i racconti di Milu
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Note:
Una giovane tramite una amica, per sfuggire alla solitudine frequenta come ospite alcune cene in un dungeon. Nulla di eccessivo, solo fuori dalle righe, un poco almeno.
Note dell'autore:
Lentamente mi immergo nella atmosfera sottilmente erotica, allettante di quel mondo a me sconosciuto.
Non ne avevo mai neppure sentito parlare.
Alzo il braccio ma non oso colpirla. La frusta, sferza o cosa sia non so, pesa nella mia mano, quasi brucia. Irene, una schiava! Una stronza che ha cercato di farsi bella davanti al suo Padrone. Una schiava, soltanto una schiava. Una puttanella qualsiasi. Guardo l' altra schiava, Gina, che con un cenno del capo mi incita a cominciare. Ha ammanettata lrene con i polsi in alto sopra il capo, molto in alto tanto che poggia solo la punta dei piedi, in attesa, imbavagliata. Dovete farlo...è una offerta del Padrone. Non ricevo ordini da lui, sono solo sua ospite, non una schiava. Aspetto la sua risposta che tarda.
Devo o non devo? Posso rifiutarmi? Lo chiedo anche per togliermi dal suo imbarazzante silenzio. Voi solo, Signora, potete deciderlo e...tace, china il capo. Ha fatto...Hagirho, una cosa grave, ha cercato di forzare la mano, la volontà del Padrone. Un tempo, in Giappone, per una cosa del genere si veniva costrette al suicidio. E perché mai lo facevano allora, le chiedo. Se una schiava otteneva in quel modo i favori del Signore, se non veniva scacciata, diventava una sua concubina, importante anche, altrimenti...La fisso ancora più perplessa. Non è giovane, gli anni marcano la faccia, ma gli occhi sono vivi, mi trapassano. E' un onore ricevere l' incarico che vi ha dato, un altissimo onore ed un onere accettarlo. Un mugolio dell' altra. Mi sta fissando e sorride. Sorride quasi beffarda. La stronza pensa non ne abbia il coraggio. Ha ragione. Non oso, ma il sorriso di schiava Irene si fa più sfrontato, offensivo. Colpisco con tutte le mie forze inarcandomi all' indietro, voglio farle male e gioisco nell' inarcarmi e nel sentire prima il sibilo poi il colpo ed infine il grido di lei, tre suoni staccati ma quasi all' unisono. Rabbrividisco di piacere.

Basta Signora, basta così. Fatico a trattenermi e solo ora capisco di aver ecceduto. La disgraziata pende scomposta e apparentemente semi svenuta. Quasi vomito vedendo ciò che ho fatto, vedendo i segni che ricoprono quel giovane corpo che avevo ammirato ed invidiato. Una pozza di orina si va allargando ai suoi piedi...
Devo essere impazzita. Non ha fatto niente a me. Mento a me stessa perché...ora so bene il perché.
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Una stanza, un salone anzi, arredato con una certa eleganza ma anche un gusto estremamente austero, maschile. Patrizia, una giovane castana e di bell' aspetto, convenientemente vestita, stringe con forza dettata dall' ira lo scudiscio che il dottor Enzo, il padrone di casa le ha chiesto di prendere da l' armadio dei “giocattoli”. Una delle schiave coperta solo da una tunichetta che cela ben poco delle sue forme tutt'altro che spregevoli si è accostata a lui, il Padrone, seduto sul consueto divano e, quasi presa da un raptus di pazzia ha chinato il capo e forse posate le labbra, certo sorprendendolo, sulla patta dei pantaloni. Padron Enzo si scosta di colpo e la schiaffeggia due volte, con forza. I colpi risuonano secchi, la giovane donna cade riversa già in lacrime per poi rivolgere il volto dalla espressione disperata verso il Padrone, unisce le mani quasi in preghiera, poi, conscia della inutilità del tutto, china il volto, si immobilizza in attesa. Una iniziativa, quella della schiava, che secondo le regole è inammissibile e va immediatamente punita, la schiava lo sa bene.
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Pochi mesi prima, una eternità prima, Patrizia, elegante e bella, cammina lentamente lungo un marciapiede del centro. Guarda senza interesse le vetrine addobbate per il Natale, in pratica non vede quanto esposto e si commisera.
E' sola. Tutti domani sera saranno attorno all' abete addobbato a scambiarsi auguri, abbracci e doni, ma lei no, non ha nessuno. In qualche mese i pochi parenti che le restavano, due soltanto, la hanno lasciata. Erano anziani, vecchi anzi...dentro di sé è amareggiata, piange asciugando furtivamente le lacrime. Rientrata a Milano dopo anni di assenza non ha più amicizie o conoscenze, rare anche prima. Poi l' incontro imprevisto con una vecchia compagna di scuola, non proprio una amica...Un aperitivo prima che quella, Anna, si involi. Non posso restare, si scusa, ho io i biglietti di teatro dei miei amici, di tutti. Ci sentiamo domani, ciao e non preoccuparti.

