Una storia come tante by Ronin Terzo
Summary: Un prologo, nulla più, per una nuova storia che, spero, riscuoterà consenso tra le file dei miei lettori.
Categories: Sensazioni, Etero, Trio, Dominazione, Autoerotismo Characters: None
Genres: Racconto
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 7 Completed: No Word count: 10199 Read: 22916 Published: 06/12/2017 Updated: 08/05/2018

1. Un inizio come tanti by Ronin Terzo

2. Festa a Villa Farnese by Ronin Terzo

3. Primo incontro by Ronin Terzo

4. Chiacchiere by Ronin Terzo

5. Al parco by Ronin Terzo

6. Imprevisto by Ronin Terzo

7. In discoteca by Ronin Terzo

Un inizio come tanti by Ronin Terzo
Fu un sabato sera di fine estate, dal cielo terso e l’aria frizzantina, il momento in cui questa storia inizia. Una sera in cui un piccolo gruppo di amici decise di cambiare programmi e imbucarsi ad una festa privata in cui l’ingresso era riservato agli invitati.

La compagnia si ritrovò all’aperitivo. Da lì sarebbero andati a mangiare una pizza tutti insieme, per poi spostarsi in discoteca al mare dove, con ogni probabilità, avrebbero fatto mattina. La prima fase, dunque, si svolse allegramente, tra abbracci, baci e battute di spirito, con un’atmosfera allegra e distesa. Tra americani e spritz nessuno si tirò indietro davanti all’alcol ma, nonostante la scelta non mancasse, furono in pochi quelli che si avvicinarono al banco del buffet. Tutto il gruppo si spostò poi in pizzeria dove la birra non mancò di certo.
Come sempre, il sabato era il ritrovo immancabile della compagnia, dove gli amici si ritrovavano e si raccontavano gli eventi della settimana, discutevano degli argomenti più vari e, immancabilmente, spettegolavano su chiunque ce ne fosse la possibilità. Fino al momento in cui, dopo il giro di limoncello, non si fece l’ora di andare alle macchine e puntare alla discoteca. Fu allora che Moreno, con il suo tipico modo di fare un po’ sornione, tipico di chi la sa lunga ma non vorrebbe darlo a vedere, approfittò di un momento tranquillo e si avvicinò a Damiano.
«Sicuro di voler andare in discoteca?»
Damiano guardò l’amico, incuriosito. Che senso aveva quella domanda? C’è da dire una cosa, affinché il lettore meglio comprenda la storia. Moreno era l’amico scaltro, quello con le mani in pasta ovunque, con l’amico giusto al posto giusto, sempre. Era quello che riusciva a trovare i biglietti per un concerto anche quando andavano esauriti, a trovare quello che desiderava con sconti improbabili, a recuperare informazioni irraggiungibili od occasioni irripetibili. E quando gli si chiedeva come diavolo facesse, la risposta era sempre una soltanto: eh sia, conosco un tizio che…
Damiano usciva spesso con lui, per quanto trovasse qualcosa di sinistro e poco rassicurante nei modi di fare di Moreno, che aveva imparato a riconoscerne quell’espressione un po’ sorniona un po’ furbetta di quando era in procinto a dirne una delle sue, di quando stava per tirare fuori il coniglio dal cappello.
«Pensavo di sì. Tu no?»
Moreno si guardò attorno con quel fare circospetto che lo rendeva tanto simile agli scagnozzi della Mala, diede un tiro alla sigaretta e soffiò il fumo fuori dai polmoni.
«Non è che non voglia andare con gli altri… diciamo piuttosto che potrebbe esserci un’alternativa. Ma non per tutti.»
Damiano lo guardò un poco perplesso.
«Sentiamo l’alternativa.»
E mentre la compagnia inizia a fare le auto, Moreno si allontanò di un paio di passi, così da non farsi sentire.
«C’è una festa questa sera, privata. Intendo di quelle che si entra solo se hai l’invito.»
«Beh, direi che questo già ci taglia fuori dai giochi.»
Moreno diede un ultimo tiro alla sigaretta e la scagliò lontano con un piffetto del dito medio.
«Sì e no.»
«Ho quasi paura a chiederti cos’hai in serbo.»
«Parliamo di Villa Farnese. Il piccolo compie i diciotto anni, i vecchi sono via. Ti lascio immaginare.»
«Aspetta… Villa Farnese? Quei Farnese?»
Moreno annuì con un cenno del capo, soddisfatto nel vedere di aver fatto colpo nell’amico. I Farnese erano una famiglia vecchia di secoli, vecchio stampo. Erano di discendenza nobile e non era certo un segreto che fossero i più ricchi di tutta la provincia, forse persino della regione. Damiano fischiò, sorpreso.
«Io conosco uno dei buttafuori.»
Damiano rise alle parole di Moreno.
«Ecco dove volevi arrivare. Tu vuoi andare alla festa!»
«Non bisogna dirlo a nessuno, ma il mio amico potrebbe farci entrare. E poi non bisogna fare stronzate, o faranno il culo non solo a noi, ma anche al mio amico.»
«Stronzate?»
«Tipo attirare l’attenzione, o bere troppo. Cose così…»
«Mi pare naturale.»
«Ne ho parlato anche con Silvano e Bruno, loro ci stanno.»
«Sono i Farnese. Non lo so. Rischiamo di metterci nei guai.»
«Ma che guai… basta che non ti spacchi di alcol.»
«Non lo so.»
Moreno si avvicinò all’amico, dandogli una pacca divertita.
«Te lo do io un buon motivo: è la festa dei Farnese, sai quanta figa ci sarà?»
«Per un pompino tu venderesti pure tua madre.»
«Amico, senza la figa la vita è una merda.»
I due amici se la ridono, divertiti.
«Siamo in quattro. Facciamo una macchina e andiamo.»
«Aspetta, c’è un problema.»
«Sentiamo.»
«Non possiamo andare con la mia.»
«Perché?»
«Perché?»
«Perché… la conosco. Se dovessero vederla nei paraggi della Villa non ci metterebbero molto a capire che sarei nei paraggi. Non possiamo rischiare.»
«Scusa?»
«Dai, lo sai che ho avuto da dire con il loro figlioccio e non siamo proprio in ottimi rapporti…»
Damiano fa un passo indietro e inarca un sopracciglio.
«Tu mi stai dicendo che vuoi imbucarti alla festa del Farnese con il quale ti sei attaccato nel corridoio del liceo pochi mesi fa?»
«Centro.»
Moreno mima la pistola con la mano e imita un colpo.
«Tu non sei mica a posto sai?»
«Scherzi? Vuoi mettere la soddisfazione di essere alla sua festa senza che lui lo sappia? E poi sarà talmente spaccato quando arriviamo noi che nemmeno saprà su quale pianeta si trova.»
«Non ti lamentare se poi ti ritrovo abbandonato in un fosso.»
«Non succederà.»
«Te lo auguro.»
Da lì a poco i quattro si staccarono dalla compagnia diretti alla grande villa in collina della famiglia Farnese.
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Festa a Villa Farnese by Ronin Terzo
«Parcheggia qui.»
Non c’era certo bisogno del navigatore per raggiungere Villa Farnese. Tutti, in città, sapevano dove si trovasse la nobile dimora. Questo grazie anche all’interesse storico artistico che la vedeva al centro di un cammino ben segnalato e assai noto e se, per un qualche caso fortuito del destino non lo si fosse ugualmente saputo, quella sera sarebbe stato assai arduo sbagliare. In occasione della festa del figlio minore, difatti, tutta la residenza dei Farnese era illuminata a giorno, brillava come mai nella notte, e la si poteva scorgere da tutta la valle.
La strada che conduceva ai Farnese procedeva fino alla cima delle colline, per poi panoramicamente per alcuni chilometri sulla vetta e discendere infine sull’altro versante. La villa riposava pigramente su un tratto di declivio particolarmente dolce e morbido, tanto da sembrare quasi in piano. E, da quella posizione, con un affascinante calanco alle spalle, dominava tutta la vallata e sovrastava la città.
Nonostante ci fosse la disponibilità di un bel parcheggio all’interno dell’alto muro che costeggiava l’ampio giardino, erano molte le auto posteggiate lungo i lati della strada, chiaro indice di quanta gente fosse presente questa sera. Damiano manovrò con attenzione per lasciare la propria auto da parte, sì che non fosse d’ostacolo al passaggio di altre vetture. Infine tirò il freno a mano e girò la chiave, spegnendo il motore.
«Allora sei sicuro?»
