Una storia come tante by Ronin Terzo
Summary: Un prologo, nulla più, per una nuova storia che, spero, riscuoterà consenso tra le file dei miei lettori.
Categories: Sensazioni, Etero, Trio, Dominazione, Autoerotismo Characters: None
Genres: Racconto
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 4 Completed: No Word count: 5642 Read: 9973 Published: 06/12/2017 Updated: 12/02/2018

1. Un inizio come tanti by Ronin Terzo

2. Festa a Villa Farnese by Ronin Terzo

3. Primo incontro by Ronin Terzo

4. Chiacchiere by Ronin Terzo

Un inizio come tanti by Ronin Terzo
Fu un sabato sera di fine estate, dal cielo terso e l’aria frizzantina, il momento in cui questa storia inizia. Una sera in cui un piccolo gruppo di amici decise di cambiare programmi e imbucarsi ad una festa privata in cui l’ingresso era riservato agli invitati.

La compagnia si ritrovò all’aperitivo. Da lì sarebbero andati a mangiare una pizza tutti insieme, per poi spostarsi in discoteca al mare dove, con ogni probabilità, avrebbero fatto mattina. La prima fase, dunque, si svolse allegramente, tra abbracci, baci e battute di spirito, con un’atmosfera allegra e distesa. Tra americani e spritz nessuno si tirò indietro davanti all’alcol ma, nonostante la scelta non mancasse, furono in pochi quelli che si avvicinarono al banco del buffet. Tutto il gruppo si spostò poi in pizzeria dove la birra non mancò di certo.
Come sempre, il sabato era il ritrovo immancabile della compagnia, dove gli amici si ritrovavano e si raccontavano gli eventi della settimana, discutevano degli argomenti più vari e, immancabilmente, spettegolavano su chiunque ce ne fosse la possibilità. Fino al momento in cui, dopo il giro di limoncello, non si fece l’ora di andare alle macchine e puntare alla discoteca. Fu allora che Moreno, con il suo tipico modo di fare un po’ sornione, tipico di chi la sa lunga ma non vorrebbe darlo a vedere, approfittò di un momento tranquillo e si avvicinò a Damiano.
«Sicuro di voler andare in discoteca?»
Damiano guardò l’amico, incuriosito. Che senso aveva quella domanda? C’è da dire una cosa, affinché il lettore meglio comprenda la storia. Moreno era l’amico scaltro, quello con le mani in pasta ovunque, con l’amico giusto al posto giusto, sempre. Era quello che riusciva a trovare i biglietti per un concerto anche quando andavano esauriti, a trovare quello che desiderava con sconti improbabili, a recuperare informazioni irraggiungibili od occasioni irripetibili. E quando gli si chiedeva come diavolo facesse, la risposta era sempre una soltanto: eh sia, conosco un tizio che…
Damiano usciva spesso con lui, per quanto trovasse qualcosa di sinistro e poco rassicurante nei modi di fare di Moreno, che aveva imparato a riconoscerne quell’espressione un po’ sorniona un po’ furbetta di quando era in procinto a dirne una delle sue, di quando stava per tirare fuori il coniglio dal cappello.
«Pensavo di sì. Tu no?»
Moreno si guardò attorno con quel fare circospetto che lo rendeva tanto simile agli scagnozzi della Mala, diede un tiro alla sigaretta e soffiò il fumo fuori dai polmoni.
«Non è che non voglia andare con gli altri… diciamo piuttosto che potrebbe esserci un’alternativa. Ma non per tutti.»
Damiano lo guardò un poco perplesso.
«Sentiamo l’alternativa.»
E mentre la compagnia inizia a fare le auto, Moreno si allontanò di un paio di passi, così da non farsi sentire.
«C’è una festa questa sera, privata. Intendo di quelle che si entra solo se hai l’invito.»
«Beh, direi che questo già ci taglia fuori dai giochi.»
Moreno diede un ultimo tiro alla sigaretta e la scagliò lontano con un piffetto del dito medio.
«Sì e no.»
«Ho quasi paura a chiederti cos’hai in serbo.»
«Parliamo di Villa Farnese. Il piccolo compie i diciotto anni, i vecchi sono via. Ti lascio immaginare.»
«Aspetta… Villa Farnese? Quei Farnese?»
Moreno annuì con un cenno del capo, soddisfatto nel vedere di aver fatto colpo nell’amico. I Farnese erano una famiglia vecchia di secoli, vecchio stampo. Erano di discendenza nobile e non era certo un segreto che fossero i più ricchi di tutta la provincia, forse persino della regione. Damiano fischiò, sorpreso.
«Io conosco uno dei buttafuori.»
Damiano rise alle parole di Moreno.
«Ecco dove volevi arrivare. Tu vuoi andare alla festa!»
