Blade's royal flush by Rebis
Summary: Altro racconto ispirato all'Universo Marvel
Categories: Etero Characters: None
Genres: None
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 3 Completed: Yes Word count: 6052 Read: 2507 Published: 06/11/2018 Updated: 06/13/2018
Scommesse by Rebis
Per chi non mi conosce: salve!
Io sono Alexander Mirror, a.k.a Blade, un mutante con artigli e un fattore rigenerante, roba molto utile quando fai giocolieria coi coltelli.
Il lettore avveduto e informato sui racconti che mi riguardano può saltare le prossime righe.
Invece, il lettore che legge per la prima volta un racconto che mi riguardi può gustarsi questa breve presentazione.
Vivo negli States, nella Grande Mela (spesso marcia, direbbe qualcuno). Non lavoro (specialmente a causa del mio ottimo rapporto con lo S.H.I.E.L.D. che mi ha pagato gli ultimi favori fatti e, come ho detto, sono un mutante.
I miei due interessi nella vita sono le donne e le arti marziali, in quest'ordine.
Questo non vuol dire che io sia un completo ignorante!
Un'altra cosa: non mi considero un eroe, diciamo che cerco di fare la cosa giusta ma non di rado mi lascio tentare dall'usare le mie abilità per furtarelli, o almeno così facevo...
Comunque nel mio ultimo lavoretto per lo S.H.I.E.L.D. qualche tempo fa, una mutante capace di divenire acqua che risponde al nome di Flux mi ha riempito di botte. Me la sono legata al dito e dopo averla trovata e averle reso il favore alcune volte siamo finiti alleati (ed amanti). Nell'ultima missione insieme, Flux é apparentemente morta. Apparentemente, perché ha lasciato un chiaro segno della sua sopravvivenza qualche tempo dopo. Un segno di cui so unicamente io.


La sala era gremita di persone. Cinque tizi al tavolo oltre a me. Odore di birra, cibo fritto e nicotina.
Il tizio accanto a me trasuda nervosismo, ma non servirebbero sensi potenziati o chissà quale intuito per arrivare a capirlo. Semplicemente é pessimo a mentire.
Guardai le carte. Re di cuori e fante di picche.
Una buona mano d'inizio? Ce n'erano di migliori. Ma anche di peggiori. E restare in gara per ora non mi costava nulla.
-Cip.-, dissi. Nel poker il cip equivale al non fare nulla restando in gioco. Il tizio alla mia sinistra parve sussultare, colto da una scarica elettrica.
Sicuramente stava fantasticando su chissà quale mirabolante vincita conferita dalle ottime carte che sognava di trovarsi in mano.
Per ora il piatto piange. Ci sono solo dodici dollari a riempirlo. Una cifra magrissima.
-Allora, Bernard?-, chiede un nero che pare uscito da una fabbrica di steroidi. È spazientito, il che mostra che anche lui ha un'enorme aspettativa su questa mano.
-Cip.-, disse Bernard. Il nero sorride mentre un barbuto lancia due dollari sul piatto. Un rilancio pre-flop nel Texas Hold'em é quasi sempre un bluff. Lo so per esperienza.
Un tizio lascia cadere la mano, prende e se ne va.
Non lo biasimo: é da due ore che sono qui e l'ho visto perdere tipo ottanta dollari. Dagli abiti che porta non sembra proprio ricchissimo.
Il nero sorride e vede la puntata, accettando di giocare.
Il tizio nervoso pare ancor più nervoso ma decide di richiare. Io, calmissimo, vedo.
Flop. Le tre carte sono un sei di quadri, un due di picche e un fante di cuori. Dentro di me calcolai che almeno una coppia c'era. Perfetto
-Cip.-, disse il tizio alla mia sinistra. Ecco, quello era un difetto di tanti, troppi giocatori: restare al tavolo, sperarci fino all'ultimo, non sapere quando era il momento di limitare i danni.
Uno che prima aveva passato lasciò e se ne andò con stizza. Fantastico.
Io non feci nulla, atteso che fosse qualcun'altro a rilanciare. E infine il tizio accanto a me rilanciò. Nervoso.
Cinque dollari sul piatto, in aggiunta ai ventidue già presenti. Un bel rilancio in ogni caso.
Annuii. Le probabilità erano con me: probabilmente quel tizio aveva solo una coppia, eppure era possibile avesse di meglio. Mi sforzai di leggere tra le righe, aperto a ogni segnale. Niente. Non aveva nulla, lo sentivo dal nervoso e lo vedevo dai tremiti delle mani. Tipico segnale di Bluff.
Ora, non serve essere esperti nel poker per capire che un simile dilettante non arriverà lontano ma quel tizio ci credeva proprio. Sguardo fisso, incurante dei segnali che altri davano, un'anatologia umana di idiozia d'azzardo.
Anche gli altri non dovettero sforzarsi molto per capire che quel tizio non aveva proprio nulla in mano: videro. Tutti a parte me. Io rilanciai. Di dieci dollari.
E fu la catastrofe: il nero e tutti gli altri lasciarono, imprecando sommossamente alla volta della dea bendata o del sottoscritto. Poi fu la volta del tizio che aveva osato rilanciare. Come una pecora decise di vedere. Un'altra carta fu calata. Un Re di fiori. Perfetto.
Ora avevo in mano una doppia coppia ma mi limitai a lasciare che fosse lui ad agire. E lui forse capì qualcosa, lo vidi dallo sguardo. Però decise ugualmente di rilanciare. Un idiota che tentava di giocare aggressivo senza averne la minima capacità.
Sorrisi. Vidi il rilancio di due piazzando due dollari nel piatto. Infine arrivò il river, l'ultima carta.
Due di quadri. Io vidi. Forse ora quel tale capiva in che casino si era messo. Ma decise comunque di rilanciare. Ben dieci dollari. Sorrisi e accettai.
E calai le carte. Doppia coppia: re e fanti.
Lui, sconsolato mostrò le sue. Un asso e un dieci. Non una pessima mano. In ogni altro caso sarebbe stata valida. Se fosse uscito un asso forse avrebbe potuto risultare veramente pericolosa ma anche in quel caso la doppia coppia mi avrebbe garantito la vittoria. Arraffai con calma misurata i soldi nel piatto.
-Cazzo!-, esclamò il pollo. Gli sorrisi.
-Se non riesci a vedere il pollo al tavolo, vuol dire che sei tu.-, disse il nero. Io annuii. Era persino meglio della battuta che pensavo di fare. Lui raccattò le sue cose e se ne andò. Io feci un'altra mano poi uscì. Erano le 22.31.

