i racconti di Milu
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Note:
I commenti che scriverete a me, riguardo questa storia, verranno letti anche da Sam, che ha collaborato notevolmente alla stesura di questa storia. Tuttavia, se preferite, potete scrivere direttamente a lei all'indirizzo:
samreadelirio92@gmail.com
Il parcheggio del centro commerciale, a quell'ora, era deserto. Il grande piazzale di catrame e bitume era illuminato da una fitta foresta di lampioni la cui luce, di quella vaga tonalità arancione così aliena, si sarebbe spenta solo al sorgere del sole. Alla prima scoccare della prima ora del nuovo giorno, le insegne luminose esterne dei tanti negozi si sarebbero spente, lasciando sola quella del centro commerciale: Arcadia. Una struttura, esempio di discutibile buongusto architettonico moderno, alta tre piani di vetro e acciaio, con un ampio giardino interno e terrazze e mille negozi, tutti uguali tra loro. In qualsiasi città europea si sarebbero trovati sempre gli stessi nomi. Globalizzazione, la chiamano alcuni. Il mercato globale, il superamento dei confini. Il tempio del consumismo. La sacra dimora del dio denaro.
L'autoradio passava un vecchio pezzo rock, di cui non ricordava il nome, quando Mav girò la chiave nel quadro e spense il motore. Mav non era il suo vero nome, ma un nick che i suoi amici gli avevano incollato addosso ai tempi di Top Gun e lui non se l'era più scrollato di dosso. Il soprannome non si sceglie, te lo danno gli amici. Così Mav, diminutivo di Maverick, se l'era tenuto e l'aveva portato avanti negli anni. Trovava divertente scoprire che ci fosse ancora, dopo tanti anni, qualcuno che ignorasse il suo vero nome e lo conoscesse solo come Mav.
Adesso, quel grande parcheggio non era più vuoto.
Mav veniva qui, qualche volta, quando la vita, i problemi e gli affanni quotidiani gli stavano stretti troppo stretti. Fermava l'Audi proprio davanti all'ingresso principale, infischiandosene bellamente dei parcheggi delineati con tanta cura con quelle fastidiose righe bianche. Lasciava l'autoradio accesa, ascoltando vecchia musica. Gli piaceva iniziare la serata on "Karma Police" e finirla con la voce di Johnny Cash o di Michael Stipe. Nel mezzo, poteva finirci di tutto. O quasi. Non riusciva, per quanto avesse provato, ad apprezzare la musica elettronica.
"La musica va suonata!"
Gli diceva sempre il suo vecchio e caro amico musicista. Peccato che fosse morto alcuni anni prima in un incidente stradale. Erano stati amici. Quasi fratelli. Ed una mattina d'inverno, un camionista ubriaco aveva invaso la corsia opposta, ponendo fine alla loro amicizia.
In lontananza, i rumori indistinti della città contribuivano a rendere tutto così vacuo, onirico.
Quando Mav veniva al parcheggio ci restava per ore, spesso persino fino al giorno dopo, quando la sveglia del cellulare gli ricordava di recarsi a lavoro. In quelle lunghe notti, si portava dietro una pizza e una bottiglia. A volte whisky, a volte rum, a volte vodka. All'alba, spesso molto prima, la bottiglia era vuota.
All'inizio era stato difficile. I guardiani notturni, quando lo trovavano, lo invitavano gentilmente ad andare via. C'era voluto un sacco di tempo per guadagnarsi la loro fiducia. Ora si chiamavano per nome e qualche volta si concedevano un bicchierino. Specialmente Nando, quello rasato, con gli occhiali e con quel dopobarba così acre e pungente, ma decisamente bravo a far ridere la gente.
Quel grande parcheggio pubblico, vuoto, era il suo nascondiglio dal resto del mondo. Nessuno, a parte i guardiani, sapeva che veniva qui, qualche volta. Era il suo piccolo, innocente, segreto.
Quella sera sarebbe stato diverso.
Non l'aveva mai vista, se non in poche, semplici, innocenti, fotografie. Sapeva che si chiamava Sara, proprio come il suo primo amore ai tempi delle medie e che studiava ancora. L'aveva conosciuta mesi prima, là dove incontrano le ragazze al giorno d'oggi, su facebook, scambiando commenti in un gruppo comune. Lentamente, i commenti erano diventati messaggi privati. I messaggi privati erano diventati telefonate. Era carina. Molto. E intelligente. Riusciva a trascorrere ore parlando al telefono con lei, cosa che non si era aspettato. L'affascinava il suo modo di pensare, di ragionare, di cercare i perché delle cose e di non accontentarsi del "è così perché lo dice la televisione".
Una dote, secondo Mav, che si stava perdendo, nei giovani d'oggi.
Lui non voleva incontrarla. Lei era tanto più giovane di lui. Scoprire che abitavano in città così vicino fu un colpo. Sara si dimostrò caparbia e tenace e iniziò a provocarlo. Dopo tanti anni, Mav sentì muoversi dentro qualcosa. Sapeva che non era una passeggera infatuazione per una ragazzina poco più che ventenne. Era qualcosa dentro di sé, sepolto e dimenticato da tanto tempo.
"Ti prego, lascia che ti veda. Una volta sola. Farò quello che vuoi."
Quel breve messaggio di testo l'aveva bloccato. Per una settimana non le aveva risposto. Aveva messo via quei giochi, chiusi in un cassetto della sua anima e gettato la chiave. Ma il legno era invecchiato e iniziava a cedere.
Mav scese dall'auto e si guardò attorno. Da lontano gli giungevano i rumori ovattati della città. Il cassetto aveva ceduto.
"Al parcheggio dell'Arcadia domani a mezzanotte. Domani ti dirò come voglio che ti presenti."
Non passò nemmeno un minuto che già aveva letto la risposta.
"Grazie. Quello che desideri. Non ti deluderò."
Il cellulare suonò la Mezzanotte.
I fari di un'auto si affacciarono all'ingresso del parcheggio.
Mav si sentì tornare liceale al primo appuntamento. Si fece coraggio stringendo la piccola scatola che teneva in tasca.


