i racconti di Milu
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Le cose facili mi annoiano

È una sera come tante. Anzi, peggio. Perché è venerdì sera, sono a lavoro, e ne sto facendo veramente poca. Un venerdì sera spento, vuoto. Odio questi momenti morti perché, davvero, non ti passa più e non si fa mai l'ora di andarsene a casa. Non puoi fare nulla se non star lì e aspettare... e aspettare... e aspettare. Questa sera tutti preferiscono mangiare dalla cucina, non uno che prenda una cazzo di pizza.
Sono seduto al tavolo del personale accanto all'ingresso quando la porta si apre ed entra altra gente. Un gruppetto di cinque. Vedo le cameriere che si danno da fare per dar loro il benvenuto e penso che, in questo istante, mentre le guardo correre, mi stiano odiando. I cinque ragazzi vengono fatti accomodare. Torno dietro al banco della pizzeria e mi invento qualcosa da pulire e metter in ordine.
La porta si apre ancora, sento la voce del caposala:
«I tuoi amici sono andati di là.»
Dalla posizione in cui sono non riesco a vedere l'ingresso, ma sento una voce femminile, giovane, rispondere. L'accento è chiaramente del sud.
«Amici? No no guardi, sono da sola.»
«Ah mi scusi. Prego allora, si accomodi pure.»
Ed ecco che, dal nulla, spunti tu. Ci metto un attimo ad associare il tuo viso, la tua fisionomia reale a quella delle foto. Soprattutto perché dovresti essere a non so quante centinaia di chilometri di distanza da qui. Sto per sorridere come un cretino innamorato, ma poi penso che non sia possibile. Tu vivi a... bho... da qualche parte in Sicilia, dall'altra parte dell'Italia. Mi sorridi con fare distaccato e te ne vai al tuo tavolo.
Io torno indietro ad un mese fa con il pensiero, a quando, dopo aver letto il mio "Inferno & Paradiso", decidesti di scrivermi la prima timida mail di complimenti. È così che iniziammo a sentirci. Prima qualche parola di cortesia, scambio di opinioni piuttosto formale. Poi i toni, mail dopo mail, diventarono sempre più "intimi" e confidenziali. Ci siamo "presentati", anche se il tutto è avvenuto sempre virtualmente. Inutile (forse no) dire che, alcune volte, arrivai a casa ansioso di aprire la casella di posta per leggere la tua risposta. Tu non lo saprai mai. O non lo avresti saputo, se io non avessi scritto questo racconto.
Niente FB, tu non ce l'hai, non lo vuoi. E allora Skype. Erano mesi (se non anni) che non effettuavo il login. E così ogni momento diventava buono per collegarsi e chattare per ore. E si scoprirono un sacco di cose. Come, ad esempio, che la vediamo in modo simile su molti, tanti, troppi punti.
Le "chattate" proseguirono, allungandosi ad orari assurdi come le tre o le quattro del mattino. Per fortuna esiste il caffè e qualcuno ha inventato gli energy drinks. Più volte il discorso arrivava al punto morto "ma se ci vediamo e non ci piacciamo?" (Nota: volutamente sgrammaticato).
«Probabilmente resteremo un sogno. E piano piano smetteremo di sentirci.»
L'unica risposta possibile.

