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UNA PUNTURA


Questa è una storia deliberatamente e spudoratamente vera. I nomi sono veri. La
location altrettanto. E se qualcuno dovesse riconoscersi in essa tanto meglio. E’ passato molto tempo, da allora. Non c’è più nulla da nascondere o di cui vergognarsi. E’ tutto esploso, tutto alle spalle. Ma tutti vorremmo che quel tempo tornasse. Perché era il tempo dei nostri vent’anni.

Francesca è la mia fidanzata, una ragazza del popolo. Il padre operaio, la madre donna delle pulizie. Casa modesta. Di tre fratelli solo il primo studia (peraltro con scarso profitto), lei e il più piccolo già lavorano.

Questo per dire che non vive in un ambiente di tiratori di coca, di fuorilegge o di evasori fiscali. E che per principi e per rispetto di sé e degli altri dà punti a tanta gente.

I suoi sono soliti passare i fine settimana fuori città, al paese natale. In una casa che il padre di Francesca ha letteralmente costruito mattone sopra mattone. E se la godono, pace all’anima loro.

Per noi è l’ideale.

Tutto avviene in un sabato pomeriggio di settembre. So che Giovanni, il fratello di Francesca, ci lascerà campo libero. Non che sia un problema. Ma potercene stare insieme con una intera casa a disposizione, anziché una piccola stanzetta, ha i suoi vantaggi.

Giovanni infatti dovrà uscire con due amiche austriache. Ha sempre avuto un debole per le ragazze germaniche, e loro per lui. Anche se non ho mai capito il motivo.

Lo incontro all’uscita dell’ascensore, insieme a una mora che abbassa gli occhi appena mi vede. E’ evidente che le loro lingue hanno appena smesso di attorcigliarsi. Nessuna traccia dell’altra ragazza, ma la cosa in fondo non mi riguarda.

Francesca viene ad aprire e posso capire dalla sua espressione vagamente seccata che c’è qualcosa che non funziona.

- Abbiamo un problema – dice. E mi fa strada verso la stanza dei fratelli. Qui ci aspetta una specie di bambolina bionda, con gli occhi azzurri e i capelli a caschetto, e un sorriso stampato sulla faccia. E’ l’esatto opposto di Francesca, che è invece mora, con la carnagiore scura e gli occhi neri. E porta i lunghi capelli ricci sciolti sulle spalle. Francesca inoltre aveva un corpo magro e flessuoso, con due tette piccole e sode. La biondina invece mostra sotto la maglietta un seno di tutto rispetto.

- Deve fare un’iniezione – dice Francesca – e siccome oggi lo studio medico è chiuso Giovanni ha pensato a te.

Capisco che è la seconda austriaca. E ho contestualmente la conferma che Giovanni è un fesso. Tanto anonima e scialba era la bruna con cui si era slinguazzato in ascensore, tanto è carina questa.

Sono però sollevato. In pochi minuti l’intoppo che impedisce a me e a Francesca di avere l’appartamento a nostra completa disposizione sarà rimosso.

Sempre sorridendo, la biondina si presenta. Oggi non ricordo più il suo nome, ma ce lo disse.

Mi porge la siringa e la confezione di medicinale, io leggo il bugiardino per capire di cosa si tratta (non si sa mai). Comincio a preparare la siringa.

- Vado di là? – chiede Francesca per pudore nei confronti dell’amica del fratello.

- Ma figurati – rispondo – è questione di venti secondi.

La biondina indossa dei pantaloni attillati e molto elastici, gli antesignani degli odierni leggins. Quando io e Francesca ci voltiamo verso di lei se li abbassa completamente, sempre sorridendo, insieme alle mutande.

A me e a Francesca si presenta così la visione di un triangolo biondo canarino, geometricamente perfetto. Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. L’austriaca non fa una piega, e continua a sorridere.

- Così è troppo – le dico – it’s too much.

Ma lei continua a guardarci sorridendo. Alzo le spalle, per me la cosa va anche bene. Mentre non sono certo che Francesca sarebbe felice di lasciare la stanza, a quel punto.

Le faccio segno di distendersi sul letto, e mi dona la sua visione posteriore. Ha indubbiamente un bel sedere, ma non può competere con quello piccolo e sodo di Francesca. Tuttavia merita sicuramente un voto alto.

Il medicinale è molto più viscoso di quanto pensassi, sono costretto a procedere lentamente. Il che mi dà modo di osservare più a lungo il solco tra le natiche della bionda e la fine della sua fessura. Cosa che vedo anche meglio quando, dopo avere ripassato un batuffolo imbevuto di alcol sul luogo della puntura, inizio a massaggiarla per consentire al medicinale di diffondersi.

- It won’t hurt after this massage.

Lo dico più che altro per giustificarmi di fronte a Francesca, ho l’impressione che l’asburgica non capisca l’inglese.

Però la visione di quel vello d’oro, di quel sorriso stampato, di quelle tette sotto la maglietta, e soprattutto il contatto della mano aperta su quelle chiappe viennesi, mi ha abbastanza arrapato. Anche perché le mie dita scivolano spesso dove non dovrebbero. Mi volto verso Francesca che è seduta sul letto accanto a guardare la scena sempre più preoccupata:

- Inginocchiati, succhiami il cazzo.

La reazione è scontata, potete solo sceglierne la forma: un attacco isterico, una fuga indignata, una lotta per la propria privacy ma soprattutto per l’esclusiva del pisello del proprio uomo.

- Ma tu sei impazzito, Robe’, davanti a lei? Scordatelo.