«Non bisogna dirlo a nessuno, ma il mio amico potrebbe farci entrare. E poi non bisogna fare stronzate, o faranno il culo non solo a noi, ma anche al mio amico.»
«Stronzate?»
«Tipo attirare l’attenzione, o bere troppo. Cose così…»
«Mi pare naturale.»
«Ne ho parlato anche con Silvano e Bruno, loro ci stanno.»
«Sono i Farnese. Non lo so. Rischiamo di metterci nei guai.»
«Ma che guai… basta che non ti spacchi di alcol.»
«Non lo so.»
Moreno si avvicinò all’amico, dandogli una pacca divertita.
«Te lo do io un buon motivo: è la festa dei Farnese, sai quanta figa ci sarà?»
«Per un pompino tu venderesti pure tua madre.»
«Amico, senza la figa la vita è una merda.»
I due amici se la ridono, divertiti.
«Siamo in quattro. Facciamo una macchina e andiamo.»
«Aspetta, c’è un problema.»
«Sentiamo.»
«Non possiamo andare con la mia.»
«Perché?»
«Perché?»
«Perché… la conosco. Se dovessero vederla nei paraggi della Villa non ci metterebbero molto a capire che sarei nei paraggi. Non possiamo rischiare.»
«Scusa?»
«Dai, lo sai che ho avuto da dire con il loro figlioccio e non siamo proprio in ottimi rapporti…»
Damiano fa un passo indietro e inarca un sopracciglio.
«Tu mi stai dicendo che vuoi imbucarti alla festa del Farnese con il quale ti sei attaccato nel corridoio del liceo pochi mesi fa?»
«Centro.»
Moreno mima la pistola con la mano e imita un colpo.
«Tu non sei mica a posto sai?»
«Scherzi? Vuoi mettere la soddisfazione di essere alla sua festa senza che lui lo sappia? E poi sarà talmente spaccato quando arriviamo noi che nemmeno saprà su quale pianeta si trova.»
«Non ti lamentare se poi ti ritrovo abbandonato in un fosso.»
«Non succederà.»
«Te lo auguro.»
Da lì a poco i quattro si staccarono dalla compagnia diretti alla grande villa in collina della famiglia Farnese.
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Festa a Villa Farnese by Ronin Terzo
«Parcheggia qui.»
Non c’era certo bisogno del navigatore per raggiungere Villa Farnese. Tutti, in città, sapevano dove si trovasse la nobile dimora. Questo grazie anche all’interesse storico artistico che la vedeva al centro di un cammino ben segnalato e assai noto e se, per un qualche caso fortuito del destino non lo si fosse ugualmente saputo, quella sera sarebbe stato assai arduo sbagliare. In occasione della festa del figlio minore, difatti, tutta la residenza dei Farnese era illuminata a giorno, brillava come mai nella notte, e la si poteva scorgere da tutta la valle.
La strada che conduceva ai Farnese procedeva fino alla cima delle colline, per poi panoramicamente per alcuni chilometri sulla vetta e discendere infine sull’altro versante. La villa riposava pigramente su un tratto di declivio particolarmente dolce e morbido, tanto da sembrare quasi in piano. E, da quella posizione, con un affascinante calanco alle spalle, dominava tutta la vallata e sovrastava la città.
Nonostante ci fosse la disponibilità di un bel parcheggio all’interno dell’alto muro che costeggiava l’ampio giardino, erano molte le auto posteggiate lungo i lati della strada, chiaro indice di quanta gente fosse presente questa sera. Damiano manovrò con attenzione per lasciare la propria auto da parte, sì che non fosse d’ostacolo al passaggio di altre vetture. Infine tirò il freno a mano e girò la chiave, spegnendo il motore.
«Allora sei sicuro?»
«Certo, per chi mi hai preso?»
Moreno si girò di tre quarti, così da riuscire a guardare in faccia tutti e tre gli amici che erano con lui.
«Voi, ora, mi venite dietro e non fiatate. Lasciate parlare me con la guardia ed entriamo. Dentro ognuno per la sua strada, ma mi raccomando: una volta dentro niente casino.»
«Dillo a Bruno, è lui che si spacca a merda ogni volta che esce!»
Se ne uscì così Silvano, accompagnando le parole con un pugno leggero sulla spalla.
«Ma vaffanculo!»
«Sono serio. Se combinate un casino io non vi conosco. Qualunque cosa succeda ci vediamo all’auto alle quattro.»
Scesero dall’auto e, tutti insieme, coprirono gli ultimi metri che li separavano dal cancello d’ingresso. Il muro che costeggiava il giardino era alto due metri, bianco, con una decorativa linea rossa ad una trentina di centimetri dalla sommità. Dall’altra parte giungevano i rumori della festa, come una miccia sfrigolante che agitava il gruppetto, costringendo i ragazzi a contenersi per non destare sospetti nella guardia. La musica pareva degna di uno dei miglior DJ set, i ragazzi e le ragazze che urlavano, gridavano e si divertivano, l’inequivocabile rumore di qualcuno che si tuffava in piscina. Non vi erano dubbi che stessero per entrare ad una delle feste più “in” di tutto l’anno.