«Certo, per chi mi hai preso?»
Moreno si girò di tre quarti, così da riuscire a guardare in faccia tutti e tre gli amici che erano con lui.
«Voi, ora, mi venite dietro e non fiatate. Lasciate parlare me con la guardia ed entriamo. Dentro ognuno per la sua strada, ma mi raccomando: una volta dentro niente casino.»
«Dillo a Bruno, è lui che si spacca a merda ogni volta che esce!»
Se ne uscì così Silvano, accompagnando le parole con un pugno leggero sulla spalla.
«Ma vaffanculo!»
«Sono serio. Se combinate un casino io non vi conosco. Qualunque cosa succeda ci vediamo all’auto alle quattro.»
Scesero dall’auto e, tutti insieme, coprirono gli ultimi metri che li separavano dal cancello d’ingresso. Il muro che costeggiava il giardino era alto due metri, bianco, con una decorativa linea rossa ad una trentina di centimetri dalla sommità. Dall’altra parte giungevano i rumori della festa, come una miccia sfrigolante che agitava il gruppetto, costringendo i ragazzi a contenersi per non destare sospetti nella guardia. La musica pareva degna di uno dei miglior DJ set, i ragazzi e le ragazze che urlavano, gridavano e si divertivano, l’inequivocabile rumore di qualcuno che si tuffava in piscina. Non vi erano dubbi che stessero per entrare ad una delle feste più “in” di tutto l’anno.
Il cancello d’ingresso non era sulla strada, ma leggermente rientrato, creando una piazzola in cui potevano sostare tranquillamente due auto di grosse dimensioni. Il cancello, nero e pesante, illuminato da una serie di potenti faretti, aveva, al suo interno, una porta per il passaggio pedonale. E questa sembrava proprio l’unica ad essere aperta. A custodirla un uomo in divisa nera, “SICUREZZA” in bianchi caratteri grandi ben visibili sul petto palestrato. Aveva i capelli cortissimi e il naso schiacciato. All’orecchio destro l’auricolare. Lo sguardo era serio e buio e, quando i ragazzi si avvicinarono, lui non si scompose, rimase al suo posto, serio e impassibile, le braccia incrociate al petto.
«Aspettate qui.»
Moreno si avvicinò, si dissero qualcosa e si scambiarono una vigorosa stretta di mano. Solo allora, ad un cenno dell’amico, anche gli altri si avvicinarono.
«Ehi Reno sei tu, al buio non ti avevo riconosciuto.»
«Allora ragazzi, Moreno mi ha detto che vi ha già spiegato tutto. Una volta dentro non voglio casini. E, soprattutto, nulla di quello che vedrete lì dentro deve uscire. Altrimenti finisce che vengono da me a farmi la festa. E se fanno la festa a me, io poi sono costretto a fare la festa a voi. Intesi?»
«Intesi.»
«Bene, allora entrate e divertitevi.»
Inutile dire che la Villa e il suo giardino erano davvero immensi, ma il fulcro della festa era concentrato attorno alla piscina. Un piccolo chiosco era stato allestito sul prato lì attorno e due ragazzi lavoravano a tutto spiano per dare da bere a tutti i presenti. Quando arrivò il gruppo di Moreno la quantità di ragazzi visibilmente ubriachi superava di gran lunga quella dei sani. Nessuno si accorse della presenza clandestina dei quattro che si unirono ai festeggiamenti come se nulla fosse. Non si può certo dire che mancassero le ragazze ma, tra tutte, l’attenzione di Damiano cadde su una ragazza coi capelli neri lunghi fino alle spalle e mossi. Aveva il fisico minuto, i fianchi stretti e poco seno, la pelle abbronzata. E correva. Correva come una pazza da una parte all’altra non sono della piscina, ma dell’intero parco. C’era qualcosa, in quella ragazza, che lo affascinava e lo attirava. Per quanto non riuscisse a capire cosa, forse il modo di muoversi, forse la concentrazione disegnata sul volto, forse quel ricciolo ribelle, forse quelle leggere fossette ai lati della bocca ogni volta che accennava un sorriso, c’era qualcosa che lo portava a guardarla ogni volta che gli passava vicino. Ogni tanto spariva dalla sua vista e, per quanto si sforzasse, della ragazza perdeva ogni traccia.
L’occasione per avvicinarsi a lei capitò per caso quando, insieme a Moreno, andò al chiosco per prendere da bere. Difatti, mentre i due amici erano lì che chiacchieravano del più e del meno, lei fece la sua comparsa. Damiano le dedicò uno sguardo e si scambiarono un sorriso di cortesia. Solo ora Dam poteva notare che indossava un vestitino leggero, turchese, con mille margherite sparse dappertutto, che non le arrivava a metà coscia. Ai piedi un paio di sandali e, proprio sopra l’allacciatura del destro, una cavigliera molto fine, d’argento, con un microscopico campanello che tintinnava appena ad ogni passo. Solo ora che erano tanto vicini lo si riusciva a sentire, altrimenti coperto dalla musica. Forse erano le luci, forse l’ora tarda, ma non pareva che la ragazza indossasse altro. Le due sottili strisce di stoffa che le si appoggiavano sulle spalle non potevano certo nascondere un reggiseno. Damiano si chiese, non senza una punta di malizia, se la giovane fanciulla fosse priva anche dell’altro capo di intimo.
«Ciao!»
«Ciao.»
Rispose lei con fare quasi infastidito. In quel momento gli sembrò che sul viso della ragazza aleggiasse una gran stanchezza.
«Eccomi qua ragazzi!»
Il barista comparve con un impeto di energia che quasi sorprese tutti quanti. Moreno fece per parlare, ma il ragazzo al di là del banco, non appena vide la ragazza, fece cenno di aspettare.
«Perdonatemi, ma faccio prima da bere per lei. D’altronde, prima le donne!»
Nessuno si oppose.
«Ti vedo stanca.»
«Una notte lunga...»
No, la ragazza non sembrava molto contenta né interessata a parlare con lui, ma a Damiano diede l’impressione che ci fosse qualcos’altro sotto che non andasse. E, spinto dalla curiosità e dall’interesse per la ragazza, non si diede per vinto.
«Tutto bene?»
«Certo.»
La fanciulla sorrise e si girò dall’altra parte, portando lo sguardo sulla piscina. No, non aveva voglia di chiacchierare. Moreno alzò le spalle, ma si trattenne dal ridere.
«Tutto pronto!»
Pochi minuti dopo il barista posò sul banco un vassoio con quattro cocktail. La ragazza fece per prenderlo, ma, proprio in quel momento, qualcuno le afferrò un braccio e la tirò indietro, strappandole un urlo.
«Ehi tesoro, vieni qui!»
Chiunque fosse il nuovo arrivato era visibilmente sbronzo, due notevoli occhiaie e un’andatura assai incerta. La morettina cercò di divincolarsi, quasi ci riuscì.
«Lasciami, devo lavorare!»
Lei cercò di opporsi ancora, ma questa volta lui la strinse a sé, dominandola con la sua massa.
«Fermo! Così mi fai male!»
A quelle parole Damiano fece per muoversi, ma Moreno lo fermò con una mano sulla spalla.
«Lascia fare, noi qui non esistiamo. Ricordi?»
Le parole dell’amico non erano affatto piacevoli, eppure erano quanto mai vere. Non erano nella posizione di mettersi in mezzo e attirare così palesemente l’attenzione su di sé. Quest’amara consapevolezza non lasciò altra scelta se non quella di ordinare da bere e restare ad osservare, impotenti, la scena.
E sotto i loro occhi altri due ragazzi, molto probabilmente amici del primo, si fecero vicini, e iniziarono a giocare con la povera vittima spingendola dall'uno all'altro come fosse stata una sfera del biliardo. Lei cercava di opporsi e scappare via, ma se per caso ci riusciva, uno dei tre era subito pronto ad afferrarla per un braccio e trascinarla subito di nuovo nel mezzo di quello stupido gioco. Tra le risate generali, s’intende.
D’un tratto, quasi fossero già stati d’accordo, tutti insieme la sollevarono di forza. Lei gridò ancor più forte, cercò di ribellarsi e divincolarsi. Quando si rese conto che la fuga le era impossibile implorò pietà persino, ma non ci fu nulla da fare: finì a bagno tra le risate generali.
«Qui funziona così, non metterti a fare il cavaliere.»
«Cosa vorresti dire?»
«Che è una festa privata. E quello che l’ha presa era Massimo, uno degli amici intimi del rampollo dei Farnese. Può fare praticamente quello che vuole.»
