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Verde Fuoco

Sono consapevole che fuori sia un bel pomeriggio d'estate, uno di quelli in cui il sole splende alto nel cielo dando un tocco di vivacità al mondo quando mi chiudo la porta di legno finemente lavorato dietro le spalle. L'accompagno dolcemente con la mano, per impedire che sbatta e rovini la quiete che regna qui dentro. Mi guardo attorno con calma e stringo gli occhi per adattarli alla luce fioca e sopita, ben diversa da quella viva e frizzante dell'esterno. Questo posto, questa sala... Mi è familiare.
«In questa stanza ci sono già stato, in un altro sogno.»
La signora davanti a me, coi capelli bianchi e scompigliati e le vesti in disordine, mi guarda e annuisce in silenzio. Sono sicuro che, quando sono entrato, non ci fosse nessuno. È seria ed i suoi occhi dal taglio così familiare, fissi su di me, sembrano volermi scrutare l'anima.
«Vedo che ti ricordi.»
La sua voce. Conosco la sua voce. Eppure il suo volto mi è nuovo. Mi guardo attorno facendo due passi, lenti e misurati. Al centro della stanza un tavolino, basso, con due poltrone e un divanetto dall'aspetto antico. Sono di pelle, una pelle vecchia, screpolata e di un marroncino sbiadito, liso e consumato. Il tavolino è di legno, color panna, con il ripiano di cristallo dai bordi scheggiati. C'è qualcosa appoggiato lì sopra, ma non riesco a metterlo a fuoco. Le pareti sono state imbiancate da poco, posso ancora sentire l'odore della vernice nell'aria. Solo il soffitto ha mantenuto il suo colore originale: un verde pastello un po' datato.
«Hai imbiancato. L'altra volta le pareti erano dello stesso colore del soffitto.»
La signora si muove di qualche passo nella mia direzione, accarezzando lo schienale di una poltrona con i polpastrelli. Anche la pelle della sua mano è secca e raggrinzita. All'inizio mi era parso fosse solo robusta, ma ora che la osservo meglio mi devo ricredere: è proprio grassa. Il suo viso è pieno, con il doppio mento e le guance che sembrano gonfie e le labbra sono piene. I capelli sono sporchi in maniera indicibile, al punto da sembrar stoppa. Gli occhi... Gli occhi non sono quelli di una donna... Non sono nemmeno quelli di un uomo. So di averli già visti, non riesco a ricordare quando e dove, e possiedono una luce che va' oltre questo mondo.
«Bravo, ti ricordi bene. Ho dovuto imbiancare. Mi hai costretto.»
Qualcosa nelle sue parole evoca ricordi che ho preferito accantonare e dimenticare. So che, almeno in parte, questa donna ha ragione. È come se qualcosa, o qualcuno volesse fermare il flusso della memoria. Per salvaguardarmi da qualcosa di brutto, di orrendo, che sa di antico.
Cammino per la stanza, a passi piccoli, lenti e misurati, osservando i dettagli della stanza ed il suo mobilio, cercando di trovare la chiave che sblocchi la mia mente. Ricordo il calore dell'incendio sulla pelle. Sì, ero qui quando è successo.
Davanti a me una porta. È scostata dal muro, come se fosse dotata di vita propria e volesse liberarsi, scappare via dagli stipiti che la tengono prigioniera. Il legno ha riflessi dorati molto singolari e cangianti. La sua superficie è lavorata da una mano abile, troppo abile per essere umana. Le figure, divise in otto riquadri come i portoni delle chiese d'un tempo, sono rappresentate con un'incredibile realismo e una perfezione stupefacente. Non appena riesco a distinguere e metto a fuoco le scene scolpite in quel legno dorato, loro si muovono e cambiano e mutano. Allungo una mano ed accarezzo la cornice di uno di quei riquadri singolari.
«Questa non c'era una volta.»
Avverto la presenza della signora proprio dietro di me.
«No, non c'era.»
«È strano trovarmi qui dopo così tanto tempo.»
Non avrei mai pensato che sarei tornato in questo posto. Un velo di nostalgia mi circonda il cuore e mi fa sentire la sua stretta. Per quanto io non ricordi il perché, ho la ben precisa consapevolezza che in questa stanza sia successo qualcosa di importante per me e lei. Un vago ricordo sfumato dalle nebbie del tempo inclemente.
Mi giro e guardo la donna.
«Dietro questa porta... E' ancora tutto qui dietro, vero?»
Lei non risponde, annuisce con il capo. Al suo gesto osservo ancora una volta la porta. Le piccole figure si muovono non appena poso gli occhi su di loro.
«Lui non dovrebbe essere qui, non dovrebbe stare qui. Questo... posto non è la sua casa.»
La signora non mi guarda, resta impassibile con quegli occhi così strani che sembrano guardare attraverso la porta ed il tempo stesso.
«Nessun posto è casa sua.»