Il cancello d’ingresso non era sulla strada, ma leggermente rientrato, creando una piazzola in cui potevano sostare tranquillamente due auto di grosse dimensioni. Il cancello, nero e pesante, illuminato da una serie di potenti faretti, aveva, al suo interno, una porta per il passaggio pedonale. E questa sembrava proprio l’unica ad essere aperta. A custodirla un uomo in divisa nera, “SICUREZZA” in bianchi caratteri grandi ben visibili sul petto palestrato. Aveva i capelli cortissimi e il naso schiacciato. All’orecchio destro l’auricolare. Lo sguardo era serio e buio e, quando i ragazzi si avvicinarono, lui non si scompose, rimase al suo posto, serio e impassibile, le braccia incrociate al petto.
«Aspettate qui.»
Moreno si avvicinò, si dissero qualcosa e si scambiarono una vigorosa stretta di mano. Solo allora, ad un cenno dell’amico, anche gli altri si avvicinarono.
«Ehi Reno sei tu, al buio non ti avevo riconosciuto.»
«Allora ragazzi, Moreno mi ha detto che vi ha già spiegato tutto. Una volta dentro non voglio casini. E, soprattutto, nulla di quello che vedrete lì dentro deve uscire. Altrimenti finisce che vengono da me a farmi la festa. E se fanno la festa a me, io poi sono costretto a fare la festa a voi. Intesi?»
«Intesi.»
«Bene, allora entrate e divertitevi.»
Inutile dire che la Villa e il suo giardino erano davvero immensi, ma il fulcro della festa era concentrato attorno alla piscina. Un piccolo chiosco era stato allestito sul prato lì attorno e due ragazzi lavoravano a tutto spiano per dare da bere a tutti i presenti. Quando arrivò il gruppo di Moreno la quantità di ragazzi visibilmente ubriachi superava di gran lunga quella dei sani. Nessuno si accorse della presenza clandestina dei quattro che si unirono ai festeggiamenti come se nulla fosse. Non si può certo dire che mancassero le ragazze ma, tra tutte, l’attenzione di Damiano cadde su una ragazza coi capelli neri lunghi fino alle spalle e mossi. Aveva il fisico minuto, i fianchi stretti e poco seno, la pelle abbronzata. E correva. Correva come una pazza da una parte all’altra non sono della piscina, ma dell’intero parco. C’era qualcosa, in quella ragazza, che lo affascinava e lo attirava. Per quanto non riuscisse a capire cosa, forse il modo di muoversi, forse la concentrazione disegnata sul volto, forse quel ricciolo ribelle, forse quelle leggere fossette ai lati della bocca ogni volta che accennava un sorriso, c’era qualcosa che lo portava a guardarla ogni volta che gli passava vicino. Ogni tanto spariva dalla sua vista e, per quanto si sforzasse, della ragazza perdeva ogni traccia.
L’occasione per avvicinarsi a lei capitò per caso quando, insieme a Moreno, andò al chiosco per prendere da bere. Difatti, mentre i due amici erano lì che chiacchieravano del più e del meno, lei fece la sua comparsa. Damiano le dedicò uno sguardo e si scambiarono un sorriso di cortesia. Solo ora Dam poteva notare che indossava un vestitino leggero, turchese, con mille margherite sparse dappertutto, che non le arrivava a metà coscia. Ai piedi un paio di sandali e, proprio sopra l’allacciatura del destro, una cavigliera molto fine, d’argento, con un microscopico campanello che tintinnava appena ad ogni passo. Solo ora che erano tanto vicini lo si riusciva a sentire, altrimenti coperto dalla musica. Forse erano le luci, forse l’ora tarda, ma non pareva che la ragazza indossasse altro. Le due sottili strisce di stoffa che le si appoggiavano sulle spalle non potevano certo nascondere un reggiseno. Damiano si chiese, non senza una punta di malizia, se la giovane fanciulla fosse priva anche dell’altro capo di intimo.
«Ciao!»
«Ciao.»
Rispose lei con fare quasi infastidito. In quel momento gli sembrò che sul viso della ragazza aleggiasse una gran stanchezza.
«Eccomi qua ragazzi!»
Il barista comparve con un impeto di energia che quasi sorprese tutti quanti. Moreno fece per parlare, ma il ragazzo al di là del banco, non appena vide la ragazza, fece cenno di aspettare.
«Perdonatemi, ma faccio prima da bere per lei. D’altronde, prima le donne!»
Nessuno si oppose.
