i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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L’India.
Il subcontinente indiano aveva preso a rivestire un ruolo predominante nei miei pensieri da quando ero ventenne. All’epoca ero ancora il classico nerd dalla verginità d’acciaio fissato con l’Oriente e i suoi misteri. La verità era che all’epoca ne avevo fatto uno stile di vita, praticavo lo yoga, la meditazione, ecce cc.
Ora parte della descrizione se ne era andata ma l’idea dell’India mi provocava ancora veri e propri sogni ad occhi aperti. No, non erano sogni. Erano veri e propri voli di fantasia che mi portavano a desiderare di fuggire, fuggire da una società che spesso non sopportavo, da una quantità enorme di guano che mi arrivava quasi quotidianamente addosso per spostarmi in un paese in cui passato e presente convivevano in una fusione che creava contrasti e armonie ad un tempo.
Avevo letto molti libri sull’India, lo Yoga e tutto il resto. Avevo persino letto l’epopea indiana nota come Mahabharata. Nonostante tutto ciò, io non conoscevo l’India. Conoscere implica fare esperienza di qualcosa, io ne avevo acquisito solo mere nozioni. E a ogni libro, il mio amore per quella terra cresceva. Immaginavo i suoi odori, i suoi sapori, i paesaggi sconfinati dell’Hamical Pradesh e le città caotiche e moderne di Dheli e Nuova Dheli. Ero innamorato dell’India. L’amavo come si poteva amare una donna. Come avevo amato Katherine e come sicuramente amavo Maghera.
Avevo avuto un paio di contatti con la cultura indiana ma ero stanco delle pillole e quando al mio matrimonio mio fratello se ne era uscito con un biglietto per l’India, io avevo segretamente represso un fremito. Era un sogno che diveniva finalmente realtà. Avevo fatto altri viaggi in precedenza ma erano stati tutti quanti dei precursori, preparativi a quel singolo viaggio epico che mi avrebbe finalmente portato a scoprire me stesso. Inoltre era anche la dimostrazione che mio fratello si fidava di me. Non eravamo sempre andati d’accordo, lui era l’opposto di me ma io ero felice, felicissimo per quel pezzo di carta. Il mio primo viaggio da solo era stato causa di trauma per mio fratello…
In ogni caso ora non ero più da solo. C’era anche Maghera. L’indiana e io c’eravamo astenuti dal sesso per i successivi sette giorni dopo l’epico amplesso che aveva seguito il mio ritorno a casa. Era un modo per trovare un ritmo anche se entrambi avevamo desiderio di vedere un cambiamento. La nostra unione era ancora forte, sebbene a volte avessimo alcune lievi discussioni. La cosa che mi piaceva era che entrambi sapevamo come regolarci in merito. Quel che mi preoccupava era altro: al di fuori della mia famiglia, Maghera non conosceva quasi nessuno. L’indiana usciva poco di casa, forse per paura di potere ancora essere riconosciuta da qualcuno come Jaswindar, una giovane sposa indiana in fuga dall’Italia dopo aver ucciso sua zia e dato fuoco a casa sua. In ogni caso era chiaro che anche lei voleva cambiare quello stato di cose. Non le andava di isolarsi così tanto, stava diventando un eremita. Non per le persone ma per la vita, per poter uscire e sentire il sole sulla faccia, camminare senza paura, vivere.
E una vacanza sembrava decisamente il mondo migliore per riuscirci.