Rieccomi!
Dopo la mia avventura con la mutante Flux, la mia vita era andata avanti in un apatico susseguirsi di giorni.
Flux mi aveva, a suo modo, marchiato. Era stata capace di lasciare il segno. E non potevo negarlo.
Ma io ero deciso ad andare avanti e così, frequentai il Dojo di Maestro Uesagai, grande praticante di Ju Jitsu.
Lì avevo conosciuto Maria. Una giovane con ascendenze italiche. Bella e inesperta oltre che decisamente sexy nel vestire fuori dai tatami. Era cintura bianca, mentre io vantavo una cintura arancione.
E ovviamente, mi permisi di darle qualche suggerimento.
I miei suggerimenti portarono ad un gradevole frequentarci fuori dal Dojo. Un caffé, una cenetta.
E da cosa nacque cosa.
Ricordo distintamente il nostro primo bacio a Brooklyn e la successiva promessa di rivederci per approfondire la cosa. Dato che nonoscevo il suo punto di vista sui mutanti, decisi di evitare di affrontare l'argomento (o quantomeno posticiparlo a quando sarebbe stata disposta a darmi maggiore fiducia).

Il poker é invece una semplice passione minore. Non sono drogato di gioco d'azzardo come certa gente ma semplicemente non mi dispiace dilettarmici, considerando che mi é sempre piaciuto.
Che poi si vincano soldi, quella é un'altra questione.
Solo per dirne una, dopo essere uscito dal ritrovo avevo qualcosa come duecento dollari in più.
Ma ovviamente, per ora i soldi non erano un problema. Tra i guadagni dell'ultima missione per lo S.H.I.E.L.D. e i miei risparmi, sicuramente ne avevo abbastanza per un bel po'. Ma sapevo di dovermi farmi vedere troppo spesso nello stesso circolo: vincere una volta era niente, due ti rendeva celebre. A tre vittorie eri un campione. A quattro un invidiato e un sospetto baro e a cinque potevi finire molto male. Quindi, meglio evitare di vincere troppo spesso. A volte perdevo apposta. Manteneva i giusti equilibri tra giocatori. Era una sottile sfumatura diplomatica, una precauzione atta a impedire che qualche invidioso se ne uscisse con un coltello o una pistola e che ci scappasse il morto.
Mi era capitato già una volta e non volevo che si ripetesse.