«Ti vedo stanca.»
«Una notte lunga...»
No, la ragazza non sembrava molto contenta né interessata a parlare con lui, ma a Damiano diede l’impressione che ci fosse qualcos’altro sotto che non andasse. E, spinto dalla curiosità e dall’interesse per la ragazza, non si diede per vinto.
«Tutto bene?»
«Certo.»
La fanciulla sorrise e si girò dall’altra parte, portando lo sguardo sulla piscina. No, non aveva voglia di chiacchierare. Moreno alzò le spalle, ma si trattenne dal ridere.
«Tutto pronto!»
Pochi minuti dopo il barista posò sul banco un vassoio con quattro cocktail. La ragazza fece per prenderlo, ma, proprio in quel momento, qualcuno le afferrò un braccio e la tirò indietro, strappandole un urlo.
«Ehi tesoro, vieni qui!»
Chiunque fosse il nuovo arrivato era visibilmente sbronzo, due notevoli occhiaie e un’andatura assai incerta. La morettina cercò di divincolarsi, quasi ci riuscì.
«Lasciami, devo lavorare!»
Lei cercò di opporsi ancora, ma questa volta lui la strinse a sé, dominandola con la sua massa.
«Fermo! Così mi fai male!»
A quelle parole Damiano fece per muoversi, ma Moreno lo fermò con una mano sulla spalla.
«Lascia fare, noi qui non esistiamo. Ricordi?»
Le parole dell’amico non erano affatto piacevoli, eppure erano quanto mai vere. Non erano nella posizione di mettersi in mezzo e attirare così palesemente l’attenzione su di sé. Quest’amara consapevolezza non lasciò altra scelta se non quella di ordinare da bere e restare ad osservare, impotenti, la scena.
E sotto i loro occhi altri due ragazzi, molto probabilmente amici del primo, si fecero vicini, e iniziarono a giocare con la povera vittima spingendola dall'uno all'altro come fosse stata una sfera del biliardo. Lei cercava di opporsi e scappare via, ma se per caso ci riusciva, uno dei tre era subito pronto ad afferrarla per un braccio e trascinarla subito di nuovo nel mezzo di quello stupido gioco. Tra le risate generali, s’intende.
D’un tratto, quasi fossero già stati d’accordo, tutti insieme la sollevarono di forza. Lei gridò ancor più forte, cercò di ribellarsi e divincolarsi. Quando si rese conto che la fuga le era impossibile implorò pietà persino, ma non ci fu nulla da fare: finì a bagno tra le risate generali.
«Qui funziona così, non metterti a fare il cavaliere.»
«Cosa vorresti dire?»
«Che è una festa privata. E quello che l’ha presa era Massimo, uno degli amici intimi del rampollo dei Farnese. Può fare praticamente quello che vuole.»
«E allora?»
«E allora se tu ti fossi fatto avanti per aiutare la ragazza sarebbe stato come metterti contro di lui. E tutti i presenti.»
Damiano avrebbe davvero voluto far qualcosa, anche solo allungarsi per aiutare la ragazza ad uscire dalla piscina, ma Moreno lo trascinò lontano, per quanto controvoglia. Il timore di essere scoperti era sempre vivo e l’idea di finire nei guai sufficiente a tenerli lontani dal cuore della festa.
«Chi è lei?»
Stavano camminando sul prato perfettamente curato mentre sorseggiavano il cocktail e si guardavano attorno, tranquilli. Avevano perso le tracce degli altri due, ma in quel momento non gli sarebbe potuto importar di meno.
«Lei chi?»
«La ragazza della piscina, la morettina.»
«Non ne ho idea.»
«Mi stupisci.»
«Cioè?»
«Tu sai sempre tutto. E quello che non sai lo scopri in un attimo.»
«Damiano, non è una buona idea…»
Moreno notò l’espressione dell’amico.
«D’accordo, d’accordo, provo a chiedere in giro.»
Damiano sorrise.
«Grazie!»
Primo incontro by Ronin Terzo
Capito 2
Primo incontro

Durante la festa, tra un drink e l'altro, Damiano perse di vista i suoi amici, quasi senza rendersene conto. Ben presto si ritrovò intento ad esplorare il vasto parco della villa e ad ammirare le delizie che quella serata clandestina aveva da offrire. Non c’era alcun dubbio: tutte le ragazze presenti, chi più chi meno, erano giovani e assai affascinanti, vestite solo quel tanto che bastava e nulla più. La realtà, però, vedeva Damiano intento a cercare la ragazzetta mora che era stata presa e gettata nella piscina contro la propria volontà. Era forse mai possibile che non avesse avuto un cambio con sé e fosse andata a casa? No, non era affatto credibile, non in quella calda nottata estiva. Forse era andata semplicemente ad asciugarsi. O, forse, stava prestando servizio dentro la casa. Perché, visto come correva qua e là, non c’era alcun dubbio che lei fosse lì per lavorare e non per divertirsi.
