Una strana situazione by Jimpoi
Summary: Una coppia, un ristoratore ricco e una strana situazione
Categories: Etero Characters: None
Genres: Fantasia
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 5 Completed: No Word count: 6361 Read: 30041 Published: 10/02/2018 Updated: 08/03/2018
Story Notes:
Questa serie è una richiesta di una mia lettrice.

1. L'anniversario by Jimpoi

2. Andiamo a ballare by Jimpoi

3. Ricatto by Jimpoi

4. Di male in peggio by Jimpoi

5. Confessione by Jimpoi

L'anniversario by Jimpoi
Isabella scartò il regalo che le aveva fatto suo marito Mario per il loro ventesimo anniversario.
«Wow! È bellissimo!», esclamò felice, baciandolo. Le aveva regalato un vestito.
«Sono contento che ti piaccia! Dovresti metterlo stasera a cena», Mario aveva prenotato un tavolo nel ristorante di un suo amico.
«Certo! Adesso esci che mi devo preparare», gli disse Isabella, dandogli un bacio sulle labbra.
L’uomo uscì dalla stanza e lei iniziò a truccarsi. Era una bellissima donna di quarant’anni, con lunghi capelli castano scuro, una carnagione scura che a faceva sembrare abbronzata anche d’inverno. Il fisico asciutto e sodo faceva risaltare la quarta di seno.
Dopo essersi truccata in modo provocante, esaltando i suoi occhi verde scuro, si smaltò le unghie di mani e piedi con un rosso acceso, le piaceva averli curati.
Si tolse l’accappatoio che aveva indossato dopo aver fatto la doccia. Si era depilata accuratamente tutto il corpo, si passò la crema idratante sulla pelle liscia poi prese il vestito e lo indossò sul corpo nudo, senza mettere intimo. Suo marito ne sarebbe stato contento.
Prese un paio di sandali con il tacco dodici, neri con il cinturino che esaltava la sua caviglia sottile; erano molto sexy. Le piaceva mettere in mostra i suoi bellissimi piedi.
Si pettinò i capelli ondulati lasciandoli sciolti, poi si guardò nello specchio a figura intera. Avrebbe fatto impazzire tutti gli uomini al ristorante.
Uscì dalla camera e andò in salotto dove Mario, già pronto, stava guardando la tv.
«Come ti sembro?».
Suo marito rimase senza parole, si alzò e si avvicinò a lei.
Il vestito le stava divinamente: la profonda scollatura le faceva risaltare il grande seno sodo, il tessuto era semitrasparente, a parte sui seni ed una fascia all’altezza della vita, dove era nero, era aderente e le arrivava sopra il ginocchio, mettendo in mostra le sue belle gambe affusolate ed abbronzate.
Mario la baciò con passione sulla bocca voluttuosa, stringendola a se e mettendole le mani sul sedere tondo. Nonostante suo marito avesse 46 anni, Isabella sentì subito contro di sé la sua erezione prepotente.
Ricambiò il bacio con la stessa intensità e Mario, incoraggiato, le alzò il vestito, lasciando nudo il sedere, poi insinuò un dito nel solco tra i glutei sodi ed iniziò a scendere, sfiorò l’ano ed arrivò alla vagina bagnata.
Isabella si lasciò sfuggire un gemito leggero, poi si staccò dal bacio e sussurrò: «Dobbiamo andare. Avremo tutto il tempo dopo cena», si rimise il vestito a posto e gli fece l’occhiolino.
Mario rimase di nuovo senza parole, poi seguì la moglie fuori casa.
Arrivati al ristorante, un cameriere fece strada verso un tavolo apparecchiato per due, leggermente appartato. Era molto elegante, con una lunga tovaglia bianca, una candela già accesa e un bel centro tavola floreale.
Era un ristorante di classe e quando il cameriere portò loro il vino bianco che avevano ordinato, lo versò nei calici.
«A noi!», disse Mario, brindando.
Arrivò l’antipasto e la coppia iniziò a mangiare. Ad un cero punto si avvicinò al tavolo un uomo sulla quarantina, corpulento, vestito molto elegante.
«Buonasera, amico mio!», esordì, dando la mano a Mario.
«Buonasera! Isa ti presento Carlo, il proprietario di questo fantastico ristorante e mio vecchio amico».
«Piacere», disse Isabella.
«Il piacere è mio! Sei davvero uno splendore», rispose Carlo baciandole la mano. Il fatto che le avesse dato subito del tu e che non staccasse gli occhi dal suo seno, infastidì la donna.
«Spero che sia di vostro gradimento la cena. Bel vestito» disse ammiccando al seno di Isabella, che si dovette trattenere dal rispondergli male.
«Certo. Tutto buonissimo»
Il proprietario si congedò e, passando dietro ad Isabella, le sfiorò la spalla nuda.
Appena se ne fu andato, la donna si rilassò e i due finirono la cena tranquillamente.
Quando arrivarono alla cassa c’era un cameriere, ma arrivò subito Carlo che gli disse con tono duro: «Levati. Questi li faccio io». Isabella era contrariata, ma non voleva rovinare la serata del loro anniversario.
