i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Erano passate da poco le nove di sera.
Il vecchio magazzino in disuso era immerso nel buio. Si trovava sul retro della casa.
Acquattati dietro una sfilza di pedane, due pessimi elementi, il Monaco e Farfariello, si lasciavano andare ai soliti, stupidi battibecchi che recitavano, con ebete monotonia, da secoli.
Non si capiva perché si stuzzicassero continuamente, l’ un l’ altro, come pagliacci di un circo di terza categoria ... facevano i buffoni.
Probabilmente perché la loro libertà lessicale gli dava una parvenza di scopo, rispetto al loro stato eterno di famigli dannati.
- Hai messo la pergamena per terra? – disse il goffo monaco nero.
- E’ certo ... non vedi? Quella cos’ è, secondo te? – replicò l’ agile Farfariello.
- La potevi mettere più nascosta ... la ragazza non la vedrà nemmeno ... fai solo pasticci. – lo stimolò il monaco.
- Ma pensa a te, palla di grasso inberbe, so io cosa fare – rispose Farfariello sbuffando – Se passa qualcuno e la vede ci tocca ucciderlo ... – e aggiunse – invece così ... un elegante svolazzo al momento giusto e ... Les jeux sont faits! –
Come al solito il Monacello stuzzicava Farfariello, per poi lasciarlo a parlare da solo ... mentre scartava rapido tra le vecchie cianfrusaglie, gli gridò, nel silenzio: - E chi passa di qua? Il Diavolo in persona? – contento della sua insulsa battuta.
Poi raggiunse un angolo remoto sopra certe vecchi cassoni di plastica, che puzzavano di putrefazione antica e di carni marce.
- Eh eh ... - rise tra se. – Eccoti qua, vieni piccino, stasera lavori per me! – parlava con un osceno ragno nero.
Il corpo era una palla nera e la testa una pallina più piccola: nera, lucida sembrava di metallo, le zampette erano sottili e robuste, sempre nero, da sotto la testa, sbucava un lungo pungiglione.
- Eccola! – gridò Farfariello – Soffia ... rapido ... –
Il monacello deforme si voltò e vide la figura della ragazza stagliarsi sulla porta del deposito.
Era bella, regolare, regale.
- Il buon sangue non mente – pensò soddisfatto l’ essere infernale, pregustandosi le volte in cui avrebbe potuto vedere nuda la sua futura padroncina ...
Con malizia mosse la destra nell’ aria ferma: una folata netta di vento che veniva dal nulla si diresse sulla ragazza, aprendole la gonna a portafoglio e mostrando le gambe tornite all’ avida creatura della notte.
La folata fece si che un foglio giallastro, vecchio e stinto, svolazzasse per il capannone come un uccello impazzito, fino a fermarsi delicatamente davanti ai piedi di Giovanna.
Farfariello, schifato dalle malefatte insulse dell’ altro compare, sputò tre volte e poi sparì.

Il portone del capanno era accostato ma non chiuso a chiave, succedeva quasi sempre; Apice Nuovo era un paesino tranquillo.
La luce del lampione alle mie spalle rischiarò lo spazio davanti a me e vidi la mia ombra netta che si stagliava sul pavimento di cemento. Una folata gelida, aria di cimitero, venne da dentro ... invece che da fuori.
“Strano” pensai, attribuendo il tanfo alle vecchie pedane intrise del sangue degli animali macellati.
Provai l’ interruttore, ma la luce non si accese. “Ci mancava pure questa ... ” avanzai tentoni nell’ ampio locale.
A causa dell’ inchiesta sul suicidio della nonna, l’ ingresso della casa era sigillato, ma non mi dispiaceva non passare dall’ altra scala, ero ancora terrorizzata dalle immagini che si erano presentate ai miei occhi solo pochi giorni prima.
Proprio davanti ai miei piedi un foglietto giallo, probabilmente una vecchia pubblicità, svolazzava ancora attirando la mia attenzione, lo ignorai per proseguire, ma il foglio non si fermava, continuava a strisciare, ballonzolante, davanti ai miei piedi.
Un brivido mi salì per la nuca.
Decisi di raccogliere il foglio matto ... era una pergamena.
Sembrava antica e riportava una scritta che somigliava a quella dei libri di chiesa, ma nel buio non si poteva capire cosa ci fosse scritto ... era troppo particolare per sbarazzarmene: lo misi in borsa e proseguii tentoni verso la scala.
