i racconti di Milu
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E felice anno nuovo!
(And Justice for all!)



Ogni volta che qualcuno mi augura Buon Natale... e Felice anno nuovo, a me quel felice anno nuovo suona come “And justice for all”, come canta James Hetfield dei Metallica. Cioè non mi sembra un vero e proprio augurio ma qualcosa tipo “non sai ancora che grane ti aspettano e te le meriti tutte”, si chiama giustizia e ci sarà per tutti, soprattutto per te che odi il Natale. È solo perché ho le palle unicamente virtuali che non mi autostrizzo gli attributi al sentire quel genere di augurio.
Allora solitamente mi affretto a dire “anche a te!” in tono truce, socchiudendo gli occhi e guardandolo con aria di sfida. In modo che se c'è davvero una giustizia da evocare allora il rituale sia reciproco.
E quelli che invece ti augurano “tante cose”? Manco fanno lo sforzo di augurarti qualcosa di specifico tipo “ti auguro di avere tanta fortuna”, “ di avere una gran salute”, “di diventare multimiliardario o imperatore galattico”, “di andartene allegramente affanculo” o che so io... No “Tante cose”. Che può anche voler dire: “ti auguro grane, minchiate e affanni, malattie, problemi...” però tanti! Ecco, che culo eh?! Non si sforzano neanche di esprimere (o di pensare) un augurio adatto, lasciano fare a te, come se scrivessero sul biglietto d'auguri: “Buon... e tu puoi compilare a piacere sui puntini, inserendo “anno”, “Natale”, “pranzo”, “omicidio”... insomma tutto come vuoi tu, come fosse un augurio da montare, tipo uno dell'Ikea.
Oppure quelli che “Buon Natale, eh, auguri, buon anno, buone feste, buon tutto...” e ti danno il bacio salivoso... che ti lascia le guance umide e tu non puoi pulirtele immediatamente ma lo vorresti fare con così tanto ardore da valutare di usare anche un disinfettate quando poi ti strucchi. Poi ci sono i duri, che si fingono estraniati, non augurano un tubazzo, non baciano nessuno e un po' si estraniano quando gli altri si scambiano gli auguri. Quasi li apprezzo di più, io non riesco mai a farlo però, vengo posseduta (!!) in qualche modo dallo spirito natalizio/festoso e alla fine mi sdilinquisco in arzigogolati auguri pensati apposta, magari con l'occhio leggermente umido – auguri per il tuo nuovo lavoro, relazione-progetto-casa-figli- figlio,toy boy, cane, gatto, topo, elefante, non manca più nessuno, solo non si vedono ancora le tue corna – e giù di caloroso abbraccio e gran pacche sulla schiena. Forse non sono normale, però senza forse. Oppure dipende dalle sostanze alcoliche che ingurgito. (and Justice for all!)
Che poi, voglio dire, non bastava la tragedia del Natale... eh no, perché dopo il Natale c'è il Capodanno. Dovrai affrontarlo coraggiosamente anche dopo:
1) Aver impacchettato tutti i regali che ti sei affannosamente affannata a comperare dilapidando una fortuna. (Che poi fra l'altro le confezioni regalo che confeziono io stessa sembrano sempre incartate da un tirannosauro diversamente abile, cieco, e con una zampa sola- e naturalmente corta.)
2) Averli recapitati nei tempi previsti senza cedere all'impulso del “ce lo scambiamo dopo Natale, magari a Pasqua, quando ci vedremo -forse”.
3) Aver propinato sorrisi sintetici anche a chi ti ha regalato del ciarpame probabilmente riciclato o l'ennesimo paio di calzini con Babbo Natale.
4) Aver telefonato a tutti i parenti (che ci tengono) per fare loro gli auguri (and Justice for all!)
5) Essere sopravvissuta a pranzi, cene, apericene, apericazzi e aperitivi.
6) Non aver sistematicamente evirato ripetutamente (anche perché sarebbe tecnicamente impossibile) il partner che ha espresso la propria opinione (non richiesta) sui regali che si sono acquistati. Che non riesce mai a ficcare l'auto nel parcheggio che gli indica la compagna, perché a caccia di uno migliore (anche l'ultima domenica prima di Natale nel parcheggio del Centro Commerciale più affollato della Galassia) e quindi si gira per quaranta minuti per trovarne uno che gli garbi. Che non ha alzato un dito per aiutare a impacchettare e/o recapitare i regali. E che, infine, dopo aver mangiato come un porco a Natale non ha aiutato a rigovernare, troppo occupato dalla delicata operazione di emettere rutti mistico/festivi. (And Justice for all!)