La prima foto che mi mandi è una scarpa. La seconda pure. Me ne racconti la storia e la trovo divertente. Poi, come nelle migliori delle tradizioni, arrivano le foto di noi stessi. Come bimbi davanti ad una vetrina di giocattoli, mi sento tornare indietro a quando diedi il mio primo bacio all'allora fidanzatina. Senti il cuore pompare, il sangue scorrere, un misto di eccitazione e terrore che ti pervade le molecole. E ridi.
Mi mandi prima tu le tue. Non ce n'è una in cui tu sia uguale all'altra, ma... beh... devo riconoscere che, qualunque sia la prospettiva, sei davvero carina. Carina forte. Hai un bel sorriso, luminoso. Mi piace la curva del tuo naso. Mi concedo, ti concedo, un commento positivo. Ora si aspetta il tuo. Mando. Non so quante, non le conto. 3? 4? 8? non importa.
«Sei carino.»
Fico. La risposta più neutra ed insignificante che si possa ricevere. Io cerco di restare serio e compunto. Un attimo dopo sono già che sto sfogliando le pagine di internet alla ricerca di un volo o altre vie per venire a conoscerti da persona. Tristemente, mi rendo conto che sarà ardua impresa, se non impossibile, per diversi motivi, non meno il tempo mio scarso libero. Ma d'altronde, come hai detto tu, e come dico sempre io, “le cose facili mi annoiano”.
È così che andiamo avanti per un mese. Ci raccontiamo un po' di noi. Ti dico cosa faccio nella vita, dove lavoro, come e dove vivo, così fai anche tu. Ci raccontiamo dei nostri sogni e progetti, del passato, del presente e del futuro. Potrei andare avanti a raccontare un sacco di episodi di questa nostra conoscenza telematica.
E tra Skype e cellulare, ci sentiamo quasi 20 ore al giorno. Forse qualcosa meno, togliamo giusto quelle poche ore trascorse a dormire.

A quanto mi dici giovedì, questo week end non ti sarebbe stato possibile connetterti su Skype e ci saremmo sentiti solo per cellulare. Venerdì mattina mi avvisi che durante il giorno sei in facoltà a studiare per un esame importante in programma martedì e che avresti fatto fatica a rispondermi. Sento un vuoto circondarmi. Nel tardo pomeriggio mi mandi una foto di te travestita da Harley Quinn.
«Vado ad una festa di Carnevale. Mi sono vestita così per te, così potrai pensarmi finché non torno dall'esame.»
Fantastica.
Per me sarà un venerdì di merda.
Cala il silenzio. Nemmeno la sera ti fai sentire... devo ammettere di avere un certo astio verso il mondo intero in questo momento.