«Vi faccio un bello sconto in nome della nostra amicizia», disse Carlo con finta generosità. Li accompagnò alla porta e la donna sentì la mano del proprietario del ristorante toccarle fugacemente il sedere. Arrossì di frustrazione, ma si dominò.
Quando furono in macchina Isabella disse: «È proprio antipatico il tuo amico».
«Si, può sembrare un po’ grezzo, ma è un brav’uomo», rispose sorridendo Mario. Isabella evitò di dirgli che l’aveva toccata.
Fecero le scale di casa baciandosi intensamente, Mario impiegò un po’ di tempo a centrare la serratura e quando finalmente la porta si aprì, Isabella gli aveva già sbottonato tutta la camicia bianca.
La donna spinse suo marito, ormai a petto nudo, sul divano del salotto. La guardò eccitato mentre con movimenti molto sensuali si abbassò prima la spallina destra del vestito, poi la sinistra. Calò il vestito lasciando liberi i suoi seni prosperosi.
«Tieni il vestito», disse Mario con la voce che tremava dall’eccitazione.
Isabella, allora, si slacciò i sandali e li scalciò alle sue spalle, poi si avvicinò al marito, gli sbottonò i pantaloni e abbassò i boxer. Il pene eretto guizzò fuori e la donna lo prese in mano, era caldo e molto duro. Tirò giù la pelle, scoprendo il glande gonfio. Gli salì sopra e dicendogli teneramente: «Ti amo», guidò il pene dentro di sé.
Mentre si baciavano con passione, si muovevano lentamente, assaporandosi lo splendido momento.
Mario le tirò su il vestito, mettendogli le mani sul sedere, palpandolo come sapeva piacere a sua moglie. Isabella gli offrì i seni da baciare, cosa che lo faceva eccitare molto.
Lui le succhiava dolcemente i capezzoli scuri e turgidi, passando la lingua tra i seni, sopra di essi, arrivando fino al collo. Isabella gettò la testa all’indietro, lasciandosi andare al piacere, gemendo forte.
Raggiunsero un intenso orgasmo contemporaneamente, la donna continuò a muoversi ancora un po’, poi si sedette a fianco del marito ed appoggiò la testa alla sua spalla.
«Ti amo. Sei la donna più fantastica che esista!», disse Mario.
«Ti amo anche io. Tanto!» rispose Isabella, accarezzando il pene del marito che si stava afflosciando.
End Notes:
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Andiamo a ballare by Jimpoi
Il giorno dopo Isabella si svegliò presto per andare a lavorare, era una dottoressa, diede un bacio sulla guancia al marito che stava ancora dormendo. Si preparò, fece colazione ed uscì.
Salutò Piero, il portinaio del suo palazzo, era sempre molto gentile, poi raggiunse i garage e salì in macchina. Ripensò all’amico di suo marito, il proprietario del ristorante: le era sembrato una persona veramente sgradevole, a peggiorare le cose erano stati gli sguardi impertinenti e ancora di più il fatto che le aveva toccato il sedere.
Per fortuna a salvare la serata c’era stata l’intensa notte con suo marito, oltre che sul divano, avevano fatto l’amore anche nel letto. Era pienamente soddisfatta della loro vita sessuale.
La mattinata passò tranquilla, lei era medico di famiglia e d’estate non c’era la folla di influenzati.
Per pranzo tornò a casa, ma suo marito non c’era come al solito, aveva un’azienda metalmeccanica fuori città.
Alla sera provocò suo marito e così fecero l’amore. Capitava quasi sempre così.
La settimana scivolò via e al sabato Mario disse a sua moglie: «Carlo ci ha invitati nel suo ristorante stasera».
«Non ne ho molta voglia. Non mi sta simpatico», rispose riluttante Isabella.
«Dai, che dopo cena c’è un po’ di musica, si può ballare». A Isabella piaceva molto ballare, ma suo marito non la portava spesso perché era un pessimo ballerino.
«Va bene. Ma è l’ultima volta che andiamo in quel locale».
«Grazie amore», le disse dandole un bacio sulle labbra, «perché non ti metti quel bel vestito bianco che ti ho regalato l’anno scorso? Non lo metti quasi mai».
Piaceva molto ad Isabella, ma aveva poche occasioni per metterlo. Però ripesò agli sguardi di Carlo e disse «Non saprei. È molto scollato, forse troppo».
«Ma no che ti sta benissimo».
Ci mise un po’ a convincerla, ma alla fine Isabella cedette e andò a cambiarsi.
Per ripicca non indossò intimo. Sapeva che Carlo l’avrebbe guardata di nuovo, ma avrebbe voluto che Mario se ne accorgesse, così avrebbe capito.
Il vestito era bellissimo: il tessuto era bianco e liscio, la scollatura molto profonda arrivava fino sotto al seno ed era legato sul collo con un sottile nastro nero. Lasciava schiena completamente scoperta, ma era aderente sul sedere e aveva uno spacco nella gonna larga che arrivava oltre la metà della coscia.
Si guardò nello specchio: le stava alla perfezione. Abbinò un paio di decolté bianche con il tacco 10, avrebbe dovuto ballare.
Si legò i lunghi capelli scuri in uno chignon abbastanza elaborato, lasciando scoperto il bel collo.