7) Essere riuscire a resistere alla tentazione di mandare in corto l'impianto elettrico dei vicini che hanno addobbato il giardino come una cafonata proveniente da un B-movie natalizio americano anni '80.
8) Non aver fatto a pugni con nessuno, nemmeno con quelli che, nel Centro Commerciale più affollato della Galassia, di cui sopra, ti passano davanti alla cassa, spintonando, per poi impiegare ventisette minuti virgola dieci a ritirare le due cretinate che hanno preso, e che avevano così tanta fretta di pagare.
9) Aver cucinato cose che dalla ricetta (e dall'ingannevole foto della ricetta) parevano facili ma poi si sono rivelate più complesse del livello midnight di Halo 5, e avere anche avuto il coraggio di mangiare per non fare brutta figura coi parenti.
10) La più difficile (Nightmare level) non avere litigato con la propria famiglia.

Ecco, dopo tutte queste prove così difficili, che nemmeno ai Giochi senza Frontiere, riuscivano a pensarle, c'è ancora il Boss finale all'orizzonte... IL CAPODANNO. (Letto con voce epica, e una colonna sonora inquietante in sottofondo, ottima quella di Dracula Untold).
Il Capodanno mi fa paura quasi quanto essere rapita da una banda di mostri da film horror, tipo “Non aprite quella porta”, essere legata, immobilizzata, imbavagliata, e costretta ad assistere in sequenza al discorso di Capodanno del Presidente della repubblica, al Concerto di Capodanno, e a uno show di Barbara D'Urso. Non necessariamente in quest'ordine.
No perché ci sono molti tipi di Capodanno.
Tipo il cenone con gli amici dove ognuno porta qualcosa.
Questo per me è tremendo perché l'unico modo per sopravvivere sarebbe fare sì che cucini tutto Simona, la mia amica, ma non è possibile, perché qualsivoglia essere dotato di utero della compagnia si sente chiamato in causa. Entra in sbattito lo spirito femminile. La competizione ovarica. La rivalità del “gentil” sesso. E tutto diventa una sfida all'ultimo neurone rosa. Praticamente si tentano ricette impossibili che trascendono l'antagonismo... si va sull'agonismo. Infatti è un'agonia!
Tre anni fa Stefy One Night s'era messa in testa di fare una roba che, oh, ve lo giuro, per capire come si scriva sono dovuta andare a cercare su google. La Croquembouche. Praticamente è una montagna di bignè riempiti di crema, cioccolato o panna, tutti impilati in precario equilibrio, cementati da un collante di caramello, e tenuti insieme da veli impalpabili di zucchero filato.
Per una che stenta a cucinarsi una bistecca m'era parso un progetto un pelino ambizioso fin da subito, ma non glielo avevo fatto notare perché l'anno precedente voleva fare i vol au vent, e quando le ho detto che non erano così semplici da cuocere s'è arrabbiata e alla fine ha fatto le pizzette, giganti... a forma di attributi maschili e quando, dal momento che festeggiavamo nella tavernetta di Sergio, erano scesi i suoi genitori a farci gli auguri (and justice for all!) era stato un goccino imbarazzante. C'erano rimasti male nel trovare il loro figliuolo con un... ecco una pizzetta diciamo, in bocca. Quindi ero impensierita dal fatto che si dedicasse a una preparazione tanto... ehm appuntita e dalla forma foriera di eventuali tentazioni ridanciane!
Alle due del pomeriggio del 31, mentre io stavo per uscire per andare a ritirare in rosticceria quello che avrei millantato di aver preparato da sola, magari incasinandolo un po', mi ha chiamata Simona, disperata.
Lei, Simona dico, ha la fissa di fare le cose bene. Se una roba non è fatta bene tiene il muso tutta la sera poi, se non avanzano caterve di cibo dice che non ce n'era abbastanza. Che abbiamo fatto la fame, se le pietanze non sono buone o non si presentano bene interviene e lo fa con mano pesante... è lei la caposquadra capodannizia. E guai a non avere i tovagliolini di carta intonati ai piatti. A volte credo che se non ci fosse lei, prenderemmo tutti una pizza e la mangeremmo direttamente dal cartone, con le mani e alcuni -immagino- persino coi piedi. Comunque mi chiama sbraitando che Stefy l'aveva convocata d'urgenza e non ci voleva andare da sola, perché al telefono Stefy piangeva. E mi sono automaledetta per avere risposto al telefono. Ripetutamente.
