Si accettano caramelle dagli sconosciuti by Molly B
Summary: Lui, elegante uomo maturo dalla personalità dominante. Lei, giovane donna spigliata alla ricerca di sensazioni quasi dimenticate. Due sconosciuti, un treno, un incontro casuale.
Categories: Dominazione, Etero Characters: None
Genres: None
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 7 Completed: No Word count: 9880 Read: 42155 Published: 17/11/2017 Updated: 09/02/2018

1. Capitolo 1 by Molly B

2. Capitolo 2 by Molly B

3. Capitolo 3 by Molly B

4. Capitolo 4 by Molly B

5. Capitolo 5 by Molly B

6. Capitolo 6 by Molly B

7. Capitolo 7 by Molly B

Capitolo 1 by Molly B
Sono dannatamente in ritardo. Mi sento il Bianconiglio mentre corro verso il mio binario e salgo sul treno, solo un attimo prima che le porte si chiudano. Mi affloscio al mio posto, purtroppo lato corridoio. Dopo un’infinita riunione, conclusasi al meglio ma pur sempre estenuante, ed alla fine di una settimana ricca di impegni, vorrei riposare. Me lo impedisce la netta sensazione di essere osservata.
I miei sospetti sono fondati: l’uomo seduto di fronte a me, dall’altro lato del corridoio, mi fissa senza nemmeno sbattere le palpebre. È impassibile, serio. Non riesco a reggere il suo sguardo; prendo un libricino e fingo di leggere. Lui sembra di colpo assorto dal suo tablet e posso studiarlo meglio.
Una ventina d’anni più di me, quindi circa 50, elegante, capelli folti e brizzolati, occhi chiari, rasato alla perfezione. Un avvocato? Chissà. Sto cercando di intuire la sua corporatura, quando torna improvvisamente a fissarmi. Mi sento avvampare (dannata carnagione chiara!) ma mi sforzo di non abbassare lo sguardo. Lui sorride sornione, porta una mano a lato del volto. Sembra Hannibal Lecter che aspetta un ospite a cena.
Questa volta abbassa lui lo sguardo, ma solo per squadrarmi! Parte dai piedi, sale sulle autoreggenti e quindi sulla gonna scura. Indugia sul pube e continua sulla camicia candida, per fermarsi ancora sul mio seno generoso. Poi, di nuovo, mi trafigge occhi negli occhi. Non sorride più.

Io sono bollente, un fuoco, metallo fuso, pura lava incandescente.

Torno a far finta di leggere. Medito sul da farsi, sono incerta.
“Ma cosa vuoi meditare?” bisbiglia una vocina dentro di me “vuoi davvero fingere di leggere per tutto il tempo, con lui che ti salterebbe addosso pure qui e te lo stesso?” E ha ragione. Mi ha eccitata più lui con uno sguardo che tanti in una notte intera.
Se vuole guardarmi, mi dico, che guardi! Mi alzo, vado verso la fine del vagone alle mie spalle. Tra i tacchi e i movimenti del treno, far oscillare il mio culo come un pendolo in moto perpetuo è facile. Entro nel bagno del vagone successivo, soddisfatta. Cerco un posto pulito, dove appoggiare la borsa, e mi volto per chiudere la porta.

Poco ci manca che urli. Lui non solo mi ha seguita, cosa che non credevo facesse. È anche appoggiato alla porta già chiusa, con un sorriso compiaciuto.
“Mai lasciare aperta la porta” mi dice con voce bassa e vellutata, completo padrone della situazione.
“Stavo per chiuderla” ribatto a mezza voce, agitata.
“Stavi per… ? Non ti ho sentita” e si avvicina. È più alto di dieci centimetri buoni, nonostante il mio metro e settanta più tacchi. Resta ad un palmo di distanza.
“Stavo per chiuderla.”
“Gattina bugiarda... Sappiamo entrambi che mi volevi qui, lontano da occhi indiscreti.”
“Io non…” inizio, ma esito a continuare. La mente suggerisce di ribattere che volevo solo stuzzicarlo. L’istinto, da sempre il più acuto, mi invita a tacere.
“Tu non, cosa?” si avvicina di più e io arretro. “Tu non volevi che mi alzassi?” indietreggio di un altro passo e lui mi segue. Mi ritrovo spalle al muro, nel piccolo bagno. “Non volevi che ti seguissi, gattina?” Posa una mano sulla parete, vicino al mio viso. L’altra mi tocca il fianco. Mi sembra di prendere fuoco nel punto in cui mi sfiora, nonostante la stoffa. “Tu non volevi restare sola con me?” insiste, avvicinando il viso. Posso sentire il suo profumo, intenso e vagamente speziato. “Tu non volevi farmi sapere quanto ti sia bagnata per un mio semplice sguardo?”
A quella frase annaspo. Ha gli occhi puntati nei miei, vicinissimo. La mia mente è in blackout totale. Non riuscirei a pronunciare il mio nome, se me lo chiedesse. Ma non è certo il mio nome, o la mia voce, che vuole.
Mi spinge a se, mi trattiene con una mano sulla schiena e una sulla nuca. Chiude la mia bocca con la sua. Cerco la sua lingua, ossigeno per i miei sensi, e mi arrendo. Lo stringo a me a mia volta, mi aggrappo alla sua camicia morbida. Lui continua a tenermi per i capelli. Con l’altra mano mi alza di scatto la gonna, esponendo il perizoma in seta nera ed il bordo delle autoreggenti.
Mi spinge di nuovo spalle al muro. Boccheggio sotto il suo sguardo, inebetita. È così impassibile e compassato… Con la punta delle dita accarezza il perizoma, che copre appena le mie labbra e la mia eccitazione. Ad ogni passaggio aumenta la pressione, insiste sul clitoride, continuando a fissarmi. Non riesco a sostenere lo sguardo, e nemmeno a trattenere un gemito all’ennesimo movimento circolare delle sue dita. È eccitante da morire. Mi sento bagnata, calda. Vogliosa. Spingo il bacino contro la sua mano per aumentare la pressione, ma lui si ferma di colpo.
“Devi imparare a meritarti ciò che vuoi, gattina. A che stazione scendi?”
“Venezia” mormoro, sentendo l’eccitazione nella mia voce.
Una luce gli attraversa gli occhi. “Anch’io.”

Non ho tempo di afferrare del tutto il significato di quella risposta. Ruota, si appoggia alla parete. Sempre tenendomi per i capelli mi spinge ad inginocchiarmi davanti a lui. Non serve che aggiunga altro.
Porto la fronte alla base del rigonfiamento caldo dei suoi pantaloni. Sento la durezza dell’eccitazione sotto il tessuto. Muovo la fronte verso l’alto, premendo il naso, la bocca, ed infine il mento contro di lui. Ha smesso di sorridere. Riparto dalla base, percorro di nuovo il suo cazzo per tutta la sua lunghezza. Questa volta con la lingua. Voglio di più, voglio sentirlo, voglio levargli quell’aria distaccata. Abbasso pantaloni e boxer scuri insieme, impaziente.
Lo osservo svettare compiaciuta, e mi lascio avvolgere dall’odore di uomo, di maschio, di sesso. La pausa non gli piace. Con la mano sempre tra i miei capelli, mi avvicina a lui. Parto ancora dalla base. Con la lingua, morbida, lecco lentamente i coglioni gonfi e duri. Uno alla volta li succhio, più volte. Gli sfugge un sospiro di approvazione. Risalgo lungo tutta l’asta con la lingua, lasciandomi dietro una scia di saliva calda. Apro le labbra quanto basta ad avvolgere il glande. Ne saggio il sapore, intenso ed appena sapido. La sua mano insiste ed io ubbidiente proseguo. Lo lascio affondare nella mia bocca come una lama calda nel burro: le labbra si chiudono, la lingua lo coccola con delicate volute.
È lui a dettare il ritmo, muovendo il mio capo con la mano: posso solo seguirlo. Risalgo fino alla punta e poi ancora lo riaccolgo. Imposta un gioco estenuante. Ad ogni ripetizione affonda qualche millimetro in più, una frazione di secondo più veloce. La danza cresce lenta ed inesorabile, senza che le mie mani lascino le sue gambe. Sento la sua eccitazione crescere sempre di più. Benché io non sia ancora arrivata alla base del suo cazzo pulsante, sono vicina al limite. La gola si contrae ad un suo affondo d’improvviso più risoluto. La bocca piena di saliva mi rende difficile respirare.

