i racconti di Milu
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Ho capito che era lei appena fece il suo ingresso nella hall dell’Hotel Brum di Milano, in via Caldera.

I pochi avventori presenti ammutolirono per l’ammirazione. Un tipo alla Anne Hathaway, per intenderci, di quelle che vanno di moda adesso. Non capisco come facciano a piacere queste ragazze senza tette, capelli corti, con l’aria da santarelline che sembrano dire “non mi guardare, non mi toccare, stai lontano che mi fai schifo”.

Sono contenta di non essere stata un tipo così, ai miei tempi. Oggi però sarei fuori moda.

Lei, comunque, doveva essere (o essere stata) una modella, senza dubbio. Sapeva muoversi e quando camminò fino al divanetto dove alla fine si sedette, nessuno riuscì a distogliere gli occhi da lei, tutti ipnotizzati dall'ondeggiare delle sue piccole e rotonde chiappette, quasi maschili.

In ogni caso, il gioco stava per cominciare.

Poi arrivò lui, dopo pochi minuti. Eccolo lì. Sorridente, spigliato, premuroso.
Capii subito che non era altro che un impiegato della contabilità, forse nemmeno laureato, provinciale, che sopperiva con la spavalderia a una evidente inadeguatezza rispetto all'eleganza dell’hotel.
Non troppo alto, né grasso né magro, goffo. Insignificante.
La parola “ragioniere” mi venne alle mente immediatamente appena lo guardai.
Si sedette accanto a lei. Il bellissimo volto della giovane signora si illuminò quando lo vide. Chissà cosa le avrà raccontato.

Povera stupidella, sentii pena per lei. E lui? Certo non si rendeva conto che ci si brucia di brutto ad avvicinarsi troppo al fuoco.

Mi venne il dubbio che fosse troppo tardi ormai per il mio intervento.

Ma forse no. Noi donne capiamo al volo certe cose. Si dice che una donna sappia entro i primi dieci secondi se andrà a letto o no con l’uomo che ha di fronte.
I suoi occhi dicevano: “magari non oggi, me se ti sforzi ancora un po’ la mia passera è tua. Ti aspetto.”

I due se la passavano davvero bene. Lui le stava vicino, le parlava a bassa voce e lei rideva in continuazione, lanciandogli occhiate di simpatia e complicità.
Ogni tanto, infervorato dal discorso, la toccava sulla spalla e anche lei a volte gli appoggiava la manina sul braccio.

Non c’è dubbio che io sia fatta per questo lavoro. Mi chiamo Silvia, Silvia Visconti e lavoro per un investigatore privato. Non che ci capisca niente di investigazioni, io faccio l’esca. Vuol dire che provoco tentazioni in mariti le cui mogli cercano una scusa per divorziare.

Sì, l’esca… Chi voglio prendere in giro? Altro che esca. Io sono una troia.

Non mi offendo se qualcuno mi chiama così, anzi sono abbastanza orgogliosa di esserlo: ho lavorato tanto per essere una delle migliori (per lunghi anni sono stata senza dubbio “la migliore”, almeno qui nel Nord Italia), mi sono divertita da pazzi e mi sto per ritirare.
Questo caso, però non lo sto affrontando per conto del mio datore di lavoro. Sto facendo un favore ad un amico e spero di avere il mio tornaconto, questa volta non economico.

Come dicevo, sono una troia vecchio stile: lunghi capelli biondi, grandi tette, un culo da perderci la testa, profondi occhi azzurri.

Una volta, quando camminavo per la strada, fermavo il traffico. Oggi non ci riesco più, anche se ancora, quando voglio, non perdo un colpo.

Però i miei capelli sono color Garnier numero 9, il chirurgo plastico ha molto a che vedere con la pelle liscia del collo e del viso, oltre che con la quarta di seno con cui vado in giro, e il mio sedere mi costa due ore al giorno di step e massaggi. Il fatto è che ho sessantadue anni, anche se non li dimostro.

E quando dico che non li dimostro, so quel che dico. Scommetto che se io e te fossimo nella stessa stanza, in questo momento, leggerei nei tuoi occhi la voglia di scoparmi.

È pur vero che voi maschi vi scopereste qualsiasi cosa con due gambe e un buco in mezzo (basta guardare certi programmi del mattino alla Tv dove ciccione inguardabili raccontano della loro gravidanza - vuol dire che qualcuno, contro ogni logica, ha pur messo il suo uccello dentro di loro), ma io, come altre grandi puttane, le migliori, abbiamo questa cosa del feromone, dell’odore che emaniamo che fa capire a chi ci sta intorno che basta chiedercelo e noi ci stiamo. Non solo ci stiamo, ma faremmo loro avere la migliore esperienza sessuale della loro vita. A pagamento, ma anche gratis e senza sforzo, per il gusto di un cazzo nuovo. Provaci con una come Anne Hathaway e poi vediamo…

Tuttora, alla mia età, non ho problemi ad attirare maschi. Ed è proprio quello che feci quel giorno.