Damiano buttò uno sguardo verso l'ampia struttura, magari l'avrebbe scorta dietro una delle ampie vetrate, ma, per quanto ci fossero numerose luci accese qua e là, pareva che nessuno si trovasse al suo interno. Eppure, per quanto continuava a girare e rigirare, di quella morettina pareva non esserci più alcuna traccia. Da nessuna parte.
“Dove sei?”
Moreno l'aveva chiamato al cellulare e lui aveva risposto non appena aveva visualizzato il nome sul display.
“Son qua… poco lontano dalla piscina, a lato della villa.”
“Ok ho capito. Ascolta, hai presente dove c’è la rampa che porta al garage?”
“Sì, l'ho vista prima.”
“Perfetto, vieni qua che ti aspettiamo.”
“Arrivo.”
In capo ad una manciata di minuti Damiano aveva raggiunto l'amico, seduto di traverso sul muretto che costeggiava la discesa al seminterrato della villa. Non ci volle molto a capire che quella che aveva in mano non era una semplice sigaretta.
Moreno stava chiacchierando con un altro ragazzo, alto, con le spalle larghe, gli occhi chiari e i capelli a spazzola. Damiano lo riconobbe subito come Mauro De Martino. Aveva un paio d'anni in più ed era il primogenito dei De Martino, un'altra famiglia “bene” della città. Si conoscevano perché si erano presentati tempo prima ad una festa di amici comuni e, insieme, avevano finito per sbronzarsi allegramente. Da quell'episodio, per quanto non fossero certo amici, non mancavano mai di salutarsi quando si incontravano per le vie del paese. Come tutte le altre volte si salutarono con un gran sorriso.
“Moreno mi stava giusto dicendo che ti interessa una ragazza.”
Damiano sorrise, rifiutando con un gesto veloce della mano il fumo offerto dall'amico.
“Interessa è una parola grossa. Diciamo che ha catturato la mia attenzione e gli ho chiesto chi fosse.”
Mauro si fece una risata, prese la canna e diede un tiro, soffiando poi il fumo verso l'alto.
“Dettagli dettagli… e quindi vorresti conoscerla?”
“Se ce n’è la possibilità, perché no?”
“Dai la morettina piccolina!”
Moreno intervenne sorridendo con quella sua espressione goliardica e poi diede un tiro. Gli occhi arrossati erano un chiaro segnale di cosa stessero fumando. Mauro guardò entrambi senza capire.
“Quale dici? Non ho presente.”
“Per capirci, quella con il vestito turchese...”
Damiano cercò di chiarire la situazione e, di colpo, il volto di Mauro si illuminò e mise una mano sulla spalla dell'amico.
“Aspetta… ti riferisci alla ragazza che hanno lanciato a mollo poco fa?”
“Sì, proprio lei!”
“Ho capito chi è! Lucia! È lei che ti interessa? Aspetta che la chiamo.”
E così fece.
In pochi minuti la ragazza arrivò dai ragazzi con ancora indosso il suo svolazzante vestito leggero e turchese. I capelli erano ancora bagnati, ma l'indumento era ormai soltanto umido, incollandosi solo un poco al ventre e alle cosce. I seni, per quanto tutt'altro che procaci, eran poco nascosti alla vista e la pelle abbronzata che s'insinuava sotto il vestitino era assai invitante. Mauro, notevolmente più alto, le passò un braccio intorno alle spalle e la presentò agli altri. Sembrava agitata, nervosa, forse in imbarazzo. Il sorriso era tirato.
“Ditemi, come posso esservi utile?”
Moreno fece finta di nulla e Mauro prese parola, indicando Damiano.
“Il mio amico si è preoccupato per te quando ti ha visto finire in piscina. Perché non ti dimostri cortese con chi si è interessato alla tua salute?”
Lucia osservò un momento Damiano e gli sorrise. Un sorriso tirato, ma pur sempre un sorriso. Gli porse la mano.
“Certo Mauro, come desideri. Vieni con me.”
Il ragazzo rimase un attimo sorpreso da quella scena. C'era stato qualcosa, nei toni e negli sguardi dei due, che gli era parso strano, ma non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Tuttavia, al contatto con quella mano dalla pelle morbida e vellutata e alla vista di quelle due gambe nude e toniche, non si sottrasse all'invito. Ad ogni passo il vestito turchese svolazzava leggero, lasciando intuire con piacere quali curve nascondesse. Sarebbe bastato così poco a sollevarlo e a mostrare quei segreti peccaminosi…
In silenzio la seguì fin sotto i rami di un grande abete, dove trovarono rifugio dalla confusione della festa e riparo da sguardi indesiderati. La ragazza si guardò attorno e parve soddisfatta.
