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Sogno Bianco d'Inverno

La crisi aveva messo in ginocchio l'Italia. Chi aveva le spalle grosse era riuscito a sopravvivere. Per tanti altri, invece, c'era stato poco da ridere. Marianna era tra quest'ultimi. L'azienda presso cui lavorava aveva chiuso, ma il mutuo per la casa no. Era ancora lì e si stava mangiando senza pietà tutti i risparmi che le erano rimasti. Aveva bisogno di un lavoro, ma trovarlo si stava dimostrando tutt'altro che facile.
L'attenzione di Marianna fu attirata dalla voce registrata che, all'improvviso, riempì il silenzio della carrozza annunciando la prossima fermata. Presa com'era dal libro dalla lucida copertina bianca e cremisi che stava leggendo, non distinse chiaramente ciò che udì, percependo soltanto l'interruzione del ritmico e costante scorrere del treno sui binari.
Alzò il capo e guardò fuori. Era tutto bianco. La neve, caduta nella notte, aveva steso un candido velo sopra ogni cosa, come un'enorme coperta che cela il mondo agli sguardi indiscreti, ma che al tempo stesso, riesce a donargli nuova vita e nuova luce.
Marianna sorrise. L'effetto della luce riflessa dalla neve candida di quella mattina era piacevole e aveva il potere di alleggerirle l'animo, allontanando tutti i brutti pensieri e tutte le preoccupazioni che le gravavano sul cuore. Anonimi capannoni e largo uso di grigio cemento armato fuori dal finestrino, davanti ai suoi occhi. Stava attraversando una zona industriale, non mancava più molto, ormai, alla sua fermata. A dire il vero non era mai stata da queste parti. Aveva risposto ad un annuncio in cui "cercasi governante per antica dimora con mansioni di meticolosa pulizia e di cura per le collezioni in essa contenute". Quelle parole l'avevano incuriosita, le avevano rubato un sorriso, ed aveva risposto più per gioco che per seria e reale motivazione. Non si sarebbe mai aspettata che due giorni dopo, il distinto Signor Serramazzoni le avrebbe risposto e che avrebbero concordato un appuntamento. Non ricordava affatto la telefonata, solo il distinto, aulico ed antiquato modo di parlare del Signor Serramazzoni.
Guardò il libro che teneva sulle cosce, ma senza vederlo in realtà. Spostò il segnalibro con un gesto morbido e delicato, lo chiuse con garbo e lo ripose nella borsa avendo cura di non rovinarlo. Il dorso era bianco lucido, con serigrafie di un candore più opaco di cui non riusciva a cogliere appieno la fantasia. Pareva quasi che mutassero senza posa. Osservò la propria immagine riflessa nel vetro davanti a sé. Per aver trent'anni, si vide bella. Aveva indossato un paio di collant scuri sotto al suo completo da ufficio preferito, comodo e curato, non troppo elegante. Non avendo ben chiaro quale tipo di colloquio si sarebbe trovata ad affrontare, aveva scelto di presentarsi distinta e professionale, mantenendo tuttavia un tocco di informalità. La gonna le arriva poco sopra il ginocchio. Le scarpe, con quel tacco di sei centimetri, contribuivano a slanciare la sua figura, ma non esasperavano come un tacco più alto. Una camicetta candida ed un golfino scuro, in tinta con la gonna, completavano il tutto. Sorrise. Aveva barato. Aveva messo un reggiseno con push-up. Si sa, gli uomini sono interessati alle capacità professionali delle donne. Era bene metterle in mostra fin da subito.
Il treno, e più che un treno sembrava essere una carrozza soltanto, rallentò fino a fermarsi quasi in mezzo al nulla. Solo una misera banchina di cemento e asfalto segnalavano la fermata. Marianna non si sentiva molto sicura che fosse quella giusta, ma un gentile ed educato steward le si avvicinò. Era un ragazzo giovane, dal viso del tutto insignificante, di cui non ricordava già più i tratti. Le si rivolse con un tono pacato ed un leggero inchino.
«Signorina, mi perdoni. La sua fermata.»
Lo guardò con un sorriso di circostanza, sorpresa di trovare uno steward su quel treno così piccolo e che, per di più, egli sapesse quale fosse la sua destinazione.
«Grazie.»
Gli rispose con garbo e cortesia ed il ragazzo scomparve senza proferire un'altra parola.