Durante il tragitto ho cercato di ricordarmi le volte in cui Stefy avesse pianto, erano pochissime. Una era di certo quando una sera, dopo essersi portata a casa un tipo stratosferico, tipo fotomodello americano, s'erano accorti di non avere i preservativi. E l'altra credo fosse quando invece se n'era rotto uno. Pertanto ero davvero, ma proprio davvero, preoccupata.
Quando siamo entrate lei ci ha accolte che sembrava una vecchia di novant'anni. Coi capelli bianchi! Almeno a me era sembrato così e quando le ho detto: “Ohmioddio, hai finito il colore per i capelli!” lei mi ha fissata con odio, profondo. Per poi specificare: “Guarda che è zucchero filato”.
Per tenere insieme il “mostro” aveva requisito la macchina dello zucchero filato (quella per bambini tipo il dolce forno) alla nipotina di sei anni, e l'aveva fatto con quello. Ma alla fine era riuscita solo a bruciarle la macchinetta e a impiastricciarsi totalmente i capelli.
Appena entrate in cucina, abbiamo visto lo scempio. Il disastro. La catastrofe culinaria.
Bignè semiripieni sparsi ovunque. Sul tavolo, sul lavello, per terra... lì come le vittime di un'esplosione, con le interiora di cioccolato e crema di fuori. Caramello denso ovunque. Puzza di bruciato e il piatto, quello dentro al quale sarebbe dovuta sorgere la sua creazione, pieno di un paio di strati malamente appiccicati l'uno all'altro di bignè. Perfino il pavimento sembrava appiccicoso e quando mi sono guardata interrogativamente le suole degli anfibi lei ha detto con aria di sfida: “Lo zucchero filato è volatile”. Non ho ribattuto solo perché lei è una che di volatili, se ne intende.
“Perché hai voluto fare proprio questo... questo coso assurdo?” ho domandato però, vagamente esasperata dal tempo che avremmo perso per aiutarla.
“Mi piaceva il nome...”
Già: aveva a che fare con qualcosa di rigido e croccante... in bocca. Stupida io a chiederglielo.
Simona mordendosi un labbro ha mormorato: “Ma... è esploso? Come hai fatto?”
Stefy soffiandosi il naso ha biascicato: “Non è ESPLOSO. C'ero quasi riuscita...”
Io mi sono schiarita la voce guardando in giro per dissimulare la mia espressione scettica.
“E poi?” ha chiesto Simona, fiduciosa come sempre.
“E poi”, ha proseguito Stefy, “mi sono girata di scatto per fare svolazzare perfettamente lo zucchero filato, sai tipo mantello da torero, perché non si appiccicasse su se stesso, ho urtato la piramide con un gomito e ho rovesciato tutto.”
Un cataclisma. A parte che non capivo come l'avrebbe trasportato, ma ho pensato di non esternare i miei dubbi, onde evitare scenate isteriche e inusitati turpiloqui.
Però, esattamente come Stefy, mi sono messa a fissare Simona. In attesa di una soluzione.
Lei ha gabolato un po', sentivo quasi i meccanismi cibernetici del suo cervello organizzato macinare, e poi ha esclamato: “Non fa niente, intanto so che Fabiola porta il panettone ripieno”.
Non l'avesse mai detto!
L'ego femminile di Stefy s'è inalberato, ma cosa dico inalberato, si è mostrato in tutta la propria (inaspettata) potenza e scelleratezza. Stefy s'è messa a urlare con non poteva fare una figura del genere, non portando niente, che quella sera ci sarebbe stato anche il suo ragazzo e cosa avrebbe pensato di lei...
L'ho interrotta, incuriosita e le ho chiesto: “Amedeo, quello con gli occhi azzurri?”
Lei ha scosso la testa, soffiandosi ancora il naso, facendomi un cenno con l'altra mano, come a dire più avanti.
“Allora Franco, quello coi capelli che sembrano gli aculei di un porcospino?”