«Allora, Joker, non mi saluti nemmeno?»
Alzo lo sguardo. Tu sei appoggiata lì, coi gomiti, al banco della pizza e mi guardi. Il tuo sorriso con le fossette mi disarma. Resto a fissarti inebetito. Ed è la fine. Subentra il caos nella mia testa e non se ne esce più.
È in momenti come questi che la prossima parola che dirai diventa fondamentale e non ti puoi permetterti di sbagliarla.
«Tu?! Qui?! Che cazzo ci fai?!»
Dentro la mia testa suona un enorme allarme rosso. Ho commesso un grosso errore. Tu mi guardi seria, quasi arrabbiata. E poi sorridi. Un sorriso davanti al quale mi sciolgo come neve al sole. Divento rosso come un peperone.
«E' un bel modo per accogliere chi si è appena fatta una traversata di mezzo mondo per venire da te.»
Arrivano altre comande, ma io ormai sono sconnesso. Arriva il capo che mi guarda, guarda lei. E parte la presa per il culo. Questi sono i momenti che odio. Lui capisce la nostra situazione e mi da il via libera.
In questo momento siamo sotto l'attenzione non solo di tutti i miei colleghi, ma di tutta la sala. Grande!
Ti faccio venire dietro al ristorante tra i commentini generali e le frecciatine stupide dei colleghi.
È tutto così surreale... sembra un sogno. Io cerco un modo per tornare coi piedi per terra.
«Ma...»
Tu mi guardi, sorridi. Siamo fottutamente vicini. Sento il tuo profumo.
«Avresti dovuto dirmi qualcosa. Mi sarei organizzato con le ferie, sarei venuto a prenderti»
Allunghi una mano e mi appoggi l'indice sulle labbra, per mettermi a tacere.
«E perdermi la tua espressione stupefatta? Per niente al mondo! Sei carino vestito tutto di bianco. Tra quanto finisci?»
Guardo l'orologio.
«Tra un'ora e mezza.»
«Bene, ti aspetto allora. Dopo mi mostri casa tua.»
«Aspetti qui? Ti annoierai a morte. Ti do le chiavi di casa mia, almeno stai al caldo, qui è freschino.»
Allunghi il musetto e mi dai un bacio su una guancia.
«No, non ti preoccupare, va bene così.»
Io non ne sono convinto. Provo ad insistere, ma non c'è nulla da fare. Più testarda di un mulo. Ci scambiamo un caldo abbraccio e torno dentro. il Boss mi guarda.
«Cosa ci fai qui? Levati dalle palle!»
Resto un attimo interdetto, ne segue una breve "discussione" in cui vengo comodamente mandato a casa. Pochi minuti dopo siamo per strada, a camminare, uno accanto all'altra, diretti verso casa mia. La tua borsa ora la sto portando io. Ci vogliono quindici minuti buoni per raggiungere la mia tana. La maggior parte dei quali li passiamo in un imbarazzato silenzio. Tento un paio di volte di romperlo, ma mi sento un perfetto idiota. Alla fine ripieghiamo sul tuo viaggio, sulla follia commessa e tutto il resto. Scopro così che, inaspettatamente, avrò ospiti per tutto il week end. Non mi dispiace affatto la cosa.
Finalmente arriviamo. Appoggio la borsa e ti faccio fare il giro turistico di queste quattro mura. Ti mostro il bagno. Mi dici che ti piacerebbe poterti togliere di dosso la polvere del viaggio. Nessun problema. Tutto a tua disposizione.
Faccio per andare a prenderti il mio accappatoio di riserva, ma qualcosa mi tiene li. Ci guardiamo fissi negli occhi. Un attimo dopo le nostre bocche si incrociano, le lingue si cercano, si intrecciano, giocano l'una con l'altra. Sento il calore del tuo corpo contro il mio. Le mie mani ti accarezzano, scivolano sulla tua schiena, sulle tue spalle. Scendono lungo i fianchi, giro attorno ai tuoi seni, scendono sulla pancia, arrivano al ventre. Dove finisce la tua maglia.
Qui inizio a giocare. Mentre il bacio non si interrompe e ti spingo lentamente contro il muro, le mie mani scivolano sui tuoi fianchi, oltre il bordo della t-shirt, a diretto contatto con la tua pelle e salgono. Massaggio la tua schiena, salendo fino al gancetto del reggiseno e, con un gesto semplice, lo apro. Non vi è nulla di sbagliato in ciò che stiamo facendo. Sollevo la tua maglia, alzi le braccia, ti svesto. Le nostre bocche si staccano il tempo minimo necessario a svestirti. Il reggiseno salta via un istante dopo. I tuoi seni ora sono lì, liberi, a mia disposizione. Vengono stretti dalle mie mani, i capezzoli sono accarezzati, stretti, coccolati.
Allo stesso tempo sento le tue mani su di me, che mi esplorano, mi toccano e mi accarezzano.
La mia maglia finisce a far compagnia alla tua. Mi stacco da te e ti osservo.
«Mi piaci.»
Mi sorridi. Questa volta i miei baci vanno al tuo collo. Piccoli morsi, decisi, che ti fanno venire i brividi. Tu alzi il mento, chiudi gli occhi e ti lasci andare al piacere. Allungo una mano. Tra le tue gambe.
«Non adesso, dopo.»
L'acqua inizia a scrosciare, lasciamo che si scaldi. Le mie mani scivolano sui tuoi fianchi, lungo il bordo dei jeans, fino al bottone. Poi è il turno della cerniere ed ecco che iniziano a scendere. Resti solo con il perizoma nero, molto anonimo ma con un che di sensuale che... mi inginocchio davanti a te e la mia lingua scivola sul tuo sesso, sopra il tessuto dell'intimo. Sento il tuo sapore. Mi piace. Di nuovo, e ancora.
La volta dopo ancora, con un dito, scosto appena il tuo indumento e la mia lingua sfiora la tua pelle. Sento i brividi percorrerti il corpo.
È ora di toglierti tutto e spingerti dentro la doccia. Si, io sono ancora mezzo vestito, ma in questo momento è l'ultimo dei miei pensieri. Una volta sotto l'acqua tu ci metti nulla a svestirmi.
È tutto così veloce... mi cingi il collo con le braccia... ti spingo contro la parete... le nostre lingue che si intrecciano... i nostri sessi che esprimono piacere... mi abbasso... e mentre mi rialzo scivolo dentro di te in un unico movimento di puro piacere, pura lussuria. Tu spalanchi la bocca, io ti copro di baci.
Da principio i nostri movimenti sono lenti, misurati. Entro in te centimetro per centimetro, lentamente, mi gusto ogni singolo istante. Sono dentro di te, affondo. Godiamo. Inizio a muovermi, dentro e fuori il tuo sesso. Ogni istante è un momento di puro piacere. I movimenti accelerano, il piacere sale, ci pervade. Io godo di te, tu godi di me. … un rapporto intenso, profondo, appagante. Le nostre lingue continuano ad intrecciarsi mentre il piacere, dopo il suo apice, scema. L'acqua scivola sopra di noi, sulle nostre pelli, come se fosse essa stessa una fonte di piacere.

