i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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CHI SEI TU, E COSA VUOI DA ME

Dolore no. Fastidio. Mi dava fastidio. Fermai il Burgman al bordo del marciapiede, spensi il motore abbassando il cavaletto laterale e smontai di sella. Avvertii dietro la schiena un’altra fitta, i punti che il dermatologo mi aveva appena confezionato dopo l'asportazione di un neo. Tolsi il casco e immediatamente dopo la giacca. Era una di quelle tipiche giornate in cui la primavera arrivata da poco sembra ansiosa di lasciare il passo all'estate: era esploso un caldo infernale.

E il fresco lana non era abbastanza fresco.

Ero lontano da casa, ma la fermata era giustificata dalla presenza su quel marciapiede del migliore droghiere della capitale.

Tra vino, patè, lasagne al radicchio e nocciole spesi una fortuna. Non mi feci nemmeno mancare un salame di corallina romana che mi aveva gridato da un vassoio mangiami-mangiami.

Uscito dal quel paradiso e risputato in mezzo al caos metropolitano fui distratto da una voce femminile:

- Professore, professore!

Era l'unico suono umano che si stagliasse in mezzo al rombo dei motori che faceva da rumore di fondo indistinto e ossessivo del grande viale. Ma non mi riguardava.

Mi avviai verso la moto, appesi lo shopper a una manopola e poggiai il casco sul sellino per rimettermi la giacca.

Sentii una mano posarsi sulla spalla, vicino alla medicazione. Troppo vicino. Mi irrigidii. La mano si staccò.

- Professore, lei forse non si ricorda di me. Mi chiamo Giulia B..

Mi voltai. No. né il nome né quel volto mi dicevano nulla. Era una ragazza abbastanza alta, sarà stata uno e settanta, con i capelli a caschetto castani, la riga da una parte. Occhi nocciola e un labbro inferiore decisamente più carnoso dell'altro. Una fila di denti bianchissimi, un po' troppo grandi. Non brutta, ma certo non il tipo che ti volteresti a guardare per strada.

E soprattutto, mai vista prima.

- Mi scusi, ci conosciamo?

- Lei non è il professor L.? Non ha tenuto il mese scorso la relazione al corso di marketing presso la Asso...?

Sorrisi cercando di ricordare quel volto, nulla.

- Sì ma c’è un equivoco, io non sono un professore, sono solo un dirigente d'azienda.

Mi guardò sorridendo. Il sole le illuminava completamente il volto, potevo vedere le lenti a contatto nei suoi occhi. Ma soprattutto il solco dei seni, che il suo leggero vestitino giallo a motivi rossi, spalline molto strette, lasciava intravedere generosamente. Una ragazzona.

- Devo dire che però la sua relazione è stata la più esaustiva. Meglio quel quarto d’ora di discorso che stare dietro al tutor.

Sì, immaginai. Meglio uno che ti spiega perché all’inizio è giusto che ti facciano fare le fotocopie anziché convocarti appena arrivata a delineare le strategie di marketing globale. E’ più utile.

- Almeno ho capito che non ci prendeva in giro - aggiunse.

Non sapevo che dire, non avevo nessuna voglia di tirare fuori frasi di circostanza e paternaliste con una ragazza di cui fino a un attimo prima ignoravo l’esistenza. Non mi ricordavo proprio di lei.

- Venga, lo prende un caffè? A che punto è con i suoi studi?

La vidi sorpresa. Entrammo in un bar, mi parlò della relazione che stava completando per il suo esame estivo. Mi sembrò molto emozionata. Io guardavo spesso, di sfuggita, il suo décolleté. In realtà ero imbarazzato anche io: avrei voluto metterla a suo agio, ma non ci riuscivo. Forse perché non avevo nemmeno voglia di imbarcarmi in una conversazione.

- A lei dispiacerebbe darle un’occhiata? Se sono troppo rompiscatole lo dica, mica mi offendo - terminò la frase ridendo.

Era simpatica.

Ma, anche in questo caso, mettermi a leggere le banalità di una studentessa era l’ultima cosa che mi passava per la mente.

- Certamente, me la mandi per mail, le farò sapere senz’altro.

Cercai nella giacca un biglietto da visita quando lei mi anticipò:

- Senta io abito proprio nella traversa qui accanto, non salirebbe? Gliene potrei dare una copia.

Erano più o meno le undici, non avevo idea di dove avrei passato il resto della giornata. Di leggere quella roba non mi andava proprio, di tuffarmi in un mondo di studenti tantomeno. Mi sentivo un po’ incastrato.

Quindi, inspiegabilmente, dissi di sì.

- Venga con me, parcheggio la moto sotto casa sua.

Le offrii il casco di riserva e la feci salire. Il vestitino si alzò mostrando una coscia che, sotto sforzo, sembrava dotata di una muscolatura sportiva.

Non doveva avere una grande pratica con le moto, la sentii aggrapparsi per un attimo alle mie spalle come se avesse timore di cadere. Io ebbi nuovamente paura per la mia medicazione. Quando si tolse il casco, percorsi un centinaio di metri, la scoprii sudata sulla fronte, con i capelli impiastricciati. Come se il tragitto l’avesse terrorizzata.

Salimmo in casa. Andò in cucina a posare la sua borsa della spesa. Io poggiai il mio sacchetto sul tavolo del salone. Era una casa piccola: un ingresso, una cucina adiacente e, immaginavo, in fondo al piccolo corridoio il bagno e la sua stanza. Tuttavia, visto il quartiere, il papà le aveva fatto sicuramente un bel regalo.

