i racconti di Milu
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Indice
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Note:
da una storia di Just Plain Bob.
Anche se spesso luoghi e personaggi si ispirano alla realtà, le vicende sono completamente inventate.
- Davide?
- Sì, Anna?
- Puoi venire qui da noi un momento?
- Subito, Anna.
Misi in pausa la Tv 50 pollici sistemata appena fuori la grande stanza da letto. Eravamo alle ultime battute della partita Milan-Parma. Stavamo vincendo 2 a 1 ma il Parma premeva e io non volevo perdermi il finale con l’eventuale sorpresa, che immaginavo potesse essere solo negativa.

Entrai nella stanza.
- Davide, Fernando è stanco per la lunga chiavata e adesso ha sete. Gli porti qualcosa? Ti spiace?

Mia moglie Anna, senza neanche cercare di coprire il suo corpo nudo col lenzuolo e permettendomi così di vedere lo sperma del suo amante colarle dalla fica slabbrata e arrossata, mi rivolse quel suo sguardo autoritario senza smettere di carezzare la nera mazza di Fernando, il colombiano di colore che, nudo, sdraiato accanto a lei, ansimava ancora un pochino.
- Per carità, nessun problema. Fernando, ti andrebbe un succo di frutta? Una birra? Del vino bianco?
- Un vaso de vino sería bueno. – Fernando non riusciva a imparare l’italiano, malgrado fosse nel nostro paese de sei anni ormai. Io faticavo a capirlo, soprattutto non afferravo le parole con la “b” e con la “v” che lui pronunciava allo stesso modo. Era un completo deficiente. Non avesse avuto ventitré centimetri di uccello avrebbe chiesto la carità ai semafori.
- C’è del Gavi oppure del Pinot Grigio. Ti consiglio il Gavi. - Per la verità c’era anche dello champagne Krug, ma sarebbe stato come dare le perle ai porci.
- Está bien.
- Tu, cara?
- Niente per me.
- Ok. Un bicchiere di Gavi Broglia 2012 fresco di cantina in arrivo!

Mentre salivo le scale verso la camera di mia moglie col bicchiere sul vassoio pensai ancora una volta a quello che mi ero ridotto a fare. Io, che mi consideravo un maschio orgoglioso, quasi “macho”. Com'ero finito a dire “sì, cara” e ad accettare sorridendo ordini, umiliazioni, occhiate di disprezzo e scherno da stronzi come Fernando e molti altri, che a turno si trapanavano mia moglie un paio di volte la settimana? Premetto che io non mi eccitavo affatto a vedere Anna nelle braccia di altri. M’incazzavo e basta. E non era certo questo tipo di vita che mi sarei aspettato il giorno che l’avevo sposata.

Allora perché lo facevo?
La risposta è davvero semplice.

Per i soldi.

Ho sposato Anna per i suoi soldi. Tanti soldi. Anna era convolata a giuste nozze giovanissima con un uomo anziano enormemente ricco, che morì cinque anni dopo per un incidente in elicottero.
Ancora all'università, si trovò ad ereditare una fortuna immensa, non noccioline. Anna è abbastanza una bella donna, intelligente e simpatica. Leggermente sovrappeso, con lunghi capelli bruni e bellissimi occhi verdi. Un sorriso luminoso e una personalità esuberante.
Intendiamoci: io l’avrei sposata anche se fosse stata una novantenne sdentata, orba e zoppa, con i soldi che aveva.

Ci siamo sposati in America perché laggiù i contratti pre-matrimoniali hanno valore legale e Anna me ne ha fatto firmare uno che in caso di divorzio mi avrebbe lasciato in mezzo a una strada o quasi.
Invece, come marito ufficiale, godevo della sua generosità alla grande.
La mia Maserati aveva i posaceneri pieni? Nel giro di una settimana trovavo le chiavi di una nuova Aston Martin sotto il tovagliolo della colazione. Ero stressato e desideravo una vacanza? La nostra casa di Aspen in Colorado apriva apposta per me per quindici giorni di sci fuori pista sulle Montagne Rocciose, con cuoca e maggiordomo a disposizione.
Oppure la villa in Sardegna, o quella di Curaçao, con spiaggia privata. Senza parlare del panfilo ormeggiato a Genova. O del Cessna pronto al decollo a Linate. Tutto suo, ma a mia disposizione. Oltre alle proprietà nei luoghi di villeggiatura, Anna aveva appartamenti a Milano (dove stavamo di solito, in una casa liberty in via Guerrazzi, davanti al parco Sempione), Roma, Parigi, Londra e Manhattan. Addirittura possedeva un piccolo castello nel Canavese, una villa a Stresa e una microscopica isola in Indonesia.