Poi il Natale insieme e la proposta di chiedere al padron di casa dove ceneranno la sera di fine anno...La aveva sentita appena titubante proponendole la cosa. Sai, le aveva detto poi, è un Master e ceniamo spesso con lui, spesso anche con alcuni suoi amici nel, “dungeon”. Le aveva spiegato cosa fosse un master e Patrizia aveva riso. Sei matta, ma tu vai con gente simile...viene sempre anche Giuliano, aveva risposto l' altra, mio cugino, lo ricordi? Certo che lo ricordo! Lo stesso però...Ma no, credimi, quando ci siamo noi, quando ci invitano, sono sempre molto corretti, sono cene normali. Quasi normali... credimi. E' bella Anna. Alta e formosa ma senza esagerare, aveva un viso regolare dal sorriso accattivante. Le è facile convincere la amica. Patrizia non chiedeva altro che essere convinta.

Dodici a tavola. In smoking gli uomini, correttamente vestite in modo appropriato alla ricorrenza, eleganti, le altre quattro donne. Sono padrone con tanto di schiave al seguito che assieme alle schiave di casa assicurarono un ottimo servizio. Inappuntabili. Neppure loro, le schiave, mostravano nudità sconvenienti o si comportavano in modo sconveniente. Che fossero schiave lo mostravano con il collare, uno strangolino di velluto o comunque stoffa intonato all'abito, con abiti più dimessi e con un comportamento serio e sottomesso. Ne fu quasi delusa. Veramente in un paio di occasioni una delle schiave scomparve per qualche momento sotto il tavolo...e, dopo cena, di tanto in tanto una coppietta si assentava... In quei giorni aveva letto qualcosa su padroni e schiave, e nulla di quanto vedeva corrispondeva alle descrizioni dei racconti. Il dottor Enzo poi, il padron di casa era un bel uomo sui trenta anni, cortese e gioviale, simpatico.

Senti Patrizia, le aveva detto il dottor Enzo mentre si congedavano, io spesso per non dire sempre, il venerdì od il sabato ho ospiti. Quelli di questa sera, altri, a volte. Sabato prossimo perché non vieni anche tu? Aveva accettato ma solo perché veniva anche Anna, e le cene del sabato erano divenute una consuetudine piacevole. Poco per volta aveva accettato qualche situazione che un tempo la avrebbero imbarazzata non poco, mai però cose esagerate. Uno schiaffo ad una ragazza, una schiava ovviamente, per una qualche manchevolezza, più avanti una sonora sculacciata vigorosa su un culetto nudo, qualche cosa di più col passare delle settimane mentre l' abbigliamento si faceva sempre meno castigato e la conversazione più libera. Quando le prime volte, dubbiosa della piega che le cose prendevano, ne aveva parlato con Anna, l' amica aveva riso. Ci sono cose peggiori a questo mondo pensò Patrizia nell' accettare il suo punto di vista, ha ragione lei... A tavola sedeva sempre a lato di Padron Enzo, rispettando senza smorfie le abitudini del gruppo. Mi devi dare del Voi, cara, mentre io, come padrone di casa ti posso dare del tu. Poco male aveva pensato la giovane Patrizia, adattandosi anche a questa piccola deroga alle consuete regole del vivere civile.

Marzo inoltrato ed Anna era assente e Patrizia, Patti come la chiamava fin da l' inizio il dottor Enzo, avrebbe dovuto fare a meno della sua presenza, essere la sola ospite normale. Aveva esitato non poco ma quelle serate le piacevano, la intrigavano ed aveva finito per accettare il solito invito. Ci teneva a quella compagnia di gente un poco fuori le righe. La faceva sentire...non sapeva come descrivere neppure a se stessa cosa mai sentisse, ma le piaceva immergersi in quella atmosfera sottilmente eccitante, quasi peccaminosa. Erano poi le uniche persone che frequentasse... Studiava tutta la settimana ed a quella compagnia ed a quelle cene non rinunciava. La intrigava, si, era questo il termine giusto, quel mondo di cui, lo capiva benissimo, scalfiva appena la superficie. Ed il dottor Enzo era poi una persona...una persona non dolce che anzi trattava le altre donne, le schiave, con qualche durezza...ma quali di quelle erano sue schiave? A che punto arrivavano nella loro sottomissione a padroni e padrone? E alcune delle padrone avevano schiavi, maschi. A l' inizio aveva pensato trattarsi essenzialmente di una specie di gioco di ruolo. Ora ne era meno certa. Tutte comunque la chiamavano Signora, tutte e tutti erano cortesi ed anzi formali facendola sentire... una donna importante. Importante? No, non proprio ma, insomma...e ci sarebbe andata anche questa volta. Poi la rispettavano tutti e tutte. Per forza, aveva spiegato lui, il dottore, quello che pure lei chiamava con rispetto Padrone, gli amici e le amiche mi rispettano, ed ho chiesto che rispettino te. Che poi maschi e femmine succubi ti rispettino è semplicemente naturale, ovvio. Esiste una linea di demarcazione chiara ed invalicabile tra schiave e Padroni.