Un altro gesto come quello di prima.
“Filippo? Il biondino?”
Occhiata truce. Ho valutato di iniziare a pronunciare nomi a caso, riponendo le mie speranze nel calcolo delle probabilità, mentre Simona si fingeva occupata a rimestare nella pentola bruciacchiata dove c'erano residui bellici di caramello, per non essere coinvolta.
“Allora chi?” ho chiesto infine.
Stefy ha socchiuso gli occhi, mentre l'ira soppiantava il dispiacere e ha sibilato: “Non me lo ricordo come si chiama, però è un gran figo, ok?”
“Ok! Ok!” ho detto sollevando le mani in segno di resa.
È stato difficilissimo riuscire a convincerla a non raccogliere i bignè da terra, ripulirli, e impilarli di nuovo, come se niente fosse, con l'aiuto di Simona.
È andata a finire che ha comperato un dolce in pasticceria. Pure lei.
No perché poi va sempre a finire così, progetti di fare chissà che roba e poi per questioni organizzative, di tempi e anche di capacità (o incapacità) comperi qualcosa preparato da altri. Sono certa che faccia così anche Melinda. E se mettessimo insieme tutti i soldi che tutte quante spendiamo per comperare attrezzi da cucina che poi non useremo mai più, ingredienti ricercatissimi (un anno Fabiola ha usato lo zafferano del Madagascar e non sapeva di niente, ma l'aveva strapagato e le abbiamo detto che il risotto era una delizia), e preparazioni provenienti da rosticcerie, pasticcerie, eccetera, potremmo farci cucinare il cenone da Gordon Ramsay in persona, risparmiando e mangiando meglio!
Oppure c'è l'opzione appunto, di andare a cena da qualche parte. Però a Capodanno i prezzi salgono e la qualità scende. E soprattutto dopo cena tocca andare in una balera, pieni come le uova, con il rutto che ti solletica la gola e il vestito che ti sta stretto... arrancando sui tacchi che erano fighissimi al negozio, ma che se ci cammini per più di ventitrè secondi netti, a passo spedito, enumeri tutti i santi del calendario.
Un anno abbiamo fatto un tentativo. Ci hanno sbattuti fuori dal ristorante perché i ragazzi, diciamo leggermente brilli, per usare un eufemismo, hanno iniziato a lanciarsi le briciole di pane per ingannare l'attesa fra i primi piatti e l'arrivo dei secondi. Anche l'ego maschile è simile a quello femminile, ma più testosteronizzato. Nel senso, non hanno il senso -appunto- della misura. Lì deve saltare fuori il maschio alfa, quello che anche da brillo, ha la meglio sugli altri maschi le restanti lettere dell'alfabeto greco. Quindi se uno colpisce un altro con una mollica, quell'altro deve strafare. E gli altri “letterati” prendono l'esempio. E parte la corsa agli armamenti. Uno ricambia con una mollica più grande, poi un altro parte con l'offensiva del grissino lanciato come fosse un missile terra-aria, si passa velocemente alle pagnotte, poi, nel nostro caso, alle conchiglie, spoglie mortali delle capesante che c'erano fra gli antipasti. Cazzo, una conchiglia nell'occhio fa male! E allora maschi Alfa, Beta e Pirla, si sentono minacciati nella loro mascolinità, e a nulla servono le parole delle femmine Figa, Tetta e Gamma, loro non si fermano. Passano ai bicchieri, alle bottiglie e alle mani.
E ci hanno sbattuti fuori. Giustamente. (And Justice for all!). Centoquindici euro, per due capesante, dell'insalata di mare dove c'erano più sottaceti che altro, quattro tortellini tristi e tre occhi neri.
Ma l'orrore non ha mai fine.
Perché noi donne siamo straordinarie. Per sembrare un pelucchino più fighe delle altre ci sottoponiamo anche a dei rituali spaventosi per la notte del 31!
Ad esempio trascorrere fantastilioni di ore dal parrucchiere, fra attesa e posa in opera, per poi uscire, accecate dalla lacca e coi brillantini in testa che sembrano forfora e poi scendono come neve sul vestito nero, che per mettercelo siamo state a pane e acqua per tre mesi. Ma più acqua che pane. E il pane rigorosamente azzimo.
