i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

[ - ] Stampante Capitolo or Storia
Indice
- Text Size +
Note:
per chi mi volesse scrivere e condividere opinioni, inviate alla casella deborah.racconti@gmail.com
Un'estate di alcuni anni fa, un'estate come tante: sovrabbondante di furore vitale e di moti inquieti appena accennati. I roventi venti estivi conducevano seco fragranze lontane mentre il frinire di testarde cicale si sublimava a sfondo dell'erompere della stagione dei sensi. Le piante virenti all'apice del rigoglio, le acque marine riscaldate dalle cocenti irradiazioni che si riverberavano spietate sulla loro superficie cangiante. Con loro anche io sbocciavo. Affamata di vita. Come una rosa sognante. La mia pelle era di pesca, profumata di me, le labbra rosse quali fragole di stagione, gli occhi splendevano di una mistione di cromie incostanti, d'ammaliante oro sfumate. Il loro natural richiamo era il frutto dei noccioli presso le cui fronde mia madre soleva accompagnarmi. Allora come ora vivevo fresca e innocente come figlia di fata sapendo incantarmi allo spettacolo della natura tutta in amore. E di quell'amore anch'io venivo pervasa: mi sentivo già parte di un ciclo che aveva già visto quella crisalide ancora sgraziata trasformarsi in donna desiderata.

Come tutte le estati mi recavo a casa di mia nonna materna, in una zona collinare non discosta dal mare. Fragranze salmastre a solleticar fantasie. Solitamente trascorrevo un paio di settimane in quel luogo dal tempo sospeso che, al contrario di quanto potreste pensare, volavano rapide, troppo rapide. La nonna mi viziava sempre stravedendo per me e, ora che ero ormai una giovane donna, fremendo d'orgoglio nel mostrarsi al mio fianco per le strade della cittadina. Adoravo stare con lei, aiutarla nelle minime occupazioni, ma soprattutto girovagare con noncuranza per la piccola città. Istintivamente ero protesa a farmi ammirare, sedurre, incantare, al contempo detestando venire infastidita e importunata volgarmente. Molti ragazzi giovani e persino qualcheduno coi capelli già bianchi, mi squadravano mettendo conto di passare inosservati, ma non osando avvicinarsi, nascondendo pensieri. Vestivo semplicemente, non così tanto da nascondere forme superbe che da pochi anni mi adornavano tributandomi estesa grazia sensuale. Indossavo semplici t-shirt o il top e sotto un gonnellino, magari dei jeans corti. I capelli spesso sciolti così che il vento languido scherzasse con loro assieme al suo fedele compagno di sensualità ricolmo: il sole, la nostra stella, ai cui raggi anelavo. Vivevo due vite parallele: una concreta e una nella dimensione del sogno. Cercavo di fonderla tra simboli di fiaba.

Nel cuore della torrida estate giravo sempre scalza scatenando tensioni proibite in chi li ammirava: i miei piedi dentro belle scarpine rialzate di qualche centimetro. Avevo terminato da un bel po'la crescita, non sarei mai arrivata a 1,75, ma fermata per ventura di sorte qualche cm sotto. Sì, ero comunque simile a una farfalla che esplodeva di colori e di vita. Lanciavo sguardi inavvertitamente provocanti che oggi ammetto essere equivalsi ad altrettanti dardi di fiamma. In realtà volevo sedurre me stessa in un'alba di perla.

Ero timida e audace al tempo stesso: da un lato avvertivo innata vergogna a sentirmi oggetto di sguardi famelici, degli altrui turbamenti ad intrecciare il mio sguardo, dall'altra, anche comparandomi alle mie coetanee, mi pareva di abbigliarmi con la massima decenza: non amavo le gonne troppo corte e neppure i top esageratamente attillati; mi davo sul viso solo un filo di trucco. Una punta di matita e, per qualche serata assieme a mie coetanee, una sfumatura di mascara e un po'di rossetto adeguato all'abbronzatura e al colore dei miei abiti e della notte che mi avvolgeva materna carezzandomi i fianchi e proteggendomi. Sì, avevo molte amichette, ma preferivo starmene lontano dai ragazzi, tranne in talune occasione quando non se ne poteva fare a meno. Non fraintendetemi: avevo da tempo cominciato a fantasticare sulle storie d'amore, sui rapporti con uomini, avevo già baciato più d'un ragazzo, ma non ero mai andata oltre. Le mie esperienze più intime si limitavano a quando, trovatami sola in casa, mi poteva accadere di spogliarmi completamente. Di qui poi giungevo persino a toccarmi gustandomi a un rapido e sconvolgente orgasmo che a volte veniva seguito a breve distanza da un altro. Era così bello: non ero adusa a quei piaceri esaltanti tanto che non li avevo ancora confessati a nessuno eccettuate due amiche, le due migliori. Mi piaceva ringraziare il mio corpo. Di essere così splendido. Quegli atti, nel mentre mi sentivo precipitare sul fondo del mare, costituivano riti di adorazione in officio a me stessa. Non vi nascondo che poi vivevo se non dei sensi di colpa veri e propri, almeno una sorta di vuoto. Come avessi desiderato qualcosa d'altro, e di più qualcosa d'indefinibile ed eclettico che non mi lasciasse lì sola, stesa sul letto, coi miei vestiti ai piedi della scrivania e il corpo ancora risonante dell'orgasmo che mi ero appena elargita, attendendo del respiro la quiete.