Quando arrivarono al ristorante, li accolse subito Carlo: «Buonasera! Sei sempre la più sexy!». Il complimento le sembrò fuori luogo, in più gli occhi dell’uomo caddero di nuovo sul suo seno scoperto.
Prese Isabella sotto braccio, lei non ne fu entusiasta, e li accompagnò al loro tavolo, lo stesso dell’altra volta. Quella sera era apparecchiato sempre in modo elegante, ma meno appariscente.
Li lasciò cenare tranquillamente, il cibo era molto buono e anche il vino, più forte dell’altra volta, era eccellente.
In un tavolo non molto distante dal loro, videro che c’era Piero, il portinaio. Lo salutarono cordialmente.
Isabella bevve molti bicchieri di quell’ottimo vino rosso, senza accorgersi che iniziava a darle alla testa.
Quando si alzarono Mario la condusse al bar del ristorante, dove bevvero un digestivo. A quel punto i camerieri avevano spostato i tavoli, trasformando il ristorante in una sala da ballo abbastanza grande. Sentendo la musica latinoamericana a Isabella venne molta voglia di ballare, anche a causa dell’alcol che aveva bevuto.
Mario le disse: «Con me non puoi ballare, sono troppo scarso. Però so che Piero è un ottimo ballerino», questo chiarì a Isabella il motivo per cui il portinaio si trovava in quel ristorante quella sera.
Gli fece un cenno e l’uomo si avvicinò, gli chiesero se voleva ballare con lei ed accettò prontamente.
Ballarono una baciata: in effetti era molto bravo, in più aveva un fisico atletico, anche se aveva superato i quaranta. Se fosse stata sobria, il fatto che l’uomo le si avvinghiasse in modo così sensuale, le avrebbe dato molto fastidio, ma in quell’occasione lo lasciò fare.
Anche quando la mano si allungò sul suo sedere sodo.
La stava palpando piano, quasi a saggiare la consistenza del gluteo. Prima che lei riuscisse a protestare, risalì sulla schiena nuda.
La canzone finì ed iniziò subito una rumba. Piero non chiese nemmeno a Isabella se voleva ballare, iniziò subito a muoversi sulle note di quel ballo veloce e scatenato.
La donna si pentì subito di non essersi messa il reggiseno: il suoi seni grandi sobbalzavano e più di una volta rischiarono di uscire dal vestito. Anche lo spacco la metteva in imbarazzo: quando alzava le belle gambe abbronzate rischiava di far vedere a tutti le sue parti intime nude.
Piero sembrava essersene accorto e la guidava sempre verso i passi che la scoprivano di più. Isabella si guardò intorno e vide suo marito che chiacchierava con Carlo sorseggiando un drink. La guardava con uno sguardo che conosceva bene: era eccitato.
Ballò tutta la sera con Piero sotto gli occhi di suo marito: nei balli più sensuali le si avvinghiava palpandole con sempre meno pudore ogni parte del corpo, una volta le infilò una mano attraverso la scollatura sulla schiena, toccandola direttamente sul sedere nudo, mentre in quelli più scatenati la faceva fare giravolte che le alzavano la gonna e salti che rischiavano di lasciarle il seno scoperto. Più di una volta quando i loro corpi erano a contatto avvertì la sua erezione.
Non sapeva perché, ma la cosa non la infastidiva come avrebbe dovuto, probabilmente era il vino, perciò non smise di ballare.
Dopo un passo di danza abbastanza acrobatico, Isabella si accorse che un seno le era uscito dalla scollatura. Tentò di fermarsi, ma Piero glielo impedì guardandola con malizia. Nella sala erano rimasti solo uomini a parte lei e nessun’altro ballava. Tutti li stavano guardando. Isabella arrossì violentemente, ma non riuscì a liberarsi da Piero fino a quando, alla fine del pezzo, le fece fare il casquè. Lo spacco si aprì e tutti videro che non portava le mutandine.
Isabella uscì di corsa con le lacrime agli occhi dalla vergogna, seguita da suo marito.
End Notes:
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Ricatto by Jimpoi
Isabella era rimasta molto scioccata dalla serata al ristorante. Era sicura che Piero le avesse fatto fare apposta il casquè, mettendo in mostra il suo seno uscito dal vestito e il fatto che non portasse le mutandine. Era visibilmente eccitato dai loro balli sensuali, aveva avvertito chiaramente la sua erezione, ma questo non spiegava il suo comportamento. Di solito era molto gentile e pacato, ma quella sera era sembrato un’altra persona.
Isabella si era sfogata la sera stessa con suo marito, così Mario gli era andato parlare. Piero era andato da lei per chiederle scusa, ma non le era sembrato affatto sincero, anzi il suo sguardo era subito caduto sulla curva del suo seno abbondante, che per fortuna quel giorno era coperto da una casta maglia accollata.
Al lavoro i pazienti si accorsero che era distratta e assente, ma Isabella non riusciva a togliersi dalla testa l’umiliazione subita: ogni volta che passava davanti alla portineria, le saliva un brivido lungo la schiena. Affrettava il passo ed evitava Piero. Se la salutava lo ignorava.
Una sera di metà settimana tornava dal lavoro ed appena aprì il portone le si parò davanti Piero.
«Vieni in portineria. Ti devo parlare», le intimò duramente senza preamboli.