“Direi che qui può andar bene.”
Lucia prese nelle sue mani quelle di Damiano e lo osservò. Lui, d'altro canto, rimase ad osservarne le fattezze del volto. Gli occhi affusolati e svegli, le ciglia folte, le guance leggermente scavate, le labbra sottili e delicate, la curva della mandibola morbida e…
“Allora? Che aspetti?”
Le parole della ragazza lo colpirono come un diretto al volto. La guardò senza capire e lei parve quasi infastidita da quel comportamento.
“”Mi volevi? Sono qui. E ora non fai nulla?”
Intimidito da quell'atteggiamento schietto e diretto Damiano si sentì sprofondare nell'imbarazzo e si sentì un perfetto idiota. Non era proprio così che si era immaginato d'incontrare quella ragazza. E ora, se non voleva la sua posizione già goffa, doveva soltanto agire. Conscio che qualsiasi cosa avesse detto non l'avrebbe salvato da quella imbarazzante situazione, spinse la ragazza contro il tronco della pianta e la baciò.
In un primo momento fu un bacio casto e leggero. Le loro labbra si sfiorarono e restarono fermi in quel momento, quasi congelati nel tempo. Fu lei a prendere l'iniziativa. Aprì la bocca e con la lingua cercò quella di lui. Damiano si lasciò andare a quel bacio e, per quanto fosse stato imbarazzante rompere il ghiaccio, lo fu assai meno posar le mani su quel corpo ed esplorarne le forme. La ragazza s'irrigidì un istante quando Damiano le pose le mani sui fianchi e poi iniziò a muoversi. Non disse nulla quando una mano le afferrò un seno e lo strinse, come a saggiarne la consistenza.
“Mi piaci”, le sussurrò all'orecchio.
Lucia si divincolò dal bacio e lo guardò negli occhi.
“Non dire cazzate, nemmeno mi conosci.”
Damiano ci restò male per quella risposta così secca, ma non lo diede a vedere. Non disse proprio nulla, ma tornò alla carica e bloccò la ragazza contro l'albero. Lei non si tirò certo indietro, anzi, parve gradire il trattamento. Almeno fino a quando una mano di Damiano, dopo essere scesa fino alla coscia, risalì, portandosi pericolosamente vicina all’inguine. Fu allora che lei lo fermò.
“Ehy cowboy, che fai? Corri?”
“Non siamo qui per questo?”
“Ma tu corri.”
“L'alba si avvicina, non mi resta molto tempo.”
“Chi sei… Cenerentola?”
Un movimento repentino, Lucia trattenne il fiato e spalancò gli occhi. Damiano sorrise, soddisfatto, con una mano non solo sotto la gonna del vestito, ma addirittura sul sesso della ragazza.
“Non le porti…”
Questione di un attimo. La mano della ragazza colpì la guancia del ragazzo con un gesto secco e deciso. Il tempo sembrò congelarsi sotto lo sguardo feroce di lei.
“Può bastare così.”
Senza dire altro, la ragazza scivolò via dalla posizione in cui si trovava e fece per uscire dal rifugio in cui si erano nascosti.
“Vieni?”
Damiano la stava osservando, senza reagire. Si era fatto forse un’idea sbagliata su di lei? Probabilmente, pensò. Complice l’alcol, visto il modo in cui era nato ed era stato gestito quel loro incontro, aveva pensato di poter osare di più. Sentendo ancora la guancia bruciare, il ragazzo si incamminò dietro Lucia. Nessuno dei due disse una parola, almeno fino a quando non furono in visto di Mauro e Moreno. Fu in quel momento che la ragazza si fermò e lo tirò per un braccio.
“Ehy senti…”
Il suo imbarazzo era notevole e traspariva da ogni minimo gesto. Perché?
“Dimmi.”
“So che forse, per quello che ho fatto, non sono nella posizione, ma avrei bisogno di chiederti una cortesia.”
Damiano la guardò sorpreso, senza capire.
“Sentiamo.”
La ragazza si guardò attorno e si lisciò il vestito leggero prima di rispondere.
“Dì quello che vuoi ai ragazzi, anche che l’abbiamo fatto se vuoi, ma ti prego… ti prego davvero… non dire che ti ho dato uno schiaffo.”
“Prego?”
Alzò gli occhi nei suoi e lo fissò implorante.
“Ti prego. Davvero. Per me è importante. Puoi dire tutto quello che vuoi, ma non che ti ho colpito. Ti prego.”
“Perché?”
Lucia sospirò.
“Non posso… non posso spiegartelo. Lo so, è tutto assurdo e capirei se decidessi di raccontarglielo, ma… ti prego…”
L’espressione della ragazza sembrava quanto mai sincera e preoccupata. Che stesse fingendo? In realtà, pensò Damiano, non aveva importanza, non poteva restare cieco a una supplica del genere.