Sorrisi al ragazzo. L’avevo visto con i genitori poco prima. Ora era seduto da solo con una birra. Forse i genitori erano venuti per la cerimonia di laurea ed erano saliti a cambiarsi prima di cena.

Gli feci un cenno e si avvicinò, il bicchiere in mano.
Intanto guardai intensamente un venditore di software (lo si capiva dal badge appeso al collo che non si era ancora tolto) che aveva appena congedato un cliente. Mi parve di capire che gli era andata bene e che avesse voglia di festeggiare.

Anche lui finì per sedersi con noi, col suo Martini.

Ci misi poco a scaldare i miei compagni e presto ci fu un’atmosfera allegra e disinibita. I due erano attorno a me, quasi sbavando, visto che avevano capito che non sarebbero andati in bianco. Ci guardavano tutti, anche un paio di calciatori del Milan (Mexes e Zapata) che, seduti in un divanetto con una bibita analcolica in mano, erano in compagnia dei loro procuratori. Non li avevo mai scopati di persona, al contrario della maggior parte dei loro compagni, ma sapevo dalle mie colleghe che Zapata aveva un uccello spropositato e che con lui ci si poteva divertire un sacco. Un'altra volta, magari: oggi ho da fare...

Con lo studente e il venditore ci accordammo presto e ci alzammo. Mi diressi sola verso il bagno delle donne e, passando davanti al posto della mia ragazza-obiettivo, le lanciai un commento silenzioso, un gesto, insinuando che il suo mascara stesse colando sulla guancia.

Dopo pochi minuti entrava in bagno e mi trovò proprio come volevo mi trovasse. Il venditore mi aveva sollevato la gonna e mi pompava con vigore da dietro, mentre io, piegata a novanta gradi, stavo succhiando e massaggiando le palle allo studente, tette penzolanti fuori dal reggiseno e sguardo perso nella lussuria.

Mi staccai un momento dal cazzo dello studente e le rivolsi una breve occhiata, sorridendole.
Era chiaro che fosse scandalizzata dal mio comportamento. Come?! Una donna della mia età farsi sbattere in un cesso da due sconosciuti!
Se solo avesse saputo quante cose anche peggiori ho fatto nella mia vita…

Se ne andò con sussiego e io terminai presto con i miei due occasionali amanti. Mi aspettavo di più dallo studente, invece era piccolo e venne subito. In compenso aveva un buon sapore. Più sgamato il venditore, che riuscì a darmi un discreto orgasmo.

Mi riaccomodai al mio posto e ordinai un altro Bloody Mary. La ragazza non rideva più tanto alle battute del suo compagno, Anzi, pareva pensierosa.

Estrassi il cellulare e chiamai un numero con lo speed dial. Lasciai squillare un paio di volte e chiusi prima che qualcuno rispondesse. Meno di due minuti dopo il telefono dell’accompagnatore della mia ragazza-obiettivo squillò. Si alzò per rispondere, rosso in viso. Imbarazzatissimo, si congedò rapidamente, borbottando delle scuse, e se ne andò di corsa.

Era il momento che aspettavo.

Sorrisi alla ragazza e col mio cocktail in mano la raggiunsi al suo posto.
- Non scandalizzarti, cara, se ci pensi bene io e te siamo uguali, solo in due tappe diverse dello stesso percorso.
- Non credo proprio! - Rispose piccata.
Arrotolava la erre. Al principio potevi credere che fosse francese. Una Anne Hathaway francese. Ma dove le trovano donne così?
- Come credi, tesoro. Ma prima di scacciarmi ti spiace se scambiamo due parole? - E mi sedetti di fronte a lei. - Sei sposata, giusto? Certo non con quel pagliaccio che era qui con te fino ad un momento fa.
- E tu come lo sai?
- È bastato fare caso al suo abito comprato in qualche outlet di provincia per capire che non sarebbe in grado di acquistarti quegli stivaletti in pelle di cervo di Prada che indossi. Il solitario che porti al dito costa probabilmente più di un anno del suo stipendio. E poi non hai visto il segno della vera all'anulare della sua mano sinistra? Se fosse sposato con te non avrebbe senso cercare di dissimulare il fatto che abbia una moglie, no? Sono sicura invece che sia stato TUO marito, quello vero, a farti questi regali, segno che ti vuole bene sul serio. Dalla tua espressione mi pare di capire però che malgrado tu sappia benissimo che ti voglia bene, ti piacerebbe che passasse più tempo con te invece che al lavoro. E che tu ti senta imprigionata in un matrimonio che ti annoia e che ti fa sentire sola. Ho ragione?