«E allora?»
«E allora se tu ti fossi fatto avanti per aiutare la ragazza sarebbe stato come metterti contro di lui. E tutti i presenti.»
Damiano avrebbe davvero voluto far qualcosa, anche solo allungarsi per aiutare la ragazza ad uscire dalla piscina, ma Moreno lo trascinò lontano, per quanto controvoglia. Il timore di essere scoperti era sempre vivo e l’idea di finire nei guai sufficiente a tenerli lontani dal cuore della festa.
«Chi è lei?»
Stavano camminando sul prato perfettamente curato mentre sorseggiavano il cocktail e si guardavano attorno, tranquilli. Avevano perso le tracce degli altri due, ma in quel momento non gli sarebbe potuto importar di meno.
«Lei chi?»
«La ragazza della piscina, la morettina.»
«Non ne ho idea.»
«Mi stupisci.»
«Cioè?»
«Tu sai sempre tutto. E quello che non sai lo scopri in un attimo.»
«Damiano, non è una buona idea…»
Moreno notò l’espressione dell’amico.
«D’accordo, d’accordo, provo a chiedere in giro.»
Damiano sorrise.
«Grazie!»
Primo incontro by Ronin Terzo
Capito 2
Primo incontro

Durante la festa, tra un drink e l'altro, Damiano perse di vista i suoi amici, quasi senza rendersene conto. Ben presto si ritrovò intento ad esplorare il vasto parco della villa e ad ammirare le delizie che quella serata clandestina aveva da offrire. Non c’era alcun dubbio: tutte le ragazze presenti, chi più chi meno, erano giovani e assai affascinanti, vestite solo quel tanto che bastava e nulla più. La realtà, però, vedeva Damiano intento a cercare la ragazzetta mora che era stata presa e gettata nella piscina contro la propria volontà. Era forse mai possibile che non avesse avuto un cambio con sé e fosse andata a casa? No, non era affatto credibile, non in quella calda nottata estiva. Forse era andata semplicemente ad asciugarsi. O, forse, stava prestando servizio dentro la casa. Perché, visto come correva qua e là, non c’era alcun dubbio che lei fosse lì per lavorare e non per divertirsi.
Damiano buttò uno sguardo verso l'ampia struttura, magari l'avrebbe scorta dietro una delle ampie vetrate, ma, per quanto ci fossero numerose luci accese qua e là, pareva che nessuno si trovasse al suo interno. Eppure, per quanto continuava a girare e rigirare, di quella morettina pareva non esserci più alcuna traccia. Da nessuna parte.
“Dove sei?”
Moreno l'aveva chiamato al cellulare e lui aveva risposto non appena aveva visualizzato il nome sul display.
“Son qua… poco lontano dalla piscina, a lato della villa.”
“Ok ho capito. Ascolta, hai presente dove c’è la rampa che porta al garage?”
“Sì, l'ho vista prima.”
“Perfetto, vieni qua che ti aspettiamo.”
“Arrivo.”
In capo ad una manciata di minuti Damiano aveva raggiunto l'amico, seduto di traverso sul muretto che costeggiava la discesa al seminterrato della villa. Non ci volle molto a capire che quella che aveva in mano non era una semplice sigaretta.
Moreno stava chiacchierando con un altro ragazzo, alto, con le spalle larghe, gli occhi chiari e i capelli a spazzola. Damiano lo riconobbe subito come Mauro De Martino. Aveva un paio d'anni in più ed era il primogenito dei De Martino, un'altra famiglia “bene” della città. Si conoscevano perché si erano presentati tempo prima ad una festa di amici comuni e, insieme, avevano finito per sbronzarsi allegramente. Da quell'episodio, per quanto non fossero certo amici, non mancavano mai di salutarsi quando si incontravano per le vie del paese. Come tutte le altre volte si salutarono con un gran sorriso.
“Moreno mi stava giusto dicendo che ti interessa una ragazza.”
Damiano sorrise, rifiutando con un gesto veloce della mano il fumo offerto dall'amico.
“Interessa è una parola grossa. Diciamo che ha catturato la mia attenzione e gli ho chiesto chi fosse.”
Mauro si fece una risata, prese la canna e diede un tiro, soffiando poi il fumo verso l'alto.
“Dettagli dettagli… e quindi vorresti conoscerla?”
“Se ce n’è la possibilità, perché no?”
“Dai la morettina piccolina!”
Moreno intervenne sorridendo con quella sua espressione goliardica e poi diede un tiro. Gli occhi arrossati erano un chiaro segnale di cosa stessero fumando. Mauro guardò entrambi senza capire.
“Quale dici? Non ho presente.”
“Per capirci, quella con il vestito turchese...”
Damiano cercò di chiarire la situazione e, di colpo, il volto di Mauro si illuminò e mise una mano sulla spalla dell'amico.
“Aspetta… ti riferisci alla ragazza che hanno lanciato a mollo poco fa?”
“Sì, proprio lei!”
“Ho capito chi è! Lucia! È lei che ti interessa? Aspetta che la chiamo.”
E così fece.
In pochi minuti la ragazza arrivò dai ragazzi con ancora indosso il suo svolazzante vestito leggero e turchese. I capelli erano ancora bagnati, ma l'indumento era ormai soltanto umido, incollandosi solo un poco al ventre e alle cosce. I seni, per quanto tutt'altro che procaci, eran poco nascosti alla vista e la pelle abbronzata che s'insinuava sotto il vestitino era assai invitante. Mauro, notevolmente più alto, le passò un braccio intorno alle spalle e la presentò agli altri. Sembrava agitata, nervosa, forse in imbarazzo. Il sorriso era tirato.
“Ditemi, come posso esservi utile?”
Moreno fece finta di nulla e Mauro prese parola, indicando Damiano.
“Il mio amico si è preoccupato per te quando ti ha visto finire in piscina. Perché non ti dimostri cortese con chi si è interessato alla tua salute?”
Lucia osservò un momento Damiano e gli sorrise. Un sorriso tirato, ma pur sempre un sorriso. Gli porse la mano.
“Certo Mauro, come desideri. Vieni con me.”
Il ragazzo rimase un attimo sorpreso da quella scena. C'era stato qualcosa, nei toni e negli sguardi dei due, che gli era parso strano, ma non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Tuttavia, al contatto con quella mano dalla pelle morbida e vellutata e alla vista di quelle due gambe nude e toniche, non si sottrasse all'invito. Ad ogni passo il vestito turchese svolazzava leggero, lasciando intuire con piacere quali curve nascondesse. Sarebbe bastato così poco a sollevarlo e a mostrare quei segreti peccaminosi…
In silenzio la seguì fin sotto i rami di un grande abete, dove trovarono rifugio dalla confusione della festa e riparo da sguardi indesiderati. La ragazza si guardò attorno e parve soddisfatta.
“Direi che qui può andar bene.”
Lucia prese nelle sue mani quelle di Damiano e lo osservò. Lui, d'altro canto, rimase ad osservarne le fattezze del volto. Gli occhi affusolati e svegli, le ciglia folte, le guance leggermente scavate, le labbra sottili e delicate, la curva della mandibola morbida e…
“Allora? Che aspetti?”
Le parole della ragazza lo colpirono come un diretto al volto. La guardò senza capire e lei parve quasi infastidita da quel comportamento.
“”Mi volevi? Sono qui. E ora non fai nulla?”
Intimidito da quell'atteggiamento schietto e diretto Damiano si sentì sprofondare nell'imbarazzo e si sentì un perfetto idiota. Non era proprio così che si era immaginato d'incontrare quella ragazza. E ora, se non voleva la sua posizione già goffa, doveva soltanto agire. Conscio che qualsiasi cosa avesse detto non l'avrebbe salvato da quella imbarazzante situazione, spinse la ragazza contro il tronco della pianta e la baciò.
In un primo momento fu un bacio casto e leggero. Le loro labbra si sfiorarono e restarono fermi in quel momento, quasi congelati nel tempo. Fu lei a prendere l'iniziativa. Aprì la bocca e con la lingua cercò quella di lui. Damiano si lasciò andare a quel bacio e, per quanto fosse stato imbarazzante rompere il ghiaccio, lo fu assai meno posar le mani su quel corpo ed esplorarne le forme. La ragazza s'irrigidì un istante quando Damiano le pose le mani sui fianchi e poi iniziò a muoversi. Non disse nulla quando una mano le afferrò un seno e lo strinse, come a saggiarne la consistenza.
“Mi piaci”, le sussurrò all'orecchio.