Lì a casa della nonna non avevo mai pensato a darmi piacere: stavo tutto il giorno all'aria aperta, mi recavo sovente al mare con le amiche e tornavo a casa esausta anche solo per riflettere. Ammiravo tramonti fantastici e immaginavo quali disegni sfumati e arabeschi potessero disegnare i raggi morenti sul mio viso stupito da tanta bellezza.
In spiaggia invece accompagnava la madre di una di quelle fanciulle. Eravamo un'affiatata compagnia: scherzavamo, ci spruzzavamo addosso acqua salmastra, c'immergevano in quella nobile distesa liquida cercando di farci scherzi reciproci sotto il velo turchino del cielo sereno, melodia sonante di un'estate serena. Talora, stanche per le nuotate, restavamo a crogiolarci sulla spiaggia assumendo una tinta epidermica simile a quella delle mulatte. I nostri suoni fusi a quelli delle onde frante e al frinire delle cicale, i colori riverberati dal sole, la leggerezza che ci pervadeva, la complicità e sullo sfondo l'orizzonte di una vita ancora tutta da inventare. Respiravamo a pieni polmoni la felicità dell'età più verde, l'attimo irripetibile in cui tutto è bellezza, anche ciò che non si direbbe.

Allora capitava qualcuna accennasse ad tematiche intime: c'erano due di noi che avevano già avuto rapporti completi e tutte le altre facevano a gara chiedendo lumi sull'esperienza vissuta inscenando un improvvisato quarto grado. Una volta mi avevano interrogata direttamente: "Deborah, tu non hai mai ....?" mi apostrofò Valentina, una delle due più smaliziate. "Dai non raccontar balle...sei la più splendida di noi, tutti i ragazzi ti mangiano con gli occhi e ho visto benissimo come sculetti quando giri fingendo di fare la spesa al mercato come una brava bambina!" e mi canzonò cercando di imitarmi. In realtà non era una burla maligna perché ero rispettata proprio per il fatto di essere molto carina e di attirare sempre un codazzo di ragazzi. Mi diede però istintivo fastidio sentirmi tutti gli occhi addosso. Così abbassai lo sguardo e mi alzai mostrandomi in tutta la mia altezza, sia pure in bikini ovviamente. "Farò tutto quando troverò la persona adatta a me!" ciò suscitò un moto di risa scanzonate ma io le fissai ad una ad una con aria a mezzo tra la dolce ironia e la sfida. Da quel giorno fui chiamata la principessa, cosa che a dire il vero non disprezzai. Quanto a loro, rassicurate che non avrei flirtato con le loro prede designate, mostrarono di gradire ancor di più la mia compagnia.

Quell'anno stavo proprio tornando dal mare con Noemi, un'altra ragazza di quel gineceo rurale, e quella stessa Valentina. La prima era alla guida. Io mi trovavo semidistesa sul sedile posteriore divertendomi a far scherzi alla seconda e a prendere in pieno viso aria rinfrescante dal finestrino posteriore completamente aperto.
Ero abbronzata e ardevo per il sole che aveva deciso di fare l'amore col mio corpo. Solamente la pelle sotto il bikini era rimasta nivea come avorio. Indossavo occhiali da sole che mi conferivano un'aria sbarazzina, le labbra semidischiuse che lasciavano intravvedere il candore dei denti invitando a scoprire. Sì, mi piacevo tanto, mi sentivo davvero una principessa.

