i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Piena fantasia. ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale...
Era una notte come tante in una città come troppe. Solita nottata in BIANCO! Non che poi cambiasse più di tanto dagli ultimi cinque anni.... "Dio...", pensai, "A malapena ricordo come è fatta una donna...".
Il Bar ne era pieno, ma per mia sfortuna era anche pieno di tizi che mi superavano quanto a pettorali, eleganza, ecc. Non era un duello equo. Per niente. Mi scolai l'ennesimo te freddo al limone, iniziando a pensare alla possibilità di rompere il ciclo di esenzione dalla consumazione di alcolici e di concedermi un coca e rum... Stavo per mettermi ad urlare. Non per la scarsità di donne o per la concorrenza sin troppo pesante, no. Era invece dovuto a un sentimento assurdo, la netta, assoluta, inconfondibile percezione di essere fuori posto. Avevo davanti ragazze di quasi ogni etnia possibile e immaginabile. Nessuna che si fermasse a pensare anche solo a me: l'impermeabile indossato come un mantello, seduto al tavolo in angolo del locale.
E io avevo sinceramente smesso di provarci: la sera prima mi ero beccato un paio di vocaboli belli pesanti per una battuta che la ventiquattrenne, occhialuta, bionda, con un seno apprezzabile e un sedere da sballo, non aveva compreso.... Stavo sinceramente ponderando l'idea di tornarmene a casa. Erano appena le dieci e quarantasette minuti. -In bianco...-, sussurrai, sperando di allontanare l'anatema che si era abbattuto sulla mia vita sessuale.
Rimasi a contemplare la porta, facendo una summa della mia vita. ventisettenne, privo di una ragazza o anche solo di una sveltina senza impegno da circa cinque anni, confinato in un monolocale. Ma cosa stava succedendo? Cosa mi aveva spinto in quel locale? Presi ad ascoltare il mio respiro. Nonostante praticassi la meditazione, non lo facevo per trovare pace ma solo per procrastinare e lo sapevo. Attendevo che qualcosa,qualunque cosa, desse un pizzico di vita alla serata.

D'un tratto la porta si aprì. Visione fenomenale emersa dalle nebbie della disperazione, la giovane donna dalla carnagione color ebano avanzò nel bar. Non fui certo l'unico a notarla, nè l'unico a magnificare il sedere fasciato dai jeans, abbondante ma non eccessivo, il volto, meravigliosamente sottile, come cesellato, o il seno non particolarmente grande ma comunque discreto, contenuto dalla maglia. Non ebbi alcuna fatica a figurarmi le sue curve sotto gli strati di tessuto. D'altronde, neppure gli altri avventori di sesso maschile del bar (e anche qualche donna, diciamolo) non poterono fare a meno di contemplare quella bellezza. Lei, apparentemente indifferente, marciò verso il bar, mostrando i capelli sciolti lisci sulle spalle. Il mio membro incominciò a svegliarsi dal torpore. La bella andò al bancone, ordinando d'autorità qualcosa. Subito gli altri maschi le furono addosso, contendendosela. Io, forse consapevole dell'impossibilità di competere, rimasi fermo. Bevvi l'ultimo sorso di tè, cercando di decidermi se ordinarne altro o no. Procrastinai, di nuovo.
All'improvviso mi accorsi che molti avventori erano tornati a sedersi o a guardare il microschermo televisivo all'angolo del locale. La barista li guardava come con compatimento e la bella statuaria d'ebano continuava a bere il suo Mojito senza dare segno di vita. Se non fosse stato per il progressivo svuotarsi del bicchiere, l'avrei detta una statua. Per un solo istante, mi concessi di sperare. Speranza vana: aveva respinto tutti gli altri, impietosamente, nessuno escluso. Aveva schiantato al suolo le aspettative dei predatori alfa del locale. Chi ero io per provarci con una come lei? D'un tratto si alzò dalla sedia. Di certo per andarsene a casa, pensai, sprofondando nello sconforto. Non feci a tempo a considerare le altre possibilità che si sedette. A un tavolo di distanza da me! UN FOTTUTISSIMO TAVOLO DI DISTANZA!
Pensai di provarci ma, improvvisamente capii. Tutti gli altri erano stati scartati senza misericordia per una sola ragione: la loro insistenza, i loro pettorali, le lauree, il bell'aspetto... a quella donna non sembrava importare questo. Le interessava qualcos'altro: qualcosa che io possedevo, ironicamente, in grande, enorme abbondanza.
L'indifferenza, la pazienza del predatore.
O dell'illuso deluso, nel mio caso.