- La casa è tua vero?

- Sì. Oddio, di mio padre. Come l'ha capito?

- Mi sono buttato a indovinare.

Non era vero. Lo si vedeva dall'arredamento, che non era certo quello di una casa messa su per essere affittata a una studentessa.

Giulia mi era accanto, potevo sentire il suo sudore insieme al fresco del suo deodorante. Lo sguardo mi finì ancora una volta nella sua scollatura, ma fu un attimo. Non poteva avermi visto. Puntai gli occhi verso di lei, mi guardava con la testa leggermente reclinata sulla destra. Dall'alto in basso, con l'espressione di un gatto.

- Sei molto giovane - le dissi.

- Ho venticinque anni.

- Io il doppio.

- Mi arrapi lo stesso.

Si gettò verso di me spingendomi sul divano, caddi sulla pelle dei cuscini. Mi fissò mentre si alzava la gonna del vestito e si sfilava gli slip, ero immobilizzato dalla sorpresa, e probabilmente dovevo avere l'espressione di un deficiente.

Cosa cazzo stava succedendo?

Salì in ginocchio sul divano, a cavalcioni sopra di me, abbassando lo sguardo per slacciarmi la cintura e sbottonarmi i pantaloni. La aiutai con il gancetto e mi sollevai leggermente per sfilarmeli. Il suo sguardo si posò sui boxer che mostravano un'erezione in pieno divenire. Li abbassò e impugnò il mio cazzo con un'espressione trionfante. Si sistemò meglio sopra di me e se lo infilò. Era bagnata e calda, sorprendentemente bagnata e calda. Scivolai dentro mentre lei chiudeva gli occhi per abituarsi a quella violazione che aveva tanto cercato. Poi cominciò furiosamente a dondolare su e giù. La presi per i fianchi per guidare il suo movimento, davanti a me i suoi seni ballavano ancora fasciati dal bra e dal cotone del vestito.

- Prendi la pillola? O dobbiamo avere qualche precauzione?

Mi prese la testa tra le mani e la avvicinò alla sua, ansimando.

- Che cazzo te ne frega? Scopami – mi singhiozzò all’orecchio.

La presi rudemente per il mento e le tirai la testa indietro, negli occhi le passò un lampo di paura.

Sorrisi:

- Mi piace di più se ti fai fottere dandomi del lei.

Anche Giulia sorrise.

Il ritmo lo dava lei, mordendosi quel labbro inferiore carnoso e chiudendo gli occhi ogni tanto. La mia erezione raggiunse il punto massimo, e lei la sottolineò con delle brevi urla, tirando di scatto indietro la testa. Due, tre volte.

Feci fuori due bottoncini e le abbassai le spalline del vestito e del reggiseno, a imprigionarle le braccia. Liberai le mammelle d’un bianco latte, con dei bei capezzoli rosa che presero a ondeggiare davanti a me prima che le afferrassi con le mie mani. Erano belle e prosperose, e risaltavano ancora di più sul suo corpo.

Le torsi i capezzoli, e lei si morse il labbro sorridendo con aria di sfida, scuotendo la testa e continuando la sua cavalcata a perdifiato.

Ripetei l’operazione, stavolta con molta più forza, per sentirla gridare.

Gridò, era matematico.

- Ah! Mi fa male.

- Ma a te non dispiace – le replicai sorridendo.

Torsi ancora di più.

- Aaahi, porco!

Per così poco?

La guardavo negli occhi e lei guardava me. Le sue pupille nocciola continuavano a trasmettermi quell’aria di sfida che trovavo la cosa più eccitante di tutte.

Mi stesi leggermente e lei trovò una inclinazione migliore. Almeno tre o quattro dei suoi sobbalzi le spinsero il cazzo fino in fondo.

- Ahi, ahi ahiiii! Che manganello ha?

Manganello. Sembrava una parola presa in prestito da una barzelletta sconcia. Ma lei la pronunciò con naturalezza. Chissà da quale città proveniva.

Le dissi che comunque trovavo che le piacesse, dolore compreso. Non rispose. Le afferrai le natiche morbide e la spinsi ancora più giù, se possibile. Il risultato fu un altro urlo, e uno sguardo liquido appena riaprì gli occhi.

Sentivo di riempirla, lei si sentiva piena.

Accentuò ancora il ritmo, arrivando quasi al parossismo:

- Sto già per venire, sto già per venire – ansimò.

- Sarebbe il caso – le risposi bruscamente - ti si sta squagliando la fregna.

Questa volgarità finì di eccitarla, e le mie orecchie si riempirono delle sue urla.

Dico urla, ma a essere sincero dovrei dire grugniti. Dei grugniti prolungati e ripetuti secondo il ritmo della penetrazione. Veniva grufolando come un cinghiale, con la guancia appoggiata alla mia, protesa in avanti e a occhi chiusi. Come cercasse di concentrarsi sulle contrazioni che le stavano devastando il ventre. Sentivo sempre più forte il profumo del suo sudore. Un sudore pulito.

Ancora con il fiatone addosso mi cercò l’orecchio con le labbra, come se dovesse confidarmi un segreto.

- Non sono una troia, e nemmeno una ninfomane.

- E secondo te perché dovrei pensare una cosa del genere?

- Non lo so, è possibile.

(CONTINUA)

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