i racconti di Milu
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Note:
Un tributo al grande Matt Moreau
Se quel giovedì sera la signora Pina non avesse comprato una scatola di latte a lunga conservazione difettosa, la mia vita sarebbe stata completamente diversa da quella che è ora.

Invece la comprò.

Così, mentre stava tentando di aprire la porta del suo appartamento al terzo piano con la borsa della spesa in precario equilibrio, la scatola cadde sul pavimento del pianerottolo ed il latte si sparse dappertutto.

In quel momento Giorgio, il suo vicino, uscì di corsa da casa sua e ci scivolò sopra, rovinando giù per le scale e distorcendosi una caviglia.

Giorgio stava correndo alla consueta partita di calcetto con gli amici e dovette telefonare per avvertire gli altri che non avrebbe potuto giocare. Quindi Ugo si ritrovò con un uomo in meno all'ultimo momento e chiamò me.

Mi chiamano solo in casi di emergenza perché devo ammettere che sono scarso. Non ho un fisico d’atleta: corro poco e mi stanco presto, ma amo giocare e colgo tutte le possibili occasioni per mettermi in scarpette e pantaloncini, quindi quando ricevetti la sua chiamata mi entusiasmai, velocemente preparai il mio borsone, salutai Enrica, mia moglie, e mi precipitai al campetto.

Nella fretta, scordai di spegnere il mio notebook.

Quando ritornai, stanco ma felice per la risicata vittoria che la mia squadra aveva conseguito pur con uno scarso come me, Enrica mi accolse con una espressione interrogativa.
- Piero, ho dato un’occhiata al tuo pc. Ma davvero hai tutte quelle fantasie perverse?

Diavolo, dovevo spegnerlo!

Da spento ci vuole una password per accedere ai contenuti e mia moglie non la conosce.
Ma, curiosa com'è, quando ha visto che lo schermo era acceso non ha perso un attimo ed è andata a sbirciare.
- Pensavo di trovare filmati porno, ma invece vedo che leggi racconti cuckold? Ho dovuto cercare con Google il significato di quella parola! E poi sono andata a vedere la tua cronologia: non fai altro che leggere tutte quelle storie! Anche in inglese! Da mesi!
- Ma no, Enrica, sono solo fantasie, non è che voglia veramente che qualcun altro venga a letto con te, ci mancherebbe… Non ti avrei mai chiesto niente, figuriamoci!
- E allora queste mail a proposito della festa dei cornuti a fine mese? Hai chiesto informazioni!
- Ma no, volevo solo esplorare un po’, nient’altro. Solo un pizzico di curiosità…
- Tu sei impazzito! Sei un maiale! Fuori di testa! Ma che razza di fantasie sono queste? Pensi che io potrei mai scopare con qualcun altro? Tu sei fuori!

Quella notte, però, il sesso fu fantastico. Enrica, che di solito stava zitta durante il rapporto, cominciò a dar fuori di matto.
- Mettimelo, Alberto, fottimi, sbattimi, uccidimi!

Alberto? Io mi chiamo Piero.

Nella sua testa però lei mi aveva già sostituito con un nuovo amante immaginario. In ogni caso quella notte ebbi la migliore esperienza sessuale con mia moglie fino a quel momento.

Ero in paradiso.

Nei giorni seguenti la cose non accennarono a perdere d’intensità. Anzi.

Finì che alla fine a quella festa ci andammo. Avevamo però fissato delle regole: solo guardare e informarci, niente sesso, per nessun motivo avremmo dovuto toglierci i vestiti e quando uno di noi avesse voluto andar via l’altro avrebbe dovuto assolutamente acconsentire.

Ci inerpicammo con la macchina su per una stradina dell’Oltrepò Pavese, fino a una costruzione anonima anni ’70, mattoni rossi e tapparelle bianco sporco, dimessa e trascurata in una posizione isolata sul fianco di una collina.
- Sei pronto?
- Sono pronto. Ma non dimentichiamoci le regole che abbiamo fissato.

Bussammo a una porta di legno scrostata e un uomo vestito come la parodia di un paggio medievale ci aprì. Aveva una calzamaglia rossa e gialla e un cappello da joker con i campanellini. Era ridicolo.
- Lei deve essere Enrica! Benvenuta!
L’aiutò a togliersi la pelliccia, che sistemò su un appendiabiti dietro la reception.

Il posto era bellissimo.

Tanto era squallido fuori, tanto era lussuoso dentro. Tappeti, lampadari, mobili di pregio. C'era anche una grande terrazza con una meravigliosa vista sulle colline. Fantastico.