Lucia si divincolò dal bacio e lo guardò negli occhi.
“Non dire cazzate, nemmeno mi conosci.”
Damiano ci restò male per quella risposta così secca, ma non lo diede a vedere. Non disse proprio nulla, ma tornò alla carica e bloccò la ragazza contro l'albero. Lei non si tirò certo indietro, anzi, parve gradire il trattamento. Almeno fino a quando una mano di Damiano, dopo essere scesa fino alla coscia, risalì, portandosi pericolosamente vicina all’inguine. Fu allora che lei lo fermò.
“Ehy cowboy, che fai? Corri?”
“Non siamo qui per questo?”
“Ma tu corri.”
“L'alba si avvicina, non mi resta molto tempo.”
“Chi sei… Cenerentola?”
Un movimento repentino, Lucia trattenne il fiato e spalancò gli occhi. Damiano sorrise, soddisfatto, con una mano non solo sotto la gonna del vestito, ma addirittura sul sesso della ragazza.
“Non le porti…”
Questione di un attimo. La mano della ragazza colpì la guancia del ragazzo con un gesto secco e deciso. Il tempo sembrò congelarsi sotto lo sguardo feroce di lei.
“Può bastare così.”
Senza dire altro, la ragazza scivolò via dalla posizione in cui si trovava e fece per uscire dal rifugio in cui si erano nascosti.
“Vieni?”
Damiano la stava osservando, senza reagire. Si era fatto forse un’idea sbagliata su di lei? Probabilmente, pensò. Complice l’alcol, visto il modo in cui era nato ed era stato gestito quel loro incontro, aveva pensato di poter osare di più. Sentendo ancora la guancia bruciare, il ragazzo si incamminò dietro Lucia. Nessuno dei due disse una parola, almeno fino a quando non furono in visto di Mauro e Moreno. Fu in quel momento che la ragazza si fermò e lo tirò per un braccio.
“Ehy senti…”
Il suo imbarazzo era notevole e traspariva da ogni minimo gesto. Perché?
“Dimmi.”
“So che forse, per quello che ho fatto, non sono nella posizione, ma avrei bisogno di chiederti una cortesia.”
Damiano la guardò sorpreso, senza capire.
“Sentiamo.”
La ragazza si guardò attorno e si lisciò il vestito leggero prima di rispondere.
“Dì quello che vuoi ai ragazzi, anche che l’abbiamo fatto se vuoi, ma ti prego… ti prego davvero… non dire che ti ho dato uno schiaffo.”
“Prego?”
Alzò gli occhi nei suoi e lo fissò implorante.
“Ti prego. Davvero. Per me è importante. Puoi dire tutto quello che vuoi, ma non che ti ho colpito. Ti prego.”
“Perché?”
Lucia sospirò.
“Non posso… non posso spiegartelo. Lo so, è tutto assurdo e capirei se decidessi di raccontarglielo, ma… ti prego…”
L’espressione della ragazza sembrava quanto mai sincera e preoccupata. Che stesse fingendo? In realtà, pensò Damiano, non aveva importanza, non poteva restare cieco a una supplica del genere.
“D’accordo, d’accordo, non lo dirò a nessuno.”
“Grazie!”
Lucia si allungò per dargli un bacio veloce e corse via.
Fu uno spettacolo piacevole osservarla allontanarsi attraverso il parco della villa, fino a sparire dalla vista.
Chiacchiere by Ronin Terzo
Capitolo 3


La festa non era ancora conclusa quando i primi raggi di sole iniziarono a far capolino all’orizzonte e Moreno, temendo di venir scoperto, decise fosse giunto il momento di togliere il disturbo. Forse, visto l’elevato tasso di alcol nel sangue di buona parte dei presenti (specialmente negli amici più stretti del festeggiato), nessuno si sarebbe accorto della presenza dei quattro imbucati e nulla sarebbe successo ma, davanti alla ritirata delle tenebre, il timore di essere scoperti assunse una dimensione concreta e preoccupante. In fondo si erano divertiti, bevendo e ballando ad una delle feste più esclusive della città. Perché rischiare di finire in malo modo quella notte? Non ci volle molto tempo per riunire il gruppo e allontanarsi soddisfatti.
Dopo quella notte Damiano e Moreno si incontrarono nuovamente qualche giorno dopo, di mercoledì, in perfetto orario d’aperitivo. Come spesso capitava, d’altronde. Così, tra un cocktail variopinto e un finger food sgranocchiato, i due amici si ritrovarono a chiacchierare in tranquillità seduti comodi comodi ad uno dei tavolini nel giardino del locale.
«Cosa sai Lucia?»
Non si può dire che Damiano introdusse l’argomento con delicatezza. Anzi, lo fece di colpo, mentre si scambiavano gli ultimi pettegolezzi sul gruppo di amici di cui facevano parte. Moreno posò il bicchiere e guardò l’amico con fare perplesso.
«Chi?»
«Lucia, la ragazza della festa. Quella mora, che hanno lanciato in piscina senza tanti complimenti.»
Moreno appoggiò la schiena alla poltroncina, tirò fuori il pacchetto di sigarette e diede due colpetti dal fondo per tirarne fuori una.
«Non molto. Anzi, potrei dirti che non ne so nulla. Lascia stare.»
Damiano lo guardò accennando un sorriso.
«Lo sai che non sei credibile, vero? E poi che vuol dire lascia stare?»
Osservò l’amico accendersi la sigaretta con calma.
«Vuol dire che il mondo è pieno di ragazze e che, consiglio da amico, dovresti guardare altrove.»
Ora non era più un gioco, l’espressione di Moreno era diventata seria.
«E con questo mi hai dimostrato che ho ragione. Cosa sai di lei?»
«Te l’ho detto, nulla.»
«Raccontane un’altra.»
«Ok», rispose Moreno soffiando in alto il fumo, «cerca qualcun’altra a cui dedicare le tue attenzioni. Il mondo è pieno di ragazze.»
«Perché?»
«Avanti… che ti frega di scoparti Lucia o Anna o chi lo sa come si chiamerà la prossima che ti porterai a letto? Semplicemente lascia perdere quella, no?»
«Dammi un buon motivo.»
Damiano si mise comodo e sorseggiò il drink. Moreno, invece, diede un tiro alla sigaretta. Qualcosa, nel suo modo di comportarsi e di muoversi, tradiva un certo nervosismo.
«Perché chi era a quella festa, invitati o lavoranti, c’era per un motivo preciso. Guarda altrove, non ne caverai nulla di buono da lì.»
«Quindi ho ragione, lei era lì per lavorare.»
Moreno annuì con un'espressione che a Damiano non piacque molto. Cosa gli nascondeva?
«Spiega.»
Osservò l'amico dare un tiro alla sigaretta e restare un momento in silenzio prima di riprendere parola.
«Non c’è nulla da spiegare, Dam. Era lì per lavorare.»
«Senza mutande?»
Damiano non si fece problemi a parlare schietto, tanto era chiaro che Moreno sapesse più di quanto volesse dire. E non era certo necessario essere un genio per sapere che, a quel genere di festa, ad alcune ragazze, magari non tutte, fosse richiesta una certa disponibilità. E allora? Lucia l'aveva colpito e c'era qualcosa, in lei, che l'affascinava. No, non avrebbe lasciato perdere. Moreno accennò un sorriso e alzò le spalle.
«Questo non lo so. Se hai presente nemmeno io ero invitato…»
«Non ero invitato nemmeno io, ma sono certo che tu sappia più di quanto non voglia dire. Come son certo che Lucia si sia appartata con me solo perché gliel'ha detto Mauro.»
Calò il silenzio. Damiano osservò Moreno guardarsi attorno senza dire nulla.
«Ti chiedo solo di mettermi in contatto con lei.»
«Non ho il suo numero di telefono.»
«Chiedilo a Mauro.»
Moreno sbuffò infastidito prima di volgere lo sguardo sull'amico.
«Perché devi ostinarti così? Trovatene una come tante altre, non infilarti in quel giro.»
«Che giro?»
«Quel giro.»
L'inflessione del tono fu più che mai eloquente. Damiano prese il bicchiere e sorseggiò il drink riflettendo su quella dichiarazione. A quanto pareva, i suoi sospetti eran dunque fondati. E ora?
«Non me ne frega nulla di quale possa essere il giro. Mi interessa conoscere quella ragazza. E tu sei senza dubbio la persona che più facilmente può aiutarmi a farlo. Per non dire l'unica.»
