i racconti di Milu
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L'attacco fu improvviso e spietato.

Niente potrà mai farmi cambiare idea in merito: fu solo grazie agli Dei che riuscii a salvarmi.

Aprii gli occhi un istante prima che quella dannata ascia mi colpisse. Se mi avesse preso, non ho alcun dubbio: mi avrebbe spaccato il cranio in due, come fosse stato una mela, con un solo colpo. Non dimenticherò mai quel momento, in cui la mia vita sarebbe potuta finire con quel sinistro luccichio nell'oscurità della notte, sopra di me. In quell'istante non riuscii nemmeno a capire realmente cosa stesse accadendo, cosa fosse per davvero quello strano bagliore. Una voce dentro di me disse solo che dovevo spostarmi. E farlo molto in fretta, o sarei morto.

Rotolai su un fianco e percepii l'armatura proteggermi dal colpo che mi raggiunse solo di striscio. Sfruttando lo slancio, riuscii a rialzarmi, sfoderando al tempo stesso il coltello che tenevo sempre legato dietro lo schiniere di cuoio, prima che il mio nemico fosse pronto a sferrare un nuovo attacco. Non si aspettava la mia reazione, pensava di aver la vittoria in pugno. Probabilmente mi aveva già dato per morto e perse tempo a riprendersi dalla sorpresa e gliene fui immensamente grato.

L'adrenalina esplose potente e iniziò a scorrere veloce nelle vene. Sentivo il cuore martellare duramente nel mio petto. Percepivo quella sottile miscela di paura ed eccitazione che mi permeava le membra ogni volta che in gioco c'era la vita stessa, così vicina a scivolar via dal mio corpo. Il vantaggio del mio nemico era finito ed ora mi avrebbe affrontato faccia a faccia. I nostri sguardi si incrociarono. Se quell'orco era lì, nel bel mezzo del nostro campo, non potei non chiedermi che fine avessero fatto Mark e Jerix, le migliori sentinelle che avessi mai conosciuto, e che cosa stesse succedendo nel resto del campo. Tutt'attorno a me sentivo i rumori dello scontro in corso. Come non succedeva da tempo, la Compagnia dei Ratti era stata colta di sorpresa: ora non avevo altra scelta che combattere. O morire.

Il mio nemico ghignò, convinto e certo della sua superiorità e si preparò al combattimento. Gettai uno sguardo alla spada, a terra, accanto al mio giaciglio, tra i piedi dell'orco. Armato solo di coltello, sapevo di non aver molte possibilità. Dovevo giocare d'astuzia e velocità, essere spietato. Lo vidi portare l'arma sopra la testa, pronto a calarla in un fendente implacabile, esponendo tutto il torace.

Ora o mai più.

Raccolsi le energie, trattenni il fiato e scattai in avanti, mano sinistra diretta sul suo volto, ai suoi occhi, destra alta, puntando la lama del coltello alle sue mani, strette sul manico dell'ascia. Sentii il mio acciaio tagliare il tessuto dei guanti e poi affondare nella carne. Gridò di sorpresa e dolore prima che, con la sinistra, gli afferrassi il volto, puntando indice ed anulare dritti dentro le orbite. Un attimo il mio ginocchio lo colpì all'inguine, strappandogli un'altra imprecazione di dolore, mentre ormai l'arma scivolava dietro di lui, cadendo a terra con un tonfo sordo.

Nonostante le ferite che gli avevo inflitto, afferrò il mio braccio cercando di liberarsi dalla presa con le mani, mentre le sue guance si rigavano di sangue. Nessuna pietà per il nemico: sentivo i suoi occhi cedere sotto la pressione delle mie dita. Con la destra libera, non mi restò altro da fare che affondare la lama nel suo collo fino all'elsa e tirare verso di me, allargando la ferita quanto più possibile. Esplose un fiotto di caldo e denso liquido cremisi che mi coprì la mano e colò lungo il mio avambraccio.