Annuì al nulla, pensando che non avevo comunque nulla da perdere: l'orologio segnava le 22:59. Anche volendo tornare a casa, un'occasione così non sarebbe mai riapparsa. Estrassi con un gesto misurato un giornale. Presi a leggerlo. Il ragno prese a filare la tela... Passarono i minuti. Ordinai un'acqua minerale. Credo che metà del locale mi abbia guardato male in quell'istante... In quella metà non c'era la superba femmina che, seduta al suo tavolo, metteva in mostra il seno, inquadrato in una camicetta che teneva sotto il maglione. A giudicar dal suo comportamento e dallo sguardo avevo davanti una predatrice e una meretrice...
Una vera troia.

L'acqua arrivò a dar sollievo alla mia sete. Il mio pene invece stava urlando la sua disperazione. Rimasi calmo, costringendomi ad attendere. La tipa beveva con quella sfrontatezza assoluta, tipica delle donne che vogliono una notte brava. Sentii i suoi occhi su di me. Mi costrinsi a non rispondere ai suoi segnali. Una, due, tre occhiate. La giovane pareva realmente interessata a me. Non potevo, non dovevo perdere. Sorrisi maleficamente, occultato dal giornale. Rumore di passi, tacco 12 sul terreno. La danza della vedova nera è cominciata. Passò distrattamente davanti al mio tavolo per buttare un fazzoletto, o qualcosa del genere. Continuai a fissare il giornale mentre ogni singolo esemplare maschio di Homo Sapiens Sapiens (anche se molti ormai erano irrimediabilmente Erectus) si girava verso la stella del locale. Un quintetto di donne di varia estrazione sociale, etnica e politica uscì dal quadretto. Due lesbiche si baciarono senza troppo pudore, probabile disperato tentativo di riguadagnare un po' d'attenzione. La barista le guardò con compatimento. La scena è tutta per quella. Finalmente abbassai il giornale. Lei mi stava osservando nel momento in cui abbassai il Corriere, appena capì di essersi esposta, tentò di riprendere una posa da indifferente. Inutile: ormai era andata. Commenti piovvero riguardo il risultato di una partita di calcio (che io non guardavo nè guardo ad'oggi). Un biondo e un tizio dai capelli da metallaro vennero quasi mani. Il biondo uscì, facendo plateali gesti di somma antipatia universalmente noti. Io e la vedova nera siamo concentrati solo sulla nostra partita di scacchi. D'un tratto compresi che rischiava di perdere interesse e decisi: o tutto o niente. Mi alzai. Andai al bagno, urinai (non ne avevo realmente bisogno ma, dato che ero lì...), mi rimisi in ordine, tornai al posto. I nostri occhi si incrociarono. Lo sguardo di lei era una muta domanda. "C'è posto nella tua notte per una tigre, leone?". Il mio sguardo era indifferenza e curiosità, sentimenti che lasciavo trapelare in maniera studiata. Presi la borsa e uscii, lasciando le monete sul tavolo. Mentre la barista si affannava a raccogliere il tutto, mi resi conto che la bella nera mi seguiva ancora. Ora entrava in atto la fase finale del grande piano. Intanto, il mio pene si era trasformato in una picca di ferro... Non dovetti attendere molto. Ero fuori a guardare il panorama e lei arrivò, i tacchi che sbattevano sulle pietre. Mi avvicinò con calma, la prudenza di una tigre che si prepara ad azzannare alla gola la preda.

-Sì?-, chiesi io con calma studiata appena la ebbi accanto, -La conosco?-.
Lei sorrise, gli occhi che erano biglie di ossidiana, la pelle bruna del viso che faceva da splendida cornice ai denti bianchi, il naso piccolo, ben fatto davvero. -No, ma sarei lieta di presentarmi... Katherine.-, rispose lei. Mi porse la mano. Un disperato tentativo di tregua. La feci attendere un solo secondo, che a lei dovette sembrare un secolo, prima di stringerla con la mia. Annusai per qualche istante il suo profumo, un misto di qualche essenza da donne molto costosa e l'aroma naturale della pelle africana, o domenicana, in quel caso. -Alex.-, dissi, presentandomi. Lei cercò di recuperare un po' di controllo sulla situazione ma era chiaro che, se io ero eccitato, lei doveva esserlo di più... -Lei fuma?-, chiese Katherine, cercando di recuperare una parvenza di contegno. Mi offriva una sigaretta, il nettare dei dipendenti da nicotina. Non era il mio caso. -No, grazie.-, dissi sorridendo. Sorridendo a sua volta, s'infilò una paglia tra le labbra e l'accese. Nella mia immaginazione vedevo quelle stesse labbra stringersi attorno a una parte del mio corpo che in quel momento gridava vendetta per cinque anni di astinenza. Ma dovevo assolutamente fare con calma. -Tutti mi si sono gettati addosso, nel locale.-, iniziò lei strappandomi alle mie riflessioni. Il maglione non poteva nascondere le sue forme. Non aveva un grammo di grasso..., -Perchè lei no?-, chiese sbuffando una nuvola di fumo. -Lo vuole davvero sapere?-, chiesi io. -Sî.-, rispose lei, senza esitare. Non bastava: stava cedendo ma dovevo portarla al limite. Cinque anni sono troppo per uno come me. -Davvero?-, chiesi ancora. Come per intimidirmi, lei avanzò di un mezzo passo verso di me. Non era abituata a dover pregare, era la predatrice nel suo ambiente e lì aveva smesso di esserlo da troppo. -Sta forse prendendosi gioco di me? Sî, voglio sapere perchè?-, chiese ancora lei. Nel calmo silenzio della sera potevo sentirla respirare pesantemente. Una donna eccitata che aspetta un maschio...