Non ho alcuna intenzione di mostrarmi in difficoltà. Mi sforzo anzi di anticipare il suo ritmo, di incitarlo. Risponde accoppiando al mio accoglierlo in bocca un secco movimento del bacino. Sussulto per la profondità, e se ne accorge. Geme. Alzo gli occhi e lo vedo colmo di piacere. Quell’aria sicura e distaccata è finalmente sparita.
Dopo qualche istante ripete il movimento di bacino. È difficile placare lo spasmo della mia gola, ma è chiaro che apprezza. Il suo respiro si fa irregolare. Aumento la pressione delle labbra. Succhio più forte. Mi muovo più velocemente lungo tutta la sua asta, lucida e pulsante. Ogni volta che risalgo verso la punta, gli stuzzico il glande con rapidi colpetti della lingua. Le sue gambe si irrigidiscono. Una presa più forte ai miei capelli mi fa quasi lacrimare. In quell’istante mi esplode in bocca.

Caldi, densi flotti di sperma mi investono. Mi tiene bloccata con la mano, ma non mi sarei ugualmente spostata. Deglutisco ogni goccia. Ha un sapore intenso, solo vagamente amaro. Mi sorprendo a trovarlo ottimo... Quando mi lascia, mi alzo ed avvicino di nuovo il mio viso al suo. Questa volta sono io a fissarlo; legge certamente soddisfazione nei miei occhi. Come io nei suoi.
Con un pollice raccoglie una goccia di sperma dal mio labbro, l’unica che mi era sfuggita. Si porta il dito alla bocca e succhia, con un leggero sorriso. Vedergli fare un gesto simile mi fa tremare le gambe. È eccitante da morire, ed ovviamente ne è consapevole.

“Sei una brava gattina quando vuoi… ho un regalo per te.”
Estrae dalla tasca una coppia di palline cinesi.
“Sai cosa sono?” mi chiede.
“Sì, ma mai provate.”
“Ora le proverai. Inumidiscile bene, ed infilale. Poi torna al tuo posto… senza venire. Liberati per tutto il fine settimana, starai da me fino a domenica sera. Non preoccuparti dei dettagli, gattina.”

Mi mette in mano le palline, si riveste ed esce.
End Notes:
Come sempre, commenti e consigli sono ben accetti.
Capitolo 2 by Molly B
Camminare sui masegni sconnessi di Venezia con tacchi, borsa e trolley, è una tortura. Farlo con le palline cinesi, mi accorgo subito di quanto sia ancora più difficile. Sembravano così quiete, mentre ero seduta in treno… ora le sento muoversi ad ogni passo! I miei muscoli più interni le abbracciano, accrescendo la mia già forte eccitazione.

Lui cammina spedito, una manciata di passi avanti a me. Lo vedo appena, nella penombra che avvolge la città. Non riesco a raggiungerlo, e lui nemmeno si volta a guardarmi; dà per scontata la mia presenza. Osserva, di tanto in tanto, le vetrine colme di cianfrusaglie cinesi. Mi cerca nei riflessi del vetro? Non ne sono sicura. Mi irrita terribilmente.
Davanti a noi, la calle principale è bloccata. Un gruppo di turisti ha scelto, al solito, il punto più stretto per fermarsi a chiacchierare. Io conosco Venezia come le mie tasche, ma quest’uomo algido e sicuro di sé non può saperlo. Prendo una calletta a destra. Un paio di svolte e sono di nuovo sulla via principale, ben più avanti di lui che ha dovuto farsi largo tra la piccola folla. Lo vedo guardarsi intorno, stupito. Mi cerca! Quando infine mi vede, scuote la testa e ride. Per un attimo sembra quasi allegro.

“Questa me la paghi, ma ti è riuscita davvero bene gattina”
“È la seconda cosa che mi riesce bene oggi, mi pare” mormoro guardandolo di sottecchi.

Sbuffa ma non risponde, tuttavia prende il mio trolley. Lo porta per me. Proseguiamo finalmente affiancati. Abbiamo lasciato la stazione da una ventina di minuti, siamo alla fine della Strada Nova, e io non ne posso più. Le sfere non cessano un attimo di muoversi, vibrare, ondeggiare sollecitando i miei muscoli. È una stimolazione continua, senza speranza d’appagamento. Mi appoggio ad un muro, sfiancata. Mi sorprendo non poco quando si avvicina e mi abbraccia… Quante sfaccettature diverse ha quest’uomo?

“Mi tremano le gambe” bibiglio in un soffio.
“Un altro quarto d’ora, poi saremo soli”.

Rassegnata, mi stacco da lui. Continuiamo ad attraversare Venezia seguendo il corso del Canal Grande. Non potevamo prendere un vaporetto? Sono in fiamme, e tentata di fermarmi nuovamente, quando lo fa lui. Siamo davanti ad un immobile signorile, non lontano da Palazzo Benzon. Dal giardinetto arriviamo al primo piano; entriamo in un salottino semplice e minimale. Mi sarei aspettata un appartamento sontuoso e carico di arredi lussuosi, vista la zona. Attirano la mia attenzione solo le alte finestre in puro stile veneziano, e la vista parziale sul Canal Grande.

“Vorrai darti una rinfrescata. Seconda porta a sinistra”.
Non sembra un invito e nemmeno un suggerimento. Suona come un ordine. Mi dirigo verso il bagno con non poca delusione. Un altro rinvio…
Tra i marmi bluastri, sotto l’acqua bollente della doccia, mi chiedo se non sia il caso di riflettere bene su quel che sto facendo. Nessuno sa dove sono, ed io non so con chi sono. La mia figa, umida e pulsante dopo quella lunga camminata, risponde però per me. Da quanto tempo non mi sentivo così? Per quanto tempo sono tornata a casa sola, una sera dopo l’altra, a perdermi tra le lenzuola e sognare chi non c’è? Al diavolo, non ho nessuna voglia di essere prudente. E nemmeno di pensare.

Una decina di minuti, avvolta in un abito pulito, lo sorprendo a cucinare.

“Accomodati.”
Mi accoccolo su una sedia, sotto il suo sguardo vigile.
“In qualsiasi momento, una parola e ti riaccompagno a casa. Chiaro?”
Sorrido annuendo, mi piace quella rassicurazione.

Con movimenti lenti si posiziona alle mie spalle ed avvicina le mie mani, dietro lo schienale. D’istinto intreccio le dita. Deposita un bacio sulla mia tempia, che interpreto come un segno di approvazione. Mi accarezza le gambe, lento e sensuale, e porta entrambi i miei piedi il più indietro possibile. Di certo nota il mio respiro che accelera appena. Sono a gambe spalancate! Come un bambino curioso, sbircia sotto la gonna. Sorride carico di lussuria vedendomi priva di intimo, ma non parla ed io neppure.

Poggia sul tavolo un piatto più che abbondante di bocconcini di pollo e patate al forno. Si siede di fronte a me. Gli rivedo negli occhi la stessa luce che aveva sul treno, lo stesso sorriso pericoloso. Prende con la sinistra un pezzetto di pollo, e poggia la destra sulla mia coscia. Mentre mi avvicina il cibo alla bocca, le sue dita raggiungono la mia figa. Senza le palline, sono certa che bagnerei anche la sedia dall’eccitazione. Fremo, sono impaziente e vogliosa.
Quando assaporo il cibo, delizioso, inizia a masturbarmi come se mi conoscesse da sempre. Gemo, ma questo non gli piace. Me lo fa capire con un forte pizzicotto all’interno coscia, che mi causa un sussulto di sorpresa.
Il gioco è chiaro. Mangiamo un boccone a testa, ma mentre mangio e solo per quel tempo, lui mi stuzzica con la punta delle dita. Purché io stia in silenzio: se gemo, ottengo un doloroso pizzicotto. È una lotta prima di tutto con me stessa, tra la voglia di non farlo smettere e l’incapacità di trattenere la mia voce. Quando finiamo il piatto mi sento stremata dalla continua tensione che attraversa il mio corpo. Mi porge le dita della mano sinistra, che lecco con attenzione, mentre continua a torturarmi il clitoride. Abilissimo.
Anche quando io mi fermo, però, lui continua. Sento le gambe irrigidirsi, per quanto immobili. Mi pianto l’unghia del pollice destro nel palmo tentando di resistere. Ho terribilmente caldo, gli spasmi delle pareti vaginali mi fanno percepire ancora più distintamente le palline. Mi mordo le labbra, nel tentativo di restare ancora in silenzio. Non resisterò a lungo, ma non voglio che smetta. Lo guardo con una supplica negli occhi.

