i racconti di Milu
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Giorgia ed io, eravamo, nonostante i nostri venticinque anni, fidanzati da molto tempo. Ai tempi del liceo era scoccata la scintilla e avevamo cominciato a fare coppia fissa. Eravamo cresciuti insieme e fatto le esperienze che contano insieme. Giorgia è molto bella, alta e longilinea, con due tette che gridavano vendetta. Ma soprattutto, aveva un culo che funzionava da calamita per i maschi. Quando andavamo in giro dovevo continuamente difenderla dai tentativi continui di abbordaggio dei giovanotti della zona. Io sono alto e muscoloso e sempre sorridente. Insomma siamo quello che si dice una bella coppia. Il lungo fidanzamento aveva un po’ affievolito la passione e gli slanci erotici, ma le cose funzionavano egregiamente. Avevamo deciso di andare a vivere insieme, ma la morte di sua padre, frenò i nostri progetti. Mancavano i soldi e on il padre se ne era andata anche la possibilità di un aiuto. Giorgia decise che era arrivato il momento di cercare un lavoro per finanziare i nostri progetti. Ma in provincia non è così facile la ricerca di un lavoro e, dopo molti tentativi, lei decise di giocare la carta presso l’azienda dove aveva lavorato suo padre e, in particolare, di chiedere al suo vecchio capo che era un personaggio molto in alto in azienda. Chiese un appuntamento e l’ottenne  per le diciotto di un martedì di gennaio.

Aspettammo in sala d’attesa quasi venti minuti. La segretaria di affacciò sulla porta e ci invitò ad entrare. Giorgia si incamminò ed io rimasi seduto, ma la segretaria invitò anche me ad entrare.  L’ufficio in cui entrammo non era molto grande. L’ometto era seduto ad una scrivania con alle spalle una libreria stracolma di libri. Chissà se li aveva letti tutti! Alla sua destra un largo finestrone che, protetta da una tenda di quelle tipiche degli uffici, dava sulla strada. Sulla sinistra un tavolo da riunione per sei otto persone. Davanti alla scrivania una sola sedia. Giorgia si avvicinò alla sedia senza sedersi. Lui guardò lei e le indicò la sedia, guardò me e, per uscire dall’imbarazzo generale, disse: “lei può sedersi su quella sedia dietro il tavolo”

Fu l’ultima volta che mi guardò e si rivolse a me. L’ometto era piccolo e grasso, con un gran nasone e completamente calvo.

Giorgia cominciò a parlare e a descrivere il motivo che l’aveva spinta a chiedergli un incontro. Gli raccontò di quanto suo padre fosse affezionato e della stima che gli portava. Poi gli raccontò dei suoi studi ed infine delle sue aspirazioni e della necessità di lavorare. A terminare il discorso, fu la segretaria che si affacciò e disse che andava via. Erano le diciotto e trenta in punto.

Lui congedò la segretaria e poi, rivolto a Giorgia, disse: “Signorina ricordo bene suo padre ed ho apprezzato molto il suo lavoro. Ho saputo che è deceduto e me ne dispiace molto. Le faccio le mie condoglianze. Farei qualunque cosa per favorirla, ma purtroppo la nostra azienda, seppure navighi molto bene, non ha bisogno di una figura come la sua, né ne avrà bisogno nei prossimi anni, ne sono certo! ”

Si alzò in piedi, cominciò a passeggiare tra la sua sedia e quella di Giorgia e continuò: “Tuttavia una posizione, diversa da quella cui le aspira, è tuttora scoperta e stiamo cercando una persona da parecchio tempo senza trovarla. Se lei fosse disponibile potrei cercare di favorirla, sebbene una aspirante, molto quotata ed apprezzata, a quella posizione proprio domattina verrà qui per la definizione finale. È necessario che lei mi dica stasera stessa se la cosa può interessarle.”

“Si, certo, mi interessa, ho molto bisogno di lavorare e spero di essere all’altezza.”

“Certo! È necessario che io mi accerti che lei sia all’altezza. La nostra azienda non è molto grande e una persona sbagliata potrebbe essere fatale.”

“Bene, allora mi dica di cosa si tratta” rispose svelta Giorgia che cominciava ad essere a disagio per paura che quella opportunità non fosse tagliata per lei.

“Si tratta di una posizione di staff. Dipenderà direttamente da me e collaborerà su specifici temi di supporto a me, per sollevarmi dal peso, talora molto gravoso, di affrontare situazioni molto difficili, non direttamente collegate a quelle aziendali, ma del cui esito dipendono le sorti aziendali. Sono qui in ufficio dalle sette di questa mattina e rimarrò qui a lavorare almeno altre tre ore, anche togliendo mezz’ora di pausa per il pranzo, lavoro mediamente undici dodici ore al giorno. Ho bisogno di una ragazza che mi renda più gradevoli le ultime due o tre ore di lavoro e che, per lo stesso motivo, mi accompagni nei miei frequenti viaggi. Una collaboratrice che si occupi delle mie esigenze personali. Come può immaginare non è un lavoro per tutti e non posso permettermi di sbagliare persona. Per questa ragione, nonostante  lei mi sembra che abbia le phisique du role, devo accertarmi che abbia anche quella naturale predisposizione che hanno solo poche donne.” Disse l’ometto, tutto d’un fiato. E poi “Mi dica se è disponibile in modo che io possa verificare immediatamente la sua idoneità che mi permetta di favorire lei e rifiutare la sua collega che verrà qui domattina”

Disse tutto questo mentre continuava  a passeggiare e finì la frase quando era arrivato alla sua poltrona. Giorgia mi guardò stupita. Era evidente che la proposta era fuori dalla grazia di dio e, ciò nonostante, risultava attraente perché avevamo veramente bisogno di soldi se volevamo andare a vivere per conto nostro.