Ma non il primo che passa.
Una troia selettiva.

-Allora?-, chiese lei. Sentivo che la rabbia stava montando. Con sicurezza piantai il mio sguardo nel suo. -Ci sono due categorie di persone, Katherine. Quelle che si mettono in mostra e quelle che non lo fanno.-, spiegai. -Ma perchè...-, era confusa, glielo si vedeva in faccia. Dimentica della sigaretta, aveva preso a fissarmi, con trepidazione. -Facciamo quattro passi.-, dissi. Mi avviai senza aspettare il suo consenso. Lei prese a seguirmi. -Mi scusi ma... non capisco.-, disse confusa e decisamente in panico. -Diamoci del "tu", ti prego. Mi fa sentire vecchio, il lei.-, dissi io, -Ho solo ventisette anni...-. Lei sorrise. -Ok... anche io sono relativamente giovane, verso i ventisette ma non mi hai risposto.-, disse, evidentemente in difficoltà. La predatrice è caduta nella rete, pensai.

Senza parlare, le presi la sigaretta, mandai affanbagno tutte quelle stupide regole e feci un tiro. Prima che potesse opporsi, le soffiai il fumo sul viso. Lei mi osservò, in bilico tra una rabbia gelida e le lacrime. Mi sentii dio per qualche istante prima di baciarla. Era talmente scioccata che ci mise ben due secondi a rispondere al bacio. Io intanto esploravo la sua bocca con la mia lingua. Lei fremette quando le misi una mano sulla nuca, costringendola a continuare il bocca a bocca. Quanto tempo che non limonavo... La via attorno a noi era deserta, completamente vuota... Mi staccai da lei ansimando. Katherine era nel mio stesso stato. -Capisci, ora?-, chiesi con un sorriso. Lei si leccò le belle labbra. -Oh sì....-, fece. La presi per mano, conducendola sino al mio monolocale, pochi passi più in là. Ridevamo come ubriachi baciandoci. Le mie mani presero a palpeggiarle le natiche. Katherine gemette, infilandomi una mano nei calzoni. Entrai sotto la camicetta e il maglione, trovando conferma di quanto già sapevo: non portava il reggiseno. Le sue tette accolsero la mia mano fremendo. -mmmmh...-, mugolò lei mentre aprivo la porta di casa. Aveva preso a segarmi con una mano, reggendosi a me, come ubriaca con l'altra. Attraversammo il corridoio che portava al mio letto, una piazza e mezza di relax, spogliandoci alla velocità della luce. Il suo maglione e i miei calzoni non arrivarono oltre i primi due passi dentro casa. Le mie scarpe resistettero sino alla porta del bagno. I suoi pantaloni e le sue scarpe arrivarono sino alla cucina. Portava un tanga blu che si volatilizzò con la rapidità di un pensiero, così come le mie mutande. La bloccai contro un muro, nuda come mamma l'aveva fatta. Una frase in sanscrito le attraversava il busto dalla spalla destra al collo. Non ero interessato a sapere cosa volesse dire. Ero troppo preso nel metterle una mano tra le gambe. -Sei un lago...-, mormorai mentre ci baciavamo. Lei sorrise, i bei capelli come una colata di inchiostro sulle spalle. -Anche tu mi sembri bello eccitato...-, sussurrò prima di chinarsi e ingoiarmi il pene. Prese a farmi un pompino da primato, con espressioni facciali e tutto, come se fosse una pornostar. Rischiai di godere e la fermai appena in tempo. La gettai sul letto, mentre lei osservava appena la mia stanza; qualche libro, un set di katane giapponesi, una libreria di fumetti. Non fece commenti, tant'è che non ne avrei ascoltati: mi immersi tra le sue gambe dopo che lei mi diede il via libera, in quanto era pulita da AIDS e quant'altro, roba che oggigiorno è sottovalutata di brutto... La sua fica era scura e depilata fuori ma caldissima, umida e rosa dentro. La penetrai con la lingua, dopo averci infilato due dita per qualche minuto. Persi anche a strizzarle i capezzoli e a torturarle il clitoride. Lei urlava di piacere, stava gridando. Grazie al cielo che la stanza l'avevo fatta insonorizzare... -Sî... ti prego, lecca tutto! Fammi godere come una troia.... Sî!