“Voglio sentirli ora i tuoi gemiti, gattina.”

È un vero miagolio di piacere quello che esce dalla mia bocca, mentre la sua mano continua a tormentarmi. Sono al limite. Lo supplico con un filo di voce, sperando non si fermi. Non lo fa. Non smette un attimo di fissarmi, mentre io non riesco a reggere il suo sguardo. Mi tiene per istanti infiniti sull’orlo dell’orgasmo. Immobile come mi vuole non posso che gemere a voce sempre più alta ed irregolare. E proprio nell’istante in cui mi sento esplodere, con la sinistra mi sfila in un unico movimento le palline dalla figa.
La sensazione è indescrivibile, fortissima. Vengo contorcendomi sulla sedia, senza che lui si fermi. Vengo singhiozzando dal piacere che non accenna a scemare. E gemo ancora nel momento in cui, tra gli spasmi, affonda in me con due dita. Si arresta solo quando l’orgasmo è così forte e prolungato da essere quasi doloroso.

Mentre recupero il fiato, e i miei muscoli smettono di contrarsi da soli, dondola davanti a me le palline cinesi coperte dei miei umori.

“Vieni, andiamo a letto.”
Capitolo 3 by Molly B
La camera è davvero grande per gli standard veneziani. Il letto cattura subito la mia attenzione, nella penombra; ha un’imponente struttura in ferro battuto e lenzuola candide. Lui, mi invita a sedermi sul bordo con un gesto perentorio della mano. Parla poco eppure dice molto, quest’uomo.
Dondola davanti ai miei occhi le palline cinesi, fino a qualche istante prima nella mia figa. Sono coperte della mia eccitazione. Sposto lo sguardo ripetutamente da loro a lui. Il suo modo di osservarmi, con quegli occhi chiari e gelidi, mi provoca l’ennesimo brivido lungo la schiena. È eccitante da morire. Mi sento una Acherontia Atropos, la più bella delle falene, intenta a danzare intorno ad una lampadina, luminosa come e più della luna eppure davvero raggiungibile e capace di ustionare.

“Leccale, gattina” mormora con la sua voce calda.
Sto per avvolgere la prima sfera con le labbra, ma lui la allontana. Sorride, con quell’espressione asimmetrica e sensuale, al vedere la mia perplessità.
“Ho detto lecca… non succhia.”

Inizio a leccare con cura entrambe le sfere. È difficile non farle sfuggire al tocco della mia lingua, trattenute come sono solo da un’esile cordicella. Sentire il mio sapore mi eccita più di quanto io già non lo sia. Dopo il primo e forte orgasmo, così a lungo desiderato, sono tutto meno che sazia.
Una volta soddisfatto, abbandona le sfere sul comodino. Si abbassa a baciarmi, delicato prima e via via sempre più intenso ed animalesco, fino a mordermi le labbra. Sembra mi voglia mangiare. Mi spoglia. Con pochi movimenti studiati, sono completamente nuda davanti al suo sguardo inquisitorio. Non mi permette nemmeno di aprire un bottone della sua camicia. Mi invita anzi a stendermi pancia sotto sul letto, candido quanto la mia pelle. Uno di quegli inviti che non si possono rifiutare.

Non vederlo mi inquieta un poco. Sento rumori alle mie spalle; vorrei girarmi ma non cedo alla tentazione. Credo si stia a sua volta spogliando. Sento un cassetto aprirsi e richiudersi, non so cosa attendermi. Mi sento vulnerabile. Si mette in ginocchio sul letto, tenendomi tra le sue gambe. Un profumo di gelsomino riempie l’aria.
Sento le sue mani sulla mia schiena e capisco. Un massaggio! Un lento, delicato massaggio con della crema al gelsomino. È bravo, di certo non improvvisato. Rilassa i miei muscoli con pochi movimenti. Parte dalle fossette di Venere alla base della schiena e risale più e più volte fino al collo, sinuosamente. Mi sfugge un sospiro, chiudo gli occhi e mi lascio cullare. I gesti cambiano. La pressione diventa maggiore, prende ad usare le nocche. Al rilassamento si unisce la sensazione di avere più di due mani sulla schiena. Diventa rilassante ed eccitante insieme. Desidero di più, più intensità, più contatto. Sono fradicia tra le gambe.
Interrompe gradualmente il massaggio, portando ripetutamente le mani ai lati della mia schiena, verso il seno. Attendo, contorcendomi silenziosamente dalla voglia. Finalmente, la sua mano destra lo circonda frapponendosi tra me e le coperte. Si china a leccarmi e baciarmi il collo, uno dei miei punti più sensibili. Sono in estasi. Mi fa voltare. Come avevo intuito si è spogliato del tutto. Ha il fisico immaginavo, curato ma non in modo maniacale.

Ci perdiamo in un altro bacio, forte e delicato insieme, infinito, mescolato a sospiri e gemiti mentre mi tortura il capezzolo destro con le dita ed il palmo. Quando passa al sinistro, mi inarco sotto di lui. Finalmente mi permette di aprire le gambe, sistemandosi tra di esse. Scende con la lingua dalle mie labbra, passando ancora sul collo, fino a raggiungere il seno.
Contemporaneamente sale con un ginocchio, fino a premere sulla mia figa umida e vogliosa. Succhia, morde e sollecita i capezzoli, alternando bocca e dita, in una danza estasiante. Nel semibuio vedo il suo cazzo svettare. Ne sento l’odore che già conosco. Lo voglio. Mi strofino contro la sua gamba, lasciandogli lunghe scie di piacere.

Allunga la mano a prendere qualcosa fuori dalla mia visuale. Riconosco due mollette di legno da bucato, quando me le mostra. Quel che vuole è evidente, e mentre lo fa mi regala un altro dei suoi pericolosi sorrisi carichi di voglie. Accenni di dolore si diramano dai miei capezzoli, mentre vengono chiusi nella morsa delle mollette.
Mi osserva con quel suo sguardo penetrante, quasi a leggermi dentro, prima di scendere ancora più in basso con la bocca. Deposita una scia di baci dallo sterno al ventre, e poi ancora giù. Sento il suo respiro caldo sul monte di Venere. Fremo di impazienza, mi sento colare. Per lunghi attimi non si muove, non fa assolutamente nulla, resta a guardare le labbra imperlate di desiderio. Mi fa sentire quasi in imbarazzo. Poi finalmente vi si avventa, voglioso e delicato insieme. Sento la sua lingua aprirmi ed esplorarmi, la sua bocca succhiarmi avida. Gioca con il clitoride fremente, lo abbandona per poi tornare a sollecitarlo, provocandomi brividi di eccitazione. Mi spinge ad inarcarmi sempre più, a scontrarmi con la sua stretta salda sui miei fianchi. Vorrei affondare le mani nei suoi capelli, premere il suo viso contro di me. Mi trattengo a stento, stringendo le coperte.

Smette ben prima che io venga. Mi chiedo se veda più dispiacere o più voglia nei miei occhi… Non mi ha ancora permesso di toccarlo davvero, scostando le mie mani ogni volta. Quando ci riprovo, di nuovo me lo nega. Mi alza le braccia, unisce i polsi sopra il mio capo. Gli basta una mano a tenermi ferma.

“Non costringermi a legarti.”

Con l’altra mano è libero di vagare sul mio corpo. Di muovere di scatto il seno, facendo sobbalzare le mollette che rispondono con fitte improvvise. Di scendere ancora tra le mie gambe, tormentandomi ancora con maestria. Eravamo due perfetti sconosciuti fino a poche ore prima, ma sembra conosca il mio corpo da sempre.

