i racconti di Milu
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«Pronto?»
«Che stai facendo?»
«Nulla di speciale. Dimmi tutto.»
«Passo da te tra dieci minuti. Giro dei bar fino al parco. Palle di neve.»
«Affare fatto, ti aspetto giù.»
«Ottimo.»
«A dopo.»
Il tempo di allacciare bene gli anfibi, infilare la giacca di pelle ed i guanti ed eccomi in strada. L'aria è frizzante e cristallina, pizzica il naso ad ogni respiro. Ha nevicato ininterrottamente per quasi ventiquattro ore e adesso la città è coperta da un manto bianco ed uniforme. Sono passati a pulire le strade, certo, ma questo non ha fatto altro che creare montagne di neve lungo i marciapiedi ed agli angoli delle strade e a lasciare una malta scivolosa sulle carreggiate. Le auto, che normalmente sfrecciano su questa via senza curarsi dei passanti e del limite di velocità, ora procedono lentamente, con cautela, come se una mano invisibile le stesse frenando. Persino la gente che incontro camminando incede con esitazione, rallentata dalla paura di scivolare mettendo un piede in fallo, sul ghiaccio perfido. Mentre io riesco a muovermi sicuro e tranquillo, forse merito dell'inverno trascorso a Berlino, ascoltando il rumore della neve schiacciata dai miei anfibi, un passo dietro l'altro. Tutto è ovattato, come un sogno.
Erik mi aspetta fuori dal portone di casa sua, appoggiato alla parete. Chiuso nella sua giacca a vento, sciarpa al collo, guanti da sci e berretta ben calcata in testa mi rivolge un cenno di saluto. È più giovane di qualche anno di me ma, a vederci, non si direbbe.
«Ehi, non mi dirai che hai freddo!»
«Vecchio, siamo a -2. Secondo il termometro fa freddo! Solo tu sei tanto stupido da aver passato l'inverno al nord praticamente in maglietta!»
È vero, ha ragione. È stato un inverno freddo, quello a Berlino, molto freddo, ma il mio abbigliamento non è cambiato. Ci sono state notti in cui, al rientro a casa, non riuscivo a smettere di tremare. Mi scappa un sorriso a ricordare quel periodo.
«Andiamo a scaldarci come si deve allora, così smetti di lamentarti come una donnicciola.»

Poco dopo siamo al primo bar in piazza e due bicchieri di vodka si svuotano nei nostri intestini in un colpo solo. Non sono nemmeno le due del pomeriggio. Il barista, anche se la città è piccola non so chi sia e nemmeno mi importa, ci guarda storto, come fossimo due alcolisti della peggior specie. Ho sempre avuto un debole per la vodka, anche se dopo Berlino ho sviluppato un amore profondo per quell'intruglio dello Jägermeister.
«Se iniziamo così nel primo pomeriggio, far sera sarà impegnativa, temo.»
Erik mi batte una mano sulla spalla e se la ride.
«Non avrai paura di un paio di cicchetti?»
Rido e lascio sul banco il denaro per pagare il giro.
«Scherzi? Non penserai davvero di tenermi testa? Dovrò portarti a casa prima di arrivare al parco e mi troverò a fare a palle di neve da solo.»
«E come pensi di riuscirci?»
«Oh beh, in qualche modo farò!»
Usciamo dal bar e lascio correre lo sguardo sulla piazza coperta di bianco. In fondo, alla mia sinistra, un'auto è completamente sommersa e bloccata. Di fronte a noi, un gruppetto di bambini non si concede alcuna tregua in una spietata guerra all'ultima palla di neve tra urla minacciose e grida di giubilio. Peccato non aver una macchina fotografica con me per immortalare questa scena.
«Allora, da che parte?»
Il mio amico mi riporta alla realtà. Mi guardo attorno pensando alla strada che ci possa fornire maggior divertimento.