Stasera non poteva né voleva fare tardi come al solito.
Sara corse via dal bagno raccattando dal divano le ultime cose sparse ed infilandole alla rinfusa nella borsa.
La sua coinquilina la guardava con un sorrisino compiaciuto, mentre si versava la sua tisana della “buona notte”.
Era tempo che non vedeva Sara così “agitata” per un appuntamento.
Non sapeva nulla a riguardo: solo che si doveva incontrare con un bell’uomo.
Almeno a detta dell’amica.
“Ok!” Sara drizzò la schiena e scrollò le spalle sorridendo.
“Sono carina?”
La coinquilina la squadrò: il trucco leggero di un volto acqua e sapone contrastava con le generose forme fasciate, al punto giusto, da un vestitino nero che cominciava con una generosa scollatura e terminava appena sopra le ginocchia. Le gambe erano slanciate da uno sfacciato tacco 12.
Non poté che annuire e trattenere, deglutendo due lunghi sorsi di tisana, i complimenti che non amava mai fare.
“Mi raccomando, non sbilanciarti troppo! Dai: pensami! Scappo!”
Si fiondò alla porta, ma prima di aprirla si voltò e aggiunse sorridendo
“Non aspettarmi sveglia…”
Uno scambio di occhiolini tra amiche e via, verso il garage.
Un vortice di emozioni si muoveva nel petto della ragazza.
Finalmente era riuscita ad ottenere un appuntamento con Mav: il ragazzo di facebook.
Solitamente non conosceva le persone tramite un freddo social.
Amava il confronto diretto con le persone: le dava la possibilità di attuare il suo gioco preferito.
Sara adorava studiare le persone: si divertiva a capire cosa provocasse negli altri certi tipi di reazioni ed espressioni sia verbali che fisiche e cosa si celasse dietro ad ognuna di queste.
Appariva così una ragazza sicura di sé e con la capacità di fare sentire chiunque a suo agio, poiché, studiando le persone, riusciva ad assecondarne le stranezze e particolarità.
Per questi motivi, Sara diveniva un ottimo punto di riferimento o di sfogo per le amiche, che la chiamavano spesso e volentieri tenendola al telefono interminabili ore per avere consigli su come comportarsi con l’ennesimo fidanzato di turno.
Purtroppo non accadeva lo stesso per gli amici del sesso opposto, con cui per altro andava maggiormente d’accordo. I ragazzi trovavano molto gradevole la compagnia di Sara, peccato che molte volte fraintendevano alcuni comportamenti troppo confidenziali della ragazza e finivano sempre per allungare le mani e le intenzioni. Lei, dunque, si era vista costretta molte volte a dover chiudere un’amicizia maschile per colpa di equivoci del genere e regolarmente ne rimaneva molto delusa. Se ne dava la colpa e più di una volta aveva pensato di cambiare atteggiamento nei confronti degli altri. Col tempo e dopo vari tentativi, si era resa conto che non sarebbe stato possibile cambiare questa sua particolarità. Così, ogni volta, decideva di conviverci, anche se non sempre le riusciva semplice.
Del resto, come avrebbe potuto distruggere una parte di lei così istintiva, naturale e profondamente radicata nel suo essere? Ed ecco che si scopre una piega molto tenera ed oscura del comportamento di Sara.
In realtà, questa sua “particolare attenzione verso gli atteggiamenti altrui”, nasceva da un’antica insicurezza: Sara aveva bisogno di essere continuamente accettata dal mondo esterno.
Per natura, lei era dunque, servile, amava compiacere, amava assecondare e si sentiva terribilmente appagata nell’esser così.
E con Mav era stata una sfida.
Il suo modo di scrivere l’aveva incuriosita: Mav giocava in un modo così particolare con le parole che si era mosso qualcosa nel cervello e nel petto della ragazza. Lo aveva voluto sentire per telefono per vedere se gli effetti provocati sarebbero rimasti invariati e se il ragazzo sarebbe stato in grado di essere così “brillante” anche a voce.
Non la deluse.
La curiosità di Sara crebbe tanto da chiedergli un incontro.
Sapeva com’era fatto: era molto affascinante.
Aveva un sorriso che la faceva arrossire solo guardandolo in foto.
Infatti temeva molto nell’incontro.
Ma era anche eccitata all’idea di mettere alla prova le sue abilità di “adattamento” con questo personaggio così intrigante.
Nel flusso di pensieri Sara si morse il labbro e non si rese conto che era infine arrivata al parcheggio.
Era buio, ma non abbastanza per non vedere l’ipotetica auto di Mav.
Inspirò e si fermò vicino alla macchina girando il capo a sinistra per vedere che fosse davvero lui.
In auto non c’era nessuno….
Ebbe un piccolo tuffo al cuore e per qualche secondo il suo sorriso si spense.
Poi una figura fece capolino dal muso della vettura.
Era lui?
I loro occhi si incrociarono e Mav sorrise d’istinto.
Si. Era lui.
Lei distolse lo sguardo ed espirò, spegnendo la macchina.