Arrivata sulla stradicciola sterrata che introduceva alla villa di mia nonna vidi un'auto: era quella di mia zia. La associai d'un subito alla cugina Elisa. E proprio costei mi si parò dinanzi di lì a poco. Capelli castani alle spalle, pelle olivastra, occhi molto scuri, bocca simile alla mia: a cuore. Era meno alta di me ma anch'essa poteva vantare le proprie curve, anzi era un florilegio di curve. Sicuramente una bella ragazza, Elisa era di un anno maggiore di me. Di solito non si fermava mai dalla nonna più di due giorni ma quell'anno decise di restare a oltranza e pensai fosse giunta al solo scopo d'infastidirmi. La nonna dovette fare buon viso a cattivo gioco, anche se mi guardò con un sorriso lievemente preoccupato. Dato che le stanze erano tutte occupate, da amici dei nonni e altri parenti, Elisa fu alloggiata nella mia con grande disappunto della sottoscritta. Mi salutò freddamente: avevo sempre pensato fosse invidiosa ma allora ne ebbi netta conferma e provai una punta di disagio. Sapevo che era una ragazza considerata un po'difficile: scontrosa e dominatrice, difficilmente mostrava chissà quale attaccamento ai nonni, fumava molto di nascosto a tutti e mi era giunta voce che una volta fosse stata scoperta da mia zia mentre si dedicava a soddisfare un ragazzo con la bocca.
Osservandola si sarebbe detta una fanciulla perduta, abituata a fare quel che voleva della propria vita. Abitava solo con una madre divorziata troppo occupata per educarla a dovere e un fratello volontariamente disoccupato. Mia madre non avrebbe mai voluto stessimo insieme ma la nonna si raccomandò non dicessi nulla a nessuno aggiungendo si sarebbe fermata da lei solo per una settimana.
La sera stessa cominciarono le stranezze, o meglio quelle che per me all'epoca erano considerate tali.
Si spogliò completamente: avevo già visto altre donne, amiche, integralmente nude ma quella mancanza di pudicizia mi colpì perché non avevamo mai sviluppato grande confidenza reciproca e non ritenevo che la consanguineità la potesse dare eccessivi diritti. Mi trasmise una sensazione di grande femminilità, non lo nascondo. Un modo di essere donna opposto ma complementare al mio.
"Debby, e tu ti vergogni!? Fa caldo dai fatti vedere, non dirmi che non hai mai dormito nuda. Ora mi preparo una cosa e poi sotto il lenzuolo nuda come mamma m'ha fatto yeah"-"no grazie sto bene così. Cosa prepari?". Per tutta risposta iniziò a rollarsi una sorta di sigaretta che solo poco dopo capii essere una canna. Non mi aveva chiesto neppure il permesso: subito quell'inconfondibile odore dolciastro occupò la stanza assieme a della musica fastidiosa che mi fece dolere i timpani. "Che rabbia. Dovrò mettere in lavatrice tutti i vestiti" pensai mentre quei fumi venefici iniziavano a stordire pure me. Poi di colpo sentii la voce impastata di Elisa, quasi stesse giungendomi da mondi paralleli: "Allora Debby, che racconti?"-"Mi chiamo Deborah" puntualizzai piccata-"Va bene Debby, allora come va col ragazzo?"-"Quale ragazzo?" replicai ben sapendo dove volesse andare a parare. "Ma quello da cui ti fai ..." e fece un gesto inequivocabile ad indicare il coito. "Guarda che non sono come te!" Appena lo disse finì la canna e si avvicinò al mio letto. "Come chi non saresti?" scandì minacciosa e come ebbra. Era più piccola e tozza di me, ma mostrava un'aggressività innata a me sconosciuta. Poi si mise a ridere fragorosamente. "Oh sì, ti prego...gireranno le storie più fantasiose su di me. Ho avuto tre o quattro ragazzi e allora? Mi sono divertita come si deve ed è naturale per la nostra età. Tu sei solo una plagiata dalla famiglia, se ti dicessero di andare in convento ci correresti. A che ti serve la bellezza se non ne fai uso? Sei patetica Deborah".
Rimasi davvero affranta a seguito di questo battibecco ma non proseguii lo scambio aggiungendo solo a mo'di conclusione che non le avevo chiesto io di venire e di soggiornate da me e che doveva rispettarmi anche se non ci trovavamo simpatiche.
Il giorno dopo a colazione mi chiese scusa. "Deborah perdonami, ho proprio esagerato. Sai bene cosa può avermi un po'disorientata. Allora mi scusi? Davvero non intendevo ferirti. Sono orgogliosa di avere una cuginetta così graziosa e dolce. Dovrei anch'io mettere la testa a posto e col tuo aiuto magari ce la farò". Cercai di aprire bocca per accordarle il mio perdono ma lei me la tappò con una mano che sapeva di fumo e poi impresse le sue labbra sulle mie, in un bacio a stampo che mi fece arrossire provocandomi una vampata. Quel bacio mi lasciò una sorta di strana eccitazione per il resto della giornata. Stavolta mi sentivo molto turbata mentre scorgevo con la coda dell'occhio uomini che guardavano me e non lei. Avrei voluto sfiiorarmi e l'avrei fatto quella sera non ci fosse stata Elisa. Invece finimmo con l'addormentarci dopo essere state ad una sagra. Stavolta lei indossò almeno un misero perizoma. Io ebbi una notte agitata: mi rigirai ininterrottamente gemendo nel letto per il caldo e per sogni affannati.

