i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Pensieri in libertà di un ragazzo normale e di un autore a tempo perso.
Chi mi conosce nella realtà, mi considera il prototipo del bravo ragazzo. Quello che non beve, non fuma, non fa uso di droghe, e così via. Anche un po’ noioso e perfettino, estenuante nelle sue elucubrazioni e, spesso, irritante nel suo modo ironico, cinico di rapportarsi. Uno testardo e che ha un’opinione per ogni cosa. Tuttavia, al di là di quando lo faccio per gioco, non mi piace prevaricare le idee degli altri. Credo profondamente che ciascuno sia libero di averne di proprie, per quanto in contrasto con le mie. Le etichette di “giusto” o “sbagliato” non sono quasi mai oggettive, e non vanno trattate come tali.
Dicevo del bravo ragazzo. Questa è l’idea che più o meno tutti hanno di me. Paradossalmente, anche le conoscenze meno ortodosse fatte su Milù. E ci ho provato a fare lo “stronzo” nella mia vita. Perché, c’è poco da fare: “stronzo” è figo nella nostra società malata. Se sei un insensibile, che agisce per i propri interessi senza curarsi dei sentimenti degli altri, dell’altrui dignità, non vieni emarginato. Vieni divinizzato, adorato, idealizzato. Sono caduto più volte in questa trappola, nel voler essere così per scoprire cosa si prova. E, per un po’, mi riesce anche di farlo. Solo che, successivamente, la mia mente si ribella a tutto questo. Si ribella perché, se non sei un vero “stronzo”, non riesci a fingere di esserlo senza sentirti sporco dentro. Dopo un po’, se hai dei sentimenti, un cuore, tutto questo viene fuori. Ed è lì che i progetti s’infrangono come onde contro una diga invalicabile.
Dietro il bravo ragazzo, poi, e in un contrasto che persino io fatico a spiegarmi, c’è il me-autore. Si, perché, in fondo, sono un autentico porco. Inutile usare giri di parole, è così. Ma non il genere di porco da film o giornaletti porno. Non ho mai avuto né gli uni né gli altri, figuriamoci. No, semplicemente, a me piace eccitare. Mi piace entrare nella mente della “mia donna” e creare scompiglio. Intuire quelle che sono le sue voglie, i suoi desideri, le sue fantasie, anche quelle che non ha il coraggio di confessare neppure a sé stessa. Stimolarla e coinvolgerla fino a fargliele accettare e sputare fuori, fino a sentire la sua voce spezzata dall’emozione mentre ne parla, il suo corpo fremere al pensiero di realizzarle. Fino a goderne insieme, senza limiti, senza freni, senza inibizioni.
E mi piace gestirlo questo “potere”. Il sesso non è una vuota corsa verso l’orgasmo, ma un percorso da affrontare rispettandone i tempi, le soste, le lente salite e le rapide discese. Non ho usato a caso il termine “mia donna” prima. Credo profondamente in quell’aggettivo. “Mia”. Quell’affinità, quell’affidarsi l’uno all’altra, la ritengo fondamentale. La “mia donna” permette a me, e soltanto a me, di entrare nella sua testa. I suoi pensieri sono solo per me, come i miei solo per lei. Diventa quasi un’ossessione reciproca, una continua voglia di scoprirsi, in un mondo a due dal quale chiudere fuori tutti gli altri e nel quale tutto è concesso.
Lì, poi, posso ben fare lo “stronzo”. In senso buono, però. Eccitarla in maniera sottile quand’è in mezzo alla gente, sconvolgerla per farla quasi isolare dal mondo reale, facendola vivere nell’attesa di passare del tempo con me. E, quando ciò accade, farla morire di voglia prima che di piacere. Giocare col suo corpo e la sua mente. Portarla a un soffio dall’estasi e lasciarla sull’orlo del baratro. Fin quando decido che può bastare, fin quando non è sopraffatta, stravolta, pronta a deflagrare in un orgasmo tanto atteso quanto squassante. Non è “dominazione”, come molti ora penseranno. Quella non mi interessa. E’ complicità. E’, per me, piacere di guidare attraverso i tortuosi sentieri dell’appagamento, godere nel donare piacere alla “mia donna”. E, per lei, piacere di farsi condurre alla cieca, piacere di affidarsi completamente a me, di godere, a sua volta, nel sapere che questa intimità è qualcosa che mi eccita. Che questo sentirmi unico, fondamentale, centrale nella sua vita e nella sua mente, è l’unica cosa che realmente mi manda fuori di testa.
Altro che proprio non mi interessa sono gli “strumenti”. Penso che due corpi abbiano già di per sé quanto necessario per donarsi reciproco piacere. Sono un cultore dell’esplorare un corpo con ogni parte del proprio corpo. Del sentirne la consistenza, il calore, l’odore, il sapore. Del conoscersi a fondo. Dell’imparare a toccare le giuste corde per far vibrare la “mia donna”. Del sapere come stimolarla per creare un’eccitazione latente piuttosto che una prorompente esplosione dei sensi. Farlo con degli strumenti artificiali, a parer mio, porta a perdere qualcosa. Qualcosa di fondamentale che solo un contatto pelle a pelle può offrire.
E, probabilmente, questa mia ricerca di una totale esclusività fa venir fuori quello che è il mio difetto più grande. Il diventare, quando sono profondamente coinvolto, un inguaribile paranoico. E’ talmente elitario, raro, prezioso quello che serve per soddisfarmi realmente, che, quando credo di averlo trovato, ne divento profondamente geloso. Tanto da, puntualmente, rovinare tutto. Eppure, è più forte di me, è qualcosa che sfugge a ogni razionalità, a ogni valutazione critica. Semplicemente, dono dedizione totale e pretendo dedizione totale. Niente sfumature, niente vie di mezzo. O bianco o nero. O sei completamente “mia” o non sei affatto “mia”. E’ la mia utopia.
Alla fine, nonostante il lato nascosto dell’autore, sono un ragazzo normale. Forse più sensibile della media. Sicuramente più “scassacazzo”. Uno che dovrebbe vivere la vita con più leggerezza e menefreghismo, che dovrebbe pensare di meno e smetterla di analizzare e sviscerare ogni avvenimento. Ma che, pur sapendolo, non riesce a farlo, e vive essendo pienamente cosciente dei suoi limiti e dei suoi difetti.
Note finali:
Se volete contattarmi, potete farlo tramite i recapiti indicati nel profilo.