Io sono stato povero scannato tutta la mia vita e non mi sarei lasciato scappare un’occasione simile per nulla al mondo.

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Mi ero laureato alla Statale in Scienze Politiche senza troppa infamia e mi ero buttato nel mondo del lavoro con entusiasmo, ma presto mi ero reso conto che non sarebbe stato facile guadagnare quanto avrei voluto.
Appena riuscivo a pagare l’affitto del monolocale a Crescenzago, un quartiere periferico a nord est di Milano, una volta lasciata la casa popolare di Dergano dove vivevano i miei genitori. I quali nel giro di un paio d’anni abbandonarono questa valle di lacrime: mio padre per un cancro al pancreas e mia madre due anni dopo per cause ancora da chiarire, ma io credo di crepacuore.
Mi lasciarono qualche piccolo risparmio e una casetta contadina in Val di Scalve, tutta da ristrutturare.

Cominciai ad arrotondare il misero stipendio di precario con qualche incontro di boxe.
Da ragazzo mi ero divertito ad incrociare i guantoni in palestra con un paio di amici appassionati che mi avevano iniziato alla “nobile arte”. Mi accorsi che ero bravo, picchiavo duro, incassavo bene, ero veloce e sapevo interpretare gli incontri con sufficiente intelligenza.
Certo, non avrei potuto competere ad alti livelli, ma nel sottobosco della boxe dilettante in breve mi feci un nome tra i welters. Sarà stata la mia struttura da montanaro, le mie mani grosse e forti, la solidità e la testardaggine della mia razza, ma buttavo giù avversari anche più grossi di me.
Mi resi conto che se avessi potuto mettere insieme un paio di incontri al mese, la mia situazione economica sarebbe migliorata sensibilmente.

Inoltre mi divertivo.

Fu proprio durante uno di quegli incontri che conobbi Anna.
Il mio avversario era un certo Guillaume Traoré, un ivoriano (che viveva in Italia) solido come una roccia che mi sovrastava di quasi tutta la testa e che era almeno trenta posizioni avanti a me nel ranking.
Non avevo speranze, secondo gli scommettitori.

Quando salii sul ring mi guardai in giro tra gli spettatori e vidi questo gruppo di ragazzi, maschi e femmine, che trasudavano soldi in modo evidente. Una ragazza tra loro mi guardava divertita, mentre gli altri non avevano occhi che per il mio avversario, più alto, più bello, più giovane, più nero e più quotato. La guardai anch'io, le sorrisi con spavalderia e le feci segno “ok” col pollice in alto, strizzandole l'occhio.
Non so cosa mi prese, ma decisi di giocarmi il tutto per tutto: al primo gong andai incontro al mio avversario e prima ancora che sistemasse la guardia gli tirai un diretto al mento che, anche se non fu sufficiente a buttarlo giù, segnò il destino di quell'incontro: gli tolse lucidità e rapidità e lo costrinse alla difensiva. Un colpo fortunato (lo incontrai ancora qualche tempo dopo e mi pestò come un tamburo).
Quella volta però vinsi ai punti con facilità.

Anna era la ragazza alla quale avevo sorriso prima dell’incontro. Quando vinsi la vidi ballare sulla sedia e fare un tifo vergognoso per me. Lei assisteva volentieri a quegli spettacoli: quei deliri di mascolinità e testosterone, le botte, il sangue, il sudore, i toraci nudi, la violenza e l’agonismo le davano un certo brivido.

Dopo l’incontro mi aspettò fuori dagli spogliatoi.
Aveva scommesso su di me dopo che le avevo fatto il segno col pollice, aveva vinto una bella somma e mi voleva ringraziare. In breve seppi che era mostruosamente ricca (e non aveva affatto bisogno della vincita della scommessa), che le piacevo e che era libera.