E restiamo lì, abbracciati in un lungo, eterno attimo.



Ho finito adesso di scrivere il racconto “Perché le cose facili mi annoiano”. E l'ho fatto mentre sono in chat con te. Il buon vecchio riesumato contatto Skype... inizio a sentire la stanchezza della serata. Guardo l'ora. È decisamente tardi... e anche i tuoi occhietti, come dici tu, iniziano a chiudersi. Sto cercando di scrivere il più velocemente possibile. Ti chiedo di aspettare, che ho una sorpresa per te.
Verso la fine tu non ce la fai più e decidi di stenderti a letto. Continuiamo a sentirci per SMS.

«... Lungo, eterno attimo.»

Punto. Stop. Fine. Racconto finito. Apro la mail, lo allego e te lo mando. Nello stesso istante ti mando un messaggio.
«Ho finito il racconto, te lo sto inviando. Però devi fare una cosa.»
Tu mi rispondi subito.
«Cosa?»
«Quando inizierai a leggere devi iniziare a toccarti. E continui finché non arrivi all'ultima parola. Se ti è piaciuto, vieni. Altrimenti ti fermi. E poi mi mandi un SMS e mi dici solo se sei venuta o meno.»
Ne segue qualche messaggio in cui non sei propriamente convinta, ma alla fine accetti. Cala uno strano silenzio. Sapere che sei sveglia, che stai leggendo il mio racconto e che ti stai toccando crea in me uno stato di eccitazione notevole. Vorrei sapere ogni tuo minimo gesto, vorrei essere una moschina per essere lì e guardarti senza che tu lo sappia. O magari ben sapendo che sono lì con te. I minuti passano, il silenzio resta. Cedo.
«Ti sei addormentata? :D»
«Scemo! Stai buono! ;)»
Ok. Non posso fare altro. Resto in silenzio e aspetto. Mi metto comodo nel mio lettone e guardo il soffitto, pensando a te e a questa bella situazione. Sarebbe bello averti qui, guardarti ed essere io a toccarti.
Dopo eterni attimi, il cellulare si illumina e la suoneria di “Baby – Serj Tankian” mi avvisa della news.
«Nuovo messaggio ricevuto.»
Fisso il monitor indeciso. Era una vita che non mi sentivo cosi. Da una parte sono curioso/ansioso di leggere il tuo messaggio. Dall'altra... se la notizia ricevuta non dovesse essere qualche desiderata?! Pazienza. E apro il messaggio.
«Venuta. E aggiungo che mi sembrava quasi di averti qui... di sentire le tue mani... i tuoi baci... di averti.»
Credo che in quel momento il mio cuore abbia perso un battito. Sorrido. La risposta è andata oltre le aspettative. Scambiamo qualche messaggio e poi faccio partire la seconda parte del piano.
«Tesoro, adesso vorrei che mi scrivessi una mail e mi dicessi come, dove, quanto ti sei toccata. Tutto insomma.»
Tu sei scettica, mi chiedi cosa voglio farne... e io ti rispondo:
«Un esperimento, devi fidarti di me.»
Quasi scontata la tua risposta.
«Faccio bene?»
«Il diavolo dice si, l'angelo dice no. Io dico fai quello che ti senti, ma più dettagli mi dai, migliore potrebbe essere il risultato finale.»
E se ora state leggendo queste parole, avrete già capito che mi ha scritto tutto. E che sto scrivendo la terza parte del mio “esperimento letterario”.
La mail che mi hai mandato è tra le cose più eccitanti con cui abbia mai avuto a che fare.