Finalmente mi fa sua. Si fonde con me in un unico, fluido, movimento. Lo fa fissandomi, il viso a pochi centimetri dal mio. Imposta una danza asincrona fatta di movimenti alternati, ora lenti e dolci, ora più secchi e forti. Mi sforzo di reggere il suo sguardo, di lasciargli vedere nei miei occhi come il piacere monti in me. Non è più lui a tener ferme le mie mani, premendole contro il materasso, ma piuttosto io ad aggrapparmi alla sua.
Posso assecondarlo ben poco, con un ritmo così volutamente impossibile da anticipare. Le mollette, strette ai miei capezzoli, causano continue e leggere fitte. Dal seno si dipanano fino a combinarsi con il piacere che dalla figa si spande nel mio corpo. L’unione delle due sensazioni mi avvicina sempre più all’orgasmo.
A lui non piace di meno. Il suo sguardo vaga tra il mio viso ed il mio seno, rapito, e vi leggo sempre maggior desiderio ed eccitazione. Se il rumore liquido tra le mie gambe è inequivocabile, i rantoli che gli salgono dalla gola non lo sono di meno. Quando inizio ad irrigidirmi, lo sento spingere più forte, affondare con maggior veemenza.

All’improvviso si ferma, immobile. Non riesco a trattenere un gemito di disapprovazione, reso subito più acuto da un’intensa fitta al seno sinistro: ha tolto una delle mollette. Gli pianto d’istinto le unghie di entrambe le mani nel polso. Mi sembra un dolore insopportabile, anche se lentamente scema.
Ricomincia a muoversi in me poco prima che la sensazione sia svanita del tutto. L’altra molletta è saldamente al suo posto, ma per poco. È inevitabile. Mi riporta ancora sull’orlo dell’orgasmo, questa volta molto più velocemente di prima. Credo di saper cosa aspettarmi, eppure cambia ancora. Non smette di affondare in me, di muoversi a ritmo incalzante nella mia figa bagnata e pulsante, quando toglie l’altra molletta. La sensazione di dolore è ancora più forte, e si mescola ancora di più con il desiderio ardente di godere.

“Splendida” mormora, lasciandomi sentire tutta l’eccitazione che gli distorce la voce.
Quella singola parola, quel tono nella sua voce, mi condanna. Non contento, ne aggiunge un’altra.
“Vieni”.

Non so se sia un ordine o un’esortazione, non ha importanza. Non v’è altra possibilità. Incapace di sopportare oltre il suo sguardo, per quanto ora più caldo, volto la testa di lato. Mi inarco, mi tendo sotto di lui come la corda di un violino. E lui abilissimo sceglie i ritmi ed i movimenti migliori per farmi vibrare. Preme con la mano libera sul mio ventre, quasi volesse sentire il suo cazzo mentre è dentro di me.
Perdo il fiato solo per ritrovarlo quando il piacere esplode in me, e lasciargli sentire i miei gemiti trasformarsi in un unico acuto. Viene con me, su di me, dentro di me. Viene mescolando la sua voce bassa e roca alla mia, nascondendo il viso sulla mia spalla, mordendomi la pelle chiara fino a lasciarmi i segni dei denti.

Per minuti interi, silenzio. E profumo di gelsomino e di sesso.
Capitolo 4 by Molly B
“Tu hai un problema, e io sono la tua soluzione” sussurra. Mi sono appena svegliata tra le sue braccia. Lo osservo perplessa ed assonnata, persa nel calore del suo corpo nudo contro il mio.
“Un problema?”
“Esatto. I dettagli poi. È ora di colazione, gattina.”
“Miao.”

Un paio d’ore più tardi passeggiamo pigramente. Ho acquistato delle scarpe basse, adatte a Venezia, e un vestitino in lana. È chiuso da una fila di grossi bottoni sul davanti, e copre appena il bordo delle mie autoreggenti, ma è molto caldo. Tornati nel suo appartamento il tempo di cambiarmi, mi ha allungato una scatoletta piuttosto voluminosa da tenere in borsa.
“Parte della soluzione” ha detto. Non so se essere curiosa o preoccupata.

Fino a metà pomeriggio, ci raccontiamo. Troviamo insperate affinità e prevedibili distanze. Più volte, mentre parlo, mi afferra per i capelli e stringendomi a lui o facendomi arretrare contro un muro. Mi bacia con passione, con desiderio. Gli mordo le labbra e lui mi sussurra oscenità all’orecchio. Mi spinge contro il suo bacino per farmi sentire la sua eccitazione, o mi stringe il seno da sopra il cappotto. I passanti bisbigliano, tra la disapprovazione e l’invidia. Ma non mi permette di spingere oltre il gioco. E’ eccitante e snervante.

Sono ormai stanca di camminare quando torna alle sue prime parole del mattino.
“Il tuo problema, è che non sai lasciarti guardare” mi dice, lungo le Fondamente Nove. “Distogli sempre lo sguardo, e anche nei gesti trasmetti chiusura. Quasi volessi passare inosservata. Devi imparare a lasciarti guardare.”
Ha intuito, ma le sue parole mi feriscono un poco.
“E tu saresti la soluzione.”
“Oh sì…”
Mi regala il suo sorriso lascivo, alla Hannibal Lecter, e mi trascina tra le calli. In quest’area sono ancora più strette e deserte che altrove. Siamo avvolti dalla penombra, in una calle che da una modesta piazzetta si tuffa in acqua. Affiancati, ci passiamo appena.

“Ci sono due cose che devi imparare. La prima, è accettare che qualcuno possa vederti” bisbiglia, la sua guancia contro la mia. “Lascerai che ti dimostri quanto è eccitante, gattina?”
Annuisco, per quanto incerta. Quest’uomo mi affascina, lo conosco da meno di un giorno eppure è irresistibile. Sa dire esattamente quel che voglio sentire. Ma cosa vuol fare?
“Bene… Appoggiati meglio al muro. Gambe aperte, mani dietro la schiena.”
Lo assecondo guardinga. Scivola sotto il mio vestito con una mano, rapido, e cerca e trova la mia figa. Sussulto.
“Già eccitata? Ti scaldi per poco…” mi canzona. Di certo nota il violento rossore che mi colora il viso. “Resta immobile.”
Osservo un punto indistinto alle sue spalle, mentre slaccia lento i bottoni del mio vestito, facendolo aprire del tutto. Trattengo a stento la voglia di coprirmi. La vergogna lotta contro l’eccitazione, ma quando torna con le sue dita alla mia figa, scostando il perizoma, boccheggio. Rumori, in una calle vicina, mi distraggono e mi preoccupano.
“Ma…” tento di protestare. Se arrivasse qualcuno, non riuscirei certo a coprirmi!
“Muta. Non azzardarti a parlare” mi gela, senza per questo smettere di masturbarmi. Il pollice compie lenti movimenti circolari sul clitoride, due dita affondano in me. Mi piace da impazzire. Lentamente, l’eccitazione vince la vergogna. Il mio bacino va sempre più incontro alla sua mano. Il piacere monta e il mio respiro si fa più corto. Credo sia proprio per questo che lui si ferma, e scosta le dita. Lo guardo con una supplica negli occhi, ma incontro solo il suo sguardo serio. Nemmeno ci provo, a pregarlo di continuare.
“Te l’ho già detto ieri in treno. Devi imparare a meritarti quel che vuoi. In ginocchio”.
Porto le mani al vestito, per chiudere istintivamente almeno un paio di bottoni. Oh, mossa decisamente sbagliata. Me ne accorgo quando afferra i miei polsi, scostandoli bruscamente.
Dovrei scusarmi? Non ne sono mai stata capace. Torna con la mano tra le mie gambe, prima che io possa decidere se parlare o inginocchiarmi come mi ha chiesto. Ma non è certo per riprendere il movimento di prima.
“Non mi piace chi tiene il piede in due scarpe. Deciditi: o prendi i tuoi stracci e te ne torni a casa, o lasci che io ti mostri quanto può piacerti essere troia. La recita da ragazzetta pudica, falla a chi non si accorge che hai la figa che cola.”
“Ma… se arrivasse qualcuno…” sono praticamente nuda!
“T’importa più di quel che pensa uno sconosciuto, che del tuo piacere?”
“No… ma…”
“Ma niente. Dovessero vederti, non ti sfioreranno con un dito. Credi che ti metterei in pericolo?”
“No, hai ragione.”
“Allora, vuoi andartene?” Lo chiede sfiorandomi appena da sopra il perizoma. Fa arricciare il tessuto tra le labbra, e lo tira appena verso l’alto. Sento un brivido di piacere, la chiara risposta del mio corpo alla sua domanda.
“No. Ti prego” mi arrendo.
“Brava gattina. Facciamo però in modo che tu possa ricordarti bene, di non prendere sciocche iniziative…”
Mentre parla mi afferra il clitoride tra pollice ed indice, da sopra il pizzo. E stringe fortissimo. Mi piego su me stessa senza riuscire a trattenere un gemito di dolore. Mi aggrappo a lui per non cadere. Lascia la presa quasi subito, ma una ragnatela di dolore si è già dipanata in tutto il corpo. Sento il clitoride pulsare impazzito.
“Ora da brava, in ginocchio… a gambe ben aperte. Poggia le ginocchia sulle mie scarpe.”
Appena mi sistemo, si apre il pesante cappotto. Mi trovo con il viso all’altezza dell’evidente rigonfiamento nei suoi pantaloni. Mi rendo conto che, in quel luogo e in quella posizione, sono più coperta di quanto credevo. La scarsa luce del tramonto, i lembi aperti del suo lungo cappotto, il muro alle mie spalle e quello alle sue della stretta calle in cui ci troviamo, mi fanno sentire meno esposta del previsto. Si apre i pantaloni, e li abbassa lento assieme ai boxer. Porto le mani alle sue cosce, per evitare che cadano. Osservo il cazzo, duro e svettante, mordendomi il labbro inferiore.
“Sai cosa fare” sussurra.