Le feci una corte serrata e un anno dopo eravamo marito e moglie per vivere per sempre felici e contenti.

Quel “per sempre” risultò durare due anni, quattro mesi e diciotto giorni.

Una sera tornai a casa e la vidi vestita elegante per uscire.
- Andiamo da qualche parte, stasera?
- Non “andiamo”. Io “vado”. Sola. - disse, allacciandosi il reggicalze.
- Come sarebbe?
- Davide, siamo sposati da quanto? Due anni e mezzo, no?
- Quasi, Anna. E allora?
- Penso che per me sia giunto il momento di provare qualche altro uccello.
- Come?!
- Sì, caro. Stasera esco, mi trovo un uomo che mi piaccia, me lo porto a casa e me lo scopo. Stai tranquillo, io sono felicissima con te e con il nostro matrimonio e non ho intenzione di lasciarti. Ma non aspettarmi alzato e vedi di dormire in qualche altra stanza perché la camera matrimoniale questa notte mi serve.

E uscì, lasciandomi a bocca aperta.

Sentii il rumore del motore della sua Bmw M6 cabrio mentre se ne andava. Io non ero ancora riuscito a chiudere la bocca.

Quando tornò, nel cuore della notte, ero ancora alzato.
Lei entrò. Intuii che c’era qualcuno dietro di lei, che ancora non osava farsi vedere. Anna mi guardò fisso.
- Vedo che sei ancora alzato. Ok, se è questo che vuoi… Avrei preferito evitare questo imbarazzo, ma visto che siamo in ballo ti voglio chiarire il concetto.

Si sedette e si accese una sigaretta.
- La tua posizione in questo matrimonio dipende da quello che succederà stasera. Davide, tu sei perfettamente al sicuro e niente deve cambiare tra noi. Purché il tuo comportamento nei confronti di Corrado, il mio partner per questa notte, non sia men che corretto e rispettoso. Io mi aspetto che tu lo saluti, gli dia il benvenuto sorridendo, sia gentile, cortese e premuroso nei suoi confronti. Se non sei in grado di gestire questa cosa o ti metti in testa di fare qualcosa di stupido è meglio che cominci subito a fare le valige. E la finiamo qui. Capito?

Rimasi stupefatto. Non sapevo cosa dire, cosa pensare.
- Ti ho chiesto: hai capito? - Anna mi fissava con uno sguardo inquisitore.

Non riuscii a profferir parola, ma feci cenno di sì con la testa.
- Bene. Quindi adesso preparati a incontrare Corrado o a ritirarti nella tua stanza.

Non so perché rimasi lì, imbambolato. Forse pensavo che fosse tutto uno scherzo, che ci saremmo fatti una bella risata.
Invece Anna fece entrare un giovanotto alto e grosso, con un’aria strafottente di superiorità.
- Davide questo è Corrado. Prenderà il tuo posto nel nostro letto stanotte. Corrado, lui è mio marito Davide. Corrado, vieni che ti faccio vedere la camera dove ci divertiremo stanotte.

Lo prese per mano e lo guidò su per le scale. A metà si fermò e si rivolse ancora a me.
- Davide scusa, visto che sei ancora alzato… Ti spiace portarci qualcosa da bere, appena puoi? Per me il solito e per Corrado del whisky con giaccio. Sii gentile.

Avrei voluto colpire Corrado sul naso e romperglielo. Avrei voluto togliermi la cintura dei pantaloni e frustare il culo di Anna fino a farlo sanguinare. Avrei voluto stringere il loro collo con le mani fino a ucciderli.
Invece non feci nulla. Preparai i drink, li misi su un vassoio e li portai da loro, nella nostra camera matrimoniale. Corrado era seduto sul letto, con i pantaloni abbassati. Anna era in ginocchio tra le sue gambe e glielo stava succhiando con impegno. Quando mi vide con la coda dell’occhio sollevò un momento la testa.
- Lascia pure il vassoio sul tavolino e poi te ne puoi andare. Ci vediamo domattina.

Mi aveva dato il benservito. Come a un cameriere.