Sono a disagio davanti a questa porta. Tutto quello che successe quella notte iniziò lì dietro. O, forse, sarebbe più corretto se dicessi che finì dietro quella porta. La mia memoria è sbiadita e confusa. Per un attimo penso che, forse, io non fossi veramente qui.
No... Non ha senso mentire a se stessi: io c'ero. Ero al di là di questa porta. Ero in quella dannata biblioteca. E c'era odore di zolfo. Si ora ricordo. Ero entrato ed ero uscito da quella porta. Ma qualcosa era uscito con me. Mi giro verso la donna.
«Hai imbiancato per coprire lo zolfo, non è vero?»
Questa volta accenna un sorriso e, per la prima volta, osservo i vestiti. È vestita come una vecchia signora di paese, con un unico capo che la copre interamente, fino a poco sopra le caviglie. Caviglie gonfie, che sembrano dover esplodere da un momento all'altro. So di aver conosciuto questa donna in passato.
«Ho imbiancato perché avevi mandato tutto in fiamme.»
Quasi ignoro la sua risposta. Conoscevo già le sue parole, so che in parte ha ragione. Cammino per la stanza, tutto questo bianco dà fastidio. Non è adatto al luogo, non è il colore per questa stanza.
Il camino...
È spento. Non c'è nemmeno la cenere. Da tempo non viene acceso, forse da quella notte stessa. Accarezzo la sua superficie con le dita e di colpo i ricordi mi assalgono come un pugno.
Quella notte il camino era accesso, un fuoco vivo e ardente brillava lì dentro. E quella porta viva non c'era. Al suo posto un buco nero, denso, vorace e spietato, celato malamente da una tenda violacea.
Ed eccole, quelle due piccole creature, lunghe come un mio braccio, uscirne fuori, veloci come saette. Ero lontano dalla porta ormai, ero uscito da ciò che nascondeva. Qualcosa di grave era successo dietro quella tenda. Mi trovavo vicino al caminetto quando quei due incubi erano schizzati fuori, verso di me, pronti ad addentare famelici la mia carne.
Sapevo che avrei dovuto lottare ancora prima. Quelle due piccole creature, dalla forma di gargoyle, erano qui per me, cercavano vendetta. Erano serve, schiave di ciò che si celava dietro quella tenda. Mastini demoniaci aizzati contro di me.
Non avrebbero divorato solo le mie carni. Avrebbero divorato la mia stessa anima. Ero venuto qui al tramonto per far quello che dovevo, quello che ritenevo essere il mio dovere in quanto essere umano. Per quanto non riuscissi a ricordare, ero certo che, qualunque cosa ci fosse stata oltre quel viola, ora non avrebbe più arrecato noia a nessuno. Ne ero certo, sicuro. Avevo fatto quello che dovevo, ero sereno, non avevo paura di quelle piccole bestie, nonostante sapessi che ormai mi erano rimaste ben poche possibilità per uscir vivo da quello scontro. Senza temere la morte mi girai ad affrontarle.
«Non le hai sconfitte tu. Si sono suicidate.»
La signora è accanto a me e mi guarda con un sorriso... quasi affettuoso. I suoi occhi brillano. Io la guardo, perplesso. In effetti, per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare nessuna lotta. Non ho combattuto. Le creature avevano attraversato la stanza ad una velocità impossibile ed erano volate, senza esitazione, fino al caminetto. Coi loro artigli si erano aggrappate alla parete tutt'attorno alle fiamme, mentre io, immobile, le fissavo.
Avevano volato ancora un volta per tutta la stanza in una giravolta dai colori grigi e si erano tuffate a capofitto nelle fiamme.
Tutto era esploso.
Il fuoco aveva rotto le sue catene ed era uscito dal caminetto. Ogni cosa toccata dalle sue lingue incandescenti veniva avvolta dalle fiamme in un istante.
Era bruciato tutto.
«Si... Hai ragione.»
Lei annuisce ancora con un'espressione soddisfatta.
«Non me lo ricordavo più.»
«Sono tante le cose che non ricordi più.»
Io non posso fare a meno di osservarla con fare interrogativo.
«Perché si suicidarono?»
Mi mette una mano sulla spalla. Vorrei spostarmi quando la vedo muoversi, ma so che sarebbe un gesto sbagliato. Resto immobile.
«Non lo sai? Davvero non lo sai?»
Mi sforzo, cerco di tornare a quella notte con la memoria, ma è un tentativo vano.
«No... Me lo sono chiesto tante volte, ma no, non ricordo.»
La signora accarezza la mia guancia con una mano. Ha una pelle morbida e vellutata. Non è il gesto che farebbe una madre al proprio figlio. È il gesto di una donna al suo amante.
«Perché, come me, loro erano parte di te e non avrebbero mai potuto farti dal male.»
E allora capisco, ricordo. Ricordo di chi sono quegli occhi. So in chi ho già visto quello sguardo. So chi è la signora. Un senso di tristezza e dolore mi stringe l'anima. Non posso fermare la lacrima che mi riga una guancia.
«Aurora... Perché sono di nuovo qui?»
Note finali:
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