Ora, la politica di Francesca riguardo il sesso orale è abbastanza restrittiva. La parola d’ordine è: non mi venire in bocca. Tuttavia è difficle negare che i pompini le piacciano. Così come è difficile affermare che non ci sappia fare. Poco importa che non riesca ad accogliere lo sperma o a inghiottire tutto l’attrezzo, la dedizione di una donna e la perizia con la quale riesce a percorrere due terzi della strada in scioltezza, una volta su e un volta giù, vanno riconosciute.

Tuttavia (bis) è comprensibile che Francesca si rifiuti di spompinare il suo ragazzo di fronte a un’altra. Soprattutto mentre il suo ragazzo sta toccando il culo dell’altra ben oltre i propri doveri infermieristici.

E tuttavia (ter) c’è una cosa che per Francesca fa passare tutto il resto in secondo piano.

E questa cosa è la parola “inginocchiati”.

E’ un fenomeno che ho scoperto da tempo, e che vale una breve digressione. Un pomeriggio, distesi sul suo letto ancora vestiti di tutto punto, le avevo confessato che un mio grande desiderio sarebbe stato quello di entrare a casa sua e trovarla inginocchiata dietro la porta, pronta a prendermelo in bocca. Sono i primi tempi della nostra relazione, la cosa a giudicare dalla sua espressione la scandalizza un po’. “Non fare il porco”, mi dice. “Non sto facendo il porco, ti sto confessando una mia fantasia, ne avrai anche tu. Così come mi piacerebbe che bastasse dirti inginocchiati per farmi fare un pompino da te”. Scorgo un lampo indecifrabile nei suoi occhi. E poiché la situazione si è fatta un po’ calda decido di infilarle una mano sotto la gonna. La ritiro abbastanza bagnata. “Vedo che in fondo l’idea non ti dispiace”.

Così era andata quel pomeriggio. Adesso invece mi trovo a pronunciare la parola inginocchiati mentre è presente un’altra ragazza.

Ok, è vero: devo ripeterla due volte. E ok, è vero anche questo, devo metterle una mano sopra la testolina riccia e spingerla giù con decisione. Ma alla fine Francesca si inginocchia, me lo tira fuori e comincia a succhiare.

Naturalmente so bene che l’ordine di inginocchiarsi non potrebbe funzionare dappertutto. Non si inginocchierebbe mai a succhiarmi il cazzo nel mezzo di una visita al Louvre o, poniamo, in chiesa alla cresima della nipote. E’ evidente che qualcosa è scattato anche dentro di lei.

Ma cosa è scattato? Non lo so, e non l’ho saputo mai. Nemmeno lei, a mente fredda quando accettò di parlarne, riuscì a spiegare bene cosa fosse accaduto.

(“Ok, tutto quello che ti pare, ma quando te l’ho chiesto tu mi hai succhiato il cazzo”. “Non so perché l’ho fatto, ancora oggi non lo so”).

L’unico particolare che fu in grado di darmi è che mentre massaggiavo quel culetto aveva visto allargarsi la vulva della ragazza. E questo l’avrebbe eccitata. Ma forse è una spiegazione insufficiente. E’ anche vero che a Francesca fare sesso con me è sempre piaciuto, e lo stesso vale per il sottoscritto. Ci siamo uniti carnalmente nelle rispettive case con i genitori nell’altra stanza, in macchina, nei parchi. Una volta persino dentro un ascensore. E non sempre ero io a cominciare, non sempre ero io a chiedere.

Tutto questo non fa di lei una assatanata. Francesca è un ragazza normale. E innamorata. Che ammette senza problemi che il sesso è una parte importante del nostro rapporto. Ma non la sola.

Sta di fatto che Francesca si inginocchia e mi fa un pompino. Certo, all’inizio protesta e insulta. Ma con un cazzo che ti riempie la bocca, ammetterete, le chiacchiere stanno a zero. E anche le proteste.

La biondina intanto ha sentito tutto il trambusto, dal tono di voce di Francesca al rumore prodotto dalla cintura dei pantaloni, al gorgoglio che ora la mia fidanzata produce con la sua bocca. Si è voltata e non sembra sorpresa, il sorriso le resta stampato sul volto. Anzi si adagia su un fianco e si appoggia su un gomito. I nostri sguardi si incrociano. Francesca, potendo, l’ammazzerebbe.

Per me invece la situazione è molto eccitante. Non posso smettere di passare con gli occhi dalla bocca di Francesca che inghiotte e rilascia il mio cazzo alla peluria dorata della biondina, ai suoi occhi sorridenti.

Conosco Francesca, so che desidera che la ragazza si vaporizzi all'istante.

Ma so anche che in questo momento desidera ancora di più un'altra cosa.

La tiro su prendendola delicatamente per il mento e la faccio voltare. Sa benissimo cosa sta per succedere, è successo cento volte.

- No! Non voglio davanti a sta zoccola – strilla.

Non è che non la capisco, tuttavia...

a me va.

La spingo sul letto rimasto libero, di traverso. La sollevo per le anche in modo da farla puntare su gomiti e ginocchia. Ha una base d'appoggio stretta, deve stare molto raccolta per non cadere.

E in questo modo deve restare con il posteriore molto alto. Come piace a me.

Prova ancora una volta a far saltare tutto, divincolandosi, cercando di stendere le gambe e saltare giù dal letto. La blocco.

Poi faccio l'unica cosa che va fatta in quel momento: le metto le mani sotto il vestito e cerco la sua persona in mezzo alle gambe. Non avevo dubbi.

Ma lo vedi che ne hai voglia – le dico stringendo forte.

Lei strilla un'altra volta:

- Caccia sta troia, cacciala! Lasciami!

La troia in questione, peraltro, sta continuando a guardare la scena con il suo sorrisino. Non si è mossa di un millimetro.

CONTINUA

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