Affiancò le ginocchia. Le erano sempre piaciute le sue gambe. Le osservò velate dalle calze. Pensò che, se avesse indossato una gonna più corta, avrebbe sicuramente avuto altre “capacità professionali” di cui farsi vanto. Sospirò, stirandosi la gonna ed accarezzandosi le ginocchia ancora una volta. In silenzio si alzò, raccolse la borsetta e scese con passo sicuro dalla carrozza. Solo un attimo dopo la porta si chiuse alle sue spalle con uno sbuffo. Il treno, silenzioso come un'ombra riprese la sua corsa ed il bianco della carrozza si confuse ben presto con il candore della neve.
Per un attimo il suo sguardo si perse laddove i contorni del treno si erano fusi con il bianco orizzonte. Possibile che quel vagone avesse soltanto dieci posti? Scosse la testa, allontanando quel curioso pensiero dalla propria mente. Magari si stava sbagliando. Aveva altro su cui concentrarsi. Inspirò l'aria fresca dell'inverno e si guardò attorno. Era chiaramente una zona industriale, ma non era poi così freddo come si sarebbe aspettata. Iniziò a camminare lungo la banchina, il silenzio spezzato solo dal rumore dei tacchi sul selciato. Secondo le indicazioni che il Signor Serramazzoni era stato così cortese da fornirle, avrebbe dovuto salire delle scale. Subito fuori dalla banchina i suoi piedi affondarono nella neve, così perfetta, pulita e immacolata, lasciando velate ombre dietro di sé. Essere la prima a spezzare quell'omogeneo manto così candido le fece immaginare di essere come Armstrong quando, per primo, posò il piede sulla superficie lunare.
Stava fiancheggiando una grigia parete di cemento laddove tutto il resto era bianco. Al di sopra di essa sapeva esserci la città e la casa che stava cercando. Doveva solo trovare la scala, di cui non scorgeva traccia, per salire di cui le aveva accennato il Signor Serramazzoni e si stupì di quella strana conformazione del terreno.
Un piede incespicò su una superficie ghiacciata, celata dalla soffice neve. Perse l'equilibrio, si appoggiò con una mano alla fredda parete per non cadere.
La scala era proprio lì, solo un poco più avanti, in una rientranza nella parete, resa invisibile dal bianco della neve celava ogni cosa, come una silenziosa magia. La scala aveva un vecchio corrimano di ferro battuto finemente decorato, le cui macchie di ruggine spezzavano il candore delle neve ed il bianco cristallino di quelle fini stalattiti di ghiaccio. Marianna allungò una mano e sentì la freddezza di quell'acqua solida sotto il suo tocco. Ne raccolse una goccia sul polpastrello e l'avvicinò al viso. Così cristallina, le parve che quella minuscola sfera l'osservasse a sua volta, per poi scivolare via.
I gradini, per quanto fossero ben nascosti alla vista da lontano dalla coltre bianca, non celarono nessuna insidia e Marianna riuscì a salirli senza pensieri e tribolazioni.
La casa era proprio lì, davanti a lei, buia e solitaria. Era in mezzo a tante altre, ma si ergeva distante ed isolata. Spiccava e si distingueva da tutte le altre come se fosse stata viva. Marianna attraversò la strada, osservandola curiosa, e le girò attorno cercando di immaginarsi l'aspetto di colui che la abitasse. L'intonaco era scrostato in molti punti, le grondaie arrugginite. Molte finestre, di quella singolare casa tre piani, avevano le imposte chiuse. Alcuni graffiti decoravano i metri più bassi e più facilmente raggiungibili. Il marciapiede attorno era pulito. Qualcuno aveva spalato via tutta la neve ed alla ragazza affiorò l'immagine di un castello circondato dal fossato.
In un attimo si trovò di fronte alla facciata della casa. Tutt'attorno a sé il panorama sfumava e diventava indistinto, privo di forme e dimensioni, fino a mescolarsi e a fondersi in una fine nebbiolina biancastra senza confini e consistenze. Si rese conto, di colpo, di non essere mai stata prima in questa cittadina. Girò su se stessa, guardando la casa con espressione perplessa. Non riusciva nemmeno a ricordare come si chiamasse, questa cittadina. Una strana inquietudine si fece largo nel suo cuore e si sentì a disagio.
Portò l'attenzione all'orologio. Non voleva arrivare né troppo presto né troppo tardi all'appuntamento con il Signor Serramazzoni. Osservò il piccolo meccanismo legato al suo fine polso. Era fermo, privo di vita. Infastidita, lo tolse e lo mise nella borsetta. Non sarebbe stato carino se il suo possibile futuro datore di lavoro si fosse accorto che indossava un orologio rotto, o semplicemente scarico.