«Io dico di seguire il corso. Facciamo tappa al Red Carpet dalla Cri. Due chiacchiere che è una vita che non la vedo. Poi continuiamo fino al Taco dai ragazzi. Da lì pieghiamo lungo il viale, fino allo Smooth. Chi c'è oggi di turno?»
Erik alza le spalle e scuote il capo.
«Non ne ho la minima idea.»
«Vediamo chi c'è a lavorare e da lì ci spostiamo al parco, alcol permettendo.»
«Affare fatto.»

Lungo il corso lo scenario non cambia rispetto a prima. Le gente cammina a fatica cercando la sicurezza dell'appoggio del piede prima di muovere un altro passo. Le auto procedono al rallentatore, ben pochi si azzardano a tenere l'andatura di sempre, scatenando tsunami di schizzi e tempeste d'insulti da parte dei pedoni. Io ed Erik avanziamo sicuri, incuranti di chi, traballante, incontriamo lungo la strada. E se rischiamo uno scivolone ne ridiamo divertiti.
Il Red Carpet è lì che ci aspetta. Quando entriamo, Cri ci accoglie con un sorriso ed un abbraccio caldo, con quel suo maglioncino grigio e morbido che so piacerle tanto e quegli inguardabili ma caldi stivali foderati di pelo. Erik si toglie subito la berretta e si appoggia al banco. Io mi godo due carezze della ragazza prima di mettermi comodo su una sedia. A quest'ora, con questo tempo, siamo gli unici avventori.
«Cosa ci fate in giro con questo tempo ragazzi?»
«Nulla di speciale, ci godiamo la neve come due bambini e la usiamo come scusa per bere.»
«Immagino non siate qui per un tè caldo. Cosa vi posso dare?»
Guardo Erik. Fa scorrere lo sguardo sulle bottiglie alle spalle della ragazza.
«Rum?»
«Scuro.»
Gli faccio eco io. Un attimo dopo la ragazza ci serve due bicchieri di Bacardi Reserva. Un terzo lo tiene per sé. In alto i calici. La guardo sorpreso. Lei sorride.
«Che? Potete bere solo voi?»
«Alla salute allora!»
È il momento di bere.
«Alla salute!»
Mi rispondono in coro. Sono il secondo a posare il bicchiere vuoto sul banco, seguito un istante dopo da Cri. È una delizia sentire il calore del liquido ambrato scendere in gola e diffondere il suo tepore in tutto il corpo. Salutiamo la ragazza che ci concede un abbraccio ed usciamo in strada.
Lungo il cammino iniziano a volare le prime timide palle di neve tra me ed Erik. Ne raccolgo un po' tra le mani rubandola dal tettuccio di un'auto, giusto per essere sicuro che sia pulita, e la lancio, sfruttando un attimo di distrazione del mio nemico e centrandolo in mezzo alle scapole con un bel tonfo sordo.
«Sei morto! Il prossimo giro lo paghi tu!»
Protesta, ma ormai è fatta e i metri successivi son un botta e risposta di piccole, irregolari sfere bianche che volano per la strada. Qualche anziano signore ci guarda male, due bambini ci sorridono e chiedono vanamente alla mamma di potersi unire a noi, due ragazze si rifugiano dietro l'angolo di una casa quando le prendo di mira.
Ma quando una palla, lanciata da Erik, mi manca ed impatta sul parabrezza di un Audi esplodendo in una miriade di cristalli ghiacciati, un municipale, al posto sbagliato nel momento sbagliato, ci tira le orecchie. Il suo è un richiamo bonario, certo, ma perché rovinare la giornata? Alziamo le mani in segno di resa e ce ne andiamo. Il Taco ci aspetta.
Ci arriviamo pochi minuti dopo. Lo scenario non è dissimile da prima e i clienti sono pochi. Due saluti veloci coi ragazzi che lavorano qui, una tequila bianca per noi e poi via, verso la prossima tappa. Non ci attardiamo troppo, altrimenti al parco non arriviamo più. Fuori dallo Smooth un grande cartello “ATTENZIONE! Si scivola!” mi fa sorridere. Quando entriamo Jessy ci accoglie con un sorriso di benvenuto.