Lasciai cadere a terra il mio nemico, morente, e mi guardai attorno, realizzando in un attimo la gravità della situazione. Urla di dolore e di rabbia e clangore di spade e armature mi raggiunsero con tutta la loro forza. Il campo era sotto attacco, gli Orchi erano ovunque, ma dopo la sorpresa iniziale, stavamo resistendo con tenacia. Non volli pensare a quanti dei nostri fossero caduti, ci sarebbe stato tempo in seguito per piangere i morti, se fossimo usciti vincitori dallo scontro. Il nostro capitano, Jäger, sanguinava da una profonda ferita alla guancia, ma già tre cadaveri nemici giacevano ai suoi piedi e presto un quarto si sarebbe unito a loro. Gli altri della Compagnia si stavano difendendo strenuamente.

Lei, la ragazza, invece, era raggomitolata nel suo mantello, vicino al cerchio del fuoco ormai spento e si guardava attorno atterrita, incapace di qualsiasi azione se non il restare stretta a se stessa. Notai il luccichio delle catene che le legavano caviglie e polsi e mi rincuorai. Non sarebbe andata da nessuna parte, ma al tempo stesso non dovevo nemmeno permettere che le venisse fatto del male. Fortunatamente, per il momento, i nostri nemici sembravano più interessati a noi, in grado di combattere, che a lei, ragazzina in catene e ben poco minacciosa, nonostante tutta l'importanza che avesse.

Raccolsi la mia spada lunga da terra e mi gettai nello scontro.

Affondai la lama nella schiena del primo orco che mi trovai vicino. Lo presi per una spalla prima che potesse lanciare un nuovo attacco ad Andros e lo tirai indietro, contro la punta d'acciaio della spada, affondando l'arma nelle sue carni. Lo sentii grugnire per il dolore e cercare di voltare il capo, per capire da dove fosse venuto l'attacco, quasi incapace di credere di essere ad un passo dalla morte. Per un istante, il suo fetore mi colpì allo stomaco più forte di un colpo di mazza ferrata. Con un grido pieno di rabbia girai la lama, per allargare la ferita. E lo spinsi a terra, a morire nel suo stesso sangue.

Osservai la mia spada, ora cremisi, non più lucente, e la trovai sinistramente seducente. Andros mi ringraziò con un cenno del capo, prese fiato ed in un attimo fummo pronti a cercare nuovi avversari. Un nemico mi vide e mi caricò urlando, sferrando un attacco con tanta rabbia, ma con ben poca tecnica. Le nostre armi cozzarono l'una contro l'altra con un sordo clangore metallico e l'oscurità della notte fu spezzata dalle scintille incandescenti che scaturirono dal loro impatto. Senza perdere tempo, l'orco raccolse a sé l'arma e tentò un nuovo attacco. Aspettai, parai ancora ed infine sfruttai la guardia della mia arma per sbilanciarlo e costringerlo a scoprirsi. Il mio pugno lo colpì diretto alla gola, là dove non vi era alcuna protezione. Non fu certo un colpo letale, ma fu sufficiente a mozzargli il fiato e a darmi il tempo necessario per calare la spada su di lui. Nonostante questo riuscì in parte a scansare il colpo, ma l'impatto fu sufficiente a fracassargli la spalla. Si piegò sulle ginocchia per il dolore mentre feci roteare la spada e la calai sul suo cranio, ponendo fino al duello ed alla sua vita.

Sentii l'urlo di una voce femminile. Mi girai di scatto, spada in pugno, e vidi un orco che stava per calare la sua arma sulla ragazza. Imprecai. Scattai e, un attimo prima di essergli addosso, saltai, cingendolo alla vita. Le nostre armi volarono via, noi rotolammo nelle ceneri del fuoco estinto sollevando una densa nuvola grigia dal braciere ed iniziammo un serrato corpo a corpo. Lo colpii al volto più volte, mirando senza esitazione agli occhi. Lui mi sferrò un pugno al ventre ed il dolore si diffuse in tutto il mio corpo. I suoi pugni erano come magli. L'orco ne approfittò, riuscì a girarci e mi trovai schiacciato sotto il suo peso. Sentii le sue mani intorno alla gola. Non avevo le forze per liberarmi da quella presa ferrea. La mia mano si allungò a fatica sul terreno a cercare un aiuto. Il cerchio del fuoco non era lontano. Le mie dita sentirono la superficie ruvida di una pietra, la strinsero con forza e colpirono il mio avversario alla tempia. Sentii chiaramente il rumore delle ossa del suo cranio che, all'impatto, si rompevano.