Senza altro da fare, si avvicinò alla casa. Non c'era campanello, né numero civico. Una casa totalmente anonima e silenziosa, ma dall'apparenza così forte e solida. Marianna ebbe quasi l'impressione che la casa stessa la stesse fissando. Appoggiò la destra sulla porta, accarezzandone la ruvida superficie lavorata con i polpastrelli. Proprio in quel momento, un soffice fiocco di neve scese dolcemente dal cielo, appoggiandosi sul dorso della sua mano. Marianna sorrise, mentre quel piccolo, candido cristallo si sciolse per il calore della sua pelle, mutò in una gocciolina d'acqua e scivolò fino al polso, dove fu assorbito dalla manica della giacchetta.
«Piccolo fiocco di neve, ora resterai sempre con me.»
Sentì la sua voce senza che si rendesse conto di aver parlato. Si guardò attorno un'ultima volta con fare furtivo, quasi fosse una ladra, e spinse. La porta si aprì dolcemente e Marianna entrò in casa.
Quello che si trovò davanti la lasciò a bocca aperta. Lo splendente interno di quella casa nulla aveva a che fare con il decadente aspetto esterno. Luminosi lampadari bianchi e argentei scendevano dal soffitto illuminando ogni angolo della casa. Non un'ombra, da nessuna parte, neppure negli angoli più nascosti. Migliaia di bacheche. Le pareti ne erano coperte, dal pavimento fino al soffitto, di vetro o di legno, laccate di bianco. Ogni bacheca, a sua volta, aveva altre candide luci al suo interno. Le pareti erano intonacate di bianco. Dentro le bacheche, ninnoli di ogni forma e dimensione riempivano i ripiani. Bamboline di ceramica, piccoli animali di cristallo, creature fantastiche di vetro colorato. Cammei dorati, argentati e di porcellana riempivano altre vetrinette ancora. Come infiniti spettatori di uno spettacolo che non conosce fine. Una luminosità così pura, cristallina e intensa da far male agli occhi.
Marianna fece qualche passo nel lungo corridoio. I tacchi delle sue scarpe risuonarono con un rumore secco e deciso che sembrò quasi ferire l'atmosfera silenziosa e ovattata di quella peculiare dimora. Il corridoio si snodava alla sua sinistra, finendo in una porta, bianca, finemente cesellata. Pochi passi davanti a sé dei gradini l'avrebbero portata ad un semipiano rialzato.
Solo allora si accorse che il marmo, di cui era composto il pavimento, era perfettamente lucidato e a tinte chiare di grigio. Così lucido e perfetto da essere quasi come uno specchio. Marianna riusciva a vedere perfettamente il soffitto. E con un brivido di imbarazzo, si rese conto che era possibile vedere, di riflesso, sotto la sua gonna. D'istinto chiuse le ginocchia e si mosse a piccoli delicati passi.
Si avvicinò ai pochi gradini davanti a lei, portando l'attenzione su una, tra le tante vetrine. Al suo interno mille piccoli oggetti di cristallo risplendevano della luce dei faretti formando un variopinto arcobaleno di colori. Marianna avvicinò i polpastrelli al vetro, fin quasi a sfiorarlo.
«Benvenuta nella mia lucente dimora, signorina.»
La voce, così pacata e leggera, ma al tempo stesso profonda e penetrante, la riportò di colpo alla realtà. Si girò di scatto, quasi di soprassalto.
«Le chiedo perdono, non era mia intenzione arrecarle alcun timore.»
L'uomo che si trovò davanti era il più strano e particolare che avesse mai incontrato. La faccia era rettangolare, con la fronte alta e gli occhi sottili, quasi fossero disegnati da un tratto di matita. Anche il naso, così come le labbra, erano sottili, troppo sottili, per il viso glabro di quell'uomo. I capelli, portati corti e molto curati, erano di colore bianco, così come le sopracciglia e le ciglia stesse. Indossava una lunga vestaglia e pantofole ai piedi, dall'aspetto costoso, sempre di color bianco. Era grosso, robusto e sicuramente molto forte, con due mani così enormi che Marianna si chiese come potesse aver cura di quei ninnoli così minuti.
«Mi scusi, sono entrata senza bussare.»
Si girò ad osservare la porta. Sembrava di aver fatto pochi passi, eppure ora la porta era così lontana. Rimase perplessa.
«Qualcosa non va, signorina?»