Io mi tolsi il cappotto e cercai un posto dove metterlo, ma l’uomo mi gelò con uno sguardo.
- Non è previsto il servizio guardaroba per i mariti. Butta il tuo cappotto nello sgabuzzino dei cornuti insieme agli altri.

Trovai lo sgabuzzino, uno stanzino buio con un divano sporco su cui erano appoggiati diversi cappotti e misi il mio sopra gli altri. Poi presi mia moglie sottobraccio e mi avviai verso quello che sembrava un salone principale con un bar e diverse coppie sedute a chiacchierare amabilmente.
- Possiamo entrare, no?
- Certo. Almeno fino a quando la signora non venga scelta da uno dei nostri stalloni e accetti di accompagnarsi con lui. A quel punto, temo che per il marito ci sia solo la possibilità di essere rinchiuso nel seminterrato dei cornuti. È una regola della casa. Inderogabile.
- Rinchiuso? Io non voglio essere rinchiuso!
- Rinchiuso, temo. No, vedrai, è divertente. In fondo siamo qui per questo, no? Ma scusate, non mi sono presentato. Io sono Gino e sono un cornuto come gli altri. Fa parte dei nostri doveri, a rotazione, occuparci di accogliere gli ospiti. Anche tu lo dovrai fare, una volta che tua moglie verrà montata, ti avrà cornificato e che sarai passato attraverso la cerimonia di iniziazione. È uno spasso per voi e per tutto il gruppo. Se volete vi posso chiarire alcune cose, darvi qualche spiegazione preliminare. Poi verrà qualcun altro a informarvi meglio.

Il pagliaccio continuò:
- Tutti gli stalloni della casa sono garantiti sia dal punto di vista medico, etico e delle dimensioni. Nessuno di loro è un professionista, sono tutti molto esperti e sono qui per divertirsi. Frequentano la casa da molti anni e non c’è mai stato nessun problema di scambi di denaro o ricatti. Inoltre sono controllati contro le malattie veneree ogni due settimane. E per quanto riguarda le dimensioni e la loro abilità amatoria non ci sono mai state lamentele. Le mogli li adorano…
- Hai parlato di un seminterrato dove i mariti vengono rinchiusi?
- È così. Nel seminterrato, che in gergo noi chiamiamo “cornolandia”, ci sono delle gabbie dove i mariti vengono imprigionati intanto che le loro mogli si intrattengono con gli stalloni. Ci sono gabbie individuali o doppie. In quelle doppie generalmente i cornuti possono masturbarsi a vicenda o anche avere rapporti tra di loro, in modo attivo o passivo a seconda del volere della moglie.
- Cosa?
- Sì, dobbiamo indossare un collare di cuoio con un fiocchetto azzurro o rosa a seconda del ruolo che le nostre mogli ci assegnano. Alle volte le mogli e i loro amanti, dopo il sesso, si divertono a vederci grugnire e sbuffare mentre, tutti sudati, cerchiamo pateticamente di imitare con i nostri pistolini la possanza degli stalloni inchiappettandoci a vicenda. Così possono deriderci e umiliarci ulteriormente. Un gran divertimento per tutti.

In quel momento una signora elegante si affacciò alla porta del salone.
- Scusate, sono Desirée, la proprietaria. Prego accomodatevi. Enrica, che piacere conoscerti! Sei così bella! Non avrai certo problemi a trovare il tuo bull qui da noi! Sono sicura che tutt'e due sarete pienamente soddisfatti.

Poi continuò:
- Qui da noi la regola è che il cornuto venga rinchiuso nelle gabbie del seminterrato mentre la moglie viene soddisfatta. È una specie di simbolo di sottomissione alle mogli. In fondo i cornuti non sono altro che loro schiavi. Le mogli hanno il controllo e comandano.

Desirée ci spiegò che l’immobile era di proprietà di suo marito, quasi sempre in viaggio per lavoro, che amava lo stile di vita cuckold e aveva pensato di creare un posto dove poterlo praticare senza problemi o interferenze. Il posto tra gli iniziati era conosciuto come “Il toro, la vacca e il bue”.

Ci fece passare nel salone, un luogo elegante, superbamente arredato, con divani e poltrone di pregio, tappeti e lampadari di lusso e un banco bar dietro al quale una ragazzina si dava da fare a preparare cocktail e a mescere vini pregiati in calici di cristallo. Sulla parete di fronte uno striscione recitava:

IL TORO, LA VACCA E IL BUE
Open Day

Nei divani trovavano posto una decina di eleganti signore in abiti da pomeriggio in compagnia dei loro mariti.

