i racconti di Milu
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Quando decisi di lasciarlo, una lancia mi trapassò il costato.
Facevo fatica a respirare.
E perché avrei dovuto, senza di lui?
Ma quella volta aveva superato ogni limite.
Mi sentivo presa in giro, umiliata, tradita.
Avrei scelto me a quel noi precario, ma senza avere la forza di vivermi ancora, da sola, in tutta la mia fragilità.
Allora capitava che nei momenti più angoscianti, per contrastare l’incalzare delle tenebre, mi incidessi la pelle.
Nella parvenza di rateizzare la morte, trasmutavo il dolore dell’anima in quello del corpo.
Cinque tagli per coscia.
Respirai e attesi.
Partii la sera stessa per la capitale: la mia migliore amica mi aveva accennato ad una festa in un locale “un po’ speciale, adatto a te”. Pensai a un rave, e l’idea non mi dispiacque.
Quando mi accolse in casa, mi trascinò in camera sua e allora capii: frustini e corpetti di pelle ovunque.
“Avanti scegli quello della tua taglia, la serata inizia presto”.
Mi offrì da bere accompagnando la preparazione a frasi come “te l’avevo detto, vent’anni di differenza sono troppi, prospettive diverse, abitudini diverse e poi lui è vecchio, e tu sei bellissima e giovane, tanto peggio per lui…”
No, peggio per me.
La bellezza, in quel mare di sofferenze precocissime e solitudini esasperate, non era altro che una beffa: quante volte, col volto rigato di lacrime, mi sono guardata allo specchio dicendo a me stessa: “eppure sei graziosa, non dovresti piangere”.
Mi graffiai mentre era girata, per riaprire le ferite, facendo finta di niente.