«Finalmente qualcuno! Oggi è un mortorio.»
Erik si mette comodo su uno degli sgabelli e si alleggerisce, togliendo berretta e giaccone. A quest'ora e con questo tempo il locale è vuoto ed è tutto per noi.
«Mia cara, chi vuoi che esca con questo tempo... a parte noi, ovviamente.»
«Ho fatto due caffè da quando ho aperto. Dove state andando?»
«Giro alcolico dei bar fino al parco, dove faremo a palle di neve.»
«Oddio... siete pazzi! Quanto avete già bevuto?»
«Un paio di giri, nulla di che, ma tanto siamo a piedi. Che vengano a prendermi la patente. Erik, cosa ci facciamo?»
«Vodka, rum, tequila, gin?»
Jessy ci guarda sgranando gli occhi.
«Gin? Secco?»
Nemmeno a me l'idea entusiasma particolarmente, ma ormai siamo in ballo.
«Così è deciso.»
La barista mette i bicchierini davanti a noi, li riempie con il liquore bianco e alza le spalle.
«Non si beve.»
Io ed Erik sorridiamo, prendiamo i bicchieri e giù, a collo. Non lo avevo mai bevuto secco prima d'ora ed è un'esperienza che non ho intenzione di ripetere. Posiamo i bicchieri vuoti sul banco ed è ora di ripartire. Il parco non è lontano, appena dieci minuti da qui e finalmente raggiungiamo il grande parcheggio antistante.
Un gruppo di ragazzi è già al lavoro: sfruttando le montagne create dagli spazzaneve si stanno dando battaglia senza esclusione di colpi. Non ci vuole molto perché io ed Erik diventiamo parte integrante della festa e si dia il nostro contributo allo scontro.
Poi la vedo.
Entra nel grande parcheggio e cammina tranquilla verso una delle poche auto parcheggiate. Capelli lunghi, occhi felini, passo sicuro, ben chiusa nella giacca e con una pesante sciarpa avvolta attorno al collo. I pantaloni sono larghi e abbondanti, sicuramente meglio delle ragazzine che si vedono in giro che indossano due taglie in meno. Converse. Nero il colore dominante.
È un attimo. Mi distraggo a guardarla mentre si muove nella nostra direzione e una palla mi raggiunge in pieno volto. Gli occhiali mi saltano via dal naso ed io, per fare scena, mi getto a terra nella neve, tra le risate generali. Non vedo più nulla. Quando recupero la vista lei è lì, che cerca di sgombrare il parabrezza di una piccola Nissan scura. Faccio una palla di neve e mi preparo a tirarla inscenando, come un cretino, la mia vendetta per il colpo di poco prima e giro attorno ad Erik, così che sia tra me e la Nissan. Lancio. La bianca sfera vola ben oltre la testa di Erik e centra perfettamente il vetro dell'auto. La ragazza gira il capo di sobbalzo e guarda inevitabilmente verso di noi. Sorrido e alzo la mano. Colpevole.
«Mi spiace, ho preso male la mira.»
«Si immagino.»
Mentre lei torna a liberare la macchina dalla neve, io faccio un cenno ai ragazzi, mi stacco dal gruppo e mi avvicino alla fanciulla in nero.
«Non dico bugie. Non volevo prendere il vetro dell'auto. Volevo colpire te.»
Gira nuovamente il capo verso di me. Ho la sua attenzione ora.
«Come scusa?»
«Non volere prendere l'auto, avevo mirato a te.»
«Complimenti per la mira allora. Per fortuna non siamo in guerra.»
Il suo accento non è di qua, l'ho già sentito, ma non riesco a ricordare.
«A dire il vero noi sì, lo siamo. Potresti unirti.»