Marianna tornò con l'attenzione sul padrone di casa. Cosa non stava capendo? Era tutto così... Strano.
«Io... Non ho trovato il campanello. La porta era aperta e sono entrata.»
L'espressione dell'uomo sembrò mutare. Era un sorriso? O un rimprovero? Non riuscì davvero a capirlo.
«Non si preoccupi, la porta è sempre aperta per coloro che sono ben voluti.»
Il tempo si dilatò e perse significato, consistenza, importanza. I minuti scivolarono via dalla coscienza come sabbia tra le dita. Era sicura che, a sera, finito l'orario pattuito di lavoro, dopo quel primo incontro, tornasse sempre a casa. Eppure, da quella prima, lontana volta, non aveva altri ricordi. Solo la casa. I ninnoli. I cammei. Le mille luci bianche. Non riusciva a ricordare più di aver incontrato i suoi genitori. O le sue amiche. Aveva persino perso il cellulare. Era come se vivesse fuori dal mondo stesso.
Marianna incontrò il signor Serramazzoni molte volte e molte volte lui le disse di prendersi cura dei ninnoli. Erano le sue creature, avevano bisogno di affetto e attenzioni. Fin quando loro fossero state contente, lei avrebbe mantenuto il lavoro. Ben pagato, tra l'altro. Marianna non aveva mai guadagnato tanto in vita sua. La casa, quel primo piano, unico a cui aveva accesso, pareva infinito. Ogni porta apriva un corridoio, che apriva un'altra stanza, in un labirintico susseguirsi infinito di vetrine, bacheche, ninnoli, ciondoli e cammei. Ed ogni volta che rientrava in quella casa, sembravano aver cambiato posto, come se si fossero mossi di loro iniziativa. Per quanto avesse provato più volte a registrarne la posizione, la volta successiva vi era sempre qualcosa che la faceva dubitare di se stessa. Li aveva lasciati davvero così? Quella giraffa di cristallo non era dietro al cammeo della bimba di porcellana dagli occhi chiari? O ora dietro alla rana di terracotta smaltata di bianco perlaceo? Proprio non riusciva a ricordare. Decise di smettere di preoccuparsene.
Il signor Serramazzoni si presentò a lei, a mani chiuse. Quando? Un giorno. O era stata una sera, sul tramonto? O al mattino presto? Quella casa era sempre così piena di luce e... Maledizione! Si era dimenticata l'orologio nella borsa e non l'aveva ancora fatto aggiustare. Quanto era passato da quando si era rotto, quel primo giorno a casa Serramazzoni? Un mese? Un anno? Era la prima volta che Marianna lo vedeva con le mani chiuse, raccolte al petto. Nonostante lui la sovrastasse di tutta una testa, quasi due a dire il vero, era quell'espressione indecifrabile che la metteva sempre a disagio.
«Signorina, ho portato due presenti per lei.»
Il padrone di casa, e suo, allungò le mani verso di lei e le aprì lentamente, mostrandone il contenuto. Nella destra, appoggiata sul palmo, c'era una piccola campanellina d'oro bianco finissimo, leggera e sottile. Marianna la prese delicatamente con due dita. Ogni movimento che compiva, quella piccola campanella produceva un suono così chiaro e cristallino come non ne aveva mai sentiti. Era ben legata ad un nastrino di delicata seta scura.
«Quella campanellina è per la sua sottile caviglia, signorina. Questa casa è grande e gradirei che la portasse ogni volta che vi entra, così che io possa sapere sempre dove si trova.»
Se era un sorriso, quello sul viso del Signor Serramazzoni, era il più inquietante che Marianna avesse mai visto. Quella richiesta le sembrava così... Assurda. Ma in fondo, si tratta solo di portare una piccola campanellina quando si trovava in quella immensa casa. Sorrise di rimando al suo datore di lavoro e si piegò sulle ginocchia, allacciandosi il sottile nastrino di seta alla caviglia. Ferma in quella posizione, Marianna alzò lo sguardo. Il Signor Serramazzoni non stava guardando lei, ma il pavimento sotto di lei. Nei giorni precedenti, il suo padrone era stato molto cortese e pacato e le aveva chiesto garbatamente di ridurre l'abbigliamento. L'uomo era stato molto educato, non aveva chiesto nulla di particolare e non aveva lasciato intendere malvagie intenzioni. Aveva solo consigliato a Marianna di provare ad indossare gonne un poco più corte, magari meno “strette” e camicie più attillate. Non si sarebbe offeso se lei non avesse portato la giacca o il maglioncino, purché la camicia fosse sempre stata candida. Il Signor Serramazzoni era sempre così distaccato che a Marianna, quei consigli, non erano sembrati poi così strambi. In poco tempo il suo abbigliamento si era adeguato ai voleri del padrone di casa. Qualche volta aveva persino pensato di indossare le autoreggenti al posto dei soliti collant. Sarebbero stati molto più... Femminili.
