i racconti di Milu
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LA PRIMA IMPRESSIONE

La risposta è no. Non si può picchiare uno solo perché dice che le donne che vengono violentate e ammazzate in fondo in fondo se la sono cercata e che se si vestissero più decentemente e rinunciassero a certe pretese si vivrebbe tutti più serenamente e certo i matti ci sono dovunque ma quelli li puoi anche incontrare al semaforo. Non lo si può picchiare. Soprattutto non davanti a un centinaio di testimoni.

Quindi lascio perdere.

Non perché mi abbasserei al suo livello, ché questo è impossibile. Ma perché finirei in galera con una denuncia per percosse. O per come me la sento ora anche tentato omicidio.

Quindi mi limito a voltarmi e a squadrarlo dall’alto in basso, cercando di mettere su l’aria più disgustata possibile, arricciando il naso come se la sua presenza diffondesse un fetore insopportabile. Sperando che almeno abbia il coraggio di reagire.

Non succede nulla.

Quindi lascio perdere. Again. Penso ad altro e cerco di calmarmi.

Torno a smanettare sms come faccio da quando sono entrato.

Una coppia di clienti mi precede nella fila. Una donna sulla quarantina, anche un paio di più. Altezza media, capelli neri, forse troppo per essere veri, raccolti in una coda. Begli occhi tagliati, ben truccati con un filo di mascara, fondotinta a gogò, labbra larghe e grandi, probabilmente imbottite di acido ialuronico e sulle quali il gloss è stato disteso a piene mani. Nel dominio di total black delle commesse di Tiffany e degli avventori spicca con un giaccone bianco con il collo in pelliccia, blue jeans, stivali cosparsi di imprecisati brillantini. Mi guarda, la guardo. Non è la prima volta da quando siamo lì dentro. L'impressione complessiva è quella di un troione d’alto bordo. La ragazzina che è con lei, deve trattarsi della figlia, invece non la vedo. È molto più bassa della madre, mi dà le spalle praticamente dall'inizio. Anche lei spicca per il bianco del piumino. Stanno per essere servite, poi sarà il mio turno. Finalmente.

La mia attenzione tuttavia è concentrata su una delle commesse, uno scriccioletto dai capelli biondo cenere che va avanti e indietro per il negozio. È diversa dalle altre. Giacca nera, pantaloni neri sotto i quali si intuisce chiaramente un perizoma, occhiali neri. E soprattutto un rossetto color vestito di Babbo Natale a disegnare una bocca costantemente corrucciata, infastidita. La pedino con gli occhi ovunque, non mi degna di uno sguardo.

Vengo distratto da una voce davanti a me:

- Se non credi a me e alla signorina chiedi al signore, no? Scusi il disturbo, potrebbe dare il suo parere a mia figlia?

Capisco non senza difficoltà che il troione sta dicendo proprio a me. La guardo, poi abbasso gli occhi e vedo la bambina. Mi si presenta con un viso brufoloso e, anche lei, labbra incazzatissime. Avrà quattordici-quindici anni, è proprio una nanetta.

L'altra cosa difficile da capire è di cosa stiamo parlando, poi mi accorgo di un ciondolo microscopico e anonimo che prova a fare bella mostra di sé nell'avvallamento di due micro tettine ipersostenute da chissà quale reggiseno e nascoste da una maglietta.

Giudico vagamente osceno che una madre esponga il quel modo la figlia al giudizio di uno sconosciuto.

- Molto bello, ti dona davvero, complimenti.

La donna sorride soddisfatta, la bambina si gira verso di lei e forse si farà convincere. Non lo so, perché in quel momento arriva a servirmi una commessa. Sfortunatamente, non è la biondina dalle labbra rosse.

Acquisto un paio di orecchini per Claudia, che arriverà domani. E che non si attende un regalo di Natale così classico. E costoso. La mia carta di credito urla dal dolore quando la infilano dentro la macchinetta del pos. Prendo al volo l’ultimo posto in ascensore ed esco in strada. La bolgia dell’antivigilia. Mi infilo in un bar accanto per comprare le sigarette, per poco non vado a sbattere contro il troione. Stavolta è sola.