Mi guarda con disappunto e sufficienza.
«Grazie dell'invito, ma devo andare.»
Alzo le spalle e la osservo mentre si dedica a pulire l'auto. All'improvviso mi viene in mente la mia amica e il suo accento.
«Roma?»
Lascia cadere a terra parecchia neve e mi guarda con fare interrogativo.
«Roma?»
«Sì, sei di Roma. Una mia amica ha il tuo stesso accento.»
«Ben per lei. Comunque abito vicino a Roma, sì.»
«Se non vuoi unirti è un peccato. Magari dopo si poteva andare a bere qualcosa tutti insieme. Per scaldarsi niente di meglio che un po' di sana, vecchia, vodka.»
«Magari un'altra volta, eh?»
«Un'altra volta.»
Le rivolgo un sorriso, un lieve inchino e mi incammino per tornare dai ragazzi. Non ho ancora fatto molti passi quando una palla di neve mi centra in mezzo alle scapole. Mi giro guardando la ragazza, sorpreso e divertito, con le braccia allargate. È lei a prendere parola prima che possa dire qualcosa io.
«A quanto pare ho una mira migliore della tua.»
Rido.
«Non avevi detto...»
E un'altra palla che impatta sulla mia nuca mi fa morire le parole in gola. Vai a fidarti degli amici!
Ho il tempo di vedere la ragazza raccogliere la neve dal tettuccio e di scansare il suo secondo lancio. Anche gli altri ragazzi con cui stavamo giocando iniziano a bersagliarmi. Sono tutti contro di me.
«Erik! Sei un infame!»
Gli grido, mentre con una mano intercetto una palla di neve, facendola sparire in una bianca esplosione. Quel poco che mi rimane nel palmo lo lancio verso la ragazza, quel tanto che basta a far sì che si rifugi dietro l'auto ed io possa organizzare una qualsivoglia tattica.
«A tradimento! Vigliacca!»
Urlo mentre corro per scansare un'altra palla e raccolgo un po' di neve da dove capita per rispondere al fuoco. Lei mette il naso fuori e lancia. All'ultimo evito il suo attacco mentre il mio si infrange sullo specchietto dell'auto.
«In amore ed in guerra tutto è lecito!»
«Se la metti così...»
Non ho molto tempo se voglio riuscire in quello che ho in mente. Devo essere deciso, rapido e sicuro. Velocemente lancio due palle di neve in direzione di Erik e degli altri e poi scatto verso l'auto, buttandomi dietro il riparo che mi offre. Resto basso e scivolo attorno alla piccola Nissan, fuori dalla portata di qualsiasi attacco. Con pochi passi aggiro l'auto ed eccola lì, palla di neve in mano, a cercarmi con lo sguardo.
Ora o mai più.
Scatto in avanti, ma la neve scricchiola sotto i miei piedi, tradendo la mia presenza e lei mi vede. Prima che mi possa colpire, balzo in avanti. Con un movimento unico e fluido le afferro il braccio destro, faccio leva e glielo porto dietro la schiena. Un attimo dopo lei è piegata sul cofano, la faccia in quei pochi centimetri di neve che coprono la lamiera, il mio corpo contro il suo, il mio fiato sul suo collo. Il suo profumo mi sale nel naso e la bestia freme dentro di me.
«Ehi, così non vale.»
Si lamenta, cercando di liberarsi, ma la mia presa è ferma e decisa.
«In amore ed in guerra tutto è lecito, no?»
«Sei aggressivo.»
Il suo tono ha un che di sfida.
«E non mi hai visto quando ringhio.»
«Ringhi?»
Una palla di neve mi colpisce in pieno, centrando il mio orecchio. Scivolo di lato per la sorpresa e l'impatto, ma non mollo la presa sul braccio della ragazza: lei viene con me. Finiamo a terra, nella neve, lei sopra di me, faccia a faccia. Ci guardiamo negli occhi. Sorrido.