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Mentre me ne tornavo malinconicamente verso una delle altre stanze, dove avrei trascorso la notte, mi chiedevo cosa avrei potuto fare. La risposta mi sorse spontanea quando misi la mano in tasca e trovai le chiavi della Aston Martin V8 Vantage e notai che al polso avevo un Rolex Daytona acciaio e oro.

Niente.

Non avrei fatto assolutamente niente, tranne che accettare e inghiottire il rospo.

Avevo troppo da perdere. Nel portafoglio avevo la tessera del Country Club, Il mio conto corrente era mensilmente alimentato con una cifra che io non sarei stato in grado di mettere insieme neanche in un anno di contratti precari e incontri di pugilato. E quando le dicevo che era troppo e che non sapevo cosa farmene, mi spingeva a risparmiare e a investire. Lei reggeva i cordoni della borsa, con me era generosissima, mi viziava a morte, ma mi teneva per le palle. Se avessi voluto continuare a fare la bella vita avrei dovuto accettare tutto da lei, anche le peggiori umiliazioni, come quella che mi aveva appena sventolato sotto il naso.

Quella notte fu un delirio. Quasi non chiusi occhio. Avrei dovuto scegliermi una stanza più lontana dalla nostra matrimoniale. Continuai infatti a sentire i gemiti, i mugolii, i gridolini, i versi che conoscevo così bene perché Anna soleva produrli quando era a letto con me.
Alla fine credo che mi assopii, fino alle quattro del mattino, quando sentii chiudere la portiera dell’auto di Corrado.

Per un momento mi baloccai con l’idea di tornare nel mio letto e affrontare Anna, ma alla fine mi dissi “’fanculo” e mi girai dall'altra parte.

Eppure non capivo. Credevo che la nostra vita sessuale fosse splendida. Cinque, sei volte alla settimana. Ci facevamo le coccole, esploravamo, sperimentavamo… Anna adorava il mio cazzo e sembrava non averne mai abbastanza. In particolare amava prenderlo in bocca e giocare lungamente con lui. Io ricambiavo con ardore e dedizione e mi divertivo un mondo con lei. Le avevo insegnato a concedermi il culo e lei dopo le prime volte si offendeva se non glielo infilavo anche lì.

Il mio uccello non era una mostruosità, ma diciotto centimetri non sono comunque male. Ci sono donne che ucciderebbero per un cazzo come il mio.

E non era solo il sesso.

Sì, avevo sposato Anna per i suoi soldi, ma nel tempo mi ero davvero affezionato a lei.
Era scattata come una scintilla, un’intimità, una complicità.
L’ammiravo e la stimavo. Le volevo bene.

Forse era amore.

E il fatto che sentissi che anche lei provasse gli stessi sentimenti nei miei confronti rendeva ancora più inesplicabile il suo comportamento adulterino.

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La mattina successiva mi aspettava un’altra sorpresa.

Quasi pensavo che si sarebbe scusata o che per lo meno si sarebbe comportata come se non fosse successo nulla. Invece mi raggiunse a letto e s’impalò sulla mia erezione mattutina.
- Lo senti, Davide? C’è ancora Corrado dentro di me. Cinque volte mi ha scopata stanotte. Cinque meravigliose volte, Davide! Mi ha fatto perdere la testa e sono ancora piena di lui. Cosa provi a infilare il tuo cazzo in mezzo allo sperma di un altro uomo? Più giovane e più grosso di te? Volevo fartelo sentire mentre ti confermo che malgrado tutto sei ancora tu il mio uomo, Davide. D’ora in avanti dovrai imparare a condividermi spesso, ma sarai ancora tu la mia prima scelta. E adesso fottimi, Davide! Forte, duro, dacci dentro!

Io non dissi una parola. Feci il mio dovere senza entusiasmo, mi alzai e mi docciai, togliendomi lo schifo di Corrado dal cazzo. Scesi in cucina dove la cameriera aveva già pronto il caffè.
Mi dedicai poi alla palestra che avevamo installato nel seminterrato. Cyclette, tapis roulant, pesi, sacco e poi quaranta minuti di corsa nel parco.

Quando tornai Anna era seduta in cucina davanti a un caffè con l’aria distrutta.