L'autoradio cambiò pezzo, scivolando lentamente su un pezzo dei Pearl Jam, Black.
Mav aveva osservato l'auto attraversare il grande, vuoto, parcheggio e fermarsi vicino a lui. Per ammazzare l'attesa aveva fatto due passi e si era portato davanti alla propria auto. Gli scappò un sorrisetto leggero quando lo sportello si aprì e vide la ragazza scendere dall'auto, con le sue curve avvolte in quel vestitino nero e stretto.
Si, proprio una bella ragazza. Le foto non le rendevano giustizia.
Mav tornò serio. Era stato preciso, aveva acconsentito all'incontro solo se lei avesse rispettato le condizioni che lui le aveva comunicato per mail.
La prima, di presentarsi in gonna, c'era. E anche la seconda, i tacchi. Ora bisognava accertarsi della terza e troppe idee differenti gli affollarono la mente.
"Ciao Sara, ben trovata. Vieni avanti avvicinati."



Il sorriso della fanciulla, che era tornato radioso e cortese, nascondeva le sua improvvisa incertezza nel muoversi ed assecondare Mav.
In fondo erano da soli, in un parcheggio praticamente buio e vuoto.
Lei era molto elegante e se qualcuno avesse voluto approfittare di lei, avrebbe avuto gioco facile: il tacco 12 non aiuta un’eventuale fuga.
Forse fu per queste ragioni che, sempre sorridendo, chinò la testa lasciando cadere le ciocche davanti al viso, pensando a quanto fosse brava a provocare e a mettersi nei guai e a quanto fosse stata, fino ad ora, fortunata ad esserne sempre uscita illesa.
Ma di certo, fu per altri motivi, che non appena risollevò il capo, mostrò a Mav un sorriso diverso: non era dolce, non era ironico…era indefinibile.
Gli occhi di Sara parlavano per lei: non aveva paura.
Le piaceva mettersi in gioco e nelle mani delle “probabilità”.
Così, mise le mani dietro la schiena, mettendo in risalto il petto e lentamente di avvicinò al ragazzo, con fare sicuro e con un pizzico di spavalderia.
Stasera avrebbe lasciato poco spazio alla sua parte bambina.
Dal tono di Mav, aveva capito che non le sarebbe servita a niente.
“Ben trovato Mav. Piacere di vederti!”
Non aveva fretta. Non troppa, per lo meno. Osservò la ragazza sporgere il petto e Mav fu costretto a constatare che no, non le mancava di certo. Tuttavia non si scompose e si prese qualche attimo per osservarla.
"Vieni avanti, non mordo."
Non si spostò di un passo, voleva che fosse lei a raggiungerlo davanti all'auto.
"Ho accettato di vederti perché hai detto che avresti fatto quello che avrei voluto e hai accettato le condizioni che ti ho detto. La prima, di presentarti in gonna, l'hai rispettata. Ora vediamo il resto."