«Stai comoda?»
«Abbastanza. Ringhi?»
«A volte, in certi momenti, ringhio. E mordo.»
Mi guarda fisso negli occhi. Provoca con il suo corpo sopra il mio. La situazione non è delle più innocenti.
«Quali momenti?»
«Indovina.»
«Quali momenti?»
Sospiro.
«Mi dici almeno il tuo nome?»
«Mi dici quali momenti?»
«Solitamente sono io che faccio questo gioco.»
«Beh, ora lo sto facendo io. Abituati.»
Il sorriso che mi rivolge è tutto un programma. Sarebbe da prendere a schiaffi. E non solo.
«Diciamo che se mi capita di allentare il mio autocontrollo... potrei mordere.»
«È interessante. Come si fa?»
«Tocca a te dirmi il nome. Do ut des.»
La guardo. Mi guarda. Per fortuna sua non ho bevuto così tanto da essere sbronzo, ma la ragazza mi fa sangue.
«Erika.»
«Piacere Erika, io sono Ronin. Vieni a bere qualcosa?»
«Vodka?»
«Mi inviti a nozze.»
«Potrei pensarci.»
«D'accordo. E mentre tu ci pensi, io regolo i conti con Erik.»
Ci rialziamo stando ben bassi e nascosti dietro l'auto, senza rischiare di diventare bersagli.
«Ci vediamo tra poco.»
Esco fuori dal nascondiglio di corsa puntando dritto dritto Erik come se fossi un pazzo. Non importa quante palle mi lancino contro lui e gli altri, io le ignoro e corro. Fin quando non gli salto addosso e finiamo a terra rotolando in una nuvola bianca. Quando ci rialziamo scrollandoci la neve di dosso, Erika si è unita alla festa.
«Cosa ci fai qui?»
«Cosa pensavi, che sarei rimasta in disparte ad aspettare che tu finissi?»
E, gentilmente, accompagna le sue parole con una candida palla diretta al mio volto. Si scatena la guerra fin quando, tutti stanchi e bagnati, giunge il momento di fermarci. Ci raduniamo accanto all'auto di Erika e ci sistemiamo alla bene e meglio. I nostri compagni di guerra ci abbandonano, andando per la loro strada. Erik mi appoggia una mano sulla spalla.
«Ron, io devo andare, il lavoro chiama. È stato un piacere!»
Guardo la ragazza. Lei guarda me.
«Tu che fai? Hai ancora tutta quella fretta di andare via?»
«Non si era parlato di vodka?»
Sorrido. Guardo l'ora.
«Vodka sia.»
Salutiamo Erik con una stretta di mano. Erika mi guarda, con quegli occhi taglienti e quelle labbra come se fossero disegnate. Mi chiedo come sarebbe sfiorarle, morderle. Un brivido mi attraversa la schiena e fatico a non assecondarlo quando sale lungo la nuca e mi avvolge il cervello.
«Da che parte?»
«Da questa.»
Ci incamminiamo, i miei pantaloni sono fradici e si incollano alla mia pelle in maniera quasi fastidiosa, ma non me ne curo. Non adesso. I suoi non sono da meno, dando vita ad uno spettacolo che trovo semplicemente sensuale, con il tessuto che si incolla alle sue cosce e ne plasma le curve.
Per fortuna, non ci vuole molto prima che la porta dello Smooth si chiuda alle nostre spalle. C'è uno strano silenzio tra me e lei. Non è imbarazzo, non è paura: è più come una vaga consapevolezza che qualsiasi parola, ora, sarebbe di troppo. Ivan ci accoglie con il suo solito sorriso collaudato da ruffiano. Salto i saluti, ho altro in testa. Ad esempio il sapore di Erika.
«Ci fai due vodka? E vedi di tirar fuori quella buona, grazie.»
Annuisce con un cenno del capo e prepara i due drink in un attimo.