Oppure farci torturare le unghie delle mani (che poi i maschi le guarderanno al massimo di sfuggita, mentre lanciano la pagnotta di cui sopra) con i numeretti dell'anno nuovo e i glitter.
Anni e anni di progresso sociale a ancora stiamo lì, a soffrire coi tacchi interstellari, perché a Capodanno tocca essere stratofighe. Con il completino intimo rosso sotto al vestito, quello che ti da fastidio in tutti i punti strategici, così tanto, ma così tanto, che poi alla fine vai a casa e non vedi l'ora di metterti il pigiamone di pile. E se il tuo lui, dopo aver ruttato come un demone degli inferi più profondi per tutta la sera, ha in mente di combinare qualcosa, tu, che hai patito come un tacchino il giorno del ringraziamento per i tacchi, il completino, coi glitter negli occhi e le unghie di cartongesso, come minimo lo prendi a padellate sulle balle, talmente che sei isterica. Così ha qualcosa di rosso e intimo pure lui.
Una volta però ho visto gli occhi di Nico, uno dei miei amici, baluginare di concupiscenza nei confronti di un vestito che Fabiola aveva indossato a Capodanno. È andata così: stavano tutti aspettando che le donzelle uscissero dalla cucina con le “improvvisate” preparazioni da sistemare sulla tavolona e l'ho visto con gli occhi strabuzzati che guardava in giro come se cercasse Belen mezza nuda fra noi della compagnia. Manco avesse perso cento euro sarebbe stato così attento.
“Che cerchi?” gli ho chiesto incuriosita.
Lui mi ha fissata con gli occhi pallati e ha fatto un sorrisino dicendo: “Ho una fame bestia, e così posso unire al dilettevole, mi hanno detto che Fabiola ha un vestito lungo fino ai piedi, tutto di paillard!”
Ho socchiuso gli occhi con un sospiro. “Chi te l'ha detto?”
“Angelo” ha risposto lui.
“E secondo te Angelo lo sa che le paillard sono bistecche e le paillettes sono un'altra cosa?”
Lì gli si è insinuato il dubbio sotto a ogni sorta di appetito e ha risposto un po' pensieroso: “Uhm, no”.
“Ecco, perché il vestito è di paillettes!” Al che lui mi ha fissata con l'aria delusa di un naufrago al quale bucano il canotto. Quindi, picchiettandogli amichevolmente sulla spalla, gli ho detto, consolatoria: “Ma è molto aderente...”
Tuttavia l'interesse stava già scemando. E quando dico scemando... è perché trattasi di scemo.
A volte provo l'impulso di fingermi morta fino al due di gennaio. Anche perché per esperienza, più uno si arrabatta, si massacra, si impegna per far sì che una serata sia divertente e perfetta, e meno lo è.
Si creano troppe aspettative, e poi si deve fingere di divertirsi per forza. Invece sono più belle quelle serate che partono noiose e poi ci si uccide dal ridere anche solo vedendo un film.
A Capodanno invece tutti vogliono festeggiare l'anno che se ne va e accogliere bene quello che arriva. Di solito l'anno se ne va come è venuto, mentre sei pieno zeppo di schifezze che se ti facessero gli esami del sangue in quel momento ti abbatterebbero seduta stante per evitarti ulteriori sofferenze, mentre ti arrabatti per stappare la bottiglia in tempo, sincronizzandoti con tutti gli orologi disponibili e dei cretini fanno il conto alla rovescia saltando dei numeri per creare pathos. Alcuni amici sono già ubriachi, molti vagano attorno a te senza una meta, altri mangiano, e i più se ne stanno incollati al cellulare a mandare catene idiote e messaggini e tu hai un solo colpo da esplodere – col tappo- e non sai chi colpire per fare la gallata che farà sbellicare tutti, guadagnandoti un po' di attenzione. Praticamente è come trovarsi nel bel mezzo di un'apocalisse zombie.
Però mentre fingi di divertirti, alle volte ci riesci pure... un po' come hai fatto durante l'anno e farai l'anno a venire.
Ti sbatti, cerchi di sopravvivere e tenti di divertirti perché è l'unico modo per sopravvivere senza impazzire.
Però quel divertimento te lo devi guadagnare... è per quello che comunque vada, a stare in compagnia a Capodanno, non si rinuncia mai, cercando di non prenderti troppo sul serio, altrimenti ammattisci... and Justice for all!
Mirta

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