Mi sorride:

- Mi dispiace di averla disturbata, prima. Ma non riuscivo a convincere mia figlia. Sa com’è, a quell’età non vogliono solo il regalo, vogliono sceglierlo.

No che non so com’è, ma non fa nulla. E per dirla tutta capisco pure che una abbia il diritto, a quell’età e anche se antipatica, di mettersi addosso ciò che vuole. Tuttavia apprezzo la civiltà delle scuse.

- Immagino – rispondo – e dove l’ha lasciata?

- Ha preso il motorino ed è andata dalle amiche, sa com’è…

Sì, ok. Questi giovani signora mia. Non so che dire. Vorrei andare alla cassa ora che non c’è nessuno e prendere le sigarette. Ma il troione continua a parlarmi della figlia.

- E poi tanto stasera dorme dal padre.

Se c’è un messaggio, e lo si voglia o no c’è sempre un messaggio, l’ho ricevuto.

Le chiedo se le va di attendermi un secondo, poi mi avvicino alla cassiera chiedo le sigarette e pago. Poi torno da lei, che mi aspetta immobile in mezzo all’ingresso del bar. Chiunque voglia entrare o uscire è costretto ad aggirarla. Le comunico che stavo andando a prendere un aperitivo al bar di un albergo lì vicino, e se le va di farmi compagnia. E’ una cazzata, perché in realtà stavo per tornare a casa con il mio pacchetto verdolino in mano.

Però ci provo.

- D’accordo. Ma solo se non facciamo tardi, sono un po’ stanca. Io mi chiamo Michela.

- Roberto.

Ci stringiamo la mano, ci sorridiamo, ci incamminiamo. Sto per chiederle se davvero è riuscita a convincere la figlia, anche se immagino la risposta. Quando le squilla il cellulare. Capto una conversazione che si sposta ben presto dal ciondolino appena acquistato ai protagonisti passati o futuri (non ne ho idea) dell’Isola dei famosi e di Amici. Mi rassegno e mi domando di cosa parleremo quando avremo esaurito le nostre biografie. Chiude la chiamata e si scusa. Sto per riformulare la domanda quando il cellulare squilla ancora. Rinuncio, e ascolto le indicazioni su una boutique di maglieria dalle parti di Corso Francia. Lo sapevo, o almeno lo dovevo immaginare: la volgarità arricchita di Roma Nord.

Il salotto del bar è affollato, riusciamo a trovare un tavolino accanto alla porta finestra che dà sul cortile interno. Il capo cameriere mi conosce bene, vengo qui spesso con un amico. Iniziamo parlando di figa e finiamo abbastanza alticci a parlare di politica. In genere funziona così. Non è raro che ci porti anche delle donne.

Mi lancia uno sguardo interrogativo, lasciando intendere che quella che mi accompagna non rientra esattamente nel mio standard. Gli rispondo con un ammiccamento che nelle mie intenzioni dovrebbe significare “cosa vuoi farci, stasera è andata così”.

Poi ordiniamo da bere. Vodka Martini per me, Margarita per lei.

Come previsto, il racconto delle nostre vite è la cosa più facile da cui cominciare, all’insegna del “conosciamoci meglio”. Ne esce fuori che è divorziata da un notaio – “la causa è finita da un paio di mesi” – e che gli alimenti che le passa l’ex marito per lei e per la figlia potrebbero sfamare tranquillamente un villaggio in Uganda. Non è che dica proprio così, è un rapido calcolo che faccio io. Esce fuori anche che gestisce con due amiche un negozio di scarpe in centro. Più per noia che per necessità. E pure questa è una mia annotazione personale, che non le riferisco.

La figlia, naturalmente. La sua vita è concentrata sulla figlia (“hai visto quanto è carina?”, “davvero, molto carina”). E questo in teoria è un punto a suo favore. Ma bisognerebbe chiedere alla ragazzina.