A differenza di quanto mi aspettavo, non mi sfiora nemmeno. Si appoggia al muro alle sue spalle, e mi lascia il piacere di strofinarmici contro a lungo, gustandomi la sensazione della sua pelle calda e tesa sul mio viso. Lo lecco piano, partendo dallo scroto pesante. Gli faccio sentire appena i miei denti, mentre uno alla volta accolgo in bocca e succhio appena i coglioni. Il suo profumo, speziato, mi riempie le narici.
Con la lingua morbida risalgo, fino alla punta già umida. Compio lente volute, alzando per brevissimi istanti lo sguardo verso di lui che mi scruta, attento a ogni mio movimento. Stringendo le labbra, scendo lasciandomelo scivolare in bocca per una buona metà. Quando risalgo, è lucido della mia saliva. Lo percorro con la guancia, lasciandogli sentire il mio fiato caldo ed eccitato.
E’ ora di fare sul serio. Lo riaccolgo in bocca, succhiando mentre mi abbasso fino alla base. Ripeto un movimento che farò mille volte, regalandogli con la lingua dei rapidi colpetti sul glande alternati ad una più vellutata e lenta coccola. Non voglio che riesca a prevedere troppo le sensazioni...
Aumento il ritmo e con esso la profondità e la velocità. Mi sforzo di mantenere aperta la gola, mentre assecondo con tutto il corpo il movimento della testa. Mi rendo conto che, dopo il forte e doloroso pizzico, il clitoride è incredibilmente sensibile. Ondeggiare appena il bacino, con le gambe aperte, lo fa strusciare sul perizoma quanto basta a farmi colare. Tengo a fatica le mani sulle sue gambe, sempre più tese, resistendo alla voglia di toccarmi. Arrivo con la bocca fino alla base. Sento gli occhi lacrimare per lo sforzo, mentre i suoi coglioni gonfi mi sbattono contro il viso. Gli sfugge un gemito, basso e gutturale. Dentro di me esulto. Per aumentare la sensazione del mio movimento, spinge il suo bacino contro di me assecondando il mio ritmo. Con la coda dell’occhio vedo una sua mano ondeggiare vicino al mio capo, ma non mi sfiora. Stringo le labbra più che posso, non smetto un attimo di succhiarlo. Non voglio altro che sentirlo venire.
Pochi colpi e mi accontenta, con un lamento di piacere, costringendomi a deglutire per non soffocare. Nemmeno ci penso, a staccarmi. Lo osservo dal basso per attimi che mi sembrano infiniti. Sono eccitata e soddisfatta. Lui ha il viso segnato dal piacere, in un misto di distacco ed appagamento che mi affascina una volta di più.

“Non hai idea di quanto vorrei portarti a casa e scoparti fino a domani” sussurra poi, mentre mi aiuta a coprirmi di nuovo, “ma hai ancora una cosa da imparare… apri la scatoletta che ti ho dato.”
Capitolo 5 by Molly B
“Apri la scatoletta che ti ho dato” mi bisbiglia lui, mentre il pomeriggio veneziano sfuma verso la sera. Non ha bisogno di parlare forte; il silenzio è totale in questa stretta calle. Sotto il suo sguardo vigile, eseguo. Scopro un oggetto dalla forma curiosa: un uovo, di setoso materiale nero, con una lunga coda curva. C’è anche un secondo oggetto, più piccolo ed allungato. Ci impiego qualche secondo a realizzare che sono un vibratore ed il suo telecomando.
“Lo metti da sola, gattina, o ci penso io?” mi chiede, impaziente.
“Tu” mi limito a rispondergli, eccitata e stupita.
Senza dire altro, porta il vibratore sotto il mio vestito. Sento l’ovulo premere e farsi lentamente strada dentro di me. Bagnata come sono, non incontra alcuna resistenza. Capisco a cosa serva la coda flessuosa: la sua estremità arrotondata raggiunge perfettamente il mio clitoride. Lui non si accontenta di sentire il vibratore in posizione. Lo ruota e lo estrae appena, per poi inserirlo nuovamente, più volte.
“Hai idea dell’effetto che ti farà?” mi chiede. Scuoto la testa. “Meglio così” mormora, sornione.

Ci incamminiamo, e già muovermi con quell’aggeggio nella figa è una scoperta. Ad ogni passo sento la parte ovale stretta tra le pareti della mia figa, che preme come facevano le palline vaginali appena scesa dal treno. La coda, in aggiunta, segue i miei movimenti quel poco che basta a stimolarlo senza sosta. Per fortuna prendiamo un vaporetto, ma è pieno di gente. Restiamo all’esterno, in piedi, lui con la schiena all’acqua ed io di fronte. Con un gesto improvviso mi stringe a se e mi abbraccia forte. Mi sorprendo una volta di più delle tante sfumature di quest’uomo, che ora mi tiene con la testa sulla sua spalla. Mi sento incredibilmente protetta. Tranquilla.

Neanche il tempo di pensarlo ed il vibratore si aziona. Emetto un gemito, più di sorpresa che di incontenibile piacere. La vibrazione è molto leggera e al massimo distrae. Ma cresce. Evidentemente il telecomando gli permette di regolarne anche l’intensità. Un calore intenso mi fa sciogliere tra le gambe. Se mi guardasse in viso capirebbe i miei pensieri, ma non scioglie l’abbraccio e io gliene sono grata; siamo accerchiati da turisti e locali. La vibrazione aumenta ancora. L’oggetto è perfettamente silenzioso, e mi sforzo di esserlo anch’io, ma non so per quanto resisterò ancora.
“Com’è?” mi chiede, in un bisbiglio.
“Finirò per venire qui.”
“Mica male come idea, ma ho progetti più interessanti per te.”
Il ritmo si abbassa, diventando più sopportabile, fino a spegnersi del tutto nel giro di qualche secondo. Non so se essere sollevata, dispiaciuta o preoccupata.

Scendiamo alle Zattere, e da lì mi guida in un ristorantino poco lontano. È un bel locale, dall’aspetto retrò ed elegante, in puro stile veneziano. È grande, ma con una struttura molto irregolare, e quando mi lascia la scelta del tavolo ne indico uno appartato. Mi siedo spalle alla parete. Lui ha un’espressione indecifrabile. Mi riesce così bene leggere le persone… eppure con lui è una battaglia persa in partenza. Ci alterniamo per lavarci le mani, ma quando torno scopro che ha già ordinato anche per me.
“Non ti dispiace vero?” mi chiede, malizioso. Gli sorrido di rimando. Ho forse scelta?