Moreno non parve affatto contento di quelle parole e non vi era alcun dubbio che fosse infastidito da quella conversazione. Spense la sigaretta schiacciandola nel posacenere.
«A una condizione.»
«Quale?»
I due amici si guardarono dritti negli occhi.
«Che riesca o che non riesca a farti avere un incontro con lei, io poi non ne voglio più sentire parlare. Facci quello che vuoi con quella ragazza, ma io non voglio più saperne.»
«Affare fatto.»
Di lì a poco i ragazzi finirono i cocktail e si salutarono come sempre. In realtà Damiano avrebbe voluto estorcere più informazioni a Moreno, era troppo chiaro che sapesse qualcosa, forse sulla ragazza stessa. Eppure era ben chiaro, allo stesso tempo, che non aveva la benché minima voglia di parlare. Non rimase altro da fare che affidarsi alle sue mani e aspettare di vedere cosa sarebbe successo.
Fu un paio di giorni dopo che, durante la pausa pranzo, Moreno gli scrisse su WhatsApp.
«Sei ancora interessato?»
Damiano sorrise. Era tipico di Moreno iniziare le conversazioni ponendo domande.
«Se ti riferisci a Lucia, non ho cambiato idea.»
«Non sono riuscito ad avere il suo numero…»
«Ma…?»
«Ma so che domani pomeriggio, intorno alle sedici, sarà all'Indie.»
«All'Indie? Bene, so dove andrò a farmi un caffè domani pomeriggio. Grazie.»
«Io non ne voglio saper nulla, intesi?»
«Intesi.»
«Sappi che sono ancora dell'idea che dovresti lasciar perdere quella ragazza e cercartene un'altra.»
«Ti devo un favore.»
«Ne riparleremo.»
L’Indie Bar era un bar molto carino e molto curato che si affacciava sul Parco Urbano, la più grande area verde della città, con tanto di laghetti artificiali, animali di ogni tipo, ampi spazi verdi disseminati di alberi di ogni specie e un’area attrezzata per i bambini. Era facile trovarlo pieno di gente nei pomeriggi d’estate e nei weekend di tutto l’anno. Il proprietario dell’Indie si faceva vanto di non dover niente a nessuno e di non aver alcun tipo di legame con i fornitori o con le banche. E, vista la posizione assai comoda e piacevole, era diventato ben presto un punto di ritrovo fisso per tutta la zona, se non quasi per tutta la città.
Il giorno seguente, nemmeno fosse stato un pericoloso serial killer, Damiano si appostò nei pressi del suddetto bar, cercando una posizione da cui potesse vederne le vetrine senza però essere notato a sua volta. E, con calma, con un leggero sorriso dipinto sul volto, attese. Non aveva fretta, ma senza dubbio si sentiva agitato. Cosa avrebbe fatto? Cosa avrebbe detto alla ragazza? Specie dopo che, alla festa, lei lo aveva praticamente mandato via in malo modo. Non partiva certo da una posizione di vantaggio…
Fu poco dopo le sedici, come gli aveva preannunciato il suo amico, che la fanciulla fece la sua comparsa. Indossava un paio di jeans stracciati qua e là, una maglietta bianca con un disegno strano e colorato e due grandi occhiali da sole le coprivano gli occhi. I capelli, neri e ricci, erano tenuti a bada da un capello di paglia a tesa larga. Non aveva dubbi che fosse lei. Aspettò che fosse entrata e decise di fare la sua mossa.
Lei era lì, pochi passi dopo l’ingresso, intenta a guardarsi attorno. Bisognava riconoscere che i jeans, com’erano poi di moda in quel momento, non valorizzavano molto le forme del fondoschiena della ragazza, un vero peccato! Aspettò un momento prima di farsi avanti e sfoderare il suo sorriso migliore.
«Ciao!»
La ragazza si girò di colpo, rimanendo seria, senza dimostrarsi particolarmente entusiasta di incontrarlo. Non per questo Damiano si fece scoraggiare. Come aveva detto Moreno, ora erano tutti fatti suoi.
«Ciao.»
Al parco by Ronin Terzo
«Posso offrirti un caffè?»
«D'accordo.»
Lucia non sembrava particolarmente entusiasta di quell'incontro ma, forse, pensò Damiano, era solo una sua impressione dovuta agli occhiali da sole che nascondevano lo sguardo e a quel tono così distaccato e impassibile. Fermo restando che la ragazza non accennò un sorriso, forse i suoi sospetti non erano poi così sbagliati.
«Ci vai spesso?»
«Dove?»
«A quel genere di feste.»
Lucia prese il cucchiaino con grazia e, dopo averci versato dentro una bustina di zucchero, mescolò lentamente il caffè.
«Dipende. Ma non credo che la cosa ti riguardi.»
Scese il silenzio. Damiano sapeva di toccare un tasto dolente e, in un primo momento, aveva pensato di non farlo, ma alla fine aveva deciso di provare ad andare diretto con la ragazza. Voleva farle sapere che lui sapeva che lei non era una santa innocente.
In seguito ad una risposta così secca, Damiano non si fece certo scoraggiare. In fondo se l'era aspettata e non se ne stupì. Ma c'era una domanda che gli turbinava in testa: Lucia si era presentata di sua volontà o perché qualcuno, per esempio Mauro, le aveva detto di farlo? Era questo il tarlo che gli martellava in testa sopra ogni altra cosa. Quella ragazza faceva quello che le veniva ordinato? Fino a che punto? Poteva mostrarsi scontrosa e sgarbata finché voleva, ma lui aveva deciso che non l'avrebbe lasciata andare fin quando non avesse avuto risposta. La guardò avvicinare la tazzina a quelle labbra morbide che aveva già assaggiato e accennò un sorriso. Voleva baciarle ancora.
«Vieni spesso in questo bar?»
«A dire il vero, non molto spesso.»
«Ti va di fare due passi?»
Lucia portò lo sguardo su di lui ma, con quegli occhiali, la sua espressione andò perduta.
«Dove vuoi portarmi?»
«Non lontano a dire il vero. Pensavo un giro al parco, tanto per fare due chiacchiere. L'altra volta ci siamo limitati a un albero, oggi potremmo osare di più.»
«Sei sempre così simpatico?»
Damiano sorrise, pagò il conto e le posò una mano sulla zona lombare, invitandola a uscire.
«Sempre. E a volte riesco anche a far di meglio.»
«Allora sono davvero fortunata!»
Fuori si era alzato un vento fastidioso tanto che, all'improvviso, Lucia dovette portarsi una mano sulla testa per evitare che il cappello volasse via.
«Tutta una questione di prospettiva. Che ne dici di un giro al parco?»
«Sono qui per te, andiamo dove vuoi.»
«Allora andiamo!»
A Damiano non sfuggirono le parole pronunciate dalla ragazza, il cui significato poteva suonare un poco ambiguo. Una frase che aprì un sacco di domande e curiosità nella mente del ragazzo.
Nonostante fosse pomeriggio non c'era molta gente al parco, forse complice il vento forte che stava radunando numerose nuvole grigie.
Per rompere il ghiaccio Damiano fece le solite domande di rito, sentite infinite volte da tutti. Apprese così che Lucia viveva con i suoi genitori in un appartamento in centro e, anche se non fu chiaro quale, Damiano intuì la via e, con molta probabilità, anche il palazzo. Studiava economia al secondo anno ed era quasi in pari con gli esami. Era stato per non pesare troppo sui genitori che aveva iniziato a lavorare come extra nei weekend. Fino a quando non aveva ricevuto l'invito per quelle feste. Il tono nella sua voce, mentre parlava, però, non convinse del tutto Damiano, come se Lucia non stesse dicendo la verità.
«E tu? Non ti ho mai visto alla Villa. Non mi sembri uno del giro. Cosa ci facevi?»
Il ragazzo sorrise e fece spallucce.
«In effetti hai ragione, non sono di questo fantomatico giro. Anzi, qui tutti sembrano sapere di questo giro tranne me.»
«Forse, il fatto che tu non ne faccia parte, che non ne sappia proprio nulla, potrebbe non essere una cosa così brutta.»
Per la prima volta Lucia accennò un sorriso.
«Ah no?»
«Forse no. Forse sì. Ho capito che non ne facevi parte da quando ci siamo visti. Questo incontro, poi, potrei dire che me l’ha confermato prima ancora di vederti.»
«Cosa vuoi dire?»
«Guarda, il cielo non promette nulla di buono.»
Il vento aveva radunato pesanti nuvole scure che minacciavano un'imminente acquazzone, con il risultato che il parco fosse diventato proprio deserto. Persino gli animali erano corsi a nascondersi.