Il giorno seguente feci la doccia, mi cambiai lasciando l'intimo sul letto prima di far colazione e andare a correre prima che arrivasse la spietata vampa solare a bruciare la terra riarsa. Quando tornai in stanza per rassettarla un poco, Elisa stava dormendo ancora, o meglio fingendo di dormire. Potevo udire il suo respiro regolare, sin troppo regolare per non essere affettato. E non poteva essere stata che lei ad aver spostato reggiseno e mutandine nere sulla sedia antistante il mio letto. Queste provocazioni a sfondo erotico stavano diventando un filo conduttore del soggiorno: pensai avessero lo scopo neanche troppo celato di umiliarmi. Feci finta di nulla ben sapendo avrebbe negato rivoltando la frittata ma questo nuovo episodio m'impressionò ulteriormente scatenando reazioni d'intense tonalità: sapevo di essere più bella e desiderata. Ero stufa di essere remissiva. I miei pensieri per tutta la giornata furono associati all'erotismo: avrei tanto voluto essere sola, avrei pagato oro per starmene per mio conto un'ora o due per appagarmi, o anche solo fantasticare a briglia sciolte inventando avventure. Stesa a leggere un libro tra le piante del giardino mi chiedevo cosa pensassero di me quelle nobili creature apportatrici di ombra. Se avessero mai accolto un tesoro più bello tra i loro placidi rami.

Ma quella sera, tornata da una cena, seppi che Elisa si trovava ancora fuori, cosa che aveva contrariato i nostri anni. L'avrei rivista solo il mattino successivo. Aveva facilmente ingannato chiunque presentandosi a casa quando la nonna apriva il portone di casa, sgusciando all'interno senza essere scorta. Come una ladra, pensai. Aveva brutte occhiaie e pareva davvero sfatta, gli occhi arrossati come quelli di vampiri...mi venne da sorridere maligna. Si sedette vicina a me e mi baciò sul collo come avevo visto fare agli uomini nei film al risveglio delle loro mogli o compagne. Ne ebbi un brivido involontario e mi scossi inalando il forte odore di profumo, sudore e tabacco emanava. "Ho fatto sesso con due ragazzi insieme ieri notte" disse orgogliosa e mi mostrò due succhiotti sulla gol a mo'di trofeo. Poi si denudò: per la prima volta la osservai bene. Aveva davvero un seno sodo, la pancia, arrotondata ma senza un filo di grasso, il bacino decisamente largo, maestoso. Vidi che era coperta da graffi, specie sul petto e mostrava pure qualche livido. Il pube ricoperto da peli non troppo fitti ma più estesi dei miei. "Ma tu...disinfettati che è meglio"- la pregai preoccupata "tranquilla piccola, ho solo goduto, quando proverai anche tu capirai la foga di quei momenti" mi rispose sfacciatamente ironica facendomi l'occhiolino. Anzi Antonio e Marco mi hanno detto che vorrebbero fare qualcosa anche a te. Ho risposto loro che ti avrei convinta anche se non devono aspettarsi molta esperienza" aggiunse sprezzante "Cosa, cosa avresti fatto?" le urlai contro sconvolta schiumante di rabbia per l'intollerabile affronto-" Avanti cosa hai fatto?" Le ripetei adirata dopo che si era accesa l'ennesima sigaretta e l'odore di tabacco aveva riempito la piccola stanza facendomi tossire. "E apri la finestra, sgualdrina rompiballe! Da quando ci sei tu..." non vedendoci più dallo sdegno, mi avvicinai a lei assestandole una sberla. Sciàf...risuonò sorda sulla pelle abbronzata di mia cugina. Non attesi una sua replica, uscii in fretta e furia dicendo alla nonna sarei rimasta al mare fino a sera.