Capitolo uomini, una sola storia dopo la separazione. E’ durata quasi un anno, ma è finita da parecchio. La cosa mi sorprende, ammesso che dica la verità.

- Non è che non frequenti nessuno, ma in fondo sto bene anche così. Ogni tanto ci provano, le mie amiche, a presentarmi questo o quello. Ma se proprio posso essere sincera, gli uomini li trovo tutti molto vacui.

Vacui.

Una che ha come riferimenti culturali Maria De Filippi e Simona Ventura vuole passare le serate con Umberto Eco.

Il secondo giro di aperitivi (e di tartine al salmone, patatine, olive, salumi… una cena!) vede me raccontargli della mia vita, del mio lavoro, della mia fidanzata. Io e Claudia viviamo lontani. Il nostro è un rapporto che vive sulle cellule telefoniche della Tim, o nelle email. Cerchiamo di vederci nei week end, o durante le feste. La aspetto per domani pomeriggio. A Michela piace come parlo, non saprei il perché ma è lei a dirmelo.

- Mi sembri una persona intelligente, tranquilla, con la testa sulle spalle. Ce ne vorrebbe di gente come te.

Obietto che di gente come me in giro ce n’è parecchia, e che magari è semplice sfortuna, la sua. Ometto che però bisogna pure vedere quali ambienti si frequentano.

Improvviso, arriva il primo shock:

- Ti va di vedere un film con me questa sera? Ho a casa un dvd di un vecchio David Lynch, non è certo una cosa che proporrei a chiunque, ma forse a te può piacere.

Non mi stupisco tanto dell’invito. Prima o poi uno dei due avrebbe dovuto fare la proposta. E rivedo sempre volentieri Mulholland Drive. Quello che mi sorprende è piuttosto che lei lo conosca e abbia persino acquistato il dvd. Quello che mi sorprende, per dirla tutta, è che non mi abbia proposto di vedere Frizzi.

Accetto, ma prima le chiedo di accompagnarmi nel cortile interno a fumare una sigaretta. Non fuma ma non fa difficoltà. Scendo i due gradini che introducono al cortile, siamo fuori. Mi volto e ritrovo la sua faccia all’altezza della mia. Mi guarda. Avvicino leggermente il volto per baciarla, lei si spinge molto più rapidamente verso di me. Mi ritrovo la bocca invasa dalla sua lingua. E’ morbida, intraprendente. Anche le sue labbra sono grandi e morbide. E cedevoli. Nessuna traccia di sostanze iniettate, di gonfiori artificiali. E’ un bel bacio, appassionato e discreto allo stesso tempo.

Il tempo di pagare e andare è arrivato. Rinuncio a recuperare la moto, la sua auto è quasi lì. Esco dall’albergo cingendola per un fianco, poi mi stacco.

La seconda sorpresa è che il suo appartamento è molto più vicino di quanto pensassi, niente Roma Nord. Gliel’ha lasciato il marito, una specie di piazza d’armi. La terza sorpresa è che l’arredamento è di buon gusto, niente sfarzi e pacchianerie. Semmai un po’ troppo trendy. La quarta sorpresa è che quando mi abbandona per andare al bagno e poi preparare un paio di toast da mangiare guardando il film mi faccio un giro per la casa e trovo la stanza della nanetta. Vedo i ibri di scuola ordinatamente impilati sulla scrivania, un quadernone aperto fitto di esercizi di greco, un poster di Brad Pitt, uno del Mondo di Patty e uno di Mozart. L’unico segno di disordine sono degli spartiti finiti per terra davanti a un violoncello. Spengo la luce e richiudo la porta con molta delicatezza.

Michela gira scalza per casa, mi invita a fare altrettanto (“solo se ti senti a tuo agio, però”). Non aspettavo altro. Ci piazziamo sul divano davanti a un Loewe da diecimila pollici e azioniamo i telecomandi. Sento il suo cachemire solleticarmi una guancia. Prima che inizi il film, la bacio.