“D’accordo, d’accordo, non lo dirò a nessuno.”
“Grazie!”
Lucia si allungò per dargli un bacio veloce e corse via.
Fu uno spettacolo piacevole osservarla allontanarsi attraverso il parco della villa, fino a sparire dalla vista.
Chiacchiere by Ronin Terzo
Capitolo 3


La festa non era ancora conclusa quando i primi raggi di sole iniziarono a far capolino all’orizzonte e Moreno, temendo di venir scoperto, decise fosse giunto il momento di togliere il disturbo. Forse, visto l’elevato tasso di alcol nel sangue di buona parte dei presenti (specialmente negli amici più stretti del festeggiato), nessuno si sarebbe accorto della presenza dei quattro imbucati e nulla sarebbe successo ma, davanti alla ritirata delle tenebre, il timore di essere scoperti assunse una dimensione concreta e preoccupante. In fondo si erano divertiti, bevendo e ballando ad una delle feste più esclusive della città. Perché rischiare di finire in malo modo quella notte? Non ci volle molto tempo per riunire il gruppo e allontanarsi soddisfatti.
Dopo quella notte Damiano e Moreno si incontrarono nuovamente qualche giorno dopo, di mercoledì, in perfetto orario d’aperitivo. Come spesso capitava, d’altronde. Così, tra un cocktail variopinto e un finger food sgranocchiato, i due amici si ritrovarono a chiacchierare in tranquillità seduti comodi comodi ad uno dei tavolini nel giardino del locale.
«Cosa sai Lucia?»
Non si può dire che Damiano introdusse l’argomento con delicatezza. Anzi, lo fece di colpo, mentre si scambiavano gli ultimi pettegolezzi sul gruppo di amici di cui facevano parte. Moreno posò il bicchiere e guardò l’amico con fare perplesso.
«Chi?»
«Lucia, la ragazza della festa. Quella mora, che hanno lanciato in piscina senza tanti complimenti.»
Moreno appoggiò la schiena alla poltroncina, tirò fuori il pacchetto di sigarette e diede due colpetti dal fondo per tirarne fuori una.
«Non molto. Anzi, potrei dirti che non ne so nulla. Lascia stare.»
Damiano lo guardò accennando un sorriso.
«Lo sai che non sei credibile, vero? E poi che vuol dire lascia stare?»
Osservò l’amico accendersi la sigaretta con calma.
«Vuol dire che il mondo è pieno di ragazze e che, consiglio da amico, dovresti guardare altrove.»
Ora non era più un gioco, l’espressione di Moreno era diventata seria.
«E con questo mi hai dimostrato che ho ragione. Cosa sai di lei?»
«Te l’ho detto, nulla.»
«Raccontane un’altra.»
«Ok», rispose Moreno soffiando in alto il fumo, «cerca qualcun’altra a cui dedicare le tue attenzioni. Il mondo è pieno di ragazze.»
«Perché?»
«Avanti… che ti frega di scoparti Lucia o Anna o chi lo sa come si chiamerà la prossima che ti porterai a letto? Semplicemente lascia perdere quella, no?»
«Dammi un buon motivo.»
Damiano si mise comodo e sorseggiò il drink. Moreno, invece, diede un tiro alla sigaretta. Qualcosa, nel suo modo di comportarsi e di muoversi, tradiva un certo nervosismo.
«Perché chi era a quella festa, invitati o lavoranti, c’era per un motivo preciso. Guarda altrove, non ne caverai nulla di buono da lì.»
«Quindi ho ragione, lei era lì per lavorare.»
Moreno annuì con un'espressione che a Damiano non piacque molto. Cosa gli nascondeva?
«Spiega.»
Osservò l'amico dare un tiro alla sigaretta e restare un momento in silenzio prima di riprendere parola.
«Non c’è nulla da spiegare, Dam. Era lì per lavorare.»
«Senza mutande?»
Damiano non si fece problemi a parlare schietto, tanto era chiaro che Moreno sapesse più di quanto volesse dire. E non era certo necessario essere un genio per sapere che, a quel genere di festa, ad alcune ragazze, magari non tutte, fosse richiesta una certa disponibilità. E allora? Lucia l'aveva colpito e c'era qualcosa, in lei, che l'affascinava. No, non avrebbe lasciato perdere. Moreno accennò un sorriso e alzò le spalle.
«Questo non lo so. Se hai presente nemmeno io ero invitato…»
«Non ero invitato nemmeno io, ma sono certo che tu sappia più di quanto non voglia dire. Come son certo che Lucia si sia appartata con me solo perché gliel'ha detto Mauro.»
Calò il silenzio. Damiano osservò Moreno guardarsi attorno senza dire nulla.
«Ti chiedo solo di mettermi in contatto con lei.»