«Temo dovremo concludere qui il nostro giro e tornare indietro.»
«Ti va male allora…»
«Perché?»
«Perché finisce il tuo tempo con me.»
L'espressione della ragazza aveva una sfumatura non solo compiaciuta, ma quasi anche di sfida, con un tocco di sensualità che Damiano trovò davvero intrigante e provocante. No, non l'avrebbe lasciata andar via così, non se prima non le avesse estorto un altro incontro.
«Forse sì o forse no.»
«Questa l'ho già sentita…»
«Ti rendo il favore.»
Caddero le prime gocce. Grosse e pesanti si schiantavano al suolo con un rumore sordo. Lucia mise una mano a tener fermo il cappello e prese a correre. Damiano perse un istante ad osservare quel fondoschiena stretto dai jeans e capì che, se non avesse agito subito, avrebbe perso ogni possibilità con quella ragazza.
Con pochi passi la raggiunse, le afferrò un braccio costringendola a voltarsi verso di lui e la baciò. Non un bacio delicato e leggero, ma uno quasi violento, senza aspettare una sua risposta, infilando la lingua tra quelle labbra morbide senza esitazione. Lucia non si oppose, non cercò di respingerlo né di limitare quel contatto così… prorompente. Anzi, parve assecondarlo e unirsi a quel momento di passione.
Almeno fino a quando l'acquazzone si riversò su di loro con tutta la prepotenza di cui fu capace.
Lucia urlò e fece per correre via verso l’ingresso del parco, ma ancora una volta Damiano la trattenne e la tirò con sé, correndo sotto un grosso albero poco distante. Lì, la pioggia, non fu capace di raggiungerli.
«Perché l'hai fatto?»
«Non saresti arrivata nemmeno al cancello senza ritrovarti fradicia fino al midollo. Una pioggia del genere non può durare a lungo.»
La ragazza sbuffò, togliendosi il cappello e liberando i capelli scuri.
«L'hai fatto apposta.»
«Prego?»
«A trattenermi con quel bacio.»
Damiano rise.
«Sono fortunato, per un attimo ho pensato mi incolpassi della pioggia.»
Lei lo guardò torva.
«Cosa non da escludere, tra l'altro.»
«Se avessi quel potere continuerei a far piovere per molto, molto tempo.»
Lucia non rispose, fece solo qualche passo nello spazio che i rami creavano tutt'attorno a loro. Da fuori sarebbe stato difficile vederli.
Damiano si sedette a terra, appoggiando la schiena al grosso tronco.
«Io e te finiamo sempre sotto gli alberi. L'ultima volta è stata interessante.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che ho avuto un assaggio del tuo sapore.»
«Sei un idiota. Fai così con tutte?»
«No, affatto, solo con quelle che fanno le sante ma è chiaro che nascondono qualcosa.»
Lucia si avvicinò al ragazzo e si inginocchiò tra le sue gambe facendo una smorfia infastidita a quelle parole. Negli occhi le brillava una luce strana.
«Forse è il caso di pareggiare i conti.»
Prima che Damiano potesse rispondere, la ragazza allungò le mani e prese a slacciargli i pantaloni. Quale uomo sano di mente, in simili circostanze, l'avrebbe fermata? Di certo non lui. In un attimo Lucia gli tirò fuori il membro, iniziando ad accarezzarlo lentamente e dolcemente. Ci volle ancor meno perché l'effetto di quelle attenzioni si palesasse.
«C’è qualcuno felice di vedermi…»
«Avevi dubbi?»
«Forse… ma vista l'accoglienza, credo sia giusto ricambiare con un bacio.»
Se avessero detto a Damiano che l’incontro con quella strana ragazza sarebbe finito con un pompino nascosti sotto un albero nel mezzo del parco cittadino avrebbe riso e se ne sarebbe andato. In quel momento, invece, con il membro nella bocca di lei, avvolto da quelle calde e morbide labbra, non poteva fare altro che abbandonarsi al piacere.
Un gemito gli sfuggì dalle labbra nel momento in cui Lucia tirò appena fuori la lingua e scese sulla carne, ingoiandola fino alla base. Restò ferma un istante e tornò su, pronta a scendere un'altra volta. Stringendo le labbra attorno al membro scivolò verso il basso, fermandosi a metà del percorso. E qui, con sommo piacere per Damiano, iniziò a giocare con la lingua. Le appoggiò una mano sui capelli non per darle il ritmo, ma quasi in un gesto di riconoscenza per il piacere che gli stava dando.
Lucia prese a muovere la testa su e giù, avendo cura di far sentire il movimento della lingua su ogni centimetro di quella carne viva e pulsante.
«Sei fantastica.»
«Grazie, adoro i pompini.»
Per il breve momento in cui parlò Lucia accarezzò il membro, spingendo la pelle verso il basso e scoprendo il glande. E di nuovo lo accolse nella bocca.
«Ti dispiace?»
La ragazza scosse il capo, intuendo cosa significassero quelle due parole. Non smise di muoversi se non quando il primo gettò le colpì il palato. Poi un secondo e un terzo. Rimasero immobili entrambi. Lucia deglutì lo sperma e sollevò la testa succhiando il membro, così che nemmeno una goccia andasse perduta.
«Cazzo.»
Disse Damiano guardandola negli occhi.
«Un pompino non è un pompino senza ingoio.»
Con un dito si pulì le labbra e si guardò attorno.
«Hai visto? Ha smesso di piovere.»
«Giusto in tempo…»
Insieme uscirono da sotto l'albero dopo essersi ricomposti.
«Posso accompagnarti a casa?»
Lucia si aggiustò il cappello.
«Ti ringrazio, non serve.»
«Posso avere il tuo numero?»
L'espressione della ragazza non fu per nulla piacevole.
«Mi spiace, devo dirti no. Però puoi darmi il tuo.»
«Nella vana speranza che tu ti faccia sentire? Non credo di aver altra scelta.»
«Eh no, non ne hai. Puoi solo sperare.»
«Dimmi almeno una cosa.»
«Che cosa?»
«So che sapevi mi avresti incontrato. Sei venuta di tua scelta o perché te l’hanno ordinato?»
La ragazza accennò un sorriso, si alzò in punta di piedi e baciò un'ultima volta Damiano.
Sulle labbra aveva ancora il sapore salaticcio dello sperma.
«Te lo dico la prossima volta.»
Imprevisto by Ronin Terzo
L'incontro con Lucia non era stato un totale fallimento, ma Damiano ne era uscito con una punta di amarezza. Senza sapere se lei l'avrebbe mai richiamato e senza essere riuscito ad ottenere un secondo appuntamento, quello che era successo sotto l'albero si poteva proprio definire una vittoria di Pirro. E ora? Ora, a conti fatti, non poteva far altro che aspettare e sperare. Aveva avuto, quanto meno, la certezza che dietro la presenza della ragazza alla festa c'era qualcosa. Persino il fatto che lei si fosse presentata a quell'appuntamento era subordinato alla volontà di qualcun altro. Questo ormai era chiaro. Ma chi era quel qualcun altro? Possibile che Lucia fosse fidanzata e il suo uomo accettasse di mandarla in giro così, non solo alle feste, ma anche a incontri “clandestini”? Che tipo di rapporto malato e perverso poteva legare due persone del genere?
Per alcuni giorni Damiano restò in silenzio e, come promesso, non disse una parola. Ma una sera in cui era fuori con il gruppo e nessuno lesinava sull’alcol, decise di tornare all'attacco di Moreno per estorcergli qualche informazione in più. Scoprire cosa si celava dietro a Lucia valeva ben qualche birra o qualche giro di superalcolici. E fu esattamente quello che fece, aspettò tranquillo il momento giusto per colpire.
“Mi sono incontrato con Lucia.”
Non ci volle molto prima che Moreno si mostrasse avanti con l'alcol. Aveva gli occhi rossi e il passo incerto e Damiano scelse di entrare nell'argomento mentre erano fuori a fumare una sigaretta.
“Lo immaginavo. Com’è andata?”
Moreno biascicava le parole e, se si staccava dal muretto, barcollava assai.
“Bene, nulla da dire, se non che non sono riuscito ad avere il suo numero.”
Moreno rise, divertito.
“Perché ridi?”
“Perché non te l'avrebbe dato nemmeno volendo.”
“Cosa vuoi dire?”
Moreno buttò a terra ciò che rimaneva della sigaretta ormai finita e la spense con la scarpa. Per un attimo Damiano pensò che sarebbe finito in terra tanto era insicuro sulle gambe.
