il giornale a crepitare nel camino e avrebbe giurato di aver visto sorridere anche Cindy mentre le mostrava l'articolo e la foto.


Quella notte aveva fatto strada a piedi, cambiandosi a metà tragitto per evitar di entrar nei camerini a dar nell'occhio e non doversi mescolare troppo a quelle donne che andavano lì per lavorare e certo non a regalarsi notte brave.
Di più tutto era nato per scommessa quando Vivi e lei erano uscite un pomeriggio con un'altra, una mulatta, accompagnata alla sua amica.
Le avevano detto quelle due di essere sicure che lei nemmeno nel peggiore dei momenti di difficoltà si sarebbe abbassata al loro mestiere.
Tina era già annoiata dalla vita routinaria condotta sino allora e in parte per orgoglio in parte per divertimento aveva pigliato la loro sfida di petto.
Accordi presi il pomeriggio, all'ultimo minuto, lei appena saputo dell'assenza notturna del marito e loro di quella del titolare che sarebbe stato in un altro suo locale a Macerata.

Quindi era fatta. Marta esitò un secondo alla porta, larga, nera, cinta dal maniglione rosso.
Deserto lì davanti e caldo sahariano dentro. Un uomo bellissimo alla cassa trattenuto da una camicia blu tipo notte all'esterno, tipo gli occhi che gli illuminavano il volto chiaro nella penombra della sala.

Un cameriere che le altre due le avevano presentato come S. Il Marocchino, una persona avida ma a dire loro tranquilla ed affidabile.
Va da S., saluta poi digli : “ mi manda l'impresario L.”
Le aveva suggerito Vivi.
Marta studiò il cameriere che fumava scrollando cenere dalla sigaretta di continuo, quasi un tic.
Se l'era immaginato scuro e arabo, invece era chiaramente italiano e pallido ma pur simpatico così, specie adesso che scopriva essere quello uno sciocco soprannome per il caffè marocchino che l'uomo era uso bere.

“Buonasera, mi manda l'impresario L.” Scandì.

“Chiedi a lui dove sta la tua amica io ancora non l'ho vista.”

Le rispose indicando col sorriso quello alla cassa.

Marta andò a ripetere la medesima battuta e lui le indicò Vivi che arrivava in quel momento a braccetto con la mulatta.

“Vanno a cambiarsi, tu se sei cambiata aspettale dove vuoi.”

Marta si guardò attorno ma non trovò dove sedersi, il locale piatto, tunnel di tavolini nani, sgabelli incongruamente alti, poltroncine, passaggi, specchi e tende spesse la mise a disagio con tutta la sua popolazione.
Donne cento e mille volte più belle di lei ed uomini che adesso ricordava, avrebbero anche potuto riconoscerla. Optò per rimanere in piedi accanto al cameriere e a quell'altro di cui non le era chiaro il ruolo in quel contesto.
Attimi brevi per fortuna, con un whisky offerto a mozzarle il fiato.
Le vide raggiungerla con passi lunghi su tacchi chiari ed invisibili, sottili, aghi infissi nei talloni.

“Andiamo fuori. “

Vivi la guidò per un braccio nella copia plastica di un giardino, su una sedia dura al fianco di due uomini, un giovane e un anziano.

“Li conoscete bene?”

Marta espresse la domanda tesa e avvertì montare l'ansia alla risposta della mulatta.

"Non li abbiamo mai visti a parte ieri notte un attimo, ci hanno chiesto se avevamo un'amica da portare per un loro compagno e noi abbiamo pensato a te."
Capitolo 16 by zarina
“Ho capito ma ne vedo due e l'altro dove sta?”

“Prendiamo da bere e loro te lo dicono. “

S. Il marocchino fu di ritorno in un paio di minuti, posò a ognuna delle tre bicchieri pieni senza aver preso ordinazioni, era solito memorizzare le bevute delle donne, la gola di Marta bruciò di nuovo nel whisky.

