i racconti di Milu
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A BLOCKBUSTER NIGHT

Scelsi tre film, i soliti, passando oltre il ragazzo allampanato che stava rimettendo in ordine gli scaffali. Mi diressi verso la cassa. Mi preparavo a un week end da recluso. La cena era stata lunga, l'ultimo bicchiere era sempre stato in realtà il penultimo. La percezione delle cose era rallentata. Non sempre è un male.

- Appena in tempo, avevo deciso di chiudere dopo la signora.

- Pensavo di avere ancora qualche minuto, mi dispiace. Non chiudete all’una?

- Sì, ma l’una è fra due minuti - e mi indicò l’orologio sul muro.

Il mio orologio era rimasto indietro. O forse era il loro a correre troppo. Ma tutto intorno a me correva troppo in quel periodo.

Poi mi fissò, mi sentivo una faccia devastata, avevo voglia di tornare a casa e sprofondare da qualche parte.


- Dopo che fai?

Recuperai la mia attenzione su di lei.

- Non c’è un dopo, vado a casa - risposi.

Per alcuni secondi ci guardammo negli occhi, come in un duello. Si sentiva il ronzio dei neon e più lontano i passi del ragazzo.

- Mi aspetti?


Non era la prima volta che la vedevo. Non ci avevo mai scambiato mezza parola, se non il grazie di prammatica al ritiro dello scontrino. Aveva l’aria di una punk di borgata dentro la divisa troppo grande. Un piercing sul sopracciglio sinistro e all’angolo della bocca, sullo stesso lato. Capelli cortissimi ai lati e dietro, e una zazzera scura sopra, lunga, disordinata e con delle ciocche vagamente granata. Occhiali con le lenti rettangolari che la facevano più grande di quello che probabilmente era. Tocco finale, il badge con su scritto Deborah.

Una ragazza anonima, senza infamia e senza lode.

Rimasi sorpreso da quella richiesta così esplicita. Avrei voluto vedere voi.

Se non fosse stato per l’ultimo bicchiere di grappa, probabilmente avrei respinto l'offerta. C’era molto più di qualcosa che non me la rendeva gradevole. Era volgare, e nemmeno tanto attraente con quei ferri in faccia e gli occhiali. La bocca sempre aperta nell’atto sgraziato di masticare una gomma.

Il viso affilato e i bei denti erano invece punti a suo vantaggio.

L’idea di dovere intraprendere una conversazione con quella coatta però non mi appassionava. D’altro canto, l’opportunità di avere qualcuno che mi riscaldasse il letto e non si tirasse indietro di fronte a una proposta sessuale (casomai mi fosse venuta la voglia) andava presa in considerazione.


- Ok.

- Aspettame dietro l’angolo, nun me va de famme vedè da quello. Cinque minuti.


L’improvviso passaggio alla calata romana mi infastidì ancora di più. Presi il resto e uscii, spostando la moto su una strada laterale.


Arrivò indossando ancora la divisa e con uno zainetto nero sulle spalle. Qualcosa in lei stonava. Il suo modo di camminare. Avrebbe potuto farlo portando un libro sulla testa senza farlo cadere.

- Pensavo che la gente si vergognasse a farsi vedere per strada vestita in questo modo.

- De solito me cambio, ma no quando c’è quello.

- Sbircia?

- Magari!

Le porsi il caschetto di riserva, attesi che salisse e avviai. Non riuscimmo comunque a evitare l’incontro con l’allampanato ancora alle prese con la serratura elettronica del negozio. Vidi nei suoi occhi un lampo d’odio.

- ‘Sti cazzi - la sentii commentare alle mie spalle.

Procedevo come una tartaruga sull’asfalto che si andava bagnando. Non c’era nessun motivo per correre, e non mi sentivo nemmeno di farlo.

- Che c’hai messo nel serbatoio, la ketamina?

Irritante.

Guadagnò dei punti quando superai, sempre a passo di lumaca, una lunga teoria di coglioni in fila a un semaforo e mi sentii dare sulla spalla un paio di colpetti di approvazione...


Andare più spediti non sarebbe stata però una cattiva idea. Gli ultimi duecento metri li facemmo sotto un classico nubifragio primaverile. Fermai la Transalp proprio accanto al portone, fregandomene della catena e del garage. Entrammo con i caschi ancora in testa.

I nostri vestiti gocciolanti bagnarono il rovere dell’ingresso. La lasciai lì e le dissi di togliersi le scarpe, mentre andavo a cercare qualcosa per asciugarci. Feci altrettanto con le mie Church e sparii nel bagno. Avevo voglia di togliermi i pantaloni fradici, non prima però di averle fornito un accappatoio. Quando tornai la trovai nel salone, aveva buttato per terra felpa, camicia e pantaloni, rimanendo con l’intimo addosso. Era appoggiata al tavolo con in mano l'ultimo numero di National Geographic, lo guardava come si guarderebbe un alieno. Masticava ancora.

Le passai l’accappatoio, notai il reggiseno a fascia di almeno una misura più piccola che le strizzava le tette e mi chiesi il perché di quella tortura auto imposta. C’era qualcosa in lei che non tornava. Senza gli occhiali era decisamente più carina, non potei fare a meno di pensare che avesse scelto apposta quel modello così inadatto a lei.

Lasciai che si asciugasse e andai a liberarmi degli abiti bagnati. Indossai un paio di pantaloncini e una t shirt bianca. Stava esaminando i dvd che lei stessa mi aveva affittato dieci minuti prima.

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