E così, piegata sulle ginocchia, con la piccola campanella alla caviglia, si rese conto di cosa stesse succedendo. La superficie del marmo, così pulita e lucida, era meglio di uno specchio ed il Signor Serramazzoni stava osservando il riflesso di Marianna. E lo stava guardando sotto la gonna. La ragazza ringraziò di non aver indossato le autoreggenti proprio quel giorno.
Si sentì avvampare e si rialzò mentre le sue guance si tingevano di rosso. Cercò di ricomporsi. Il padrone di casa era lì, imperscrutabile, impassibile, che la fissava il viso. Che si fosse sbagliata e immaginata tutto? Era davvero certa di quello che aveva visto? O era stata solo una sua impressione? Non ne era più così sicura.
Come se nulla fosse accaduto, il Signor Serramazzoni le porse la mano sinistra e l'aprì. Sul palmo giaceva una cammeo di argento finissimo. Il cuore di quel piccolo, prezioso, oggetto era uno specchio con una cornice di argento lavorato così finemente e con una tale incredibile precisione che Marianna non riuscì ad immaginare il valore di un simile capolavoro. Al centro del piccolo specchio un finissimo cristallo di neve.
«Questo, signorina, è un presente per lei. Per tutto questo tempo di prezioso aiuto che mi ha fornito. La prego, lo prenda come dono e lo indossi per me.»
Marianna prese il cammeo dalle mani del padrone di casa con timorosa delicatezza. Raramente aveva mai visto un prezioso di così pregiata fattura. Il cammeo pendeva da un piccolo laccetto di profumato cuoio nero chiuso da una fibbia, anch'essa di argento lavorato in fini e delicate trame. Indossato, sembrava esaltare, in qualche sottile modo, la morbida curva del suo collo ed i tratti del suo viso.
«Signor Serramazzoni, io la ringrazio. Non so davvero come sdebitarmi...»
«Signorina, non ha nulla di cui sdebitarsi. Il primo è uno strumento di lavoro, il secondo un dono per il suo impegno, la sua costanza e la sua determinazione.»
L'uomo non disse altro ed in silenzio si allontanò. Marianna accarezzò delicatamente il ciondolo con le proprie dita e riprese il suo lavoro. Ogni passo, seppur minimo che fosse, la piccola campanella d'oro bianco tintinnava, riempiendo quelle infinite sale, finora così vuote, illuminate e silenziose, di un cristallino e vivido brivido musicale.
Un giorno, alzò lo sguardo dopo aver appoggiato delicatamente il piccolo cane di porcellana bianca a chiazze nere accanto alla bambina di cristallo dagli occhi tinti di un blu profondo. Aveva ancora la piccola creatura tra il pollice e l'indice quando le tornò alla mente una frase di sua madre. O era stata Elena, la sua amica, a pronunciarla? Non riusciva a ricordare chi fosse stata, ma non diede a quel pensiero più importanza di quanta non se ne dia ad una foglia che cade sotto il peso della neve.
«Marianna, ma perché vai in giro con un collare?»
In giro? In giro dove? Non si ricordava di essere stata in altri posti diversi da quella casa. Eppure, lì, lei ci veniva solo per lavorare e potersi permettere di continuare a pagare il mutuo. Non riusciva a mettere a fuoco, nella sua mente, altri luoghi al di fuori di quelle bianche sale.
«Collare?! Non è un collare. È un bellissimo cammeo che mi ha regalato il mio padrone.»
Padrone? Guardò la sua espressione stupita in un riflesso. Perché aveva chiamato il Signor Serramazzoni in quel modo? Sicuramente, senza dubbio, intendeva padrone di casa. Non c'era altra spiegazione.
Chiuse la bacheca dedicando un sorriso alle due piccole creaturine, quasi per scusarsi di chiuderle dietro a quel vetro. Attraversò il corridoio e osservò la propria immagine allo specchio. Alzò appena il mento, due dita scivolarono attorno al cammeo. Era davvero bello, elegante e semplice allo stesso tempo. Si, era vero, era chiuso da un collarino di cuoio, ma... Si fermò di colpo. Guardò la campanella con due dita ancora sul cammeo. Guardò la propria immagine riflessa nel marmo.