Proprio quando Betty Elms incontra Rita la smemorata nell’appartamento della zia mi squilla il cellulare. Chiedo a Michela di interrompere l’azione e lo vado a recuperare dal giaccone. E’ Claudia, naturalmente.

- Ciaoooo, ma dove sei?

- A casa!

- Ma se ho chiamato tre volte e non mi hai mai risposto.

- E’ rotto il cordless, il telefono suona ma non si sente nulla. L’ho staccato, domani lo butto.

Come al solito Claudia chiede una relazione completa della mia giornata, poi mi riferisce della sua. Faccio un vago accenno a un giro in centro, così che capisca – ed è abbastanza intelligente per capirlo – che ho pensato al suo regalo ma non voglio anticipare nulla per non rovinarle la sorpresa. Gettare un alone di mistero sul mio pomeriggio mi conviene. Sono abbastanza imbarazzato che tutto avvenga sotto gli occhi di Michela, spero che Claudia non abbia intenzione di arraparsi al telefono. Non capita quasi mai, ma a volte sì. Soprattutto quando stiamo per incontrarci dopo un lungo periodo di separazione.

Non capita.

Chiudo la telefonata facendomi ripetere l’ora di arrivo del suo Eurostar, e il numero del vagone. A domani, amore.

- Una fidanzata premurosa – sorride Michela. Nella sua voce non c’è traccia di ironia.

Lo svolgimento ambiguo e intrigante del film scioglie il senso di disagio. Quando finisce Michela vorrebbe commentarlo con me davanti a un paio di bicchieri di (ottimo) whisky. Ma ben presto ci ritroviamo con le lingue l’uno nella bocca dell’altra, aromatizzate dal malto. Le infilo la mano sotto il maglione e le massaggio la mammella attraverso il tessuto del reggiseno. La mia intenzione sarebbe di scoparmela sul divano, da dietro. Sentirla gridare con le tette appoggiate sul cuscino.

Ma lei la pensa diversamente.

Si alza e mi prende per mano, mi fa fare il giro del salone spegnendo coscenziosamente tutte le luci, comprese quelle dell’albero di Natale. Poi mi guida in camera da letto, nella penombra, con i bicchieri in mano.

Accende la luce. Osservo l’ordine lineare della stanza.

Michela si spoglia lentamente, riponendo le cose su una poltrona accanto al letto, mentre la osservo appoggiato allo stipite della porta, sorseggiando il whisky. Quando è completamente nuda si sdraia sul letto, di traverso, si offre alla mia vista con le gambe leggermente aperte. Con la tranquillità di una moglie che sta per adempiere al dovere coniugale. Ha un corpo onesto, che gli anni hanno iniziato a offendere leggermente. Ma ancora bello. Il seno senza il sostegno del reggipetto mostra la sua cedevolezza, le si schiaccia un po' addosso, non ha certo più la tonicità dei vent'anni. Ma nemmeno protesi di silicone all'interno. Mi guarda sorridendo, stupita.

- Non ti spogli?

Le sorrido, mando giù quello che resta dell’alcol e poggio il bicchiere sul comodino. Inizio a svestirmi davanti a lei, in piedi. Prima il maglione e la camicia. Poi i calzini, i pantaloni. E infine gli slip.

Resto ancora un poco in piedi a guardarla, la mia eccitazione comincia a farsi strada. Poi mi stendo su quella carne. Allarga ancora un po' le gambe.

- Fai piano all'inizio, per favore. È tanto che non lo faccio.

Le bacio le labbra, le cerco la lingua con la mia. Poi scendo sul collo, insalivandola. Michela si offre alla mia bocca. Sento la persistenza di un profumo che non so riconoscere, poi sono giù, sui seni. Li succhio e ne mordo i capezzoli grandi e scuri. Cerco di infilarmi in bocca quanto più posso della mammella morbida, consistenza gelatina. Le strappo un sospiro appena più profondo. Scendo più giù, a leccare la pancia, a infilare la lingua nell'ombelico. Lecco tutta l'attaccatura delle gambe all'inguine. Le sue mani giocano con i miei capelli. Alzo lo sguardo, la vedo leggermente inarcata, con la testa all'indietro. E finalmente scendo giù sul ciuffo. Odora di pulito, si è lavata per me. Esploro con la lingua tutto il taglio del suo ingresso. Più volte, fino a sentirlo umido e più aperto. E’ qui che avverto l'odore quasi dolciastro del suo sesso e del suo liquido.