Annuì con il capo, sorpresa dalla mia analisi.

- Ed ecco che il piccolo ragioniere si rende conto della tua vulnerabilità, comincia a farti i complimenti, a dirti quanto sei carina, desiderabile e tutte le altre stronzate, dimenticandosi di sua moglie. Ogni volta che lo incontri, lui diventa sempre più gentile e premuroso e alla fine, senza neanche accorgertene, ti ritrovi ad aspettare con impazienza il prossimo incontro, che ormai è diventata una simpatica consuetudine. Anzi, ti accorgi di essere proprio tu a provocare le situazioni che favoriscono i vostri incontri. Giusto?

Continuava a guardarmi, questa volta con diffidente sorpresa.
Annuì ancora.

- Te lo dicevo: noi due siamo uguali. Anche per me tutto è cominciato in questo modo. Può darsi che per te ci voglia qualche anno in più (o magari in meno, non si sa mai), ma alla fine finirai come me, se non cambi registro. Lascia che ti racconti la mia storia, cara… hummm… come ti chiami…?
- Renata. - Proprio lei. Renata Colzani. Anche quel piccolissimo dubbio che m’era rimasto veniva cancellato dal suo nome. Ora ero sicura che fosse lei.
- Renata, tesoro, ho cominciato proprio come te. Una donna carina, anzi, bella, proprio come te, sposata a un ragazzo d’oro, bello, affidabile, intelligente, lavoratore, di ottima famiglia. E una lista di beni “indispensabili”, che dovevamo assolutamente avere, che cresceva ogni giorno. Fabrizio, mio marito, con cui ero assieme fin dall'Università, aveva un buon lavoro come capo della logistica della Digital, qui in Italia (un’azienda che oggi non esiste più). E potevamo permettercelo, seppure a fatica. Fabrizio non ha mai battuto ciglio quando gli chiedevo qualcosa. Si buttava nel lavoro, trovava qualche contratto da programmatore di sera, qualche corso Access da tenere e mi accontentava sempre. La pelliccia, l’Audi TT, la casa a Milano Due… Ma io, come te, a essere lasciata sola tutto il giorno, e spesso anche la sera, mi annoiavo. Ho provato di tutto: la palestra, i corsi di cucina, il volontariato alla parrocchia, ma mi sentivo sempre più sola e annoiata. Al punto che ho cominciato a incolpare Fabrizio per la mia insoddisfazione. Che stupida! Pensavo che gli piacesse lavorare cinquanta o sessanta ore alla settimana, e che lo facesse per farmi un dispetto. Invece era colpa mia: spendevo soldi a bocca di barile, non lavoravo e non contribuivo al bilancio familiare, ma mi annoiavo a morte ugualmente. Poi ho conosciuto Luca. Ah! Luca…! Abitava nel nostro stesso palazzo, al secondo piano, e lavorava da casa. Credo traducesse manuali in italiano per la Ibm. Non so nemmeno com'è cominciato, ma alla fine divenne una sua abitudine passare da me quasi tutti i giorni per un caffè e quattro chiacchiere. Io ero contenta di avere qualcuno con cui parlare e cominciai a raccontargli tutte le mie insoddisfazioni e ben presto mi ritrovai a spifferare cose intime e il farlo mi faceva sentire bene. Non ne aveva mai parlato con mio marito, di questo senso di solitudine, dico. Ma ne parlavo invece con Luca. Questo è stato il mio errore, credo.

Mi bagnai le labbra con il Bloody Mary. Avrei dovuto farmelo bastare per tutto il tempo del mio discorso.

- Incominciai a dare la colpa a mio marito per le mie insoddisfazioni. Sentivo un risentimento verso di lui che non avevo mai provato, così cercai di punirlo concedendogli la mia passera col contagocce. Non più di una volta a settimana, il sabato mattina, mentre prima lo facevamo tutti i giorni, qualche volta anche due volte. Non diceva niente, ma sono sicura che lo avesse notato. Avessi cambiato le tende della sala o la disposizione dei mobili avrebbe potuto anche non accorgersene, ma a un uomo, se lo lasci senza fica, lo nota istantaneamente. Fabrizio era un bravo ragazzo: non me l’ha mai rinfacciato. Forse pensava si trattasse di qualche scompenso ormonale femminile o qualcosa del genere, e intanto mi portava fiori, cioccolatini, spumanti… Organizzava romantici week end, buoni ristoranti la sera per distrarmi… Anche a costo di sottrarre del tempo alla sua altra passione: una Jaguar E Type spider del ’64 che aveva comprato come rottame da un contadino del mantovano e che da quasi un anno stava cercando pazientemente di restaurare da sé nel garage.