Il signore che le sedeva accanto, quello anziano, le prese la mano e le spiegò

“Lavoriamo al mercato, io qui ci vengo spesso quando lascio il carico e devo aspettare le ore di riposo prima di riprendere a guidare, ieri sera ho portato anche questo amico mio e ho conosciuto Viviana. Siamo tornati stamattina a scaricare la frutta ma c’è un altro nostro collega che non ci ha seguiti perché è di qui e non vuole farsi vedere. Collega nostro non proprio a dire il vero, è il figlio del fruttivendolo a cui abbiamo consegnato. Se vuoi venire a trovarlo ci sta aspettando a casa. “

Marta sentì lo stomaco farsi stretto e cercò Vivi.

“Ma come possiamo uscire?”

“Così, loro pagano S., noi andiamo. “

“Ma si può fare?”

“No ma lo facciamo. Andiamo dai non hai niente da temere ci siamo io e Sofia.”

Marta guardò pure Sofia aspettandosi aiuto e la mulatta la scusò con quei due.

“Lei è arrivata oggi non è pratica, non sa come funziona.”

Aveva deciso allora di lasciarsi guidare dalle altre, Viviana aveva richiamato il marocchino che dopo essersi messo in saccoccia una cifra e averne consegnata un'altra al tizio alla cassa le aveva invitate a sbrigarsi.

Si lasciò trascinare nel camerino dove le sue amiche si coprirono alla meglio con due scialle lunghi larghi. Vivi in nero e la nera color panna.

Le aspettavano fuori in un furgone, il più giovane al volante l'altro dal lato del passeggero.
Si accomodarono dietro Marta al centro, Sofia a sinistra e Vivi a destra.
Ridacchiò ricordando puttana bianca a destra , puttana nera a sinistra ma non diede voce ai suoi pensieri anche perché al centro c'era lei.


La casa del ragazzo che li aspettava era deserta e in qualche modo preparata al lieto evento, gli indiscreti abiti civili dei genitori erano stati gettati in un armadio, la cui anta lasciava intravedere il contenuto pressato in fretta per nascondere il disordine.

I suoi dovevano essere appena usciti nei panni da lavoro per raggiungere il mercato.

Le stoviglie erano state gettate a lato del lavello, lavate in fretta, gocciolanti.

Non doveva avere più di venticinque anni forse meno, Marta lo fissò negli occhi verdi proiettati nei suoi e simili, ai suoi.

Bicchieri verdi pagliettati dalla luce dorata, tanti quanti il numero dei presenti, circondavano due bottiglie di rum e una di whisky attraenti nelle forme e nel colore.

Il ragazzo li stava asciugando con un panno osservandoli in controluce, mania di perfezione, trasparente dalle gocce che raccoglieva attentamente e dal suo aspetto.
Dalla camicia senza piega e macchie, bianca, dal viso senza accenno di barba e inestetismo giovanile alcuno.
Li salutò versando rum e offrendo a Marta il primo bicchiere ma lei lo rifiutò pensando che era meglio evitare di mischiare i due superalcolici e chiese di poter seguitare a bere il whisky.

L’anziano accese una sigaretta offrendo il pacco a tutti gli altri e in breve la stanza disparve nella nube argentea e soffocante.
Marta si vide volteggiare in quel quadretto grazie al fumo ed al liquore e iniziò a rilassarsi dimentica della situazione in cui si era cacciata.

Una signora in un appartamento sconosciuto assieme a due donnacce e in procinto di prender parte ai loro affari.

“Io sono Gabriele…” Ruppe il silenzio il padrone di casa ripulendo attento il tavolino dalla cenere.

“Cosa fai?” Gli chiese Marta.

“Studio economia ma a periodi.”

“Lascia e riprende ogni sei mesi per la gioia di Manuela.” Spiegò l'anziano.

Marta tossì coprendosi le labbra coi capelli.

“No, no intendo dire cosa stai facendo con quello straccio.”

Gabriele buttò il panno in uno stanzino adiacente al salotto.