«Ho fatto come mi hai chiesto.
Ho iniziato ad accarezzarmi sugli slip più o meno al punto in cui hai scritto "Allora Joker, non mi saluti nemmeno?"
Mi ha fatto ridere. Grazie.
La mia mano è scesa lentamente tra le mie gambe e lentamente mi sono accarezzata sugli slip.
Mi sono accarezzata così a lungo, è piacevole. Mi fa sentire bene, mi fa aumentare il desiderio. Sento che divento umida. Mi piace. Si, mi piace da morire.
Mi sono toccata gustandomi ogni attimo di lettura, ogni parola che hai scritto, fino in fondo.
Poi ho scostato gli slip, da un lato, e ho passato un dito sulla mia fessura. Ero parecchio bagnata.
Ci sono scivolata sopra un'altra volta... e poi ancora... e ancora... non so quante volte... senza penetrarmi.
Raccoglievo i miei stessi umori con il dito e li trascinavo sul clitoride. Era gonfio. Così ho iniziato a massaggiarlo. Lo facevo piano, lentamente, per gustarmi ogni istante. Sentivo i brividi salirmi su per la schiena. Ti ho desiderato.
Poi, scendendo, ho fatto entrare un dito dentro di me, dentro il mio sesso, su per la fessura. Mi son penetrata piano, lentamente, ma decisa, mentre con gli occhi scorrevo ogni singola parola, la leggevo e rileggevo. E mi toccavo. E godevo. Godevo del tuo racconto.
Te l'ho già detto.... ho avuto come la sensazione di sentire le tue mani sul mio corpo... la tua bocca su me... il tuo sesso... dentro me.
Pensavo a questo mentre mi massaggiavo anche il clitoride... e sono venuta.. sono venuta bagnandomi anche troppo.»

Mentre leggo la tua mail, e persino ora che scrivo, non posso non immaginarti lì a toccarti, la tua mano che scivola sulla tua pelle, delicata, morbida, sensuale... e terribilmente eccitante. Ti penso mentre mi ti dai piacere, usandomi come tramite.
Ogni tanto alzo lo sguardo sul riquadrino di Skype che ti mostra in tempo reale. E penso al tuo viso abbandonato al piacere.

E sì, tu mi piaci. E vorrei essere lì.

Ti vedo. Mi vedi. Sai che sto scrivendo, ma non sai cosa. Vuoi leggere, ma anche io voglio qualcosa da te. Ora giochiamo.

«Sbrigati a finire.»
Mi dici.
«Se lo vuoi leggere, sai già cosa devi fare.»
«Cosa?»
«Pensaci.»
«Come l'altra sera.»
«Centro.»
«Sei un infame, fottiti.»
«Allora? Accetti lo scambio?»
Vedo il tuo viso sorridere, divertita.
Note finali:
Questo e altri racconti:
roninmoonlight.blogspot.it