Notai subito che mia moglie, nello splendore dei suoi trentacinque anni, era la più bella e la più giovane tra tutte le presenti.
Cinque o sei stalloni di colore ronzavano intorno alle coppie, squadrando le signore da capo a piedi ignorando ostentatamente i mariti.

Desirée ci mostrò un corridoio sul quale si affacciavano diverse porte per accedere alle camere dove le mogli venivano soddisfatte dai loro amanti e riaffermò che durante quella fase, i mariti obbligatoriamente dovevano essere rinchiusi nel seminterrato.
Disse inoltre che la ragazzina al bar era Chantal, sua figlia di diciannove anni, che aveva anche l’incarico di occuparsi dei cornuti: li rinchiudeva nelle gabbie e somministrava loro le punizioni.

Poi disse:
- Ho paura che quello che devo spiegare adesso posso dirlo solo a tua moglie, quindi ti prego di scusarmi se ti lasciamo qui da solo per un momento. Prendi pure qualcosa al bar, se vuoi. Poi sarà lei a decidere se riferirti quanto le sto per dire.

Si allontanarono da me e io dal mio divanetto potevo solo vedere mia moglie dapprima un po’ rigida ma man mano sempre più coinvolta nel racconto di Desirée fino alle volte a spalancare la bocca per l’incredulità o a portarsi le mani sul viso per la sorpresa.

La discussione fluì per più di venti minuti e alla fine Enrica ritornò a sedersi da me con una espressione pensierosa e eccitata sul volto.
Cercai di chiederle spiegazioni, ma sembrava assente.

A quel punto uno degli stalloni si avvicinò.
Era un uomo di circa un metro e novanta, con larghe spalle e la testa rasata. Era nero, ma di una tonalità chiara, caffelatte. I suoi lineamenti non erano tipicamente africani: il naso era sottile e gli occhi non nerissimi. Vestiva sportivo, con una giacca scura su una camicia bianca aperta sul petto e dei jeans attillati che evidenziavano un rigonfiamento fuori misura all'inguine. Il ventre era piatto.
Irradiava sicurezza di sé e una certa arroganza. Pareva di qualche anno maggiore di noi, quindi sulla quarantina, anche se è difficile indovinare l’età degli africani.
- Posso sedermi un attimo? Sono Lawall. - Disse a mia moglie.
- Certo, piacere. Io sono Enrica e questo è mio marito Piero.
Lawall mi diede un’occhiata non certo amichevole e, ignorando la mano che gli stendevo, disse:
- Già.
Poi prese uno sgabello, lo piazzò tra me e mia moglie e si sedette di fronte a lei volgendomi le spalle.
Io feci per dire qualcosa, ma Enrica alzò un sopracciglio e mi fulminò con la sguardo.
Lawall spiegò a Enrica di essere ghanese, della tribù Ashanti, di essere figlio di un colonnello dell’esercito e della sua amante, una donna bellissima che l’aveva lasciato per seguire un piccolo ma ricco imprenditore del parmense, con cui si era messa a vivere.

Lawall era il cognome, ma visto che il nome era un complicato e impronunciabile sciroppo di O, J, GB, in Europa tutti lo chiamavano solo Lawall.
Aveva frequentato le scuole in Italia e l’Università di ingegneria a Manchester e aveva un ottimo impiego nella filiale italiana di una società inglese di consulenza nel campo della sicurezza informatica.

Io però cominciai a sentirmi nervoso e presi Enrica per un braccio e le dissi che era ora di andarcene, che non mi sentivo a mio agio e che non ne potevo più.

Il viaggio di ritorno a Milano, nelle buie e nebbiose strade del pavese, fu silenzioso e carico di foschi pensieri.
Dopo mezz'ora di viaggio pieno di tensione nella nebbia Enrica sbottò:
- Piero, lo voglio fare!
- Di cosa stai parlando?
- Ti voglio mettere un paio di corna, Piero!
- Non se ne parla! È troppo per me!
- Piero, sai bene che sei tu che lo vuoi. Questa è la tua fantasia, non la mia. Ma ora comincio a vederne i vantaggi. Lo voglio fare, Piero! Se non te la senti verrò qui da sola, ma spero proprio che tu voglia dividere questa esperienza con me, sarei persa senza di te! Vedrai, sarà fantastico!
Oddio, in che casino mi ero ficcato!