i racconti di Milu
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Lei è Cristina. 1 metro e 75 per 55 chili. Terza di seno, culo modellato da anni di ginnastica artistica e dalla "palestra", vizio di rito della società contemporanea. Occhi verdi smeraldo, brillanti, sopracciglia sottili, un piccolo naso, piccole labbra e capelli corti, molto corti, un taglio praticamente maschile, che però non stona con la morbidezza e dolcezza dei suoi lineamenti.

Io sono Alfonso. Sono alto 1 metro e 75 e peso 80 chili, sono un senzatetto. Vivo in una casupola dei rifiuti. Fortunatamente nella mia frazione non hanno mai pensato di rompere le scatole a noi unici tre senzatetto e quindi riusciamo a vivere in questa struttura di legno, mentre i bidoni della spazzatura e della differenziata rimangono fuori, in pratica, a circondarla: una sorta di cancello "naturale".
Ho paura che qualche pazzo, un giorno, possa dire che si tratta di arte contemporanea.

È mattina. Il sole è alto.
Non è ancora arrivata.
Normalmente ha un'abitudine: il saluto.

Cristina lavora la mattina. Si alza presto, va a lavoro, torna a casa, mangia e poi scende subito a salutarci.
Soprattutto saluta e passa a salutare me.
È una brava ragazza, oltre che una immane troia.

Arriverà, arriverà, e dovrò punirla.
Lo sa già.
Sento dei rumori. So che è lei.
Avrà detto, come sempre, che scendeva a buttare la spazzatura e poi andava a prendere un caffè al bar. Dovrà giustificarsi per averne presi almeno una decina di caffè.
Tacchi. Ottimo.
Mi alzo. Oggi mi sono anche vestito bene.
Una maglietta con la scritta "London Bridge" un disegno plastificato. Sento già la chiazza di sudore con la forma di quella patacca sul petto. Ho anche un paio di pantaloni di un completo elegante che qualche scemo ha buttato nella spazzatura. Possono reggere ancora un inverno e un'estate, come minimo. I mocassini sono molli. I soliti. Comodi. Mi piacciono così.
La guardo mentre getta la spazzatura.
Ha addosso una tuta blu con delle righe bianche che seguono le braccia.
So che sotto non ha niente.
Gli altri sono via. La vedo entrare, sorridente. Si inginocchia di fronte a me. Mi sbottona i pantaloni: "Buongiorno Alfonso". Il suo saluto è sempre celestiale, soprattutto quando imbocca il mio cazzo e inizia a succhiarlo e leccarlo neanche fosse un'idrovora. Oggi è proprio bello sporco, puzza talmente tanto che lo sento mentre lo tira fuori e lo annusa. Lo lecca e tenendolo in bocca lo conferma anche lei: "È saporito, grazie". Sorride. Lo bacia. Lo imbocca nuovamente. Grata.
"Oggi sei in ritardo" le dico.
Mesta, non dice nulla. Fa scivolare ancor più giù i pantaloni e lo succhia con maggiore avidità, massaggiandomi le palle e insozzandosi le mani del mio sudore leggermente viscido. Il mio sesso è sporco ancora dello sperma della sega mattutina e lei sembra gradire anche più del solito, tanto che oggi sembra volere quintali della mia sborra, perché massaggia i testicoli come un'assatanata. Li spreme, come se volesse subito una gettata nella sua bocca. Lo ripulisce con dovizia, tanto che, massaggiando sempre le palle, stacca le labbra e sembra volermelo mostrare, bello lucido, con quella mia cappella violacea che le punta sulle labbra. Le guardo alcune tracce del mio sperma della mattina sulle labbra. Sorrido e lei capisce che deve continuare. Con una mano afferra l'asta, mentre la lingua scende oltre i testicoli, leccandomi il perineo, pulendomi anche lì, facendomi un bidet con poca grazia. Mi vuole lavare. Non l'ho fatto per giorni e lo fa lei. Regolarmente.
Sento le mie palle belle fresche e vedo la mia cappella che mi guarda, mentre mi sega. Anzi no. Ora torna con le labbra e la succhia. Alza gli occhi e mi guarda "Alfonso dammi la tua sborra, per favore. La voglio subito, devo andare…" mi dice, in quella gentile supplica.
Dai miei occhi, però, capisce tutto: "Oggi sei in ritardo e dovrai fare gli straordinari".
Annuisce, e succhia impalando il mio cazzo tra le sue tonsille. Ha capito. Sento il suo dito che mi carezza il perineo e ora mi si infila tra le chiappe. Mi infila un dito in culo e inizia a succhiare più forte, massaggiando per benino.
Succhia e succhia, e mi guarda, con quello sguardo di gratitudine che sempre la contraddistingue. Mi chiama, bofonchiando sul mio cazzo: "Sh-A-l-fo-h-n-s-h-o". Lo sa che mi piace.
Succhia forte, per prosciugarmi. La vuole. Sborra. La chiama, bofonchiando: "D-h-amm-ghr-ela! Sb-rrr-o-r-h-ami ghhhh in b-h-occ…". Succhia come una forsennata. Lo sa che le sto per venire in bocca.
Esplodo e subito tossisce. Non se l'aspettava. Se la gusta. La sento gemere ad ogni fiotto che esce dal mio cazzo. Le prime volte si lamentava per l'acidità. Ora dice che è buonissima.

È il suo yogurt, dopo pranzo.
Ogni volta vuole la mia sborra. L'ho abituata bene. Succhia e mi massaggia il culo e sento le gambe tremare, mentre le palle si sgonfiano nella sua bocca. Una quantità copiosa di sborra, che le cola fuori dalla bocca. Estrae il dito dal mio culo e lo succhia, sempre con il mio cazzo in bocca, asciugando anche il rivolo a fianco della bocca. Dito e cazzo in bocca. Si stacca appena e sorride.
Non dice nulla. Sa cosa voglio: si mette in piedi e si toglie la giacca della tuta, lasciandola cadere per terra, mostrando le sue tette sode, quella terza soda e invitante. Un'altra mossa e spariscono anche i pantaloni. È nuda. Ha tolto anche le scarpe e rimane su quel cemento a piedi nudi e mi mostra la fighetta bagnata, completamente rasata, talmente bagnata da mostrare rivoli umidi fino alle ginocchia. Mani a terra, gambe tese e culo in alto. Si offre così, come piace a me.
Io la ringrazio a modo mio, normalmente. Ma oggi è stata cattiva. Nessuno sputo sul culo, ma il mio grosso medio bitorzoluto punta sul suo buco stretto e affonda in un colpo solo. Lei grida dal dolore. Non le ho mai fatto il culo, non ne avevo bisogno, ma oggi ha bisogno di una punizione e così sarà. È un urlo straziante, tanto che le sue gambe tremano e la sento gemere. Piange. "Non lì, non lì".
Prova a urlare più forte, ma esce solo un respiro strozzato dalle lacrime: "Alfonso, no".