“Sai, alle volte sei proprio ingenuo. E mi chiedo come facciamo ad essere amici.”
Damiano sorrise divertito e per nulla offeso da quelle parole.
“C’è stato chi ha detto che potrebbe essere cosa buona che io non sia del giro.”
“Touché. Andiamo, ho la gola secca.”
Così fecero, rientrando nel pub. Prima di arrivare al banco, però, una bionda più svestita che vestita, si gettò in braccio a Moreno, stampandogli un gran bacio su una guancia.
“Tesoro!! Ciaooo!!! Come stai?”
Era sbronza. Non c'erano dubbi. E con l'irruenza con cui si fece avanti, sarebbe finita in terra insieme a Moreno stesso se non ci fosse stato Damiano a reggerlo con una mano sulla schiena.
“Benone, siamo in gran forma questa sera! Ma quando sei tornata? Perché non mi hai detto nulla?”
Damiano osservò la ragazza. Era alta poco meno di Moreno con lunghi capelli biondi e due occhi azzurri come il cielo d'estate. La cosa che non passò inosservata agli occhi di Damiano furono i corti pantaloni di jeans. Così corti che lasciavano vedere l'attaccatura delle natiche e la fanciulla, così vestita, lasciava in bella mostra due gambe davvero belle. Indossava una maglietta colorata e il leggero giacchino di tela non nascondeva il seno, con tutta probabilità una buona terza.
“Stamattina, proprio stamattina. Amore mio perdonami ma mi hanno rubato il telefono con tutti i numeri e oggi non ho proprio avuto tempo per guardare Facebook.”
“Fa nulla, per questa volta ti perdono. A patto che vieni a brindare con noi!”
Moreno e la ragazza rimasero a braccetto fino al banco. Qui, finalmente, la bionda si mostrò frontalmente e Damiano vide la pancia lasciata scoperta dalla maglietta e un brillantino all'ombelico. Era indubbiamente una bella ragazza, era chiaro che lo sapeva e non faceva nulla per nasconderlo.
“Damiano, ti presento Lidia. Una mia cara amica che vive a Londra, per ora.”
Lidia. La famosa Lidia. Quante volte ne aveva sentito parlare? Troppe. Quante volte era andato sul suo profilo social e se l'era guardata e riguardata, senza mancare di collocarla al centro delle sue fantasie erotiche? Ancora di più. E ora, dopo tanto tempo, ce l'aveva davanti agli occhi. Doveva riconoscere che dal vivo era ancora meglio che in foto.
“Damiano? Ho sentito molto parlare di te. Moreno dice che sei davvero un bravo ragazzo, come non ce ne sono più.”
Il ragazzo sorrise, forse un poco in imbarazzo, forse un poco contento, nello scoprire che la ragazza sapesse di lui.
“E tu sei la famosa Lidia. Un vero piacere poterti conoscere finalmente di persona.”
Ordinarono tre vodka e brindarono tutti assieme.
“Moreno non mi hai mai detto che il tuo amico è così carino.”
Lidia quasi non fece in tempo a posare il bicchierino sul banco prima di riprendere a parlare.
“Vivi lontano, non pensavo certo ti potesse interessare.”
“Sei proprio uno sciocco. Sto a Londra, mica a New York. Con Raynair vai e torni con 40 euro…”
“Moreno è così”, intervenne Damiano, “conosce tutti, sa tutto, ma non si sbottona mai. Non è vero?”
L'amico parve cogliere la frecciatina e fece spallucce.
“Non sono mica un'agenzia matrimoniale. E poi ci sono cose di cui certa gente non si dovrebbe preoccupare.”
“Il custode dei segreti, ecco come dovremmo chiamarti”, disse Lidia abbracciandolo.
“Credo non ci sia nome più azzeccato per lui.”
“Mi offri una paglia?”
“Certo, vieni fuori con noi.”
Fu proprio così che, contro ogni aspettativa di Damiano, si trovò a dover reggere all'improvviso la ragazza nel momento in cui inciampò sui suoi stessi piedi. E sarebbe rovinata a terra se non ci fosse stato lui ad afferrarla per i fianchi, prodigandosi dall'evitare qualsiasi tocco inopportuno.
“Allora ha proprio ragione Moreno”, disse Lidia sistemandosi, “sei proprio un bravo ragazzo.”
“Cerco solo di essere corretto.”
“A me piacciono i bravi ragazzi. Puoi stare tranquilla con loro perché non faranno gli stronzi.”
“Nessuno farebbe lo stronzo con una così bella ragazza.”
“Essere bella non ti salva dagli stronzi, anzi.”
E Damiano si trovò a chiacchierare con la nuova amica, più intento a guardarle le cosce e la pancia che ad ascoltarla, a dire la verità, accantonando i pensieri su Lucia.
“Beh, adesso devo tornare dalle mie amiche prima che mi diano per dispersa.”
Lidia si prodigò in un caldo abbraccio con Moreno e porse la mano a Damiano. Subito dopo si allungò per dargli tre baci sulle guance. Come erano morbide quella labbra.
“Ah Reno, domani sera andiamo a ballare all'Invida. Perché non venite anche voi?”
“Si potrebbe fare. Mandami il tuo numero su Facebook che ti chiamo e ci organizziamo.”
Lidia mandò un bacio e, per un attimo, Damiano fece un pensiero osceno su quelle labbra.
Moreno aspettò solo che entrasse nel locale e fosse fuori portata d’ascolto.
“Che gran pezzo di figa.”
“Puoi dirlo forte. Ha un culo da urlo.”
“Già. E dovresti vedere le tette.”
“Te la sei portata a letto?”
“Lei? No, mai, abbiamo solo giocato un po’ di tempo fa. Non ti nascondo d'averci provato però. Dovresti farlo tu.”
“Scherzi?”
“Per nulla. E ti incasineresti meno che con Lucia, fidati.”
“Cosa vuoi dire?”
“Solo quello che ho detto. È un sacco che le parlo di te, e bene. Penso che potresti avere una buona possibilità.”
“Mi preoccupo quando parli così.”
Moreno si girò verso l'amico.
“Lo sai che non dico cazzate. E se dico che ci puoi arrivare, vuol dire che ci puoi arrivare.”
Damiano era senza parole. Ci mise un attimo ad accorgersi della bustina che gli stava passando l'amico.
“Cosa dovrei farne?”
“Domani sera andiamo a ballare con lei e le sue amiche. E durante la sera le offri un giro. Vedrai, sarà tua.”
Guardò Moreno perplesso e ben poco convinto.
“Le hai parlato tanto bene di me e mi presento con la coca? No, non posso farlo.”
“Non fare il fesso.”
“Non faccio il fesso, ma non farò nemmeno così. Verrò a ballare e vedremo che succede.”
Moreno mise via la merce.
“Fai come vuoi, ma poi non dire che non ti avevo avvisato.”
In discoteca by Ronin Terzo
Fu proprio cosi che andò.
La sera seguente, come da accordi, Damiano si trovò con Moreno e gli altri della compagnia per andare in discoteca.
«Dove sono le ragazze?»
«Loro hanno prenotato il tavolo già da un pezzo, ci aspettano dentro.»
Moreno gettò a terra il mozzicone della sicurezza e lo schiacciò con un piede. Era il loro turno di entrare.
«Sei sicuro?»
«Ti ho mai detto cazzate?»
«Hai ragione, tu preferisci non dire.»
«Cosa vorresti dire?»
La musica, nella saletta del guardaroba, arrivava ovattata. Due addetti della sicurezza stavano vicini all'ingresso osservando con attenzione tutti i ragazzi che passavano davanti ai loro occhi. Ragazzi e ragazze sfilavano come pavoni, con le camicie mezze aperte a mostrare i pettorali, spesso depilati di fresco, per i maschi o con gonne vertiginose per le signorine. Ce n'era davvero per tutti i gusti.
«Io non sarò il più sveglio del mondo, ma è altrettanto vero che tu sei la mano sinistra del diavolo. Non so proprio come tu faccia a sapere tutto di tutti.»
Non era certo facile mantenere la concentrazione con tutti quel ben di dio che veniva messo in mostra e più di una volta Damiano si fermò a fissare un paio di vistose tette o due cosce particolarmente ben in mostra. Moreno gli battè amichevolmente una mano sulla spalla.
«Sapere è potere, amico mio. E proprio per questo dovresti darmi più ascolto.»
«Dovresti fartelo tatuare addosso sai?»