Non la guardai neanche.

Dopo qualche minuto di silenzio se ne uscì con queste parole:
- Non fare il bambino, Davide. Non tenermi il muso, sei grande ormai.
- Il muso? Non ho niente da dirti, Anna. Terrò la bocca chiusa fino a quando non mi darai una spiegazione ragionevole. E non ho il muso: sono incazzato come una bestia!
- Non c’è niente da spiegare! Ho deciso di scoparmi degli altri uomini. Punto e basta. Non scherzo: tu sarai sempre il mio numero uno, se vorrai rimanere, anche se dovrai abituarti a condividermi con altri. Ma se non ti piace, la porta è quella, sei libero di andartene.
- Questo è quanto? O cornuto o mi sbatti fuori?
- In sintesi… è così.

E imparai a condividerla. Anche se non mi abituai mai.

Per i sei mesi successivi, circa un paio di volte alla settimana, Anna portava uomini a casa e ci passava la notte.

Notai che sempre più spesso i suoi stalloni erano extracomunitari, soprattutto neri.

Io non sono razzista, ma non simpatizzo troppo con gli africani che mi sbeffeggiano. Oddio, m’incazzerei anche se fossero della Val di Scalve, dove sono nato, ma non so, con i neri mi sembra peggio.

Le prime volte me ne rimasi nella mia camera, ma presto cominciò a pretendere che ricevessi i suoi amanti.

Come se non mi umiliasse abbastanza.

Insistette che li aspettassi alla porta, che li accogliessi educatamente, che portassi loro drink e snack e in una occasione che procurassi anche dei preservativi. A un certo punto mi aspettai anche che mi chiedesse di srotolarlo sul cazzo del suo stallone di turno, un egiziano di nome Khalil, ma fortunatamente questa vergogna mi fu risparmiata.

Almeno una dozzina di volte fui sul punto di spaccare la faccia a quegli stronzi e di mandare tutti affanculo, ma poi pensai alla Aston, alla villa a Curaçao e inghiottii il rospo.

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Quella notte, però, portando il vino a Fernando il genio, qualcosa scattò in me. Sarà stata la eroica parata di Abbiati al 94’ che aveva salvato la vittoria del Milan contro il Parma, ma improvvisamente tutto mi parve diverso, ostile, estraneo.
Non rovesciai il vino in testa a quel coglione di Fernando, come qualcuno potrebbe supporre. Posai il vassoio sul comodino con calma. Fernando mi disse:
- Gracias.
- Prego. - risposi.

La mattina successiva Anna entrò nella mia stanza e non mi trovò. Non ero nemmeno in casa.

Ritornai verso le cinque del pomeriggio ad affrontare una Anna incazzatissima.
- Dove diavolo sei stato!
- Ho avuto da fare.
- Che cosa?
- Allora, vediamo. Questo è il Rolex che mi hai regalato. Tieni. Queste sono le chiavi della Aston. Qui c’è il libretto. Non ho fatto tempo a togliere il mio nome. Ci penserai tu: Fernando mi sembra il tipo che apprezza le macchine sportive, anche se dubito che sappia distinguere una Aston Martin da una Toyota. Poi… Ah, ecco, questo è l’assegno per gli ultimi quindicimila euro che hai versato sul mio conto questo mese. Qui c’è il mio mazzo di chiavi di casa, la tessera del Country Club con la chiave del mio armadietto. E per ultimo questo è la mia vera matrimoniale. Ora scusa, c’è il taxi che mi aspetta di sotto. Ti farò sapere dove mandarmi le carte del divorzio.

E me ne andai, ignorando Anna che mi correva dietro dicendo:
- Davide, aspetta, ascoltami…

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Ero sulle ginocchia in mezzo al ring e l’arbitro contò fino a sette, prima che mi alzassi.
Una sciocchezza da parte mia, visto che ancora ci vedevo doppio e non vidi arrivare il gancio sinistro che spense la luce.