Alla frase di Mav, le si formò istintivamente un sorrisino di sfida.
Ma non cessò di avanzare, lentamente.
“E’ per questo che hai accettato di vedermi?” sentenziò con voce un po’ più profonda, ma ironica.
“Solo ed esclusivamente perché ti ho promesso che avrei fatto quel che avresti voluto tu?”
Mentre pronunciava quelle ultime parole, era arrivata molto vicina a Mav: se avesse allungato una mano lo avrebbe potuto toccare.
Ma anziché avanzare ancora, si fermò di colpo, incrociando le braccia, piantando i tacchi a terra e lasciando le gambe ben dritte e divaricate.
Si appoggiò su un fianco e alzò il mento.
“Ad ogni modo... I tacchi li puoi ben vedere... A differenza del Resto…”



Mav si gustò ancora la figura che aveva davanti, rimanendo serio e impassibile.
"Non sono qui a discutere le motivazioni dell'incontro o per discussioni filosofiche. Ora vediamo il resto. Resta ferma."
Si allontanò dalla ragazza, aprendo lo sportello dell'auto. Le rivolse ancora uno sguardo, un lieve sorriso quasi si affacciò sul volto dell'uomo. Solo allora allungò una mano dentro l'abitacolo, illuminando, di colpo, la ragazza con la luce dei fari.
"Hai detto bene. Gonna e tacchi posso vederli. Ora voglio controllare quello che non posso vedere."
Mav guardò la ragazza, restando in attesa, a fianco dell'auto. Era tornato serio. Non avrebbe voluto incontrarla, ma poi lei aveva risvegliato quel suo lato, sopito e dimenticato da anni. Sara era spuntata un giorno per caso, avevano iniziato a scriversi e il vecchio Mav era riemerso, provocato da lei. Questo il motivo per cui aveva smesso di scriverle. Aveva anche provato a metterla in guardia, a farla allontanare accennando al suo passato. Adesso era qui. Il vecchio Mav aveva un sacco di anni di buio da recuperare.
L'uomo guardò l'orologio. Sette minuti e sarebbe arrivato l'uomo della ronda. Lei non poteva saperlo e non l'avrebbe visto. L'ingresso del parcheggio era proprio di fronte a Mav, alle spalle di Sara.
L'autoradio diffuse le prime note di Change e la musicalità dei Deftones.



La luce dei fari dell’auto la costrinsero a ripararsi gli occhi con il dorso di una mano, facendo così vacillare la sua postura un po’ spavalda.
Non appena gli occhi si adattarono, Sara intravide la figura di Mav, appoggiata all’auto. Non vedeva granché, ma aveva sentito bene quel che le aveva detto.
Il cuore cominciò a battere più velocemente, sentiva qualcosa muoversi alla bocca dello stomaco.
Che fosse paura? Forse sarebbe stato sensato provarne almeno un pizzico.
Ma no, non era paura.
Era eccitazione.
Quel viscido serpente che si arrovellava e contorceva nello stomaco e portava il muso sibilante alle orecchie della ragazza, per convincerla, suadente, a proseguire nelle sue follie.
La canzone proveniente dall’auto, che si percepiva appena, non aiutava a tenere lontano i consigli del sinuoso serpente di Sara.
Si morse un labbro sorridendo e chinando la testa di lato.
Lasciò scivolare sul fianco il braccio che le riparava il viso dalla luce.
Il cuore non rallentava: pompava sangue e adrenalina.
Sapeva bene quali erano le tre condizioni imposte da Mav e vi era un solo modo per mostrargli la terza.
Il secondo ritornello della canzone, accompagnò le mani di Sara fino all’orlo del vestito. Lentamente prese con entrambe le mani, tra indice e pollice, due lembi della gonna e cominciò ad alzarla lungo i fianchi.
Sentire quella stoffa leggera abbandonare le cosce e scivolare sempre più su, la faceva rabbrividire di piacere.
Arrivata all’altezza dell'inguine, si fermò per vedere se, nel frattempo, la silhouette del ragazzo si fosse spostata o avesse avuto qualche reazione, ma… Non notò nulla. Mav era ancora lì, immobile.
Decise di proseguire: né con troppa fretta, né con troppa calma.
Era iniziato un gioco tra i due ragazzi e ora, valeva la pena di giocarsi le proprie carte.
Così lasciò che le mani proseguissero il loro cammino e che la gonna si arricciasse sempre di più man mano che saliva.
Lentamente il nero del vestito lasciò spazio alla bianca carne della ragazza.
Il suo bacino ed il suo monte di Venere, oramai privi di veli, erano lì: esposti alla luce dei fari di un’automobile in un parcheggio semibuio e deserto.
“Ecco il Suo Resto, Mav”.