«Chi ti dice che non l'abbia già fatto?»
Ridendo i due fecero il loro ingresso nella discoteca vera e propria. La musica, sparata a livelli altissimi, arrivò loro addosso come un muro e, per un istante, Damiano fece una smorfia come di dolore. Non amava le discoteche, non amava i posti pieni di gente, non amava la musica troppo alta.
«Forza forza, vedrai che alla fine mi ringrazierai!»
In realtà capì una parole su due di quelle che gli gridò l'amico e dedusse il resto. Presero da bere al bar e si fecero largo tra la gente attraverso le due sale della disco, gremite di gente.
«E pensi che la troveremo?»
«Chi?»
«Lidia. In mezzo a tutto questo casino.»
Moreno rise.
«Il locale non è infinito. Adesso andiamo alla zona dei tavoli. La troveremo là.»
«A meno che non sia in pista…»
«In quel caso balleremo con lei… anzi, ballerai con lei.»
Damiano fece per dire qualcosa, ma un ragazzo lo urtò con una spallata e fu per pura fortuna che il cocktail non gli finì addosso. Imprecò in silenzio e, quando il ragazzo si sbrigò a scusarsi, Damiano decise di lasciar perdere e andare avanti. Moreno non si era accorto di nulla ed era avanzato, costringendo Damiano a sbrigarsi e raggiungerlo.
«Perché ce l'hai tanto con Lucia?»
Moreno girò il capo indietro per un istante. Damiano approfittò di un gruppetto di persone che sbarravano il passo facendoli per fermare per ripetersi.
«Perché non vuoi che conosca Lucia? Cos'hai contro di lei?»
«Contro di lei? Nulla!»
«Allora perché sei così… ostile quando si parla di lei?»
Moreno si girò verso di lui e apparve serio.
«Facciamo così. Stasera stai con Lidia. Falla divertire, falla ballare, falla bere. Se te la sgancia scopatela anche. È una brava ragazza… beh sì a parte quel piccolo vizietto… e penso che potresti farle del bene. Se poi stanotte con lei proprio non ti trovi, allora domani ti dirò quello che so su Lucia.»
Damiano non era molto convinto, erano strane quelle parole nella bocca di Moreno, l'uomo che, per antonomasia, non faceva mai nulla per nulla. Per nessuno. E ora voleva che lui uscisse con Lidia per farla stare bene? No, decisamente non era da Moreno.
«Cosa c’è sotto?»
Moreno rise. Fatto centro, pensò Damiano.
«Nulla.»
«Non farmi fesso.»
«Puoi farti la serata e non pensare a Lucia per stanotte? Se ti va male domani saprai tutto quello che vuoi. E intanto devi solo spassartela con quel pezzo di figa di Lidia.»
Damiano continuava a esser ben poco convinto.
«Avanti», sorrise Moreno, «comunque vada tu ci guadagni.»
«È proprio questo il punto, non capisco cosa ci guadagni tu.»
«Domani amico, domani.»
Non c’era altra scelta, giunti a quel punto, che far come diceva Moreno e godersi la serata. E passarla con Lidia e le sue amiche, tra le quali si faceva assai fatica a trovarne una brutta, non era una poi così brutta prospettiva.
I due amici arrivarono alla zona dei tavoli. Era collocata su un rialzo, una specie di palco, rialzato di cinque gradini rispetto al resto del locale. Da quella posizione, quindi, era possibile dominare tutta la sala da ballo principale, con la possibilità di rimanere non visti, specialmente per i posti più arretrati, da chi passava lì davanti. D'altra parte, però passata una certa ora, quando l'alcol era già stato bevuto in abbondanza, era anche vero che, chi si trovava appena sotto i gradini, avrebbe potuto gradire un buon panorama sulle ragazze che, alticce, si sarebbero messe a ballare sui tavoli.
«Ecco, quella è la Sabri.»
Moreno, seguito da Damiano, salì i gradini, superò due tavoli e rivolse un gran saluto alla ragazza castana seduta su un divanetto accanto ad un ragazzo moro. Damiano li aveva già incontrati qualche volta, ma la loro conoscenza si fermava a poche misere parole scambiate quasi per sbaglio. Sabrina era un genere di ragazza, un po’ spocchiosa e troppo attaccata all'apparenza, che a Damiano risultava proprio indigesta. Si salutarono, Damiano rimase in disparte mentre le parlava Moreno.
Sabrina si alzò in punta di piedi e scrutò tra la gente, indicando un punto in mezzo alla pista. Damiano si girò verso la direzione indicata e strinse lo sguardo. La pista era gremita di gente, l'illuminazione era scarsa… possibile che quella chioma bionda che spuntava tra la folla fosse proprio Lidia?
«È in mezzo alla pista.»
«Comodo.»
Non fu certo impresa facile farsi largo tra tutta quella gente e raggiungere il punto indicato da Sabri, ma i due amici ci riuscirono. Lidia non era da sola, ma con altre due amiche che Damiano conosceva e con cui aveva chiacchierato qualche volta e due ragazzi che non aveva mai visto.
Lidia era di una bellezza mozzafiato e, come se non fosse bastato, non faceva nulla per nasconderlo. Aveva scelto, per la serata, un tubino nero che le si stringeva in vita con una cintura sottile piena di brillanti. Le spalle rimanevano scoperte ed una buona porzione dei seni rimaneva in mostra. Damiano era pronto a scommettere che i capezzoli non fossero molto lontani… il vestito si fermava ben sopra la metà coscia mettendo in mostra, per non dire in risalto, due gambe dritte e ben tornite da far invidia a una modella. Per certo, facevano gola a molti uomini, Damiano incluso. Completavano il tutto un paio di sandali con un bel tacco che slanciavano la figura della ragazza dandole un bel tocco sensuale.
Nulla da dire, Lidia era davvero una bella ragazza.
Come li vide esplose in un gran sorriso e gettò le braccia al collo di Moreno. Dopo essersi salutati Lidia si rivolse a Damiano, abbracciandolo calorosamente.
«Per fortuna siete arrivati! Questi due non ne vogliono sapere di lasciarci in pace!»
«Mi sarei stupito del contrario!»
«Cosa?»
Damiano aveva quasi urlato, ma il volume della musica in pista era davvero esagerato, tanto che Lidia aveva avvicinato il viso al suo per cercare di capire meglio. Il naso di Damiano fu raggiunto dalla fragranza sensuale della ragazza. Che, unita a quel fisico e a quell'abbigliamento, non passava certamente inosservata. Damiano non doveva essere stato l’unico a fare pensieri strani e poco casti nel vederla.
«Dicevo… sei in discoteca.. normale!»
Cercò di alzare la voce ancora di più. Lidia gli sorrise.
«Balliamo?»
«Certo!»
Con l’arrivo di Damiano e Moreno non ci volle molto perché gli altri ragazzi capissero che la festa era finita ed era giunto il momento di cambiare aria.
Persino in tuta avrebbe fatto girare molte teste lì dentro, figuriamoci vestita così, pensò Damiano sorridendole e guardandola muovere in quello stretto vestitino. Insieme ballarono, ma veder quel corpo che si muoveva sinuoso, immaginarne la carne soda nascosta dal vestito… fu davvero uno spettacolo mozzafiato. Lidia era completamente abbandonata alla musica e pareva ignara del mondo circostante. A patto di non considerare quelle lievi strusciatine del sedere contro il proprio cavaliere. In verità Damiano si sentiva intimidito da tanta bellezza. Anche Lucia era bella, certo, ma era meno appariscente, sicuramente più riservata. Lidia, invece, sembrava fatto per dominare la scena, per avere tutti attorno a sé, per essere al centro del mondo. E la ragazza lo sapeva, lo sapeva bene, e sfruttava il suo fascino senza remore. Allora perché Moreno insisteva tanto perché lui ci uscisse? Damiano non si considerava un brutto ragazzo, ma di certo nemmeno un divo di Hollywood. E, a dirla tutta, per quanto non si potesse lamentare economicamente, non era certo tra i più ricchi della città. Lidia era semplicemente fuori dalla sua portata. Aveva quasi paura a toccarla, sembrava tutto così surreale.
E invece, contro ogni aspettativa, si trovava nel mezzo della pista a ballare proprio con lei.
«Andiamo a bere qualcosa.»
Non era sicuro di aver capito, ma quando la vide prenderlo per mano e uscire dalla pista, ogni dubbio scomparve.
Cazzo, che culo da urlo, fu l'ultimo pensiero di Damiano nel vederla camminare davanti a sé
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