i racconti di Milu
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"Non toccarti."
Due parole apparse sullo schermo di uno smartphone in seguito ad una discussione giocosa che dura da ore, forse da giorni, se non contiamo i momenti dedicati al sonno.
Sono a letto, tesa come una corda di violino, il respiro apparentemente regolare, mentre sento il cuore pulsare nelle mie orecchie tanto forte da assordarmi, sento il sangue defluire dal cervello ed affluire alla pancia, fino alle cosce. Una vampata, un'onda bollente che mi lambisce le membra e mi lascia calda e in attesa. Sento il mio sesso ribellarsi. Queste due parole che gli negano ciò che fino a due minuti fa desiderava, fanno sì che si apra e inumidisca autonomamente. Senza che io faccia nulla per provocare una sua reazione.
Non riesco a rispondere.
Non riesco.
"Per favore."
Aggiunge.

Sento una stilettata di piacere. In questo momento lo desidero più di quanto abbia desiderato un uomo negli ultimi anni. È irrazionale. Lo so. Me ne frego. E mi godo questa sensazione.
Le mie dita si muovono verso lo schermo...
Lui scrive ancora:
"Non ora.
Domani...
Quando sarai sola."
Sono stesa nel mio letto, supina, le gambe strette l'una all'altra, perfettamente immobile, a parte le mie dita che fino a un attimo fa continuavano a digitare sullo schermo illuminato; al mio fianco è steso un uomo profondamente addormentato da ore, il mio uomo, il mio compagno, l'uomo che dovrebbe conoscermi meglio di chiunque altro, l'uomo che non mi conosce più da tempo e che da troppo tempo non conosco più.
E poi c'è lui, questo ragazzo, che nemmeno ho mai guardato negli occhi, questa entità scritta, questo cumulo di parole che mi arrivano ad ogni ora del giorno e della notte.
Con lui ho parlato, ho riso, mi sono arrabbiata, molto, poi me la son fatta passare e ho ricominciato a ridere, parlare e ascoltare, e stasera il gioco di parole scritte si è spinto un poco oltre.
Con lui ho l'impressione di giocare una partita a scacchi.
No, non rende l'idea.
È come una danza. Lui fa un passo verso di me e io indietreggio. Io mi sporgo verso di lui e lui si allontana. Ma si continua a tenersi in qualche modo aggrappati l'uno all'altra. Ci si stacca un momento per ritrovarsi un attimo dopo e ricominciare.
Il mio sguardo si sposta rapidamente da una parola all'altra, come se fissando lo schermo potessi cogliere qualcosa in più, potessi avere una ispirazione. La mia parte razionale mi suggerisce che lui stia solo giocando, ma la mia parte malata, quella che devo tenere costantemente sotto controllo perché non combini guai, quella è rapita, affascinata, eccitata, completamente in balia di queste sue parole inaspettate.
Non ho mai giocato a questo gioco con nessuno prima d'ora, non perché io non volessi, ma perché non ho mai incontrato qualcuno che sapesse giocare con me in questo modo. So quanto sia pericoloso fargli capire cosa ha provocato il suo giochetto. Sento che riderà di me, come spesso fa. Ma non posso impedirmi di essere onesta.
Non voglio sottrarmi.
Respiro a fondo.
Gli rispondo.
“Va bene."
Il cuore perde almeno due battiti, poi pompa una quantità mostruosa di sangue tutta in una volta, sento il petto sussultare, stringo le gambe l'una contro l'altra, contraggo i muscoli, sto diventando liquida, posso avvertirlo chiaramente.
Lui attende un secondo. Forse non si aspettava questa risposta. Forse ora arriverà il colpo, la battuta, ora si tirerà indietro e mi lascerà ancora una volta in balia dei miei sensi.
Mi scrive.
"Davvero?"
Cazzo.
Tiro il fiato.
Se lo avessi di fronte potrei solo accennare un movimento del capo, le parole mi morirebbero in gola. Mi faccio coraggio. Non posso fargli capire quanto mi abbia sconvolta.
Scrivo.
"Davvero"