Decidemmo: fanculo a tutto il resto, saremmo partiti.
Preparare i bagagli non ci richiese molto tempo. Sia io che Maghera eravamo fan del viaggiare leggeri. Ergo: un trolley con qualche cambio e qualcosa per la toilette. Nessun libro, al limite il mio iPod che ascoltavamo in due e il mio cellulare. Budget di viaggio equivalente a 50'000 rupie.
In capo a due giorni fummo pronti. Avvisai tutti e ci ritrovammo a Milano Malpensa alle 7.00 di mattina. Totalmente soli ma finalmente liberi. Eravamo degli zombie. Nervosi per la partenza, avevamo passato la sera a guardare Avatar edizione speciale. C’eravamo coricati alle due di sera. Ci trascinammo sino a un bar mentre aspettavamo l’annuncio per il gate. Il caffè italiano ci ridiede energia. Maghera era abbigliata in un sari tipico del suo paese. Io avevo Jeans lunghi e maglietta a maniche corte. Scarpe normali per entrambi.
Lei non era mai stata attratta dai tacchi e io preferivo di gran lunga non spiccare per le calzature. Anche perché i mocassini della più fine marca in India sarebbero stati conciati malissimo in pochissimo tempo.
Un altro must del nostro viaggio era l’assoluta assenza di gioielli. Maghera ne aveva giusto un paio regalati da me che aveva avuto il buonsenso di lasciare a casa, io avevo lasciato a casa l’orologio di famiglia e un anello relativamente prezioso, ricordo di quando me ne ero andato di casa.
Passammo l’attesa a parlare. Avevo portato un libro ma l’avrei letto pochissimo, già lo sapevo. Lei si era presa un romanzo al duty free. Nessuno di noi toccò i libri anche se avremmo voluto fare ben altro.
La mia bocca trovò la sua. Mantenendo una mano sul bagaglio perché non si sa mai, la baciai. Uno, due, diversi secondi finché non cominciai davvero ad avere un erezione. Mio dio, quanto avrei voluto una stanza, di qualunque genere... Ma ci trattenemmo entrambi, limitandoci a limonare lì. Nessuna parola o discorsetto d’amore.
I discorsetti rovinano sempre tutto.
La bocca dell’indiana era una ventosa, le lingue in lotta ingaggiavano uno scontro fantastico. Mi ricordava Spirale Ovale degli Articolo 31, avete presente, no? Avevo un erezione semplicemente enorme. Appena dietro la spalla dell’indiana vidi la stessa identica anziana signora che mi aveva tacitamente biasimato quando limonavo quasi allo stesso modo con Katherine. Sciolsi l’abbraccio per un istante. Dovevo fare una cosa.
-Perché ti fermi?-, chiese Maghera, leggermente imbronciata. Sorrisi.
-Mi piaceva ma c’è una persona che ci guarda. Mi guardava anche quando ho abbracciato Katherine, era sempre lì. A biasimarmi in silenzio. Voglio capire perché.-, dissi.
-È così importante?-, nel tono dell’Indù c’era che comprensione anche se una punta di perplessità era comprensibile. D’altronde la curiosità sul suo volto si leggeva.
-Sì, perché ora capisco che soffre. Più di quanto ammetta con chiunque.-, dissi.
Maghera sorrise. –Vengo anche io.-, disse.