Stringo con forza lo scudiscio, la frusta o quel che sia. Sono oggetti diversi e ciascuno ha un suo nome, cosa sia questa non lo so proprio. Lei, la schiava è inginocchiata in una pozza di luce mentre nel resto del salone gli altri ospiti sono quasi in ombra, in silenzio. La fissano seri, assorti. Pure io taccio. Ho visto punire delle schiave, mai però per colpe come questa che suppongo grave. Non mi fa pena, è una sciocca, sapeva certo a cosa andasse incontro. Il Dottore, il padrone, la fissa corrucciato. Poi, di colpo si rasserena in viso. La perdona, penso e la cosa mi fa rabbia. E' uno sbaglio, cosa impedirà a questa ed alle altre cagne di uggiolare e strofinarsi da cagne in calore quali sono...Mi chiedo d' improvviso cosa abbia mai scatenato la mia rabbia, perché è rabbia. Una rabbia che forse mai ho provato. Sono gelosa? Mi chiedo con un sussulto interiore. Non dire scempiaggini, penso. Di cosa sarei gelosa poi, di chi? Non è la prima volta però che... immaginare lui con una delle schiave...mi da fastidio. Non ne ho ragione e tanto meno diritto...pensare che solo schioccando le dita possa...possa cosa non mi è chiaro. E questa poi non so neppure chi sia. Si chiama Irene...Una puttanella sfrontata, questo è certo. Per tutta la cena gli si è strusciata addosso...no, neppure questo è vero, ma certo ha cercato di farsi notare, spesso gli sorrideva...l' unica...le altre erano più...serie, distaccate. Una piccola puttanella. Bella però, molto bella, ed adesso la passa liscia. Un gesto volgare, mai visto niente del genere. Dipendesse da me! Lui è in piedi, la sovrasta guardandosi attorno quasi a chiedere consiglio ai suoi ospiti e non è difficile percepire nel loro contegno cosa pensino. Ne sono lieta. Non la passi liscia, penso contenta. Va punita, non lo credi anche tu? Lui parla rivolto a me che a questo punto non so cosa dire. Un comportamento sconcio di certo, penso. Mi rifiuto di dirlo e lui ride, ha capito. Ha offeso me disubbidiente e costringendoti ad assistere a questo, ha disubbidito tenendo un comportamento sempre vietato. Ha offeso te, mia ospite ed amica...si ferma un attimo quasi sovrappensiero. Merita una punizione e la regola vuole che sia tu a punirla. Lo farai non qui in pubblico e Gina ti assisterà. Sono io che devo punirla? E come? Non ho, non mi sento...
Vorrei dire...Un conto è trovare disdicevole...ma far del male...sto per rifiutarmi ma colgo l' occhiata di lei e vi leggo scherno, superiorità e chissà che altro. Si sente superiore? A chi? Lei poi che è una schiava! Stringo la sferza con tanta forza da farmi quasi male alla mano che ora sento sudata. Sono tutta sudata. Fa caldo, è vero ma...e sento anche gli sguardi di tutti i presenti su di me. Quelli di lui e quelli di lei poi...

Cosa...non ho mai punito nessuno, dottore, no volevo dire Padrone...neppure so cosa fare. Nel dirlo capisco benissimo che non basta. Non basta infatti e poco dopo seguo Gina che sospinge Irene giù per la scala. La piccola ha paura, è manifesto. Io probabilmente ho più paura di lei. Rifiutarmi? Cosa mai direbbe lui? Forse niente però. Ma non conosco più di tanto le loro regole...e poi la stronza...e non è la prima volta che...tempo fa ha forse riso di me. Mi lascio prendere di nuovo dalla rabbia. Si merita di certo qualche nerbata sul culo e glie le darò. Farò piano, insomma, piano no, ma neppure troppo forte...Anna e suo cugino poi, cosa diranno? Non sarà possibile tenere la cosa nascosta.
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Cara lettrice, scrivendo, mi è sempre difficile esprimere, quando la situazione lo richieda, quelle che possono essere le pulsioni ed i pensieri di una di voi. Cosa possa pensare e sentire cioè una donna, magari sposa fedele e madre affettuosa nel sentirsi corteggiata con garbo da un uomo non spregevole. Cosa può pensare e provare una donna nelle mille situazioni in cui può venirsi a trovare, magari critiche o spinte. Per questo ho abbozzato queste poche righe. Per cercare una soluzione a questa mia difficoltà. E' impossibile a me uomo entrare nella mentalità di una donna.
Vorrei avere un contatto con una donna, che non vedrò mai, con la quale dividere alla pari onori ed oneri per la composizione di qualche lavoro. Ne decideremmo insieme la trama e collaboreremmo alla sua redazione. Alla pari, senza conoscerci se non via internet. Se la cosa apparisse troppo impegnativa potremmo discutere e trovare forme di collaborazione accettabili ad entrambi.
Posso essere contattato tramite Milu e conservereste il vostro completo anonimato. Sempre su Milu sono presenti una quindicina di miei scritti per eventualmente farvene una idea.
Speranzosamente vostro

Chiodino.

I RACCONTI DI “CHIODINO” SU: I RACCONTI DI MILU
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