Riprendiamo il filo dei discorsi del pomeriggio. Mi accenna appena al divorzio dalla moglie, al figlio che vive con lei, prima di passare a qualche aneddoto di lavoro. Lo ascolto pigramente, credo voglia solo distrarmi dall’oggetto saldamente piantato tra le mie cosce che di tanto intanto prende a vibrare alla minima intensità per qualche attimo. Ogni volta non posso fare a meno di spalancare gli occhi, sorpresa, mentre lui resta imperturbabile.
Quando finiamo gli antipasti, dei crostini con mousse di pesce, temo di poter colare sulla sedia. Il gioco, snervante, è eccitante da morire. Mi piace essere così in balia dei suoi capricci, ed al contempo che nessun altro possa intuire cosa accade tra di noi. Mi piace meno la netta sensazione che non saprò contenermi ancora per molto. Dare spettacolo, non è decisamente il mio forte.
La cena scivola tranquilla; primo e secondo sono ottimi. Devo riconoscergli di aver indovinato i miei gusti, per quando chiunque apprezzerebbe quello che il cameriere mi porta. Ogni volta che riappare, il vibratore riprende la sua leggera azione. Riesco a non darlo a vedere con sempre maggiore difficoltà.
“Allora, questa cena, gattina?”
“Molto… ehm… stimolante” gli rispondo sorridendo.
Il cameriere, che ci posa davanti due coppette di tiramisù, se coglie il doppio senso dissimula bene.

“Anche il dolce?”
“Sì. Mangialo piano. Vale tutta la cena” mormora.
Non capisco bene cosa voglia dire, fino a quando alzando la forchetta non sento il vibratore accendersi ben più forte di prima. Lo guardo sorpresa.
“Assaggia, è buonissimo” prosegue, come se niente fosse.
Certo sarebbe più facile se la mano non mi tremasse così tanto… e per quanto sia davvero delizioso, un secondo boccone è impensabile. Mi muovo sulla sedia, spostando il peso e sperando di alleviare un poco la sensazione, fantastica ed inopportuna al tempo stesso. I miei occhi vagano per la sala. Possono vedermi solo da due tavoli, occupati da una coppia ciascuno. La prima chiacchiera allegramente, ma nel secondo tavolo sembra regnare la noia. L’uomo incrocia gli occhi con i miei, mentre quella che deve essere la moglie contempla assorta il suo piatto. E’ grassoccio, pelato, per nulla attraente. Ha un che di viscido. Mi affretto a distogliere lo sguardo.

“Che succede gattina?”
“L’uomo alle tue spalle mi sta fissando.”
“Si godrà un bello spettacolo” mi risponde, piano.
“Un… cosa?”
La vibrazione accelera. Afferro il bordo del tavolo con una mano, sforzandomi di restare impassibile, mentre l’altra si torce sul mio grembo.
“Un bello spettacolo” ripete glaciale, mentre serro le gambe e mi sforzo di mantenere il respiro regolare. Sento il piacere montare, velocissimo, con la coda di quell’ovetto che vibra in modo dannatamente perfetto sul clitoride, in sincronia con la stimolazione del mio punto G. La vibrazione sale ancora. Lo guardo implorando non so bene neanch’io cosa, ma lui non fa una piega.
“Lo spegnerò solo quando sarai venuta” sussurra, in modo che solo io possa sentirlo. “Qui, con quell’uomo che ti guarda. E per quanto tu possa cercare di non urlare… oh sappiamo entrambi quanto ti dimeni in preda all’orgasmo.”

Non ci credo. Qui? Con la coda dell’occhio tengo sotto controllo l’uomo grasso. Mi rivolge occhiate brevi ma continue. Oddio, non resisto. Mi mordo la lingua pur di non emettere il minimo suono. Mi sento investire da una vampata di calore che di certo mi arrossa il viso. Chiunque, vedendomi, capirebbe che qualcosa non va. O che va fin troppo bene.
Mi piego in avanti, premendo contro il tavolo col busto. La mano che vi è appesa ha le nocche bianche, da quanto spasmodicamente ne stringo il bordo. Con l’altra mi aggrappo al bordo della sedia. La vibrazione continua, incessante, martellante, incalzante. Mi sento in un lago di piacere, sono ormai certa di aver bagnato con i miei umori il vestito. Lui ha ormai finito il suo dolce, guardandomi come se fossi il suo spettacolino privato. Beh, in effetti sono il suo spettacolino. Meno privato di quanto vorrei.

“Ti prego” riesco a sussurrare, con il piacere che mi rende acuta e malferma la voce. Per tutta risposta la vibrazione aumenta ancora. Ma quanto velocemente può andare questo dannato… benedetto… dannato e benedetto ovetto? Sento i muscoli contrarsi, spasmodici, per l’arrivo imminente dell’orgasmo. Accavallo le gambe nel disperato tentativo di tenerle ferme, rendendo così ancora più forte le sensazioni. Mi maledico silenziosamente, e vedo un angolo della sua bocca incresparsi. Sorride, consapevole che con il mio gesto ho solo affrettato le cose. L’uomo grasso alle sue spalle ormai ha lo sguardo fisso su di me. La moglie neanche lo nota.
“Ascolta il tuo corpo” mi dice con voce melliflua il mio torturatore, riportando la mia attenzione su di sé. “Tu vuoi venire. Tu pretendi di venire” scandisce. “E’ solo la tua mente che si rifiuta di ammetterlo”.
Non ho nemmeno il tempo di assorbire le sue parole, che l’orgasmo inevitabile mi esplode dentro. Il mio corpo, teso allo spasmo, si contrae facendomi sussultare sull’elegante sedia del ristorante, sotto lo sguardo gelido del mio accompagnatore e sotto quello stupito dell’uomo grasso. Un mugolio mi sfugge dalla bocca, mentre il piacere non accenna a placarsi. La vibrazione tra le mie gambe continua, lo amplifica, lo rende sempre più acuto. Volto istintivamente la testa di lato, quasi nascondendomi, ma è inutile. Sono in bella mostra.

Quando fintamente la vibrazione rallenta, e con essa le scosse di tutto il mio corpo, non mi sembra vero. L’ha… l’ho fatto sul serio?
“Come ti senti, gattina? In una sola parola”.
Mi ci vuole qualche istante per riuscire a rispondergli, per trovare una risposta nella mia mente completamente svuotata.
“Appagata” sussurro infine.
“Sei stata perfetta. Finisci il dolce, andiamo a casa. Voglio un bis. E molto altro, ma solo per me.”
Capitolo 6 by Molly B
Sono avvolta dai marmi bluastri del suo bagno. Esito a spogliarmi, nonostante la voglia, a causa del suo sguardo... Sembra stranito, indeciso sul da farsi. Ho ancora il vibratore saldamente infilato nella figa, sotto il vestito, con la sua lunga coda a lambirmi il clitoride. Non l'ha più acceso, dopo avermi fatta venire al ristorante sotto gli occhi di quell'uomo grasso. Arrossisco a ripensarci. Se ne accorge. Si accorge sempre di tutto.

"Che c'è, gattina?"
"Ripensavo...."
"A?"
"A quell'uomo che mi fissava".
Con gesti lenti e studiati mi spoglia, la stoffa mi abbandona poco a poco. Toglie repentinamente il vibratore che lui stesso aveva posizionato, strappandomi un sospiro.
"Lo vorresti ancora qui a fissarti?"
"No, fissami tu".

Sotto l'acqua bollente della doccia, non mi leva gli occhi di dosso. Osserva la mia pelle candida incendiarsi a contatto con l'acqua; è talmente delicata da colorarsi con lunghe striature rosse, quasi fossero colpi di frusta. A mia volta non so fare altro che perdermi sul suo corpo armonico, capace di accendermi con un solo movimento.
Si anima, fa ciò che io, imbambolata, speravo. Mi attira a sé, mi tiene per i capelli, mi bacia. Gli gemo in bocca quando mi stringe il culo, e lo sento eccitarsi contro di me. È un bisogno istintivo quello che prende entrambi: la mia voglia di sentire lui e non un misero surrogato dentro di me, la sua di avermi davvero e non guardarmi soltanto.

Mi solleva una gamba, mi cerca e mi trova. Con la mano prima, con la sua erezione poi. Mi perdo nelle sensazioni. Mi stringe, mi solleva quasi, per farmi mantenere l'equilibrio nonostante i suoi assalti. Ed io mi aggrappo a lui facendogli sentire le unghie sulla schiena, cercando di bilanciarmi, puntando la gamba alzata contro la parete opposta, vincendo le differenze di altezze ed il fondo scivoloso della doccia. Assecondando la voglia di sentirlo sempre più in profondità.
L'orgasmo mi coglie quasi di sorpresa, tanto è rapido, mentre con una mano stringe il mio seno ed intrappola il capezzolo tra le dita. Affondo i denti nella sua spalla, col bisogno spasmodico di tutto il contatto possibile, dopo essere venuta senza che mi avesse nemmeno sfiorata in quel ristorante. Pochi colpi e mi segue, mentre l'acqua bollente ci accarezza, per poi continuare a tenermi stretta finché i nostri respiri tornano regolari.