La vecchia rimase stupita. Era sulla settantina e camminava parecchio lenta. Indossava un dei pantaloni che dovevano avere almeno metà della sua età e un maglione. Le scarpe erano belle ma scolorite e nei suoi occhi vedevo qualcosa che pareva rabbia, disgusto ma anche sofferenza.
-Non ho nulla da dire.-, disse la vecchia vedendoci arrivare.
-Ma io desidero scusarmi. Probabilmente la stiamo urtando.-, dissi.
-L’altra volta mi urtavi. Ora il tuo comportamento mi è indifferente.-, disse lei. Mentiva.
-I suoi occhi dicono il contrario.-, osservò Maghera pacatamente.
-Io…-, s’interruppe. Prese fiato e alla fine lo ammise.
-Io ho perso mio marito in questo posto. Ci torno e ci ritorno solo per vedere giovani come voi che continuano ad abbracciarsi, a baciarsi. Non lo sopporto ma non posso andarmene. Non ci riesco.-, dall’occhio della vecchia cadde una lacrima muta.
Capivo. E anche la mia compagna capiva. Capivamo che l’anziana era inchiodata dal passato e tormentata dal presente. Annuì, serissimo.
-Capisco. So quanto è dura lasciare andare il passato ma bisogna riuscirci o finirà per divorarci.-, dissi.
-Il mio passato mi ha già divorata. Quel che vedete voi è solo uno scheletro, un rimasuglio della donna che ero.-, disse lei, -Non ho più nulla da perdere o da guadagnare. Passo i giorni a casa nella solitudine, i miei figli sono emigrati, i miei nipoti non mi conoscono, non ho nessuno…-, la voce le sì spezzò.
Maghera le prese la mano, dolcemente. Sapeva bene cosa volesse dire essere sola.
-Non è vero. Ha noi.-, disse, -Torneremo. Andremo con lei a fare passeggiate, a vedere luoghi, a vivere.-, sembrava cambiata.
-Io…-, l’anziana era sull’orlo delle lacrime ma ora erano di gioia.
-Venga.-, dissi prendendola per mano, -prendiamo qualcosa da bere.-.
Offrii un caffè all’anziana prendendo un bicchier d’acqua e un succo d’arancia per l’indiana. Bevemmo in silenzio quasi religioso, infranto dai passi e dagli annunci. Pagai per tutti. Una domanda mi sorse improvvisa.
-Per arrivare fin qui ci vuole un biglietto. Lei ne ha sicuramente uno. Per dove?-, chiesi.
-Sicilia.-, disse la vecchia estraendo un biglietto.
-Ci vada.-, dissi, sorridendo per incoraggiarla. Sapevo che era la cosa giusta.
-Cosa?-, chiese lei, -Sono vecchia, stanca, non ho bagagli…-, disse.
-Ma vuole vivere. Tenga.-, dissi dandole 300 euro che avevo tenuto da parte, -Si faccia una vacanza.-.
L’anziana li prese dopo un paio di proteste timide. Ci guardò.
-Dio vi benedica.-, disse con un vero sorriso, un sorriso pieno e gioioso che sbocciò sul sul volto rugoso prima che gli altoparlanti la chiamassero a un gate vicino.

-Hai fatto una cosa buona.-, disse Maghera.
-Era la cosa giusta da fare.-, dissi io.
-Non tutti l’avrebbero fatta.-,disse lei.
-Vero.-, dissi io cercando di non farmi prendere dall’orgoglio. La baciai lievemente per riuscire a mitigare la sensazione che avevo di avere fatto qualcosa di veramente eccezionale. Il mio primo nemico era sempre stato l’orgoglio. Avevo imparato a starci lontano. L’orgoglio può indurre in errore. In migliaia di modi.
-Spero solo che quei soldi non ci servano.-, disse Maghera con un sorrisone.
In quel preciso momento fummo chiamati al gate e ci fu necessaria una lieve corsa per arrivarci.

L’interno dell’Aereo della Delta Airlines era esattamente come immaginavo: pulito e trasandato ad un tempo. Intendiamoci, non era sporco ma l’usura sulle riviste e sui sedili dava l’idea che l’aereo avesse visto parecchi viaggi. Per un istante mi augurai che quello non fosse l’ultimo…
Seduti ai nostri posti, attendevamo il decollo. La Hostess della compagnia ci spiegò in ben tre lingue (italiano, Inglese e Tedesco ) le procedure d’emergenza e le misure da attuare per il viaggio. Cose che io già sapevo. E a giudicare dall’espressione, a Maghera ci volle meno di un minuto per capire tutto quanto. Ci guardammo, entrambi consapevoli del pensiero che stava attraversandoci il cervello.
-Tempo perso.-, sussurrai.
Lei sorrise. –Già. Lo useresti in altri modi?-, chiese mentre la Hostess spiegava in inglese.
Sorrisi come sapevo fare solo io, in quel modo furbo, dolce e grottesco ad un tempo. –Chiaro che sì.-, sussurrai.
-Mmmm.-, fece lei pensierosa e maliziosa allo stesso tempo. Solo il sentire quel suono che vibrava di desiderio me lo fece rizzare. Era un vero peccato che oltre a noi ci fossero una quantità enorme di persone. Sebbene a volte abbia sperimentato qualche esperienza simile al voyeur non ero assolutamente desideroso di coinvolgere un intero aereo nelle nostre acrobazie amorose.
Inutile dire che attendere era una tortura.