La donna non rispose ed andò avanti, ma l’uomo la afferrò per un braccio e la tirò a sé «Lasciami», strillò.
Lui le annusò i capelli poi le disse all’orecchio: «Non gridare. Non voglio farti male», poi la condusse nella portineria.
La fece sedere sulla scomoda sedia di legno davanti alla scrivania e le disse: «Venerdì un mio amico ti aspetta».
Isabella intuì subito dove voleva andare a finire, rispose: «Non sono mica una puttana!».
«Questa lascerebbe intendere un’altra cosa», replicò Piero, seduto sulla sua sedia girevole, allungandole una busta che prese dal cassetto della sua scrivania.
La donna la prese titubante e quando la aprì sbiancò: la foto ritraeva lei e il portiere proprio nel momento del casquè. L’angolazione da cui era stata scattata permetteva di vedere molto bene il seno fuori dal vestito e la sua vagina depilata.
«Immagino che tu non voglia che diventi di dominio pubblico», disse con un sorriso malevolo.
La donna non riusciva a parlare e i suoi occhi verde scuro si velarono di lacrime.
«Venerdì aspetta il mio amico in casa. So che tuo marito questa settimana è fuori per lavoro».

Isabella passò il resto della settimana disperata: avrebbe voluto parlarne con qualcuno, ma si vergognava troppo e aveva paura che Piero pubblicasse la fotografia, in più quella settimana suo marito era in trasferta per la consegna di una grossa partita di lavoro. Si sentì sola come non mai.
Il giovedì sera il portinaio le aveva fatto trovare un biglietto scritto a mano con una brutta calligrafia in cui era descritto il modo in cui doveva vestirsi, l’ora in cui sarebbe arrivato questo suo amico ed era ripetuta la minaccia di pubblicare la foto.
Il venerdì mattina fu uno strazio sia per lei che per i suoi pazienti, non riuscì a concludere niente e aveva sempre le lacrime agli occhi.
Per fortuna aveva il pomeriggio libero, così tornò a casa, non riuscì a mangiare niente, ma si sfogò con un lungo pianto. Poi quando si fu calmata pensò risoluta: “Ormai sono nei guai. Devo fare buon viso a cattivo gioco. Speriamo che venga in fretta questo amico”.
Si fece un lungo e rilassane bagno caldo, poi si pettinò con cura i capelli castano scuro dopo averli asciugati. Si truccò gli occhi in modo sexy, mettendo sulla palpebra superiore un ombretto d’orato ed esaltando la forma dell’occhio con la matita nera. Applicò il mascara per allungare le ciglia in modo provocante.
Si mise un rossetto rosso fuoco che faceva risaltare la dentatura perfetta e bianchissima. Anche lo smalto con cui dipinse mani e piedi era rosso.
Da quella sera al ristorante non aveva più depilato il pube, quindi rasò accuratamente la vagina, ma lasciò un triangolino di peli corti sopra di essa. Depilò il resto del corpo.
Quando ebbe finito, indossò quello che le aveva detto Piero nel biglietto: una vestaglia il più sexy possibile. Isabella scelse nell’armadio una vestaglia in tulle e pizzo nero, praticamente trasparente, velò le belle gambe con delle calze a rete autoreggenti e non mise ne scarpe ne intimo. Annodò la fascia della vestaglia e uscì dalla camera. Subito dopo suonò il campanello.
Quando Isabella si ritrovò davanti a Carlo, il ristoratore, la sicurezza che era riuscita a trovare dentro di sé, crollò.
L’uomo entrò senza chiedere il permesso, la squadrò e disse con arroganza: «È proprio così che ti volevo! Dove ci mettiamo?».
«Esca per favore», chiese Isabella, coprendosi il corpo con le mani.
«Ti devo ricordare la foto?», disse duramente Carlo, togliendole le mani dai seni.
Le si avvicinò e le mise le mani sul sedere nudo, palpandolo con forza, le baciò il collo poi le strappò di dosso la vestaglia, lasciandola nuda a parte le calze a rete.
Isabella si lasciò sfuggire un grido.
«Stai zitta». Le leccò in modo per lei molto sgradevole i capezzoli, senza nessuna gentilezza. La donna chiuse gli occhi cercando non pensare a quello che stava accadendo.
«Andiamo di là», disse con la voce tremante. Carlo intese quel fremito come se fosse di desiderio e non di disperazione come in effetti era.
«Vedi che ti piace», disse compiaciuto. Isabella lo guidò in salotto e si sentiva i suoi occhi rapaci sui suoi bei glutei tondi.
Quando si voltò vide che l’uomo si era già aperto i pantaloni e aveva il pene eretto. La prese per una spalla e la fece inginocchiare bruscamente davanti a lui. Trovandosi davanti al suo pene avvertì subito che era maleodorante. Carlo le spinse la testa verso di lui e lei fu costretta a prenderlo in bocca: il sapore era anche peggiore. Lo spingeva con forza fra le sue labbra, fortunatamente non era di dimensioni eccessive, anzi. Le prese una mano e la costrinse a massaggiargli i testicoli pelosi e molli.