Mi asciuga piano, con un panno morbido. Mi guarda sornione mentre mi fono i capelli, sorridendogli da sotto la mia massa di boccoli castani. Ed altrettanto sornione mi accompagna in camera, tenendomi per un polso come se avesse paura di un mio smarrire la via.
"Ti voglio ancora" mormora, mentre i baci si fanno via via più urgenti, sfumando dal dolce alla passione pura.
"Ti voglio di più" rispondo di rimando "ma non smettere di toccarmi. Non mi abbandonare di nuovo".
Sorride a quella richiesta. Mi stende sul letto, a gesti morbidi mi posiziona come fossi una bambola di stoffa. A pancia in su, braccia distese verso la testa del letto, gambe appena allargate. Leggo ammirazione nei suoi occhi mentre mi guarda, e questo mi eccita e mi rende orgogliosa. La donna che su quel treno sperava solo di arrivare velocemente a casa, per passare un fine settimana in solitudine, è distante anni luce.

Si mette a cavalcioni su di me. Ho il suo cazzo svettante davanti agli occhi, turgido ma troppo in alto perché io possa raggiungerlo con la bocca come vorrei. Resta volutamente lì a farmi voglia, mentre sento una corda stringermi i polsi. Mi lega alla elegante testiera del letto in ferro battuto. Poi si abbassa, quanto basta per percorrermi il viso con la cappella già lucida, lasciando lunghe strie umide sulla mia pelle. Lo cerco, voltandomi, con la lingua e con le labbra. Mi concede solo di sfiorarlo. La voglia di entrambi cresce, in questo gioco a rincorrersi dove non si capisce chi sia il gatto e chi il topo. Il suo gusto mi agita, risveglia i miei istinti più di quanto già non lo siano. Sento la consistenza delicata e calda dei coglioni su una guancia, e subito le mie labbra li avvolgono. Sospira di piacere, e io mugolo di rimando.

Mi scruta mentre si sistema tra le mie gambe e prende a baciarmi ai lati della bocca. Mi morde le labbra, gioca a sfiorarle con la punta della lingua. A ritrarsi senza che possa inseguirlo. Mi sovrasta col suo corpo, mi accarezza con una mano il collo e poi scende, afferrando il seno, torturando alternativamente i capezzoli sporgenti e vogliosi. Silenzia con le sue labbra i miei sospiri di piacere e ancora scende, dedicandosi a mano piena alla mia figa sempre calda e desiderosa di lui. Traccia un sentiero di baci sulla mia pelle, e anche la bocca vi si rivolge. Sento la lingua esplorarmi, l'accenno di barba grattare appena mentre mi succhia il clitoride fremente. Mi agito dal piacere, allargando sempre più le gambe in un chiaro invito a proseguire. Mi inarco facendo forza sulla corda, maledicendo il non poterlo toccare e benedicendo insieme quella posizione che aumenta ogni sensazione.

Si ferma appena prima dell’orgasmo. Mi regala un'ultima espressione, a metà tra il serio ed il rassicurante come solo lui sa fare, prima di voltarmi di peso a pancia sotto. Posso solo sentirlo, sono cieca pur senza essere bendata. Mi allarga con le mani e riprende a leccarmi. Mi alzo appena sulle ginocchia per rendergli più facile l'atto, e lui mi lecca più forte. La sua lingua mi percorre dalla figa al forellino meno violato, lento quanto basta per farmi gemere senza riportarmi vicina a godere. È eccitante da morire. Strofina il dorso della mano sul mio clitoride, la pelle più ruvida mi strappa l’ennesimo sospiro.
“Come sei bagnata…” mormora distrattamente.

Armeggia con le corde, le allenta. Pur a polsi legati, posso muovere le braccia liberamente. Mi afferra per le gambe e mi trascina verso di lui, all’indietro. Mi ritrovo appoggiata al margine del letto solo con gli avambracci, con i fianchi sollevati dalle sue mani forti e le gambe strette intorno alla sua vita. Mi penetra così, tenendomi sospesa, con un unico movimento. Gemo dalla sorpresa e dal piacere. Sono completamente alla sua mercé. Tenendomi sollevata, per poter raggiungere la mia figa, è lui a dettare ritmo e profondità. Posso solo sostenere parte del mio peso con le braccia, e cercare di non sbilanciarmi incrociandogli le gambe sulla schiena. Mi aggrappo alle coperte, mentre i suoi affondi diventano via via più forti e decisi. Mi tiene così forte le cosce da farmi quasi male.
Immagino come mi possa vedere, come possa osservare il suo cazzo affondare in me, come la linea della mia schiena inarcata possa apparirgli. Dai gemiti rochi di piacere che sento, sono certa che la visione gli piace. Non sarei capace neanche volessi di trattenere i miei. Mi sento aprire, premere, strofinare ad ogni affondo. Scariche di piacere mi avvolgono ogni volta che i nostri corpi cozzano uno contro l’altro, accompagnati dal rumore liquido della mia eccitazione crescente. Sensibili come sono, i capezzoli si inturgidiscono ancora di più mentre vengono sfregati ritmicamente sulla coperta.

Sento il mio corpo tendersi, i muscoli irrigidirsi. La sua stretta sulle mie cosce aumenta.
“Ti prego…” gemo, con la voce rotta, incapace di continuare.
Non mi risponde ma accelera il ritmo. Lo sento tremare e capisco che è vicino quanto me ad esplodere. Volto la testa di lato e ci vedo appena, nel riflesso sfocato della finestra. Mi vedo sollevata ed inarcata. Lo vedo tenermi stretta e scoparmi con forza. Lo vedo e lo sento. Ed è troppo. Non resisto, e vengo con un lungo miagolio acuto. In un ultimo barlume di lucidità temo di sfuggigli dalle mani, mentre sono scossa dai brividi. Ma la sua presa è forte, ed i miei movimenti lo finiscono. Mi sento riempire dai densi fiotti del suo orgasmo. I suoi gemiti gutturali amplificano a dismisura il mio piacere.

Mi abbraccia, distesi entrambi sul letto, protettivo e possessivo insieme. Mi lascia i polsi legati. Gioca così con me altre mille volte. È quasi l’alba quando, stremati e sazi, ci addormentiamo.
Capitolo 7 by Molly B
Al risveglio, mi scopro sola nel letto. È mattina inoltrata; dai rumori deve essere in cucina. Mi rinfresco velocemente, indosso un paio di autoreggenti nere e, solo con quelle, lo raggiungo. Gli occhi gli si illuminano quando mi vede. Lui, è eccitante anche con la più banale delle tute addosso.

“Tè o caffè, gattina?” chiede, regalandomi un lungo bacio.
“Tè, la domenica.”
“Ci avevo visto giusto” si compiace. “Prendi un limone dal frigo?”
Scorgo la familiare sagoma gialla nel ripiano più basso. Non può vedermi sorridere, mentre tengo le gambe perfettamente tese e mi piego in avanti. Immagino gongolante lo spettacolo che gli sto offrendo.
“Ecco” mormoro, allungandoglielo. Non risponde. “Posso curiosare?” continuo, indicando i numerosi stipetti della cucina.
“Fai pure” replica, guardingo.