Appena entrata nella porticina che dava sull’ androne della scala, dal buio passai repentinamente alla luce ... delle stelle.
Un ceffone sonoro, forte e improvviso mi colpì, inatteso come un fulmine a ciel sereno.
Due mani forti mi presero: una mi teneva per i capelli e l’ altra sulla bocca impedendomi di gridare.
- Zitta, troietta! Non fiatare o ti spezzo il collo! – a sussurrare nel mio orecchio era la voce dello zio ... restai impietrita.
Mi trascinò di nuovo indietro, nell’ opificio, fino a una vecchia, grossa cella frigorifera in disuso, dove in passato tenevano la carne.
Accese la luce.
I vecchi neon spompati illuminarono l’ ambiente tetro.
Tutto intorno lamiere biancastre e grosse zone aggredite dalla ruggine. In alto le guidovie scure e piene di ganci enormi sgomentavano la vista. Il pavimento era di cemento scuro, macchiato di sangue antico, ormai nero; tutto l’ ambiente era ammorbato da un tanfo di morte che non sarebbe mai più andato via.
Da una parte, su una panca, era seduta mia madre.
Un occhio livido e vari segni di percosse sul corpo seminudo. Indossava solo un grembiulino da casa, probabilmente lo zio l’ aveva presa mentre era in bagno o mentre faceva la doccia.
Lo zoppo chiuse la grossa porta, rendendo l’ ambiente completamente afonico.
Quindi, dandomi uno spintone in direzione di mamma che quasi mi faceva ruzzolare a terra, disse freddamente:
- Ecco ... ecco qua l’ altra cagna, puttana! – poi guardando verso mia madre – E’ degna di te. –
Poi guardandomi furibondo: - Che cazzo sei andata a fare dal notaio? Eh? Stronza! – intrecciò le braccia sul petto – Che vi credete di fare, brutte troie ingrate ... mamma e figlia? –
Continuò a inveire aggressivo come mai.
- Piccola merda, ma tu lo sai che io ti mantengo da anni? Lo sai che i sacrifici che faccio e il lavoro duro ... lo faccio anche per voi? –
Era incazzato nero e continuò a blaterare – E questo è il ringraziamento? La stronza va dal notaio ... va a controllare ... mandata dalla troia madre ! –
Mia madre mugolò qualcosa, con gli occhi di pianto, ma non disse nulla: non mi accusò.
Allora risposi io, con tutta l’ odio che potevo dimostrare:
- Mamma non c’ entra niente, ci sono andata io di mia iniziativa. Lei non voleva. – Lo guardai, sfidandolo.
Lo zio sorrise maligno – Ah ... brava! E che cosa volevi sapere ... scoprire, indagare? Che bisogno avevi di andare dal notaio Formiello?
Non ti fidi dello ... zio? – s’ incupì – Tanti anni a vestirti, a sfamarti a volerti bene e tu, schifosa, non hai nemmeno un po’ di fiducia in me? Non mi rispetti per nulla? Sei una cagna, ecco cosa sei: una cagna schifosa che morde la mano del suo padrone. –
Poi, guardandosi intorno schifato, aggiunse: - Usciamo da questo cesso, andiamo di sopra a chiarirvi un poco le idee ... stronze!- poi mentre salivamo, aggiunse - Ma, vi avverto – e ci guardò con il sangue agli occhi – non mi costringete a riportarvi qua dentro ... perché la prossima volta vi prometto di farvi veramente male. –
Poi rivolto a me – E tu cagnetta tutto pepe, ti vedo quanto sei troia, non temere! Ricordati che tua madre è in mano mia, ricordalo sempre ... per quanto lunga diventi la tua catena ... dovunque tu arrivi, anche in capo al mondo, ricordati sempre che tua madre è mia e che pagherà anche per te. –
Poi continuò, per confermare che aveva capito perfettamente come stavano le cose:
- Così come ha pagato stasera ... guarda – prese la mamma per un braccio, come fosse un fuscello, la fece voltare e le scoprì le spalle delicate. La schiena era segnata da varie strisce rosse, alcune erano già blu, dove l’ ematoma era più notevole: aveva frustato mia madre, era evidente, come si fa con gli animali.
Capii tutta la forza del suo ricatto e capii che il mio futuro era in mano a quell’ uomo malvagio e pericoloso ... e mentre salivamo le scale, ebbi paura di ciò che mi aspettava: paura del futuro.