Isabella sperava che Carlo finisse in fretta, ma lui esclamò: «Mettiti sul divano». La donna dovette ubbidire, aveva paura che l’avrebbe potuta anche picchiare. Si stese sul divano supina, con le gambe chiuse e le mani sui seni. Carlo ormai indossava solo la camicia sbottonata che lasciava in mostra il ventre prominente coperto di peli brizzolati; le si mise davanti le aprì le gambe con forza e le fissò la vagina depilata con il triangolino di peli sopra.
«Non te la rasi più? A me piace bella liscia, sappilo!», poi si sputò su una mano e iniziò a toccarla. Non era per niente bagnata. Quando fu leggermente lubrificata dalla sua saliva, le spinse dentro il pene. La donna provava dolore ed iniziò a mugolare piano, chiudendo gli occhi.
«Brava! Godi!», esclamò Carlo prendendola per i polsi e scoprendo i seni. Anche lui ansimava forte mentre si muoveva dentro di lei, ma non accennava a diminuire il ritmo.
Iniziò a palparle i seni, molto forte, facendole male, le strizzava fra le dita i capezzoli, mentre isabella sperava sempre di più che finisse.
«Girati», le intimò bruscamente uscendo da lei. La fece mettere a pecorina poi le diede un forte schiaffo sul sedere ed esclamò: «Hai il culo più bello che abbia mai visto!».
Poi, mentre il gluteo diventava rosso, si mise dietro di lei ed la penetrò di nuovo. I movimenti dell’uomo non provocavano ad Isabella nessun piacere e neanche gli schiaffi sul suo sedere.
A un certo punto la prese per i lunghi capelli e le tirò indietro la testa, dicendo: «Voglio vederti in faccia mentre ti riempio di sborra!».
Isabella cercò di divincolarsi per non farlo venire dentro di lei, ma Carlo la bloccava tenendola per i capelli e con l’altra mano per i fianchi.
Subito dopo i suoi movimenti persero il ritmo e, dopo averlo sentito grugnire, Isabella avvertì il suo sperma riempirla. Provò una sensazione di nausea.
Carlo rimase dentro di lei qualche istante, poi uscì, le toccò la vagina dolorante con le dita.
«Assaggia», le mise due dita sporche di sperma in bocca: lei non era un amante dello sperma in bocca, ma quello aveva un sapore veramente disgustoso.
Carlo si rivestì con calma mentre Isabella rimaneva nuda sul divano, con un rivoletto di sperma che le usciva dalla vagina. Tratteneva a stento le lacrime.
«Buona serata! Quando vuoi il mio ristorante è sempre aperto per te», disse, poi finalmente uscì dalla casa.
Isabella scoppiò a piangere.
End Notes:
Vorrei ribadire che i miei racconti sono frutto della mia fantasia, i questo caso insieme a quella di una mia lettrice. La violenza, soprattutto sulle donne, non è giustificabile. Mai.
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Di male in peggio by Jimpoi
Titolo
Isabella non avrebbe mai pensato che Piero potesse arrivare a tanto, ma qualche giorno dopo la fermò di nuovo e le fece una proposta che la sconvolse ancora di più.
Il giorno successivo alla serata con Carlo, sabato, arrivò Mario, suo marito, e Isabella avrebbe voluto gettarglisi fra le braccia e piangere a lungo, per poi raccontargli tutto.
Si trattenne, era una donna forte, salutò suo marito con un bacio, cenarono e lui le raccontò molto della trasferta lavorativa, era stata molto soddisfacente. La donna liquidò la sua domanda: «Com’è stata la tua settimana?», con uno sbrigativo: «Niente di che, solite cose». L’uomo non le chiese altro.
Dopo aver cenato, si misero sul divano a guardare un po’ di televisione; Mario iniziò ad accarezzarle i capelli spettinati, le mise una mano sulla coscia coperta dalla tuta. Isabella si scostò. Il marito tentò di nuovo, iniziando ad accarezzarle la pancia sotto la maglia accollata, ma di nuovo sua moglie lo rifiutò. Mario non era abituato, di solito Isabella era molto focosa e la maggior parte delle volte iniziava lei. Le mise una mano sul seno.
«Non mi va! Devo mandarti una lettera per fartelo capire?», esclamò Isabella, alzandosi ed andando in camera.
Mario era molto contrariato, era una settimana che non vedeva sua moglie e aveva voglia di fare l’amore con lei. Rimase sul divano a guardare la tv.
Si stava avvicinando l’autunno e Isabella iniziò a vestirsi in modo molto più coperto e decisamente meno sexy. Sia per ripararsi dai primi freddi, ma soprattutto per nascondere il suo corpo allo sguardo rapace di Piero che si sentiva addosso ogni volta che passava davanti alla portineria.
Come se non bastasse, ogni uomo con cui incrociava lo sguardo, soprattutto i codomini della sua palazzina, le dava l’impressione di sapere i suoi segreti: la foto mentre ballava e la sera passata con Carlo. Era un tormento continuo.
Poi arrivò la sera in cui Piero la fermò di nuovo e la portò nella portineria. A Isabella venne in mente subito la foto che le aveva fatto vedere qualche giorno prima. Decise che quella volta gli avrebbe tenuto testa qualunque cosa le avrebbe detto.
«Non mi piace come hai iniziato a vestirti. Non posso vedere quel bel corpo», iniziò con tono duro.
«Il mio corpo non ti appartiene», rispose altrettanto dura.