L'uomo non si mosse. Osservava il corpo della ragazza, immobile davanti a sé, esposta a chiunque fosse passato. Ripensò agli anni passati, a quella vita lontana in cui si faceva chiamare Padrone. Si era fatto un nome nella sua città e, nell'ambiente, era rispettato, temuto, invidiato. Fino a quel giorno, il giorno dell'incidente. E allora tutti i giochi erano finiti. Il dolore si prese la sua anima e lo gettò in un baratro da cui sembrava non ci fosse uscita.
Cambiò città, cambiò vita.
Una vita normale, semplice. Una vita come tante altre.
Lentamente il dolore si era sciolto, l'aveva lasciato libero e, grazie all'aiuto della donna che ora poteva chiamare moglie, era riuscito a scalare le pareti del baratro e venirne fuori. Era tornato a stare bene. Quello del Master, delle schiave, delle corde e degli ordini era una storia chiusa e dimenticata.
Fino ad ora.
Ora c'era questa ragazza, davanti a lui, con il ventre esposto, depilato, così invitante. Spuntata dal nulla, aveva iniziato a provocarlo. Avevano iniziato a giocare e lei (Mav non era ancora riuscito a capire se l'avesse fatto intenzionalmente oppure no) aveva toccato quei tasti. Come una ladra esperta si era avvicinata a quel cassetto e con sublime, sottile ,grazia, aveva iniziato il suo lento lavoro.
Fino a quando con un silenzioso rumore metallico la serratura aveva ceduto e Mav aveva acconsentito ad incontrarla. Con tre semplici condizioni.
Osservò la ragazza, ne osservò ancora il pube, le cosce slanciate, la sinuosità dei fianchi, la pienezza dei seni e la vitalità del volto. Tanto valeva capire subito cosa aveva tra le mani.
Quel lato di Mav era tornato. E non sarebbe stato tanto facile rimetterlo nel cassetto ora che aveva ritrovato la libertà dopo tanta prigionia.
La mano s'infilò in tasca, afferrando la scatolina e rigirandosela tra le mani.
Parlò serio e impassibile.
"Buono. Hai fatto un buon lavoro."
Guardò l'orologio. Tre minuti e sarebbe arrivata la guardia.
"Non mi interessa cosa pensi. Sapevi che non ci saremmo incontrati per giocare a bridge. Ora, così come sei, avvicinati all'auto. Voglio che appoggi i palmi delle mani sul cofano. Non piegare le ginocchia. Non abbassare la gonna. Quando avrai posato i palmi, china il capo e lascia che i capelli nascondano il tuo bel viso. Poi resta immobile."



Come colpi d’accetta le frasi di Mav, secche e decise, infierirono sul Pudore di Sara.
Fu il Chaos.
Vergogna, Umiliazione e un improvviso Disgusto per la situazione in cui si era autonomamente inserita, si accavallarono alla sua Follia, alla sua Curiosità e al suo Esibizionismo. L’una dopo l’altra, queste emozioni la portavano ad esitare e poi ad avanzare, invischiandola in un vortice di frasi confuse, ricordi spezzati, paure avute e mai avute. La situazione di pericolo la intimoriva e la rassicurava al contempo: prima o poi qualcuno sarebbe arrivato a salvarla, oppure sarebbe potuto accadere un improvviso “evento sorpresa” che l’avrebbe comunque tratta in salvo. Ma perché rischiare? Ma perché non rischiare?
Era ebbra.
E da ebbra quale era si ritrovò a guardare Mav in faccia e a sorridergli, prima di… Reclinare il capo, appoggiare i palmi al veicolo e abbandonarsi al Chaos.
Era a disposizione di un Chaos che lei stessa aveva creato e scelto, ma dal quale non sapeva come proseguire o come uscire, perché i giochi, ora, non erano più in mano sua.