Giorgia accennò timidamente: “Quale impegno mi sta chiedendo, per quale compenso?”

“Signorina, l’impegno è limitato dalle 18 alle 20, dal lunedì al giovedì, al quale si aggiunge la disponibilità a viaggiare, anche all’estero, sei giorni al mese durante i quali avrà l’impegno dalle 20 della sera alle 7 del mattino oltre alle ore necessarie per il viaggio.  Le spese di viaggio, alloggio e vitto saranno tutte  carico dell’azienda, ovviamente, e potrà contare su una diaria e su alberghi di alto livello e voli in prima classe. Purtroppo per il compenso non posso anticiparle nulla perché esso dipende dalle sue capacità nell’occuparsi delle mie legittime esigenze personali. Capacità delle quali mi accerterò ora stesso.”

Giorgia si voltò verso di me con aria interrogativa. Era nel panico. Cosa le stava chiedendo esattamente? Feci un rapido conto di ciò che la proposta avrebbe potuto fruttare, senza contare il molto tempo libero che le lasciava e che le avrebbe consentito di fare anche un altro lavoro. Guardai Gorgia ed annuii. Di rimando Giorgia, rivolta all’ometto, rispose: “Bene. Facciamo questa valutazione, allora”

L‘ometto girò attorno alla scrivania e si avvicinò a Giorgia. Ora l’ometto era in linea con Giorgia ed era coperto alla mia vista, ma capii che verosimilmente stava lavorando sulla cerniera della patta. Ebbi un tuffo al cuore. Non mi sembrava possibile che avesse tirato fuori l’uccello. Poi l’ometto disse: “Bene signorina cominci a farmi vedere come se la cava con questo” Mi sembrò di morire. Rimasi attonito mentre Giorgia, dopo un attimo di esitazione, si piegò e, presumibilmente, gli prese l’uccello in bocca. Giorgia era molto brava con la bocca, io la scherzando le dicevo che aveva un secondo clitoride tra le tonsille, tanto amava succhiarmelo.

Sentivo i tipici rumori di chi succhia con abbondante salivazione, ma lui non emise un gemito che era uno. Poi, improvvisamente, le prese la testa far le mani e cominciò ad accompagnare la testa di Giorgia su e giù con violenza crescente. Non potevo crederci, quell’ometto le stava scopando la bocca. Sentivo la rabbia salirmi alle mani. Contemporaneamente sentivo che saliva anche il mio uccello.

Dopo parecchi minuti di questa ginnastica, l’ometto rallentò la corsa e disse: “Bene, signorina, ora si alzi in piedi e si giri.” Lei eseguì. Lui la spinse bruscamente vicino al tavolo di riunione, proprio di fronte a me. La fece piegare fino a che il petto non toccò il tavolo, poi senza mai guardarmi, le alzò la gonna, le abbassò calze e mutandine, le fece allargare le gambe. Poi portò la mano alla bocca e vi depose un bel po’ di saliva che spalmò, presumibilmente, sull’orifizio anale. Poi, come se stesse eseguendo una operazione chirurgica, si avvicinò a lei e, con una spinta di reni, penetrò nel culo di Giorgia.

Giorgia aveva il volto a meno di mezzo metro da me. Non appena lui la penetrò nel culo, vidi i sui occhi allargarsi ed un piccolo urlo le uscì dalla bocca.  Ero paralizzato dalla sorpresa e dal dolore. Giorgia mi guardava atterrita mentre l’ometto faceva i suoi comodi.  Io non avevo il coraggio di fare nulla, men che meno di accarezzarle il volto ed asciugare le sue lacrime di dolore. Non mi aveva mai permesso di entrare nel suo scrigno anale.

Piano piano, il volto di Giorgia si andava distendendo, il suo respiro diventava più affannoso e cominciai dopo qualche minuto a sentire i suoi gemiti di piacere che, non più soffocati, diventavano via via sempre più forti. L’ometto continuò imperterrito, con la fronte imperlata di sudore, trattenendo la sua preda ora per le anche, ora per le mani, ora per i capelli. Sapeva il fatto suo. Giorgia, in un crescendo spaventoso, ebbe almeno tre orgasmi simili ad una locomotiva a vapore sotto lo sforzo massimo. Non l’avevo mai vista così! L’ometto continuò a spingere nel culo di Giorgia per almeno venti minuti e finalmente liberò il suo carico di sesso dentro Giorgia. La scena era stata così erotica che anche io venni nelle mutande.

L’ometto pulì sommariamente e rinfoderò l’arma, allargò il nodo della cravatta e si sbottonò il collo della camicia. Nel frattempo Giorgia stava recuperando le sue forze, cercava di rivestirsi e piano piano si sedette. Io ero impietrito e ammutolito. L’ometto disse: “Bene signorina, valuterò la sua prestazione e domattina la segretaria le comunicherà la nostra offerta. Al tempo del Bunga Bunga dobbiamo tutti adeguarci. Ora mi lasci perchè ho molto da fare”

Note finali:

Se avete suggerimenti o commenti scrivetemi pure. Se volete leggere altri miei racconti: http://raccontimilu.com/viewuser.php?uid=6905