D’un tratto Maghera mi batté sulla spalla.
-Ho un idea.-, disse con un sorriso malizioso.
-Ti ascolto.-, dissi. L’erezione mi faceva quasi male.
-I gabinetti.-, disse lei. Compresi al volo: Gli ingressi alle toilette erano parzialmente occultati. Nessuno ci avrebbe visti ma sicuramente avremmo dovuto fare in fretta. Inoltre non avremmo potuto alzarci mentre un’hostess filippina di vent’anni o poco più stava ancora spiegando determinate cose riguardanti le procedure di sicurezza.

Attesi. Per dio, l’attesa davanti a cose del genere è sempre, sempre stata una sorta di braccio di ferro col destino. In verità in quei momenti di solito sapevo attendere ma aspettare il momento giusto con la tipa dei miei sogni accanto, il pene che sembra un pilastro del Partenone e un’hostess che sembra non smettere mai di parlare nonostante la pessima pronuncia del tedesco storpiata dall’accento filippino era una vera tortura. Mi imposi il silenzio, ascoltando il respiro. Dentro fuori, dentro e fuori. Ancora e ancora.

Finalmente la filippina smise di spiegare e si defilò. Io e l’indiana attendemmo qualche altro istante, l’aereo iniziò le procedure di decollo. Quando ci stabilizzammo a una quota ottimale. finalmente ci lasciammo alle spalle l’Italia e la prudenza.

Maghera fu la prima ad alzarsi. Lo fece lentamente, con la grazia di una regina e la leggiadria di una farfalla. Si diresse verso le toilette con passo fermo. La seguii poco dopo col membro rigido come un pilastro in marmo bianco.
Ora, i gabinetti degli aerei sono piccoli, spesso e volentieri estremamente scomodi e sebbene progettati per essere ergonomici, tendono anche all’essere essenziali, due cose che in genere contrastano.

In quel momento non ce ne fregava nulla.

Semplicemente bussai giusto una volta alla porta. Fortunatamente avevo indovinato il gabinetto. Maghera mi aprì e, appena fui dentro richiuse la porta senza fare il benché minimo rumore.
Neanche un secondo dopo eravamo già avvinghiati a spogliarci di tutti gli strati di tessuto che ci impedivano di copulare degnamente. Il sarì dell’indiana era tenuto alzato mentre le davo piacere con lingua e dita. I gemiti della giovane erano a stento contenuti. Ma non mi sembrava affatto giusto che godesse solo lei…
Smisi quindi di leccare, penetrare e succhiarle la yoni per poi alzarmi e baciarla. Lei mi leccò le labbra pregne dei suoi succhi. Gemette quando le strinsi un seno. Ci staccammo e senza bisogno di incitamenti, la mano dell’indù si avvolse attorno al mio pene ipereccitato, iniziando a segarmi. Lentamente scopriva e ricopriva il mio glande mentre io le infilavo due dita nella fica bruna e glabra. I nostri gemiti si fondevano, interrotti solo dai nostri baci.
Le mie dita erano come pistoni, facevano insistentemente avanti e indietro nell’intimità ormai fradicia di Maghera, che ricambiava segandomi con ammirevole maestria. Andavamo allo stesso ritmo e se uno di noi cambiava, l’altro si adattava. Avremmo potuto continuare in eterno ma sapevo bene che presto o tardi qualcuno avrebbe incominciato a sospettare.

Aumentammo il ritmo, cercando di avvicinarci il più possibile. D’un tratto abbandonai ogni cautela e sollevai l’indiana di peso, impalandola sul mio membro.
La giovane emise un gemito compiaciuto, primo di una serie che soffocai baciandola. Imposi il ritmo. Lei mi piantò le unghie nella schiena dopo avermi sollevato la maglietta. Eravamo scatenati, le nostre bocche si cercavano, le lingue mulinavano senza controllo.

Stavamo per concludere ma proprio in quel momento, sentimmo bussare. Subito dopo la dannatissima hostess filippina (o per meglio dire la sua voce) ci rovinò quel momento d’estasi pura.
-Va tutto bene.-, rispose Maghera.

Ci rivestimmo lentamente, aspettando di sentire il rumore dei tacchi della donna che si affievoliva sino a sparire prima di uscire. Prima io, e dopo qualche minuto anche la mia compagna.

Nonostante tutto non ero insoddisfatto, anche se ero ancora una sbarra di ferro. Una volta in hotel avremmo potuto concludere.