«Come mai sei così spavalda? Pensavo che Carlo ti avesse piegata».
Isabella lo fissò con i suoi occhi scuri completamente struccati, senza rispondere.
«Non ti ricordi più la foto che ti ho fatto vedere l’altra volta?», attaccò l’uomo.
«Non mi interessa più», rispose, sperando che dimostrando di non aver paura di vedere la sua foto pubblicata, lui non avesse modo di attaccarla.
«Non volevo fartele vedere, ma visto che sei così testarda, mi obblighi», rispose in tono mellifluo. Prese il cellulare dalla tasca e lo girò verso di lei.
Si vide mentre Carlo la penetrava supina sul divano. Le aveva fatto una foto mentre lei aveva gli occhi chiusi.
Piero fece scorrere il dito sullo schermo e Isabella si ritrovò a guardarsi a pecorina. Rimase senza parole. Piero aveva architettato tutto per continuare a ricattarla.
«Non vorrai mica che vadano a finire sulla bacheca del condominio. Tuo marito verrebbe a sapere di essere cornuto», la sua voce ormai era trionfante.
La donna si accasciò sulla scomoda sedia.
«Cosa devo fare?», chiese con un filo di voce.
«Devi metterti dei vestitini sexy, che me lo facciano diventare duro solo a vederti».

Isabella non uscì per tutto il fine settimana, ma al lunedì dovette andare a lavorare.
Indossò una gonna corta che le arrivava a metà coscia, con sotto dei collant neri semitrasparenti e scarpe con il tacco alto, mise una maglia molto scollata con le maniche lunghe, che lasciava scoperta gran parte del suo abbondante seno sostenuto da un reggiseno col ferretto.
Si mise un cappotto lungo fino al polpaccio ed uscì di casa.
Sperava che Piero non ci fosse, ma l’uomo la attendeva fuori dalla portineria.
«Cosa hai messo lì sotto?», le chiese.
Isabella che si aspettava una domanda del genere, aprì il cappotto e rimase ferma con le braccia aperte e con uno sguardo di sfida.
«Niente male, ma domani voglio vedere di più», disse prendendo il cellulare in mano, come per ricordare la minaccia.
Isabella richiuse il cappotto ed andò via senza rispondere.
La donna suo malgrado, prese quello che aveva detto Piero come una sfida, così il giorno dopo non mise il reggiseno, indossò una maglietta molto aderente, da cui si vedevano spuntare i capezzoli, una gonna ancora più corta e calze trasparenti. Il portinaio la guardò con desiderio, ma le disse: «Non è abbastanza».
Col passare dei giorni, Isabella si vestì sempre meno, aveva nella borsa un cambio per il lavoro, ma Piero non era mai soddisfatto, anche se più di una volta lei aveva notato il gonfiore dell’erezione.
Quel venerdì mattina, Isabella uscì di casa con addosso sotto al cappotto solo un body di pizzo praticamente trasparente, con la scollatura che le arrivava sotto l’ombelico, il dietro era a tanga e i capezzoli erano ben visibili sotto le trame del pizzo. Aveva comprato quel body quando lei e Mario, ancora fidanzati, erano andati un fine settimana a Parigi. Lo aveva usato pochissime altre volte.
Quando aprì il cappotto davanti a Piero, rabbrividì di freddo, non vedeva l’ora di salire in macchina per cambiarsi; l’uomo esclamò: «Finalmente, così ti volevo!». Isabella notò con soddisfazione che aveva un’erezione.
Fece per chiudere il cappotto, ma Piero le si avvicinò e le disse: «Non stavolta», la prese per un braccio e la trascinò dentro la portineria. Isabella era così scioccata che non riuscì neanche a protestare.
Sentì la chiave girare nella serratura poi Piero abbassò le veneziane. Nessuno poteva vederli.
Isabella era seduta sulla sedia di legno, ancora con il cappotto aperto quando il portinaio le si avvicinò con il pene eretto fuori dai pantaloni. Era enorme: superava i venti centimetri, ma soprattutto era molto largo.
Lo spinse senza tanti complimenti in bocca ad Isabella, tenendole la testa ferma, facendolo arrivare fino alla gola. Poi iniziò a muoversi come se stesse facendo sesso con la sua bocca. La donna tossiva e sputacchiava saliva, ma Piero non smetteva di muoversi.
Quando Isabella non ce la fece più, tentò di divincolarsi, allora Piero glielo spinse ancora più a fondo in gola, chiedendole: «Non ti piace il mio cazzo? Dovrai abituartici, sarai la mia schiava d’ora in poi».
La fece alzare e le stappò di dosso il cappotto ed anche il body, lasciandola completamente nuda a parte le decolté nere con il tacco 12. Isabella istintivamente si portò una mano sul seno e una sul pube che non aveva più rasato.
«Tanto ti ho già vista nuda», le disse Piero, spostandole le braccia con forza. La spinse a pecorina sulla scrivania e le schiaffeggiò forte il sedere, facendola gemere di dolore. La prese per i polsi sottili e glieli tenne bloccati sulla schiena, poi Isabella sentì il glande che colava di saliva, appoggiarsi sul suo ano.
«No! Ti prego! Farò tutto quello che vuoi, ma quello no!», esclamò disperata la donna. Non lo aveva mai fatto.