-, stava urlando. Intanto avevo appurato che era dei Caraibi: il suo odore era più dolce di quello delle africane... non che importasse: era la prima scopata che facevo da tanto. Bastava quello. -mmmmmh,,,-, fece quando la feci godere per la prima volta. Succhiai tutto il suo piacere mentre lei, mettendosi a 69 aveva preso a succhiare me. La lasciai fare prima di ordinarle di fermarsi. Intuendo cosa volessi, si mise a pecorina, a carponi sul letto. Mi disse che aveva la pillola, che non rischiavo niente, ecc ecc. La penetrai, prendendola con forza per affondare di più dentro di lei. Lei gridava di piacere, una vera sirena... Le presi i capelli, tirandoglieli. Godette di nuovo. Uscì da lei. Volevo godere in un'altro posto. -Cosa fai?-, mi chiese. Le spalancai l'ano, divaricando le natiche, insensibile ai suoi falsi lamenti. La sodomizzai senza pietà.- Così impari, troia!-, dissi. -Sono la tua troia... di più...-, gemette lei, presa dal godimento. Le assestai una sonora sculacciata. Iniziai a muovermi dentro di lei sempre più. Lei s'inarcò, mormorando oscenità in spagnolo. Stavo venendo e volevo venire in un'altro posto. -Vienimi in faccia!-, implorò lei, totalmente uscita di senno. Mi aveva letto nel pensiero. Le avvicinai il pene al volto, pochi scrolloni da parte sua e venni con uno schizzo colossale che le inondò il volto e impiastricciò i capelli. Sorrise. Rimanemmo intontiti dallo scarso aflusso l' Presi rapidissimo un pennarello dal comodino, usavo quel pennarello indelebile fine come segnalibro, ma ora... Scrissi il mio numero sull'interno coscia di Katherine. -Hai un ragazzo?-, chiesi. -Io... Sì.-, disse dopo una breve esitazione. I ruoli si erano rovesciati: io il padrone, lei la schiavetta. -Da ora non più.-, dissi perentoriamente, -Te ne andrai a casa così come sei, con solo la camicetta, i calzoni e le scarpe. Non ti pulirai la faccia e io mi terrò il tuo bel tanghino...-. -Ma io vivo ancora con i miei e,,, mio padre è fuori ma mia madre...-, gli occhi della bellezza tropicale si riempirono di lacrime. -Prendere o lasciare.-, dissi io, consapevole di quanto fosse dura una scelta del genere, -Considera che, se accetti, le cose si faranno molto, molto interessanti. Se rifiuti, io non ho problemi a rifarmi una vita.-. Era un mezzo bluff ma Katherine non sapeva. Almeno non ancora.

Attesi qualche secondo. Pazientando. La fissavo negli occhi, spietato. Non avrei ceduto e nemmeno lei voleva cedere. Le passai la mano dal collo al seno, strizzandolo all'improvviso. Pur lasciando andare una smorfia di dolore, lei non proferì parola.
Dura a cedere...
-Immagina per un'istante. Quanti locali ancora dovrai girare per trovarne uno come me. Perché so cosa cercavi: uno che non ti prendesse per un pezzo di carne. Uno che non stesse al gioco. Magari lo troverai, ma sarà un damerino, un fantoccio. Tu non vuoi questo. Per quanto lo sentirai orribile da pensare e da dire, tu, Katherine Sei.Una.Troia. E fidati. Non vuoi una vita normale... neanche io la desidero. Ora scegli pure.-, sussurrai al suo orecchio mentre piantavo tre dita nella sua fica aperta. Lei sussultò, ancora non so se per la frase o per le dita ma si alzò e disse che le serviva un po' di tempo. Se ne andò come avevamo convenuto. Sorrisi, afferrando la Katana ed estraendola. I prossimi giorni si sarebbero rivelati... interessanti. Contemplai la lama per qualche secondo, cercando come un riflesso della purezza di cui quelle lame erano investite secondo le leggende. Purezza che in quest'epoca non esiste più. Ne io ne Katherine eravamo puri ma ero certo che la mia vita, dal punto di vista sessuale sarebbe stata purificata. Oh sì... Mi rimisi le mutande e mi gettai a letto, stringendo il tanga di Katherine, attendendo che chiamasse. L'avrebbe fatto. Ed ero molto, molto paziente.
Note finali:
È il mio primo racconto. Esprimetevi pure all'indirizzo email: aleeessandromordasini@gmail.com