Quando ritornai in me ero sdraiato su un lettino negli spogliatoi. Ancora con gli occhi chiusi, sentii una voce familiare.
- Come sta?
- Non troppo male. Soffrirà un po’ di mal di testa e di vista annebbiata per qualche ora, ma non c’è niente di grave.
- Mi sono così preoccupata quando l’ho visto andar giù in quel modo… Credevo che l’avesse ammazzato!
- È il prezzo che si paga per il divertimento…
- Posso portarlo a casa?
- Pensavo vivesse da solo.
- Non più, se mi lascerà dire la mia.

Mi resi conto che l’altra voce, oltre a quella del dottore, era di Anna.

Anna?

Anna era fuori dalla mia vita da sei mesi!

Il dottore mi passò i sali sotto il naso e mi rianimò al punto che riuscii a sedermi sul lettino.
- Davide, devi smetterla con la boxe, non hai più l’età. - disse il dottore.
- Devo pur pagare l’affitto, Piero.
- Come vuoi. Ma niente incontri per i prossimi due mesi, almeno, chiaro? - e se ne andò. Guardai Anna con curiosità.
- Che ci fai qui?
- Ti porto a casa.
- Ma se neanche sai dove vivo…
- Certo che lo so. Sono rimasta non sai quante sere seduta in macchina fuori da casa tua, cercando di trovare il coraggio di suonare al tuo citofono.
- Non ci vuole certo più coraggio a suonare un citofono che a scoparti uno stronzo sotto il mio naso!
- Invece sì. - rispose con un filo di voce.
- E perché mai comunque avresti voluto suonare al mio citofono?
- Per parlare con te e convincerti a tornare a casa.
- Quel bordello in via Guerrazzi non è certo casa mia.
- Se non ti piace la vendo e ne compro un’altra.
- Anna, lasciami in pace. Sono passati sei mesi, ti ho rimosso dai miei pensieri e sto cavandomela abbastanza bene.
- Io no… - quasi piangeva.
- No cosa?
- Non me la sto cavando per niente bene, Davide… Non riesco a dormire, ho crisi di panico e praticamente non mangio più.
- Tutti i tuoi amanti sicuramente ti staranno aiutando.
- Davide, non c’è più stato nessuno dal giorno in cui te ne sei andato.
- Sicuro! - l’espressione del mio viso dovette aiutarla a capire il sarcasmo.
- Seriamente. Mai più nessuno da allora. E anche prima tu sei sempre stato l’unico uomo per me.
- E tutti gli altri, allora?
- Utensili, niente di più.
- Utensili, eh?
- Sì, utensili che ho usato perché ero stupida.
- Questa non l’ho capita.
- Ti spiego. Avevo finito per sospettare che tu stessi con me solo per i miei soldi e quindi architettai uno stratagemma per esserne sicura. Così portai a casa Corrado quella sera, pensando che gli avresti spaccato la faccia o che te ne saresti andato sbattendo la porta. Invece restasti lì a guardarci senza fare nulla. Non l'avrei mai creduto. Mi hai spezzato il cuore. Quando la mattina successiva ti trovai ancora in casa ne ebbi la prova. Non mi amavi. Stavi con me solo per i soldi. Dopo Corrado tutti gli altri furono solo un modo per vendicarmi della tua mancanza d’amore mostrandoti la mia mancanza di rispetto, il mio disgusto nei tuoi confronti. Li sceglievo apposta extracomunitari e neri per farti incazzare ancora di più. Quando te ne andasti, però, capii che non m’importava che tu volessi me o i miei soldi: il fatto era che mi ero innamorata perdutamente di te e ti volevo con me ad ogni costo. Da quando mi hai lasciata la mia vita è un disastro. Non ho fatto altro che seguirti, presenziare a tutti i tuoi incontri, nascosta in fondo in modo che non mi vedessi. Mi piazzavo davanti a casa tua cercando di immaginare cosa stessi pensando, come avresti portato avanti la tua vita senza di me… Ho persino affittato un ufficio davanti a casa tua per starti più vicino… Non posso vivere senza di te, Davide. Non ce la faccio. Non m’importa se stai con me solo per i soldi. Ti voglio, Davide! Ho bisogno di te, ti supplico. Torna da me!
Note finali:
Lascio questo racconto volutamente senza un vero finale. Chissà che qualcuno degli altri autori non voglia scrivere un secondo capitolo...