Stento a fingermi naturale, mentre mi alzo sulle punte molto più del necessario per aprire ogni anta. Gli passo un paio di volte accanto, cercando qualcosa che possa fare al caso mio. E lo trovo. Un barattolo di Nutella. È proprio vero che nessuno resiste alla Nutella.
“Golosona…” mormora, con voce bassa.
Mi fissa mentre apro il vasetto. Sorrido, tuffo l’indice destro nella crema e me lo porto alla bocca, succhiandolo con un gesto plateale. Come una tigre, mi raggiunge in un solo balzo. Mi afferra per le spalle, spingendomi schiena al muro, ed io stupita resto col vasetto in mano e l’indice tra le labbra.
“Sicura di voler giocare a questo gioco?”
“…io volevo solo la Nutella” bisbiglio.
“Certo. E su quel treno venerdì volevi solo andare in bagno, non agitarmi il culo davanti” mi ringhia contro.
Boccheggio. La mente vuota. Non ho mai la risposta pronta, quando serve davvero… Come mi venga di allungare appena il vasetto verso di lui, quasi ad offrirglielo, non lo so. Il sorriso lascivo e pericoloso che mi regala, invece, oh quello so cosa vuol dire…

Mi leva il vasetto dalle mani, agguanta il mio indice e se lo porta alla bocca, pulendolo. Sento un brivido risalire dal basso ventre, mentre lo lecca. Soddisfatto dalla mia espressione, intinge a sua volta due dita nella crema morbida.
“Mani e schiena appoggiate al muro. Ti voglio immobile. E in silenzio…”
Non soddisfatto, con la punta di un piede mi fa capire di aprire bene le gambe. Con le dita cariche di Nutella mi sfiora appena sotto la mascella, e prosegue lungo il collo. Raggiunge il mio seno, e solo in quel momento, seguendolo con gli occhi, mi accorgo di quanto i capezzoli siano gonfi. Gira attorno ad entrambi, coprendoli. Intingendo ancora più volte le dita nel vasetto accarezza lo sterno ed il ventre. Ho la pelle d’oca. Si interrompe infine sul monte di Venere.
Sono bagnatissima. E mi bagno ancora di più quando resta lì a fissarmi tra le gambe, a godersi lo spettacolo di quanto io sia eccitata. Il rigonfiamento sotto i suoi pantaloni sportivi, parla per lui.

“Lo ripeto. Ti voglio immobile e silenziosa. Non venire” ordina secco.
Deglutisco, preoccupata. Sto annaspando già così…

Appoggia la lingua calda sul mio collo. È lento, lascivo, provocante. Il suo respiro mi investe, amplificato dalla mia pelle umida, mentre scende. Arriva all’incavo alla base del mio collo, baciando e leccando e succhiando. Punta verso il seno. Deve abbassarsi per raggiungerlo. Si appoggia con le mani al muro; mi tocca solo e soltanto con la sua bocca. Restare in silenzio mentre lo osservo togliere lentamente la Nutella dal mio petto sembra semplice, ma appena raggiunge il capezzolo sinistro vorrei urlare. Lo succhia d’improvviso fortissimo, e devo mordermi il labbro per cercare di restare composta. Riguadagno un respiro quasi regolare mentre si sposta sul seno destro, ma di nuovo quando arriva al capezzolo mi sembra di morire dal piacere. Non si accontenta di succhiarlo. Lo intrappola tra i denti e guizza con la lingua sulla sua sommità.
Vorrei gemere, spingere il mio corpo contro il suo ed aggrapparmi alle sue spalle. Ma non posso. Non vuole, e quindi non posso e non voglio nemmeno io. Vorrei e non voglio. Resto in bilico nella contraddizione, tentando di non emettere il minimo suono.

“Bene…” sussurra, continuando a scendere.
Avverto un leggero fastidio quando raggiunge il ventre, che diventa solletico. La mia pelle è così sensibile… trattengo il fiato, riducendo le sensazioni, per evitare che un movimento involontario rovini tutto.
Arrivato al monte di Venere sento il suo fiato caldo accarezzarmi, la sua guancia resa ispida da un accenno di barba poggiarmisi contro. Lo osservo, incantata.
Non esista un istante, si tuffa tra le mie gambe. Afferrandomi per i fianchi, mi esplora con la lingua e mi trasmette tutto il suo desiderio. Sentire la sua voglia mi stordisce. Mi aggrappo al muro come posso, spingendo i polpastrelli contro la parete, tentando in ogni modo di restare immobile. Mi mordo la lingua. Trattengo il respiro, perché non percepisca quant’è irregolare. Le tante ore di apnea svelano un’utilità insperata… Con le labbra mi avvolge il clitoride, lo stringe e lo tira a sé. È irresistibile, mi porta vicinissima all’orgasmo ma mi intuisce abbastanza bene da negarmelo. Gode di questo, è palese, e io godo del mio essere capace di assecondare il suo ordine. “Non venire, non venire, non venire” ripeto a me stessa, mentre mi penetra con la lingua e mentre poi mi fa tremare premendomi contro il mento ispido. Alza gli occhi ed incrocia i miei, lucidi.

“Ti voglio in piedi, davanti al divano. Gambe dritte, spalancate. Schiena piegata in avanti. Mani sui cuscini della seduta. Ora”.
Riapro gli occhi in tranche, perdendomi nei suoi. Indecifrabile come sempre. Mi posiziono come mi vuole. Mi sento tremendamente esposta, mentre mi raggiunge.
“Vai scopata per quello che sei. Una puttanella perennemente in calore.”
Quella frase mi arriva addosso come una frustata. Non ho il tempo di indugiarci, una contatto freddo sulla figa richiama la mia attenzione. Un oggetto metallico affonda in me. Lo immagino corto e non troppo grosso. I miei muscoli, desiderosi, vi si stringono attorno.
“Vuoi essere scopata eh?”
“Sì… ti pre… ti prego” ansimo, mentre muove l’oggetto in me.
“Oh ma questo non va qui, gattina. Ora lo infiliamo al suo posto”.
Quando la punta arrotondata dell’oggetto, che capisco essere un plug metallico, risale tra le mie natiche, ho un brivido. Non sono affatto abituata ad essere penetrata analmente. Lo sa, ne abbiamo parlato a lungo passeggiando per le calli.
Ciò nonostante, anzi forse proprio per questo, punta il plug alla mia rosellina. È coperto dalla mia eccitazione, e lo sento lentamente scivolare. Una sensazione di fastidio mi avvolge, mentre lo spinge lento ma inesorabile in me. Non deve essere troppo grosso, non avverto dolore, ma quel corpo estraneo non mi piace. Chiudo gli occhi e sopporto, fino a quando non è in posizione.

“Bene… ora avrai quel che tanto desideri” promette.
Inclinata in avanti come sono, lo vedo abbassarsi boxer e pantaloni. In un unico movimento affonda in me. Non posso che gemere di sorpresa e di piacere, quasi vengo istantaneamente. Si muove dapprima lento, gustandosi la sensazione della mia figa già pulsante e permettendo a me di notare come il plug e il suo cazzo spingano uno contro l’altro, facendomi sentire riempita. Poi aumenta il ritmo, aggrappandosi ai miei fianchi. Mi regala spinte forti, secche, da togliere il fiato. Il crescendo dei colpi mi fa capire che non resisterà a lungo nemmeno lui. Man mano che l’orgasmo si avvicina i miei muscoli si tendono, e sono sempre più consapevole di quel corpo estraneo. Con la mano lo muove appena, ed un miscuglio di sensazioni mi investe e mi stordisce. Una rapida serie di colpi più forti mi fa venire, con le gambe tese e le mani aggrappate ai cuscini del divano, liberando la voce che avevo trattenuto a fatica prima, tremando tra le sue mani per l’orgasmo e per il piacere di sentirlo godere in me quando subito dopo mi raggiunge. Resta in me a lungo, godendosi la sensazione della mia figa che ritmicamente gli si stringe contro.

Rinunciamo alla colazione e pranziamo. Sto lavando i piatti quando il suo telefono suona.
“Lavoro, ci metterò un po’” borbotta, infastidito.
“Di domenica?”
“Purtroppo.”

Si chiude in una stanza in fondo al corridoio, che intuisco essere lo studio. Non resisto, mi avvicino alla porta e capto qualche parola. Sembra essere davvero una questione di lavoro… decido allora di agire. Tutte le mie cose sono già tutte riposte nel trolley e nella borsa. Agguanto entrambi, mi infilo il cappotto e mi confondo in un attimo tra le calli.
Non sopporto gli addii, tollero male gli arrivederci. Preferisco scomparire prima che si sia costretti a cercare qualche frase di circostanza. Quando la sua telefonata sarà terminata, troverà sul tavolo della cucina un bigliettino col mio numero. Chissà se sorriderà come spero, vedendo il musetto stilizzato di una gattina.
End Notes:
****
Questo è l’ultimo capitolo della serie. Spero vi sia piaciuta. A me, scriverla, moltissimo.
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