«Non ho il suo numero di telefono.»
«Chiedilo a Mauro.»
Moreno sbuffò infastidito prima di volgere lo sguardo sull'amico.
«Perché devi ostinarti così? Trovatene una come tante altre, non infilarti in quel giro.»
«Che giro?»
«Quel giro.»
L'inflessione del tono fu più che mai eloquente. Damiano prese il bicchiere e sorseggiò il drink riflettendo su quella dichiarazione. A quanto pareva, i suoi sospetti eran dunque fondati. E ora?
«Non me ne frega nulla di quale possa essere il giro. Mi interessa conoscere quella ragazza. E tu sei senza dubbio la persona che più facilmente può aiutarmi a farlo. Per non dire l'unica.»
Moreno non parve affatto contento di quelle parole e non vi era alcun dubbio che fosse infastidito da quella conversazione. Spense la sigaretta schiacciandola nel posacenere.
«A una condizione.»
«Quale?»
I due amici si guardarono dritti negli occhi.
«Che riesca o che non riesca a farti avere un incontro con lei, io poi non ne voglio più sentire parlare. Facci quello che vuoi con quella ragazza, ma io non voglio più saperne.»
«Affare fatto.»
Di lì a poco i ragazzi finirono i cocktail e si salutarono come sempre. In realtà Damiano avrebbe voluto estorcere più informazioni a Moreno, era troppo chiaro che sapesse qualcosa, forse sulla ragazza stessa. Eppure era ben chiaro, allo stesso tempo, che non aveva la benché minima voglia di parlare. Non rimase altro da fare che affidarsi alle sue mani e aspettare di vedere cosa sarebbe successo.
Fu un paio di giorni dopo che, durante la pausa pranzo, Moreno gli scrisse su WhatsApp.
«Sei ancora interessato?»
Damiano sorrise. Era tipico di Moreno iniziare le conversazioni ponendo domande.
«Se ti riferisci a Lucia, non ho cambiato idea.»
«Non sono riuscito ad avere il suo numero…»
«Ma…?»
«Ma so che domani pomeriggio, intorno alle sedici, sarà all'Indie.»
«All'Indie? Bene, so dove andrò a farmi un caffè domani pomeriggio. Grazie.»
«Io non ne voglio saper nulla, intesi?»
«Intesi.»
«Sappi che sono ancora dell'idea che dovresti lasciar perdere quella ragazza e cercartene un'altra.»
«Ti devo un favore.»
«Ne riparleremo.»
L’Indie Bar era un bar molto carino e molto curato che si affacciava sul Parco Urbano, la più grande area verde della città, con tanto di laghetti artificiali, animali di ogni tipo, ampi spazi verdi disseminati di alberi di ogni specie e un’area attrezzata per i bambini. Era facile trovarlo pieno di gente nei pomeriggi d’estate e nei weekend di tutto l’anno. Il proprietario dell’Indie si faceva vanto di non dover niente a nessuno e di non aver alcun tipo di legame con i fornitori o con le banche. E, vista la posizione assai comoda e piacevole, era diventato ben presto un punto di ritrovo fisso per tutta la zona, se non quasi per tutta la città.
Il giorno seguente, nemmeno fosse stato un pericoloso serial killer, Damiano si appostò nei pressi del suddetto bar, cercando una posizione da cui potesse vederne le vetrine senza però essere notato a sua volta. E, con calma, con un leggero sorriso dipinto sul volto, attese. Non aveva fretta, ma senza dubbio si sentiva agitato. Cosa avrebbe fatto? Cosa avrebbe detto alla ragazza? Specie dopo che, alla festa, lei lo aveva praticamente mandato via in malo modo. Non partiva certo da una posizione di vantaggio…
Fu poco dopo le sedici, come gli aveva preannunciato il suo amico, che la fanciulla fece la sua comparsa. Indossava un paio di jeans stracciati qua e là, una maglietta bianca con un disegno strano e colorato e due grandi occhiali da sole le coprivano gli occhi. I capelli, neri e ricci, erano tenuti a bada da un capello di paglia a tesa larga. Non aveva dubbi che fosse lei. Aspettò che fosse entrata e decise di fare la sua mossa.
Lei era lì, pochi passi dopo l’ingresso, intenta a guardarsi attorno. Bisognava riconoscere che i jeans, com’erano poi di moda in quel momento, non valorizzavano molto le forme del fondoschiena della ragazza, un vero peccato! Aspettò un momento prima di farsi avanti e sfoderare il suo sorriso migliore.
«Ciao!»
La ragazza si girò di colpo, rimanendo seria, senza dimostrarsi particolarmente entusiasta di incontrarlo. Non per questo Damiano si fece scoraggiare. Come aveva detto Moreno, ora erano tutti fatti suoi.
«Ciao.»
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