Ovviamente, la conoscenza di Maria fu qualcosa di graduale ma entrambi sapevamo come sarebbe finita. Eravamo giovani e volevamo godere della nostra età.
Così, quando finii casa sua per bere un drink sapevo perfettamente cosa sarebbe accaduto.
In pochi istanti ci baciavamo avvinghiati come piovre. Maria sorrise, gli occhi brillanti e melliflui. Desiderio puro.
Anche io la volevo, la desideravo. Volevo perdermici.
Raggiungemmo il letto che già eravamo nudi. Lei glabra e con dei seni di tutto rispetto. Cademmo sul letto assieme mentre le sue mani scorrevano sul mio petto. Le accarezzai lentamente i seni, poi la pancia, la schiena, le natiche, le cosce, l'interno delle cosce e solo allora la vulva. Per allora, Maria era abbastanza pronta ma non intendevo passare subito a quella parte del rapporto.
Volevo di più. Volevo darle di più.
Così la leccai, lentamente, avvicinandomi con una tenerezza di cui raramente davo prova. Maria sospirò, gemette mentre mi avvicinavo sempre più al centro del suo piacere. Sentì di dovermi ripagare e prese ad accarezzarmi. scese sino al mio pube. Me lo prese in mano. Ero abbastanza eccitato.
Intanto la mia abnegazione aveva dato frutti. Liquidi.
Maria era pronta. Lo ero anch'io. Si mise in posizione.
Mi piazzai tra le sue gambe. E affondai dentro di lei.
Gemiti modulati, feromoni a palla, desiderio puro.
Il sesso era una cosa maginifica in quei momenti. Se fatto male era il più delle volte uno spreco ma in quel caso... era pura magia.
Lo facemmo lentamente, con me che volevo controllarmi, darle tutto ciò che potevo.
Quando alla fine godetti nel condom che avevo messo su sua gentile richiesta mi sentii bene. Ci sorridemmo, incapaci di dire alcunché ma consapevoli di essere in un momento e in uno spazio in cui le parole non servivano.

Non la rividi, per un po'. Durante le lezioni che frequentavamo eravamo ancora abbastanza distaccati ma la desideravo, un mondo. Ci rivedemmo. A volte fu semplicemente per una passeggiata, un caffé o un drink.
Altre volte era per buttarci tutto alle spalle.

Finché non accadde.

Erano le 23.02 di notte. Era una mano piuttosto consistente. Un piatto di quasi mille dollari. Al tavolo era arrivato un sbruffoncello figlio di papà che voleva farci vedere quanto i soldi potessero contare.
Per tutti gli altri aveva funzionato ma non per me. Io era ancora lì. Avevo visto la sua puntata e lui aveva strabuzzato gli occhi, sbalordito da una simile audacia e disponibilità finanziaria.
Accanto al piccino di padre decisamente ricco c'era una donna. Almeno sui trentacinque, procace, bionda. Inguainata in un vestito di Versace. Molto bella ma sicuramente un'accompagnatrice.
Sorrisi alla donna e poi fissai il mio avversario negli occhi. Avevo in mano un asse e un cinque. Pessima mano ma sul tavolo c'erano due assi, un re e un fante.
Se fosse uscito un'altro asse avrei avuto un poker d'assi.
Oppure, con un cinque, un full.
Attesi. Il belloccio puntò, fiduciosissimo.
Io sorrisi, nessuna simpatia. Quell'idiota era lì per vincere e credeva che i soldi gli dessero chissà quale immenso potere. Ignora il mio buonsenso che mi diceva di lasciarlo vincere e puntai a mia volta.
Ultima carta. Attimi di tensione. Se avevo letto bene la sua espressione, aveva anche lui qualcosa. Purtroppo il profumo di cui era ammantata quella tipa non mi permetteva granché di chiarezza.
Cinque di fiori. Full. Non sorrisi, niente. Attesi.
Il tizio sorrise. Poi, visto che nessuno puntava, scoprimmo le carte.
Io avevo un Full.
Lui una doppia coppia. Il suo sorriso si congelò. Vidi i suoi pugni stringere il tavolo e sbiancare. Incassai, calmissimo. Niente da dire. Avevo vinto. Fine.
Mi voltai per andarmene nel silenzio di quella bisca.
-Non finisce qui!-, esclamò il bellimbusto.
Io sospirai. L'avevano sempre detto. Probabilmente non l'avrebbero mai fatto. Probabilmente.

Maria non rispose al telefono e non si presentò al Dojo l'indomani. Mi fu detto che non aveva avvisato nessuno, come se fosse sparita nel nulla. A casa sua, niente segni di effrazione o nastri della polizia. Ma la verità mi apparve chiara, anche prima di arrivare a casa dove, infine trovai una lettera. La aprii, immaginandone perfettamente il testo. Scritta a computer, di fresco.
"Abbiamo la tua ragazza. Vieni a questo indirizzo alle 21.00, da solo.". Sotto c'era l'indirizzo e un'ultima velatissima e banale ma serissima minaccia.
"Non fare scherzi o la ragazza é morta".
Sospirai. Andava bene. Doveva andarmi bene.
Nessuna buon'azione resta impunita. Avevo colpito quel giovane nel punto più duro: l'orgoglio.
Ora evidentemente voleva la vendetta. Purtroppo per lui, io e la morte ci conosciamo bene. Meglio di quanto la gente ami credere. Presi la pistola. Un revolver vecchio ma affidabilissimo. Poteva sparare anche se restava troppo in ambienti umidi. Presi il coltello in foggia Tanto che avevo comprato tempo prima per puro svago.
Ero pronto.

Avrei riavuto indietro Maria. A qualunque maledetto costo. Non intendevo accettare che qualche stronzo pensasse di poterle far pagare i miei sbagli, anche quando sbagli non erano.
End Notes:
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