«Alle palle di neve.»
«Alle palle di neve.»
E la vodka, quel liquido chiaro, trasparente, dal profumo inconfondibile, non ci abbandona più. I nostri bicchieri sono sempre pieni, inutile contarli. Parliamo. Inizia una danza lenta tra me e lei. Quando io mi avvicino, lei si allontana con classe ed eleganza e quando è Erika ad avvicinarsi a me, io indietreggio e schivo. Una danza leggera, quasi invisibile, fatti di piccoli gesti, sguardi fugaci, parole sussurrate. Siamo, allo stesso tempo, predatore e preda l'uno dell'altra.
Deve fumare, usciamo. Storco il naso, non amo il fumo, ma non mi tiro indietro. Il sole cala all'orizzonte, le ombre si allungano e l'oscurità scivola attorno a noi e si insinua nelle nostre anime. Fosse per me, la prenderei ora, contro il muro di una casa, mentre la neve ovatta tutti i suoni che ci circondano e le ombre ci avvolgono, come se tutto perdesse consistenza e forma e restassero solo la nostra carne ed il nostro spirito.
I suoi occhi brillano. Distolgo lo sguardo da lei, devo, sento il sangue ribollire.
Raccolgo un piccolo pugno di neve candida e lascio che scivoli nel bicchiere. Il suo sguardo su di me.
«Cosa fai?»
«Rinfresco la vodka. Vuoi provare?»
I suoi occhi non abbandonano un solo istante i miei movimenti.
«Se un delinquente, così l'annacqui. E poi io non bevo mai troppo freddo.»
«Sì, forse un poco sì, ma considerando che non è la prima e non sarà l'ultima, non credo morirà nessuno. Perché non bevi troppo freddo?»
«Perché no. Lascio che si stemperi un poco prima di bere.»
«Come?»
«Ci possono essere tanti modi per farlo.»
«Ad esempio?»
Un luccichio strano le balena negli occhi mentre si avvicina a me. Getta la sigaretta a terra e appoggia una mano sul mio petto.
«Potresti prenderne in bocca un sorso e poi passarla a me.»
Mentre mi fissa con quell'affascinante luce da pazza negli occhi che mi sembra di conoscere così tanto bene, alzo il bicchiere e guardo il liquido al suo interno. La neve si è ormai sciolta e non ne resta alcuna traccia. Solo qualche solitario cristallo sparso. Sorrido e bevo. Sento il liquore riempirmi la bocca, avvolgermi la lingua con il suo calore. Erika è ancora lì che mi fissa.
«Mi dai da bere?»
Le cingo la nuca con la mano tirandola a me e mi chino su di lei. Le nostre labbra si sfiorano, si toccano. Le nostre bocche si aprono e sento la vodka scivolarle in gola mentre le nostre lingue si rincorrono. Mentre la mia mano la tiene stretta a me, la sua si insinua sotto la mia giacca, sotto la maglia, scivolando sulla mia pelle e, come una piccola bestia, sento le sue unghie grattare contro la mia carne.
«Ehi, così graffi.»
«Lo so, mi piace.»
La sua voce è un sussurro sensuale. Mi scappa un piccolo ringhio quando mi graffia di nuovo. Inspiro. Stringo la mia presa su di lei.
«Ringhi?»
«E mordo.»
«Davvero?»
E mentre pronuncia quell'ultima parola le sue unghie si aggrappano letteralmente alla mia pelle. Sento la bestia avvolgermi il cervello e le mani ribollirmi. Sollevo Erika da terra e la spingo contro il primo muro più vicino senza troppa gentilezza. Le scappa un gemito e, nel momento in cui alza il collo, i miei denti si chiudono sulla sua carne. Geme.
Ogni morso che le infliggo le sue unghie sono su di me. Stiamo scivolando in un vortice di passione e sangue in cui potremmo perderci.
Note finali:
http://roninmoonlight.wixsite.com/moonlight