Un collarino... Una campanella... Il Signor Serramazzoni l'aveva trasformata davvero in quello che pensava? Doveva essere solo una coincidenza, una casualità, un suo pensiero perverso che affiorava.
Grazie al marmo, si guardò sotto la gonna. Come sarebbe stato se...
Finì di lucidare la rosa di diamante e la osservò con cura, fin quando non fu certa e sicura che nessun alone ne offuscasse la superficie cristallina. Quasi come per volontà propria, la rosa le scivolò di mano e, per poco, non si trasformò in mille, infinite, schegge. Non avrebbe mai avuto il coraggio di confessare un disastro del genere al Signor Serramazzoni. Riuscì a prenderla al volo, quasi per miracolo, così vicina al suolo. Con un ginocchio a terra e l'altro alzato, strinse la rosa al petto come se fosse stata la cosa più cara che avesse mai avuto.
Il suo sguardo scivolò sul marmo del pavimento. La sua immagine era perfettamente riflessa dal basso verso l'alto. Gli occhi seguirono lentamente le curve della sua gamba. Dal piede, salirono lungo la caviglia dov'era la piccola campanella d'oro bianco, percorsero il polpaccio velato dalla calza e si fermarono sulle sinuosità del ginocchio. Marianna aveva sempre trovato affascinante le curve delle ginocchia. Non soltanto le sue, tutte le ginocchia. Era capace di stare per ore ad accarezzarle, sentendo la pelle calda che si muoveva sinuosa sotto il tocco dei polpastrelli. Il suo sguardo tornò a muoversi e salì lungo la coscia, fino all'orlo: l'orlo delle autoreggenti. Non si ricordava quando, infine, aveva deciso di indossarle al posto dei collant, ma trovava intrigante e sensuale quell'abbigliamento, quell'idea provocante che il suo intimo potesse essere visto attraverso il riflesso nel marmo.
«Signorina, tutto bene?»
La voce del padrone di casa, la fece trasalire. Si alzò di scatto, stringendo la rosa al petto, che quasi le cadde nuovamente di mano per lo spavento. Si sentì le guance infiammare e tenne lo sguardo basso, neanche fosse una bambina colta in fallo. Da quanto tempo era lì? Cosa aveva visto?
«Certo Signor Serramazzoni. Le chiedo scusa, la rosa mi è scivolata da mano e mi sono piegata per afferrarla prima che si rompesse.»
L'uomo le posò una mano sulla spalla. Fu il primo contatto da quando aveva iniziato a lavorare lì. Marianna si sentì gelare.
«Apprezzo molto il suo gesto, signorina. Continui così, ma la prego, presti maggior attenzione.»
Andandosene, quasi svanì. Marianna rimase in silenzio a riflettere su quanto accaduto. Da quanto tempo il Signor Serramazzoni era stato lì ad osservarla? Cosa aveva visto? Per quanto lavorasse lì da anni, ormai, quell'uomo era sempre in grado di sorprenderla, apparendo e sparendo quasi fosse un fantasma. Quello strano episodio le mise una certa inquietudine nell'animo ma, al tempo stesso, l'idea di poter essere vista ed osservata di soppiatto si fece strada nei suoi pensieri. Era per quello che aveva sostituito i collant con le autoreggenti. Quell'idea, quel pensiero, la intrigava, la eccitava.
La cena era stato un favore personale che le aveva chiesto il padrone. O almeno, così le pareva di ricordare. Il Signor Serramazzoni, quella sera, aveva trasformato, Marianna non sapeva come fosse stato possibile, una sala del suo mausoleo di porcellana e ninnoli in una sala da pranzo, con un tavolo di cristallo, coperto da una candida e lavorata tovaglia immacolata. O si trattava semplicemente di una sala che lei, Marianna, non aveva mai visto? Quella casa era così grande che non ne poteva esser sicura.
Gli ospiti non erano tanti. Quattro. Sei. O forse erano otto? Non riusciva mai a contarli, c'era sempre qualcuno in piedi, un altro che si allontanava per fumare, un altro ancora che si spostava e si metteva in un posto che aveva già contato per dire qualcosa ad un amico, sfuggendo come spettri alla sua conta. Alla fine, per lei, quanti fossero aveva perso di importanza. Come le aveva detto il Signor Serramazzoni, lei doveva solo servir loro da mangiare e far sì che i loro bicchieri fossero sempre colmi. Facile, aveva pensato.