Michela allarga allora più decisamente le cosce, per offrirmi completamente la sua intimità, spingendo con movimenti leggeri e quasi impercettibili il bacino verso la mia lingua. Il suo respiro si fa appena più intenso. Si agita un po' quando le lecco il rilievo del clitoride, avanti e indietro. Prima piano, poi sempre più velocemente.

Alzo di nuovo gli occhi verso di lei. Stavolta ha tirato su la testa e mi guarda, con uno sguardo che viaggia altrove. Le infilo la lingua dentro, intingendola nel suo succo per molto, molto tempo, poi torno a succhiarle il clitoride. Sento la sua testa crollare sul materasso, i capelli sfregare sul tessuto del piumone celeste. Guardo il suo sesso: l'occhio della vagina è dilatato, quasi implorante. Risalgo il suo corpo e la infilzo con grande lentezza. Quando le sono dentro tutto inizio a muovermi dolcemente. Le sue braccia si allargano sul letto, le mani si stringono e si aprono a ritmo. Ha ormai la testa quasi completamente all’indietro, il corpo inarcato, il bacino proteso a cercarmi. Mi inginocchio restando dentro di lei, le alzo le gambe e le poggio sulle spalle.

Inizio a sbatterla. Molto forte.

Il suo volto si adagia su una guancia, offrendomi il profilo. La sua bocca larga si spalanca in un sorriso , gli occhi si serrano ancora di più.

Viene dopo pochi colpi.

Viene di un orgasmo silenzioso, fatto di piccoli scatti del corpo e di mani aperte e basculanti nell’aria. Di occhi chiusi e labbra che si serrano quasi dovessero succhiare da una cannuccia. Non ha emesso un suono, un gemito, e la cosa mi incuriosisce. In un certo senso mi affascina.

Il suo ritorno è molto lento, intervallato da brividi e scosse leggere. Mi stendo su di lei e esco dalla sua vagina. Riapre gli occhi. La infilzo di nuovo. Ho il cazzo molto duro. Richiude gli occhi e sorride, stavolta con le labbra semichiuse, voltando ancora il viso sulla guancia.

- E’ stato bellissimo – sospira - grazie.

Mi colpisce la tenerezza di quel grazie. Mi ricorda i miei sedici anni e una ragazza che sul prato del campeggio di Siena, in piena notte, mi fece una sega e poi pulì tutto il mio prodotto con la bocca. Alla fine le avevo rivolto la stessa parola: grazie.

- Voglio farti una cosa – dice.

Si muove per rivoltarmi sulla schiena e io la lascio fare. Sta ancora un po’ a cavallo su di me, con la vagina piena di cazzo. Poi, con un’espressione di malincuore, si stacca. Scende sul mio sesso. Le sue grandi labbra morbide avvolgono il glande e lo conducono all’interno della bocca, dove la sua lingua la fa da padrona assoluta. Raramente ho provato una sensazione simile. Raramente mi sono avvicinato così in fretta all’orgasmo con un pompino. Hai capito la desperate housewife.

Avverto una tensione se possibile ancora maggiore dell’asta mentre la lavora in modo così caldo e umido. E morbido. Sono percorso da brividi che mi partono da ogni punto del corpo e si concentrano sui testicoli. Indirizza uno sguardo allo specchio accanto al letto, che le restituisce l’immagine di una donna chinata sul ventre di un uomo con un cazzo che le entra in bocca quasi per metà. Guardo anche io lo specchio, l’idea che si ecciti rimirandosi mi provoca una scossa.

- Mio Dio, che bocchinara – esclamo.

CONTINUA

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