Tossii. Aria nei polmoni. Mi scrollai il cadavere di dosso e mi rialzai, sfoderando la spada corta, nuovamente pronto a combattere. Avrei recuperato la lunga più tardi, a battaglia finita. Guardai la ragazza: era illesa. Ci scambiammo uno sguardo. Nei suoi grandi occhi castani dominava la paura.

Tornai in combattimento.

Vidi Innen finire a terra, sulle ginocchia, colpito da un colpo di mazza alle spalle in mezzo alla schiena che lo fece cadere in ginocchio, gli occhi sgranati per la sorpresa e lo stupore. Un getto di sangue esplose spietato quando un colpo d'ascia gli staccò il capo di netto. Gridai, attirando l'attenzione dei due orchi che avevano appena ucciso il mio compagno d'arme.

Nel tempo in cui il primo dei due orchi si girò per affrontarmi, io gli fui addosso. Lo colpii al fianco esposto con la spada corta e con la sinistra gli afferrai il braccio armato, così che non potesse più attaccarmi liberamente. E fu mio, ancora, ancora e ancora. Mi accanii su di lui senza pietà, massacrando il suo corpo, coprendomi del suo stesso sangue, lasciandomi andare alla pura e semplice rabbia per l'esecuzione spietata del mio amico senza alcuna possibilità che potessi fermarla.

Fu un errore che avrebbe potuto costarmi la vita. Trascurando il secondo orco, infatti, mi esposi alla sua mercé. Fu Giano a salvarmi. Riuscì ad intercettare l'arma dell'avversario poco prima che mi colpisse, ma un attimo dopo il nemico sferrò un pugno al mio fratello di compagnia raggiungendolo al volto. Sentii il mio sangue gelarsi nelle vene e, conscio dello stupido errore commesso, in un attimo tornai in me, lucido. Senza esitare, mentre l'orco era distratto da Giano, affondai la spada nel ventre del nemico. Mi guardò carico di odio, di rabbia e di sfida, ma non accennò minimamente a cadere. La sua mano si strinse sulla mia, che ancora teneva la spada piantata nel suo intestino. Tirai, ma la sua presa era ferrea, più forte della mia, e mi bloccava lì, senza possibilità di movimento.

Caricò il colpo, ghignando di trionfante soddisfazione. Sapeva che, una volta estratta la spada, la ferita si sarebbe aperta ed il sangue sarebbe defluito dal suo corpo, privandolo della vita. Voleva portarmi con sé nell'oscurità della morte e, probabilmente, ci sarebbe riuscito. Prima che mi colpisse, tuttavia, Giano infilò la propria lama appena sotto la spalla dell'orco, perforandogli torace dritto fino al cuore e dandogli una morte veloce e decisiva. Vidi la vita spegnersi di colpo nei suoi occhi. Liberai la spada dal cadavere e posai una mano sulla spalla di Giano.

“Ti devo la vita, fratello.”

“Ho perso il conto delle vite che mi devi, Judas.”

“Mai più di quante tu ne debba a me!”

Ridemmo assieme, pronti a far scorrere altro sangue: la leggenda narra che la Compagnia dei Ratti, dalla sua fondazione, non avesse mai conosciuto sconfitta alcuna.

La ragazza, in catene, indifesa, mi guardò. I suoi occhi castani e profondi avevano la stessa luce d'innocenza e speranza di quel giorno, quando incrociai la mia vita con la sua, per la prima volta.

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