Ci trovavamo in fila fuori dal locale quando sentii salire l’alcool.
La mia amica rideva con una coppia di ciccioni pieni di piercing, con lenti a contatto bizzarre.
Per un momento mi sentii spaesata, avvertii i il desiderio di andarmene.
Non feci in tempo ad esprimerlo che lei mi tirò dentro, e la techno mi resuscitò: luci verdi e rosse, uomini belli tatuati, uomini brutti con maschere brutte, gente al guinzaglio, trans in vestiti di lattice.
“vedrai come trovi subito uno che ti fa scordare il nonnino” gridò Lara trascinandomi in pista.
In un battibaleno eravamo circondate da corpi scolpiti a torso nudo che si strusciavano a noi, infilando le mani ovunque.
“Lara basta facciamoci un giro che qua non si può stare” protestai. Lei sbuffò e mi prese per mano. Girammo il locale fino ad entrare in dungeon: un ragazzo stava legando. Rimasi a guardare affascinata dalla prontezza con cui creava nodi perfetti disegnando simmetrie impeccabili sul corpo tonico e giovane di lei.
Fu allora che due ragazzi mi toccarono, uno le natiche, l’altro i capezzoli. Avevano il volto coperto da maschere veneziane. “gioca con noi”, disse uno. Aveva un buon profumo.
Mi accompagnarono alla croce di Sant’Andrea e mi legarono in modo che dessi loro le spalle.
Qualcuno mi slacciò il corpetto e la gonna: ero in perizoma davanti a chissà quante persone.
Uno dei due mi percosse a mani nude la coscia sinistra, l’altro, la destra. Chissà se Lara era rimasta a guardare.
D’un tratto avvertii qualcosa di doloroso colpirmi il polpaccio, qualche strumento che non avevo mai sentito prima. Mi colpì di nuovo, sullo stesso punto e gridai.
La terza fu insopportabile, mi divincolai, gridai più forte, ma c’era musica e forse non sentivano, o provavano gusto nell’ignorarmi.
La quarta mi lacerò la pelle. Piansi, mi divincolai più forte.
Lara non c’era.
Lui non c’era.
Ero sola, mi avrebbero ferita a sangue, e me lo meritavo.
Probabilmente due avventurieri che non avevano mai praticato prima.
Forse il sangue faceva impressione anche a loro, forse si resero conto che non era il caso continuare, e colpirono l’altra gamba.
Il momento di sconcerto e terrore che provai allora è indescrivibile.
Avrebbero potuto continuare così per tutta la notte: se Lara avesse trovato compagnia per me non ci sarebbe stata speranza.
Uno di loro mi strinse troppo forte i capezzoli mente l’altro mi ustionava la schiena con la cera: provai un odio indicibile nei loro confronti “aspettate solo di slegarmi e poi vi ammazzo”.
Quando ripresero a frustarmi, con troppa forza e frequenza, persi la speranza e mi abbandonai a un pianto sommesso e rassegnato.
Allora qualcuno li interruppe.
Forse uno spettatore che si era accorto che qualcosa non andava, e aveva chiamato la sicurezza. Forse Lara, forse un amico di Lara.
Qualcuno alzò la voce, poi una colluttazione: distinguevo il rumore della frusta sulla loro pelle.
Sentii le corde ai polsi e alle caviglie allentarsi, un cappotto lungo avvolgermi.
Ma il cappotto era… il suo.
Mi voltai.
Mi colpì con uno schiaffo, ancora in preda all’agitazione dopo aver aggredito i due.
Poi mi strinse e mi condusse all’auto che ci aspettava fuori.
Fino all’hotel non parlammo. Piansi sul suo petto, rannicchiata nel sedile posteriore, mentre mi abbracciava trattenendo a stento i singhiozzi.
Il suo orgoglio mi faceva quasi pena.
In camera cercò di calmarsi, sapendo che io non sarei stata capace. Balbettai solo un “perdonami”.
Camminava avanti e indietro per la stanza dicendo “ok…. Ok… ok. Ora dobbiamo vedere le ferite.”
Provai quasi vergogna a mostrarmi nuda a lui, un corpo che conosceva ormai alla perfezione, che gli apparteneva, deturpato dai segni di quei macellai.
Mi stesi sul letto nascondendo il viso nel cuscino.
Scorse i tagli sulla coscia. “cosa sono questi? Ti hanno ferita loro?”
“No. Questi sono miei.”
Annuì.
“Dimmi solo perché.”
“TU NON C’ERI”
“MA SEI TU CHE TE NE SEI ANDATA! Credi di sapere tutto e invece non sai un cazzo! Non sai come mi senta ogni volta che un mio collega mi fa battute sciocche sul tuo conto! Non sai cosa si provi a sapere che mia madre potrebbe essere tua nonna e io…”
“TU COSA?!”
“Tuo padre.”
“Solo noi sappiamo cosa c’è tra noi! Avevamo tutto!”
“Abbiamo ancora tutto.”

Mi disinfettò piano, in silenzio. Ma in quel rituale, dopo uno sconvolgimento simile, non facevamo altro che osservare le nostre ferite più profonde.
“Mi sono data a loro per non pensare a te, non stasera. Per farti un torto nel caso l’avessi scoperto.”
“lo so.” Rispose, accarezzando la pelle con il cotone intriso d’acqua ossigenata.
“Un giorno riuscirò a parlarti di ciò che ho provato vedendoti in quella condizione. Se volevi uccidermi, mi hai ucciso dieci volte.”
“come hai saputo che ero lì?”
“Lara. Lo so che non approva la nostra storia, ma per quanto ti ama sapeva che reazione avrebbe ottenuto mettendomi al corrente dei vostri programmi per la serata.”
“Ti prego abbracciami”.
Sospirò sorridendo. Sorrideva sempre quando glielo dicevo.
Nuda tra le sue braccia, mi sentii invadere da quel senso di pace e di sicurezza che cercavo da sempre.
Mi strinse. “ Stanotte si dorme. Ma ti punirò severamente, puoi starne certa.”

Una lacrima mi scese ancora lungo la guancia, morì sul suo petto: l’ultima.
Ero felice.