i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Roma, quartiere Prati. Sono comodamente seduto su un divano, guardo una partita di calcio, con interesse. Ho le gambe aperte. Bettina è seduta davanti a me, sul tappeto. È al suo secondo pompino della serata. È di una bravura unica. E’ tedesca. È convinta che io sia fidanzato con una ragazza di nome Veronica, che non esiste, non è mai esistita. Gliel'ho detto solo per evitare la sua corte, e limitare i nostri incontri al sesso. Possibilmente sesso orale. Bettina soffre di secchezza vaginale, le penetrazioni sono dolorose. E, per quanto mi riguarda, poco eccitanti. Ho bisogno di sentire l'acqua, in una donna. Gliel'ho anche messo in culo un paio di volte, ma non è stato un granché. Meglio i pompini. D'altro canto lei è fidanzata davvero, il suo ragazzo fa l'attore. L'ho sempre detto che lavorare la sera è un guaio.

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New York. Sono in una casa dell'Upper East Side. Nel letto di Margarita. Lei è sotto di me con le cosce aperte che grida compulsivamente "yo me voy a correr!" in preda agli spasmi e colpendo ripetutamente il cuscino con la nuca. La sto sbattendo da un quarto d'ora, con forza. Ha implorato per molto tempo il mio nome, e quello della Vergine. È molto cattolica, ma stanotte aveva voglia di essere scopata. E anche io ho voglia di scoparla, per tutta la notte. Dentro e fuori i dettami della religione. Nella penombra spicca il contrasto tra i suoi capelli neri e la dentatura perfetta, bianchissima. Nonostante la tensione della penetrazione e dell'orgasmo ormai imminente le alteri i lineamenti, Margarita è di una bellezza sconvolgente.

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Roma, quartiere Garbatella. Giordana, è nella sua stanza da bagno, con le mani appoggiate sul bordo interno della vasca. Ansima ripetutamente "inculami, inculami" mentre sono in piedi dietro di lei e la sodomizzo duramente, con il cazzo unto da quello che al momento è il suo lubrificante preferito: un olio da bagno al cocco. Siamo appena usciti dall'acqua, i nostri corpi gocciolano sul pavimento. Ho completamente ignorato la sua fica. Lei sapeva che lo avrei fatto sin da quando ci siamo spogliati per entrare nell'acqua profumata. Da me accetta tutto. E vorrebbe anche di più. Assecondo quasi tutti i suoi desideri. Non tutti. Giordana non ha orgasmi frequenti, né davanti né dietro. In compenso quelli che ha sono spettacolari.

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Buenos Aires. Dazzler Libertad Hotel, barrio de La Recoleta. Adriana è a quattro zampe sul mio letto che sospira "Asì! Asì!". Me ne rendo conto solo ora, alla ottava scopata, che è il modo spagnolo per dire “così”. Le sono venuto cinque volte nella fica, due nel sedere. Sembra incredibile anche a me. Ma un motivo c'è, è un motivo chimico. Io e un mio amico siamo convinti che Adriana sia una puttana di professione che batte i grandi alberghi frequentati da stranieri in cerca di clienti. Il giorno prima siamo usciti per un giro in centro tutti e tre. Con noi c'era suo figlio, David, otto anni. L'ho vista stasera nella hall e l'ho invitata a bere una cosa. A me non ha chiesto soldi.

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New York. Sono in una stanza dell'hotel Park Central, sulla Settima. Seduto sul letto, sto finendo di vestirmi. È da poco sorta l'alba. Sulle lenzuola c'è Paola, una hostess/traduttrice congressuale. È napoletana. È sdraiata a pancia in sotto, e mi guarda languidamente. Se mi volto verso di lei posso vedere la sua schiena e il suo sedere. Non posso dire che sia stata una grandissima scopata. E non posso nemmeno dire che la ragazza sia matta, ma certamente non ha tutte le rotelle a posto. Mi ha appena confessato: "È stata la notte più bella della mia vita". Figuriamoci le altre. Con lei siamo d'accordo: ci vedremo davanti all'ingresso principale del Plaza alle undici. Devo sbrigarmi, il mio aereo parte alle dieci. Per fortuna la mia valigia è pronta.

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Roma, quartiere Salario. Casa mia. Una giovane donna seduta su una sedia si sta masturbando. Introduce due dita nella vagina poi le tira fuori e si accarezza il clitoride. Poi torna a penetrarsi furiosamente. È senza indumenti dalla vita in giù, poi indossa solo un paio di scarpe da ginnastica e dei calzini. Ha il mio cazzo in bocca. Si chiama Hildegard, è tedesca. Si è lasciata condurre docilmente nel mio appartamento. Ha appena avuto un orgasmo salendo sopra di me in poltrona, afferrando il mio sesso e affondandolo dentro di sé. È venuta dopo pochi secondi in un crescendo di "ya, ya... YA!". Ora conduce il gioco.

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Roma, quartiere Montesacro. Lucia sdraiata sul letto mi dà le spalle, cerca di addormentarsi. Prima di spogliarsi e di mettersi il pigiama mi ha chiesto di voltarmi. Ci siamo baciati tutta la serata, è stata lei a dirmi "dormi con me questa notte". È appena tornata dall’Inghilterra, dopo due mesi e mezzo. Siamo molto amici, anche troppo. Io la amo da un anno, ma lei non lo sa. La amo tantissimo. Prima di oggi non ci eravamo mai baciati, nemmeno avevamo mai camminato mano nella mano. Io la chiamo Giovanna d’Arco. Adesso la mia mano corre sotto il suo pigiama, le impugna una mammella. Lei si volta, posso sentire la sua voce stanca e, nel buio, immaginare i suoi occhi delusi: "Robe', ma perché dobbiamo fare sta cazzata?".

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Sette donne, sette storie.

Con due denominatori comuni.

Il primo sono i centocinquanta giorni lungo i quali si svolge questo racconto.

Il secondo sono io.

CONTINUA

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