«Di che sei la mia schiava e io il tuo padrone», le disse Piero, spingendo leggermente. Isabella lo fece, e Piero ribatté: «Le schiave fanno quello che dicono i padroni!». Spinse con forza facendo entrare tutto il glande. La donna non riuscì a trattenere un grido di dolore.
Piero non si fermò, continuò a spingere il suo grosso pene in quello stretto canale, fino a farlo entrare quasi tutto.
Iniziò a muoversi, ignorando Isabella, che lo pregava di fermarsi. Pian piano i muscoli dell’ano si dilatavano, ma il dolore non diminuiva; neanche quando Piero uscì da lei, per guardare l’ano dilatato di Isabella.
La fece inginocchiare davanti a lui e disse: «C’è bisogno di un po’ di lubrificante!», glielo mise di nuovo in bocca. Sentire il gusto del suo ano fece venire la nausea ad Isabella, ma al portinaio non importava. Dopo poco, la fece mettere di nuovo a pecorina sulla scrivania.
Il pene molto insalivato scorreva meglio, ma non per questo era più piacevole per Isabella. In più Piero continuava a schiaffeggiarle il sedere ormai completamente arrossato e dolorante.
«Di che sei la mia schiava!», le intimò.
«Sono la tua schiava», mormorò Isabella.
«Di nuovo!».
«Sono la tua schiava».
Glielo fece ripetere molte volte, fino a quando spinse il suo pene dentro di lei fino ai testicoli depilati e raggiunse l’orgasmo con un grugnito.
Isabella avvertì le sue mani stringersi sui suoi glutei fino a farle male, poi si sentì riempire abbondantemente del suo sperma viscido e gemette sfinita.
End Notes:
Vorrei ribadire che i miei racconti sono frutto della mia fantasia, i questo caso insieme a quella di una mia lettrice. La violenza, soprattutto sulle donne, non è giustificabile. Mai.
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Confessione by Jimpoi
Isabella era sconvolta. Decise di raccontare tutto a suo marito prima che partisse per una trasferta di lavoro di un mese all’estero.
«Amore ti devo parlare», iniziò.
«È successo qualcosa?», chiese preoccupato suo marito.
Isabella si sedette facendo attenzione sulla sedia, i glutei e l’ano le facevano ancora male, poi iniziò a raccontare, trattenendo a stento le lacrime, da quella sera al ristorante, il ricatto di Piero, la serata con Carlo e infine lo stupro del portinaio.
Quando ebbe finito Mario la strinse fra le braccia e Isabella si lasciò andare in un pianto liberatorio.
«Adesso vado giù e lo ammazzo!», esclamò Mario, quando sua moglie si fu calmata un poco. Si alzò furente, uscì di casa correndo, con Isabella dietro che lo pregava di non fare stupidaggini.
Mario aprì la porta della portineria ed urlò: «Ti ammazzo, brutto stronzo!». Si gettò su Piero seduto alla scrivania.
Il portinaio, più robusto di Mario, si alzò di scatto e bloccò l’aggressore, spingendolo.
«Stiamo calmi. La mogliettina ha spifferato tutto, immagino», disse con tono mellifluo.
«Come hai fatto a fare una cosa del genere! Sei una bestia!», esclamò Mario.
«Siediti e stai calmo. Dobbiamo discutere di alcune cose. Io e te».
Mario, stupito e intimorito dalla sua sicurezza, si sedette lentamente. Isabella, in lacrime, si avvicinò all’altra sedia, ma Piero le disse secco: «Tu no! Stai in piedi».
«Non parlare così a…».
«Stai zitto», lo interruppe, poi proseguì: «Tua moglie mi è sempre piaciuta. Adesso ho deciso di farla diventare la mia schiava».
Mario era sbalordito, aprì la bocca per dire qualcosa, ma Piero alzò una mano per zittirlo e ricominciò a parlare: «E tu non puoi fare niente per impedirmelo. Conosco molto bene Marconi e potrei influenzarlo», Marconi era il principale committente dell’azienda metalmeccanica di Mario, se avesse smesso di farlo lavorare, la ditta avrebbe chiuso, lasciando a casa un centinaio di persone.
Mario era distrutto, sicuramente se avesse fatto qualcosa, Piero avrebbe parlato con Marconi e di certo aveva qualche altro asso nella manica per tenerli in pugno. Cedette.
«Vai a preparare la valigia per la tua trasferta», disse Piero con finta gentilezza.
Mario si alzò e uscì dalla portineria con lo sguardo basso, senza incrociare gli occhi di sua moglie.
Quando la porta si fu chiusa, Piero disse: «Adesso ti vai a fare tagliare i capelli dove ti dico io. Sanno già che taglio farti».
«Non voglio tagliarli», protestò Isabella.
«Non ho chiesto il tuo parere. Adesso spogliati che devi cambiarti. E non protestare, ma di: “Si padrone”».
«Si, padrone», sussurrò la donna.
«Non ho sentito. Vuoi che tuo marito fallisca? Ripeti».
«Si. Padrone». Isabella si spogliò: indossava un maglione di lana e dei pantaloni comodi, sotto aveva un intimo nero normale.
Piero le diede un vestitino rosso che le copriva a mala pena il sedere e aveva una scollatura profondissima. Niente reggiseno ne mutandine.