Lasciò che tenesse quella posizione alcuni istanti, mentre l'autoradio iniziava le note di God's Hand, suonata dai Deftones. Pochi, lenti, misurati passi per portarsi dietro di lei, accanto a lei. Ne segue la figura, semi nascosta dal gioco di luci e ombre, con lo sguardo. La schiena mezza scoperta, piegata in avanti, le gambe dritte, sorrette da quei due piccoli piedi coi tacchi, le gambe fasciate dalle sensuali calze autoreggenti. Ed il suo sedere, così esposto, così a disposizione. Un brivido gli attraversa la schiena. Accarezza quel corpo con una mano, lentamente. Dalle reni scende sui glutei, li stringe, ne assaggia la consistenza, fino alle cosce. Poi risale, lasciando scivolare un dito sul sesso, bagnato, della ragazza.
In lontananza, i fari di un'auto segnalano l'arrivo della guardia notturna del centro commerciale.
“Ora dimmi, piccola Sara, resti così, coi capelli che ti celano il viso, fino a quando non sarà arrivata la guardia e l'avrò mandata via, o preferisci ricomporti? Non hai molto tempo per decidere, pochi metri e ti vedrà.”



*Ora basta…*
Il timido candore di questo pensiero si stava stagliando e ribellando sull’insana decisione che Sara aveva preso già da tempo. E quello, forse, voleva essere l’ultimo singulto di paura e ripensamento riguardo alle sue aspettative sulla nottata che si stava presentando “impegnativa”.
Inspirò, chiuse gli occhi e, senza voltarsi, si pronunciò con la voce più cheta che riuscì a trovare.
“Non credevo mi avresti dato la possibilità di scegliere, Mav…”
Si interruppe per via di un rumore: quello di un’auto che si avvicinava sempre più. Sorrise.
“Io... Resto così…”
Scrollandosi lievemente le spalle si assestò sul cofano e puntò i piedi, facendo sì che sesso e sedere fossero esposti maggiormente.
Aprì gli occhi e si morse il labbro quando si accorse che quello che voleva era stuzzicare Mav, fino a farlo svenire di desiderio… Sara sentì le sue piccole ed intime labbra inumidirsi al pensiero dell’eccitazione dell’uomo che ora le stava dietro…
Intanto l’auto era entrata nel parcheggio.


“Mi piace non essere sempre scontato e prevedibile, Sara.”
Mav osservò la ragazza non solo tenere la posizione, ma addirittura sistemarsi per rendersi più esposta, se mai fosse stato possibile. Ne osservò le curve e i contorni.
L'auto della vigilanza era entrata nel parcheggio e si stava avvicinando rapidamente a loro. Il rumore del motore riempiva l'aria, mescolandosi all'autoradio in una melodia di borbottii e confusione. Mav sorrise all'audacia della ragazza, riconoscendone il coraggio e la follia di esporsi così, con un quasi sconosciuto. E ora, una persona di cui ignorava totalmente l'identità, avrebbe visto le sue carni più intime e tenere.
Mille pensieri gli attraversarono la mente di Mav. Questa ragazza era riuscito a colpirlo, a far riemergere il suo lato oscuro. Era riuscita a conquistarlo, a farlo andare contro sé stesso, accettando di incontrarla. E ora, avendola così vicina e così disponibile, si rendeva conto di quanto tutto questo potesse rivelarsi pericoloso.
Lasciò scivolare una mano sulla schiena della ragazza, dal collo, lentamente, fino alle natiche. Aveva la pelle morbida e profumata. Osservò la silhouette della ragazza che veniva proiettata sull'asfalto dai fari dell'auto, andando poi a confondersi nell'oscurità. Osservò la forma delle caviglie, delle gambe e delle cosce. Quell'ombra disegnava tutto così bene... Rendeva quella ragazza più invitante di quanto non fosse già il semplice averla lì, piegata ed esposta.
Le ombre scomparvero, dissolte dai fari dell'auto che sopraggiunse. Si fermò a pochi, pochissimi passi dall'uomo. Il finestrino dell'auto di vigilanza scivolò lentamente verso il basso. La guardia si affacciò con un'espressione incredula e perplessa.
“Ehy, Mav, tutto bene? Che sta succedendo?”