L'idea che qualcuno, sconosciuto, avesse la possibilità di sbirciarle sotto la gonna attraverso il riflesso nel marmo, la stuzzicava terribilmente e, dentro di sé, era quasi divertita dall'idea di fare la cameriera in quella circostanza.
Ogni passo che faceva, la piccola campanella d'oro non mancava di far sentire la sua propria cristallina voce. Tutti sapevano sempre dove lei si trovasse in ogni momento. La cosa la divertiva, la stuzzicava, la provocava.
La cena procedeva con calma, tra le chiacchiere degli uomini, la voce del Signor Serramazzoni e il suono della sua campanella. Man mano che le portate procedevano e i bicchieri si svuotavano, Marianna notò sempre più occhiate al pavimento quando lei passava accanto agli uomini. All'inizio pensò che fosse solo una sua impressione, ma poi cominciò a coglierli chiaramente in fallo.
La guardavano.
Allungavano gli occhi per sbirciare sotto la sua gonna. Marianna si chiese se riuscissero a vedere l'orlo delle calze, la curve delle cosce, il colore dell'intimo che portava. Questi pensieri diedero animo a nuove fantasie e ben presto Marianna sentì un subbuglio dentro di sé che non riusciva a domare.
Gli uomini si fecero, lentamente, impercettibilmente, sempre più audaci e insistenti. Agli sguardi seguirono fugaci carezze. A fugaci carezze, seguirono tocchi che di casuale avevano ben poco. Marianna iniziò a sentire le loro mani su di sé. Qualcuno la invitò a partecipare ad una discussione, fermandola tra due commensali, i quali non persero l'occasione per allungare le mani. Marianna sentì il tocco delle loro dita sulle cosce, sulle calze, lentamente salire e superare l'orlo. Il Signor Serramazzoni aveva lo sguardo fisso su di lei e in qualche modo la ragazza fu consapevole che, se si fosse sottratta, avrebbe perso il lavoro. Ma il gioco le piaceva, la stimolava, la provocava. Sentirsi così desiderata, come mai lo era stata prima, le donava un piacere fino ad allora sconosciuto e a cui non si sentiva di potersi sottrarre.
Ecco. Ora Marianna capiva il significato del cammeo, del collarino di cuoio, della campanellina d'oro e anche dell'invito a servire a quella cena. Il Signor Serramazzoni aveva organizzato tutto in modo tale che i commensali sapessero che era lei, l'attrazione della cena.
Marianna sentì un groppo alla gola. La situazione le stava sfuggendo di mano. Ormai quelle mani non avevano più alcun ritegno. Presto il suo intimo finì nel bel mezzo del tavolo, l'unica nota di colore nero, forse in tutta la casa. I commensali si erano alzati tutti e le ronzavano intorno come api sul miele.
Era in trappola. Si sentiva in trappola. Iniziò a mancarle il fiato. Il cuore batteva forte, così forte che poteva sentirlo nelle orecchie. Da un lato, quel lato che aveva accettato i regali, era intrigata da quanto stesse succedendo. Ne era attratta e non voleva sottrarsi alle mani, alle carezze, ai baci. Qualcuno la spinse delicatamente, obbligandola a piegare il busto sul tavolo. Qualsiasi cosa si trovasse su quel tavolo veniva usato per darle piacere, non erano soltanto le mani degli uomini a profanare il suo corpo. Sentiva la propria pelle accarezzata dalle mani, dalle forchette di porcellana bianca, da parti di cibo stesso. Qualcuno le alzò la gonna e versò su un gluteo il sugo dell'arrosto, che scivolò lungo la sua gamba, fino a quando una lingua non ne fermò la corsa. Qualcun altro raccolse i suoi umori in un bicchiere e li mischiò nel vino ambrato. Era tutto così spaventosamente eccitante.
L'altra parte di lei voleva scappare, urlare, fuggire da quella follia. Chi se ne importava del mutuo, del lavoro, dei ninnoli, della porcellana e del cammeo. Voleva scappare. Ma non poteva.
La fecero girare, stesa sul tavolo, nuda, con solo le autoreggenti. Le forchette, ora d'argento, si muovevano sul suo corpo come animate di vita propria. Le pungevano le carni, le foravano la pelle. Le davano piacere. Piccole gocce cremisi increspavano la sua pelle candida, scivolando fino alla tovaglia immacolata. Al contatto con il tessuto, il suo sangue mutava, diventava ancor più candido e inconsistente e svaniva, come se fosse neve al sole. Le aprirono le cosce, si nutrirono dei suoi umori.