E così feci. Indugiai il più possibile fuori di casa perché non mi trovavo dell'umore giusto per restare ancora in stanza con lei ad affrontarla. Respirai l'aria salmastra e mi divertii più del solito nelle acrobazie subacquee, mentre il sole mi disegnava sul volti i suoi dardi incandescenti. Quella troietta stava rovinando il soggiorno, ma non volevo dargliela vinta. Ero certa si sarebbe vendicata offendendomi in qualche modo, ma mi feci forza e, la sera, entrai in stanza. Erano appena le dieci eppure lei si trovava già sul letto, completamente denudata, come suo solito, pensai. Era nella posa del famoso quadro di Manet. Stavolta aveva accostato una sedia di legno con sopra uno specchio al suo letto e s'era adagiata supina in quella posa molto lussuriosa tanto che lo specchio doveva per forza rifletterla quasi interamente. La lampada fioca sul comodino era accesa e rivolta verso di lei, a illuminare le curve ascondendone anfratti in un gioco conturbante. Le ombre inventavano danze invitanti e il suo viso, tra luci morenti e tenebre incalzanti, mi sembrò incantevolmente misterioso. "cosa fai? E se i nonni ti vedessero così svestita" le domandai , poi, imponendomi d'essere delicata, "senti Elisa scusami davvero, io....io mi sono solo sentita prevaricata"-"prevaricata? Ma parla italiano come tutti. Comunque mi stavo toccando, se ti scandalizza puoi pure uscire perché continuerò, devo venire ormai, stavo finendo quando ti ho sentita rincasare" mi rispose con tono aspro e arrogante ma al contempo venato di accenti sconosciuti come sotto il dominio di un incantesimo assente di parole.

A quelle parole restai ammutolita mentre un'ondata di calore imperioso si sprigionava dal centro del mio essere. Il tempo si distorceva in lievi frammenti d'indistinta cadenza. Mi sfiorai le guance sentendole arrossate e non solo per l'effetto solare: ero imbarazzata e a disagio. Poco dopo capii che mi sarebbe forse venuto istintivo portare la mano sul sesso: il calore del mare, la vitalità dell'estate, la visione di degradata sensualità poco discosta da me, mi stavano ottundendo i freni inibitori, ma decisi di verificare fin dove si sarebbe spinta mia cugina. Iniziò davvero a toccarsi ammirandosi compiaciuta nel riflesso dello specchio. Cercai di non guardare ma con la coda dell'occhio scorsi che indice e medio della mano sinistra affondavano dentro di lei, nella sua fessura. Con l'altra, Elisa insisteva sopra sfregandosi energicamente la clitoride con ritmo regolare. Soffocato il respiro. Il corpo di mia cugina era tutto irrigidito, talora scosso da spasmi e il suo viso contratto e visibilmente stravolto dal piacere. Capii che mi osservava da dentro lo specchio. Sospirava sforzandosi di reprimere quegli sbalzi incontrollati del respiro. Un confuso dibattersi attendendo delizie indicibili. Venne poco dopo con una smorfia inaudita che mi avvertì del suo potente orgasmo. Me ne dissociai noncurante.

Senza alcun imbarazzo, dopo essersi ripresa, Elisa prese a parlarmi del più e del meno, quasi avesse dimenticato sia la scena precedente sia lo schiaffo della mattina.
Quella sera dovetti farmi violenza per non toccarmi. C'era qualcosa di estremamente femmineo e attraente nell'averla vista provare piacere con le sua mani e poi adagiata distrutta dall'orgasmo. Quasi non lo ammettevo a me stessa ma mi resi conto che avrei voluto farle compagnia provando sensazioni indicibili nella stessa stanza. Sarei potuta andare a farlo fingendo di stare nella doccia ma non ero abituata a venire altrove che sul letto. Mi sentivo frastornata mentre la luce astrale penetrava lenta dalla finestra appena abbassata offrendomi carezze segrete. La inspiravo tra le mia labbra infantili, fiorenti anche nell'assenza di baci.

Mi svegliai con una mano fra le mutandine. Il mio ventre ancora secerneva calore e rugiada quasi m'implorasse di regalarmi soffocate estasi in un fondo di precipizi. Numerose estasi. Non avrei dimenticato facilmente quel giorno che stava iniziando....