“Ma sono un po' maniaco del pulito e non solo… Comunque sono anche molto, molto sensibile e ho creduto che fossi interessata a conoscermi.”

“Ma si che le interessa è solo un poco in imbarazzo.”

Guardò Sofia grata del fatto che le aveva tolto le castagne dal fuoco per la seconda volta.

“Chi è Manuela?” Domandò per correggere il tiro e fare conversazione con lui ma le rispose Viviana scollandosi dalla bocca dell'altro ragazzo.

“È sua madre.”

“Ah, se torna e ci trova tutti qui.”

Gabriele fece no con la testa ridendo.
“Non tornerà non sai a che ora finisce il mercato?”

“Esco poco.”

“Tanto da non sapere che i miei non torneranno fino al domani dopo pranzo?”

“E tanto da non sapere come fai tu a conoscere sua madre Manuela. Non avevi detto di non averli mai visti prima di ieri?” Disse rivolgendosi a Viviana.

Lei fece spallucce.

“Me lo ha detto ora Davide, qui nell'orecchio. Così vedi?”

Rise espirando il fumo della sua sigaretta nell'orecchio di Davide e sorrise pure Marta.
Avrebbe dovuto rendersi conto in quel momento, da quel dettaglio, di quanto fosse abituata a mentire Vivi ma in parte il whisky e in parte l'emozione non diede alla cosa nessun peso.

“E tu come ti chiami?”

Rimandò l'occhio a Gabriele e se lo chiese. Si… Come si chiamava? Di dirgli il suo nome non le andava.

Si ricordò chissà perché, la sua di madre e si risentì avvolta nel seno grande e caldo con il fiato profumato, menta e anice della donna sulla fronte che canzonava il suo nome… Marta… Martina… piccolina… Tina…

“Come ti chiami?” Ripeté l'anziano.

“Tina.”

“Tina… Vieni qui…”

Gabriele la invitò allargando le braccia e lei si avvicinò senza alcuna ritrosia.

“Chissà come sarà. “ Pensò.

Faceva uno strano effetto essere sull'orlo di un altro letto, non il suo. Formulare pensieri su un corpo nuovo e sconosciuto, come sarebbe stato farsi scopare da qualcuno di diverso dopo molto tempo, scoprire come usava il suo corpo e le parole e se sarebbe venuto di più o di meno.

“Ho proprio voglia di infilartelo su per la figa...”

‘Sento che è così…” Rispose testando il cazzo duro del ragazzo ancora prigioniero nei pantaloni, felice di constatare che il suo corpo fosse ancora desiderabile.

Ne aveva dubitato negli ultimi mesi, il marito non si avvicinava a lei quasi per niente ormai.
Viviana aveva in bocca l'uomo più grande che contro ogni pronostico di Tina stava dimostrandosi il più energico e dotato.
Si muovevano i capelli, africani di Sofia, morbidi di balsamo alla vaniglia rovesciato in quantità industriale prima di venire.
Davide la prendeva per i fianchi battendo il suo culo contornato dal pozzo color panna, per svenare il tempo, diceva.
Viviana, coperta di quella cascata color platino era salita cavalcioni sul compagno, ballava su di lui, circolare per goderne.

“Dai puttana, fammi venire...”

Tina si sentì tirare i capelli all'indietro, quelle voci e quelle immagini iniziavano a sortire il loro effetto.

“Ti sento bagnata….”

La voce le giunse umida all'orecchio con una mano a riempirle di saliva la fica.
Senza ragionare si piegò sul tavolo a novanta. Di fronte aveva Viviana che gridava come una bestia squartata.

“Più forte bastardo…. Ahhhh lo sento fino al cervello…”

L’uomo l'aveva fatta voltare e le strizzava le tette immobili, nella stretta dopo tutto quel saltare. Tina guardò dentro il taglio aperto e pieno di lei, li dentro scorreva lui gonfio e rosso, avanti e indietro, sottosopra, fino a quando Tina vide un fiotto bianco scendere dalla vagina dell'amica, vuota ormai.
Capitolo 17 by zarina
Percepì il calore delle mani al rum dietro di sé, intente a far salire il tessuto inesistente della gonna, entrare ed uscire da lei.
Entrare e uscire.
Ancora.