Si sentì il cuore in gola. La tenevano ferma, immobile. Non poteva fuggire. Non voleva fuggire. Il piacere, ormai, era dentro di lei. Le argenterie riflettevano le luci in un'infinità di bagliori rendendo tutto così etereo.
E poi una lama, un coltello. Qualcuno le passò una lama davanti agli occhi. Occhi sgranati dal terrore e dalla paura. Occhi pervasi dal piacere. Cercava di urlare, di chiedere pietà, ma l'unico suono che usciva dalla sua bocca erano ansimi di piacere e lussuria. Ed il Signor Serramazzoni era lì, fermo, a capotavola, che la guardava. Sorrideva.
Era lei, era sempre stata lei, Marianna, la portata principale della cena.
Il coltello si appoggiò ad una spalla e incise la pelle morbida e vellutata. Il liquido cremisi scorse sulla pelle fino a toccar la tovaglia, mutando a quel contatto e dissolvendosi ancora una volta come neve al sole. Eppure non sentiva alcun dolore. Il terrore le invase le membra. Tremava, piangeva, provava piacere, ma quegli uomini non mostravano pietà. Ed il piacere non scemava.
La lama scese, sfiorò la pelle di un seno, che si aprì in due metà come nulla fosse, al contatto con l'acciaio. Arrivò al capezzolo. Marianna avrebbe voluto gridare con tutta la sua forza, ma nessun suono le uscì dalla gola. La sua carne si divise in due metà esatte ed un'esplosione di color cremisi si diffuse tutt'attorno a sé, spezzando quell'infinito candore. La stanza stessa iniziò a cambiare. Il candido, dopo quell'esplosione, lasciava spazio al cremisi. Ove una minuscola goccia di sangue cadeva, il cremisi prendeva ad espandersi, ricoprendo ogni cosa.
Ma la lama non fu sazia. Continuò la sua corsa. Marianna si rese conto che, per quanto tutto questo la terrorizzasse, al tempo stesso la stesse eccitando senza controllo. Il suo stesso sangue, la sua stessa carne aperta, era una visione afrodisiaca a cui non riusciva a resistere.
Il coltello aprì la pelle della pancia, del ventre. E allora capì. Capì che quella lama non si sarebbe fermata e avrebbe continuato la sua lenta discesa fino al centro del suo piacere mentre tutto, attorno a sé, mutava, da bianco candido a rosso cremisi.
Con gli occhi sbarrati per il terrore, osservò la lama sul suo ventre. La osservò persino quando, per un istante, si fermò proprio lì, sopra al centro nevralgico del suo piacere. Il suo aguzzino sorrise.
Spinse la lama dentro la ragazza.
E tutto conflagrò in un'esplosione di luce.




Marianna balzò a sedere, guardandosi attorno. La finestra si era aperta per un colpo di vento inondando la camera da letto di luce.
Marianna si sentiva sudata, terrorizzata, eccitata. Il suo fiato era spezzato come dopo un potente orgasmo. Si guardò ancora attorno, incapace di distinguere la realtà dalla fantasia. Era davvero la sua camera o stava sognando? La mano sinistra si mosse sul proprio corpo, timorosa di trovare i segni di quella notte, ma non trovò nulla.
Un sogno. Era stato soltanto un lungo, terribile, sogno.
La casa, la neve, i ninnoli, la rosa di cristallo, il Signor Serramazzoni. Erano stati tutti frutti della sua fantasia.
Marianna si rilassò e sorrise. Si, andava tutto bene.
Nonostante l'incubo, si sentiva perversamente languida. Avvolta nelle bianche lenzuola, si accarezzò l'intimo. Era bagnata. Aveva bisogno di una doccia. Mise i piedi a terra e di nuovo lo sentì.
Il suono cristallino di una piccola campanellina dorata. Il sangue le si gelò nelle vene.
Con il terrore nel corpo abbassò lo sguardo verso la sua caviglia.
Lei era lì.
Senza muovere gli occhi, portò la mano destra al collo. Sapeva già cosa avrebbe trovato. Il cammeo.
Corse davanti allo specchio.
Era proprio quel cammeo che le aveva regalato il Signor Serramazzoni nel sogno. Il cristallo di neve nella cornice di fino argento lavorato.
Per un attimo, un lungo eterno attimo, Marianna ebbe l'impressione di vedere il volto del suo padrone riflesso nel piccolo specchio in cui era incastonato il fiocco di neve, intento a fissarla.
Note finali:
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