Trovarsi nuda davanti a quell’uomo le diede una sensazione sgradevole, ma resistette ed indossò quello che le aveva dato.
Piero la divorava con gli occhi e aveva già un’evidente erezione, ma si trattenne.
Le passò un paio di sandali con il tacco 12, poi le disse: «Adesso vai», le diede l’indirizzo.
Isabella sapeva che avrebbe avuto un freddo terribile, ma non disse niente, sapeva che non sarebbe servito.
Camminando verso il parrucchiere, tentò di procedere disinvolta, ma la gente la guardava come se fosse una prostituta. I suoi vestiti non dimostravano il contrario.
Quando entrò il parrucchiere le disse: «Ti stavo aspettando», la sala era vuota e lui le indicò una poltroncina.
Si sedette e il vestito salì lungo le sue cosce, coprendo a mala pena la vagina nuda.
L’uomo prese le forbici e iniziò a tagliare, con orrore di Isabella, i suoi lunghi capelli castano scuro. Le fece un caschetto, poi le fece una decolorazione fino a farli diventare biondo platino.
Quando ebbe finito, Isabella si guardò allo specchio e pensò: “Adesso sembro proprio una troia”.
Quando entrò nel suo palazzo, sperò che Piero non la vedesse, ma purtroppo sentì la sua voce secca dalla portineria: «Entra».
Obbedì. Piero la aspettava seduto dietro alla scrivania.
«Così sei perfetta! Finalmente sei proprio la mia troia», esclamò e poi scoppiò in una risata maligna.
Si alzò e si avvicinò a lei, le prese i capelli e le tirò la testa verso di lui, annusandola.
Le mise una mano sotto al vestito e le strinse forte il capezzolo, facendole male, poi lo tirò giù con forza, lasciandola nuda dalla vita in su. Si chinò a leccarle i seni, Isabella sentiva la sua barba corta e ispida pungerle la pelle morbida e delicata. E diede un morso che le strappò un grido di dolore. Lui rise e le disse: «Dovrai abituartici».
Le tolse completamente il vestito. Le diede uno schiaffo sulla guancia ed esclamò: «Devi rasartela!».
Lei sorpresa disse: «Va bene, scusa».
«E poi?»
Isabella esitò, ma poi disse: «Padrone».
«Bene. Adesso succhiamelo».
Si inginocchiò davanti a lui e gli sbottonò i pantaloni, il pene guizzò fuori, era molto duro e Isabella notò alcuni dettagli che non aveva visto il giorno prima: il glande puntava leggermente verso l’alto, il corpo era percorso da qualche vena sporgente, i testicoli proporzionati alle enormi dimensioni del pene erano depilati. L’odore che le arrivò alle narici non era sgradevole, anzi, quasi invitante.
«Cosa aspetti, troia?», chiese impaziente Piero. Isabella allora lo prese in bocca, sperando che il portinaio continuasse ad essere un po’ più gentile dell’altra volta.
Le mise le mani sulla testa, spingendola a prenderlo tutto in bocca. Isabella lo senti arrivare fino in gola, ma trattenne i conati. Pian piano si abituò al suo ritmo e l’uomo le tolse le mani dalla testa e commentò: «Stai diventando brava a fare la schiava».
Isabella voleva farlo venire il prima possibile, quindi si impegnava molto: oltre che a prenderlo tutto in bocca, lo leccava dai testicoli risalendo fino al glande gonfio, gli passava la lingua sopra, soffermandosi sulle parti più sensibili, poi se lo spingeva di nuovo in gola. Suo malgrado si accorse che iniziava a bagnarsi.
Purtroppo l’uomo aveva una buona resistenza, e le disse: «Adesso alzati».
«Si, padrone», rispose Isabella.
La fece mettere a pecorina sulla scrivania, come l’altra volta, poi si mise del lubrificante sul pene.
«Non resisteresti al mio cazzo senza, schiava!», disse Piero ed Isabella gliene fu grata.
Quando le entrò bruscamente nell’ano, senti un forte dolore che la fece gridare.
«Zitta!», le intimò Piero con un forte schiaffo sul sedere. Isabella cercò di trattenersi, anche se faceva molta fatica.
L’ano era stretto e Piero si muoveva a fatica, nonostante il lubrificante, ma pian piano aumentava il ritmo e il canale si allargava.
Dopo un po’ Isabella si stupì nell’accorgersi che suoi gemiti iniziavano ad essere di piacere e non di dolore. Bruciava ancora, ma sentiva un caldo piacere allargarsi dentro di lei e la vagina ora era completamente bagnata.
Piero sembrò accorgersene e le diede un altro forte schiaffo sui glutei e aumentò ancora il ritmo: «Brava, troia! Godi!».
Dopo qualche minuto uscì da lei e le disse: «Apri la bocca».
Lei si inginocchiò davanti all’uomo e aprì la bocca. Piero le infilò il pene in gola e raggiunse subito l’orgasmo. Isabella si sentì soffocare dall’abbondante sperma denso, ma riuscì a deglutire a fatica.
«Adesso tornatene a casa!», le disse brusco il portinaio, iniziando a rivestirsi.
Quando Isabella entrò in casa si accorse che suo marito era già andato via.
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