Renata mi osservava con diffidenza, ma ascoltava senza interrompere.

- Poco a poco il rapporto con Luca divenne più intenso: dai discorsi si passò ai complimenti, dai complimenti agli abbracci e dagli abbracci ai baci. Alla fine mi ritrovai a letto con lui. Pensavo di essermi innamorata e di essere ricambiata. Cercavo allora in tutti i modi di evitare il sesso con mio marito, perché mi pareva di tradire Luca.

- A questo proposito in quei giorni pensavo che l’attenzione e il tempo che mio marito mi dedicava perché fossi ben disposta verso il sesso fosse mancanza di passione, un tentativo di "comprare" i miei favori che mi offendeva. Luca invece mi sbatteva con foga, senza nessun preliminare, fino a farmi male al punto che a volte avevo difficoltà a camminare. Mio marito si preoccupava che il sesso per me fosse l’esperienza più piacevole possibile. Luca no, era quasi brutale. Anche dopo il sesso nessuna coccola, nessuna carezza, nessun languido confidarsi… Avrei dovuto capirlo subito. Gli uomini trattano le loro donne come le loro macchine. Fabrizio mi dimostrava la stessa cura, la stessa delicatezza, lo stesso amore e rispetto che riservava alla sua Jaguar E. Luca aveva una Mondeo vecchia di dieci anni, scassata e con un bozzo nella portiera sinistra che non faceva riparare.

Renata teneva gli occhi bassi e non parlava. Ma si vedeva che stava ascoltando.

- Poi mi ammalai. Una cosa seria, una polmonite fulminante. Chiesi a Luca di portarmi al Pronto Soccorso, ma si rifiutò. Gli chiesi di comporre il numero di Fabrizio e di passarmi il telefono. Fabrizio si precipitò a casa, mi portò all'ospedale d’urgenza e rimase con me tutto il tempo. Rimasi all'ospedale tre settimane. Mio marito veniva a trovarmi tutti i giorni e spesso passava anche la notte con me, su una poltroncina. Luca sparì completamente e non si fece vivo neanche una volta. Quando finalmente guarii dalla polmonite mi ritrovai guarita anche dall'infatuazione per Luca, anche perché venni a sapere che si sbatteva altre donne del vicinato, sposate e non.

Ora Renata prestava attenzione e mi guardava. La smorfia di disprezzo di prima ormai scomparsa.

- Ma quando cercai di interrompere la storia, Luca non ne volle sapere e minacciò di dire tutto a mio marito. Non aveva nulla da perdere: non era sposato, lavorava in proprio ed era grosso e forte. In un confronto fisico con ogni probabilità avrebbe avuto la meglio. In ogni caso, chiunque la spuntasse, il mio matrimonio sarebbe finito. Così continuai a riceverlo in casa. Ora però non perdeva più tempo in complimenti ed altre chiacchiere: mi prendeva con brutalità, senza preliminari, del tutto incurante che fossi pronta o no. E una volta finito se ne andava senza neanche salutare. Cominciò a chiamarmi troia, zoccola… Mi prendeva anche analmente, mi faceva bere il suo sperma… Si sentiva padrone in casa mia: andava e veniva quando voleva.

Alla fine successe l’inevitabile.

Una mattina dissi a mio marito che mi sentivo la febbre e lui, preoccupato, tornò a casa a vedere come stavo a metà pomeriggio, proprio mentre Luca mi stava trapanando nel culo.

Renata era completamente catturata ora dal mio racconto e ascoltava con la bocca aperta.

- Non ti dico! Lo afferrò per i capelli e, prendendolo alla sprovvista, lo buttò fuori dalla finestra aperta! Fortunatamente abitavamo al primo piano, ma poi scese le scale e cominciò a prenderlo a pugni in faccia, incurante del fatto che Luca fosse grosso quasi il doppio di lui, fino a spaccargli le sopracciglia, il labbro e a buttargli giù qualche dente. Luca deve la vita a due vicini che intervennero a fermare il massacro e a un poliziotto che stava tornando a casa e che intervenne appena vide la scena.