Ancora un'altra volta molte volte fino a renderla nervosa.
Finalmente si decise a scoparla, dentro in fondo un po' più a fondo.

Tina si mosse per farlo scivolare sino in fondo ma non ce ne fu bisogno, venne sulla stoffa arricciata all'osso sacro e si staccò da lei lasciandola senza fiato. Fiato per lamentarsi, ovvio.

Restò un momento, restia ad alzarsi, Viviana di nuovo incastrata nei braccioli di una poltrona si tirava le caviglie quasi sulle guance, Davide era davanti a lei, flesso in avanti a cercar di usare l'altro suo canale con lo sperma dell'amico a fare da lubrificante.

In contemporanea Tina leccava lo stesso liquido, il suo visetto bianco incastonato come una perla nelle mani dell'uomo più grande stava impiastrandosi di rossetto volgare e violetto e degli umori di Viviana.

Neppure le toccò di faticare a muoversi, due mani fredde quanto il vetro cristallino le bloccarono le orecchie, prese a fottere la sua cavità orale al ritmo sostenuto della voglia imminente di svuotarsi un'altra volta.

Chinò il capo appena libera e lasciò fluire la secrezione acquosa e salata sul petto.

Soffocò un conato di vomito nel tentativo di rialzarsi ma una pressione sulla schiena le impedì ogni movimento.

Trapassata dall'emozione che provi qualche volta in certi sogni, in cui cammini sul bordo di un precipizio e il cuore batte all'impazzata nel panico che precede la caduta ma non cadi e cammini più veloce quasi avessi fretta di precipitare.

Infine fai il balzo nel vuoto, involontario. Non v'è nulla a cui aggrapparsi, una tegola, un ramo.
Cadi e atterri, affondi nel tuo materasso e ti risvegli, scosso si ma molto, molto sollevato.
La voce si sciolse nel suo timpano ma faticava a riconoscere Gabriele, immagini e suoni si fondevano nella sua immaginazione e nel reale, la musica era arrivata forte a sovrastare tutto.
“Ti scoperei come un dannato, anche io sento il bisogno di svuotarmi di nuovo. Lo farò una volta nella tua figa maledetta e un’altra in questo culo che non vedo l'ora di sfondare, vieni con me andiamo nella mia camera, anzi no, in quella dei miei tanto non lo sapranno mai al massimo gli cambio le lenzuola domattina. “
Tina si sforzò di riprendere una posizione eretta ma in vano.
In qualche modo il ventre era incollato al tavolino.
Lei non usava bere all'epoca e il suo corpo le risultò appesantito, si accorse di essere stata sollevata di peso e trasportata nella camera da letto poco dopo, i suoi capelli sfioravano il bordo di una coltre ambrata.
D'incanto era vestita solo di quelli, quei fac-simile d’indumenti pervenuti da Vivi il giorno prima chissà dov'erano disparsi.
Dilatando le pupille si riconobbe, incastonata nell'intonaco del soffitto, vi era uno specchio affisso che di certo serviva ai genitori del ragazzo per godersi la prospettiva.
Sorrise nello scoprirsi intrecciata a lui da quel fiume nero nascente alla fronte, lo avvinse a sé con le ciocche più lunghe.
Una sola, messa da lui, la più lunga, fitta e nera le oscurò gli occhi a modo di benda.
Né la scosto né disserrò le palpebre, si concentrò a restare vigile.
Accolse, inarcandosi quei baci al petto intervallati da morsi senza forza e senza voglia di far male, le mani che aizzavano prima i brividi palpandole punti meravigliosi della schiena che lei indicava disegnando onde col bacino alto e offerto.
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