i racconti di Milu
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Quando quella mattina l’uomo era uscito di casa aveva lasciato sul tavolo vicino al camino una scodella di latte per la figlia che stava ancora dormendo. Si sorprese di trovarla ancora sul tavolo e la figlia ancora a letto quando rientrò a mezzodì.
Con un po’ di preoccupazione entro in camera sua e rimase ad osservarla.
Dormiva rannicchiata su fianco; la coperta di pelle le arrivava fin sopra al mento.
Il suo respiro costante scacciò l’inquietudine. Le si avvicinò e con un leggero tocco sulla spalla la scosse per svegliarla.
“Egle, tesoro, svegliati. È quasi ora di pranzo e ho una sorpresa per te”

La ragazza batté gli occhi un paio di volte.
Si ricordò di essere nuda sotto la coperta e, tesa, si voltò verso il padre senza scoprirsi. Con la voce impastata di sonno gli rispose “Si padre, due minuti e mi alzo”.
Pregò che il genitore uscisse dalla sua camera e appena lo vide sparire dietro la porta scattò fuori dal letto verso la camicia da notte lasciata sotto la finestra.
Dopo circa quindici minuti raggiunse il padre nel cortile di fronte alla casa.
“Buongiorno tesoro” la accolse lui ricevendo in cambio un dolce abbraccio “ho una buona notizia per te”
La ragazza lo fissò incuriosita
“Ho riscosso un paio di favori e Geraldine ha accettato di prenderti come apprendista insieme ad Annette”
Le si illuminò il viso. Geraldine era la sarta del paese, famosa in tutta la contea per le sue bellissime opere. Tutte le ragazze avrebbero voluto diventare sue praticanti, ma non era per niente facile.
Aveva criteri molto rigidi: veniva scelta una ragazza all’anno, di esattamente diciotto anni.
Egle sapeva di non avere speranze quando aveva conosciuto Annette, sua coetanea nonché figlia di Geraldine. Era naturale che il posto per quell’anno sarebbe andato a lei, e l’anno dopo Egle sarebbe stata troppo vecchia.
Si era ormai rassegnata e la felicità per il regalo del padre fu indescrivibile.

L’entusiasmo presto scemò. Il primo mese lei ed Annette furono trattate quasi come serve: pulire pavimenti e piegare le stoffe erano all’ordine del giorno, ma non era nulla a confronti di lavori come raccogliere gli aghi dal pavimento o arrotolare gomitoli e spolette.
Ogni giorno Egle arrivava a casa distrutta. Giusto il tempo della cena e poi crollava a letto.
E con il passare dei giorni il ricordo di quella notte al torrente si affievolì sempre di più, andando sepolto in qualche cassetto della sua mente.

I giorni passavano e l’estate trascorreva calma. In paese arrivavano voci di guerre lontane, di eserciti in movimento, ma nulla preoccupava gli abitanti di quel villaggio fuori dalle strade principali.
Egle passava ogni giorno nella bottega di Geraldine, anche quando la sarta le dava la giornata liberta: aveva avuto un’occasione insperata e non voleva gettarla al vento.
Un giorno in cui il sole picchiava particolarmente forte la donna diede mezza dozzina di stole alle due ragazze, ordinandogli di metterle in ammollo per un’oretta nella vasca nel cortile dietro la bottega.
Egle ed Annette scattarono, ma rimasero sorprese ed interdette quando scoprirono che nella vasca, di acqua ce ne era rimasta ben poca: le alte temperature di quei giorni l’avevano fatta evaporare tutta. Tornarono da Geraldine.
“Madre nella vasca non c’è più acqua!”
La donna guardò Annette e alzò le sopracciglia come se quella frase fosse l’ultima cosa che si aspettasse di sentire.
“Maledetto caldo, ci ammazzerà tutti” si passò il palmo della mano sulla fronte pensando ad una soluzione.
“Ok, fate così: “ prese fiato “andate da Aristide il fabbro, ditegli che a Geraldine serve un carro, non dovrebbe fare storie, e poi caricateci sopra le stoffe” si alzò e andò alla finestra facendo segno alle due ragazze di seguirla
“Oltre il pascolo c’è una radura” disse indicando oltre la fine del villaggio
“In fondo alla radura c’è un boschetto di lecci, seguite il sentiero e vi troverete davanti ad un torrente” appena udì le indicazioni per il ruscello, Egle sentì il cuore sobbalzare: ad ogni parola di Geraldine riviveva ogni passo ed ogni gesto di quella notte. Si accorse di avere un sorriso ebete stampato in faccia e lo scacciò tornando ad ascoltare la donna.
“Quando sarete al torrente dovrete immergere le stole nell’acqua” improvvisamente la voce si fece quasi minacciosa “mi raccomando di non lasciare le stoffe incustodite: metteteci dei sassi sopra per non far si che vengano portate via dalla corrente” Il tono tornò leggermente meno duro “ quando sarà passata un’ora, toglietele dall’acqua, fatele asciugare e riportatemele”

Il fabbro sembrò molto restio a lasciare il suo carro e il vecchio ronzino che lo tirava, a due ragazze; ma Geraldine era rispettata, e forse anche temuta, da tutti in paese e, controvoglia, le aiutò a preparare il mezzo.
Caricare le stoffe sul carro non fu per niente facile: il sole picchiava forte spossando le ragazze che, complici una lunga gonna per Annette, e dei pantaloni troppo stretti per Egle, facevano molta fatica a salire e scendere dal pianale per sistemare le stole.
Ogni tanto Geraldine si affacciava dalla finestra lanciando occhiate severe “Fate attenzione, sono stoffe che ho pagato un sacco di soldi, trattatele con rispetto”
Dopo una trentina di minuti, e forse altrettanti rimproveri della sarta, le ragazze riuscirono a caricare tutto e partirono verso il torrente.
Il viaggio fu lungo e silenzioso: il sole era alto e colpiva le ragazze troppo stanche per fare conversazione. In sottofondo solo il rumore degli zoccoli e lo sbuffare annoiato del cavallo.
Arrivati al boschetto Egle si ricordò della fatica fatta per attraversare cespugli e sterpaglie. A pochi passi da dove lei era entrata nel bosco c’era però un comodo sentiero in terra battuta che, tortuosamente, si inoltrava tra gli alberi.
L’ombra dei folti rami sembrò rinvigorire le due giovani
“Secondo te perché mia madre vuole che immergiamo delle stoffe costose nel fiume?” chiese Annette
“Non lo so” rispose Egle “ me lo sono domandato anche io. Non ha paura che si rovinino?”
“Io so solo che mia madre sa quello che fa, ma sarebbe bello se ogni tanto lo spiegasse anche a noi” ribatté piccata Annette.
Il sentiero comodo era, ovviamente, più lungo della strada tra rovi e tronchi percorsa da Egle, ma alla fine arrivarono sulla spiaggia di ghiaia.
La ragazza scese dal carro e rimase ad osservare il ruscello: il fascino intrigante che aveva di notte era scomparso, sostituito da una pura bellezza di natura. Il sole faceva brillare la superficie dell’acqua, rendendola quasi impossibile da guardare; ai lati della spiaggetta verdi fronde sporgevano dalla sponda quasi ad inchinarsi verso il torrente; in mezzo al fiume una roccia lucida e levigata si stagliava come un iceberg nero.
Se non fosse stato per rumori ed odori, Egle non avrebbe riconosciuto nulla.
Chiuse gli occhi; ascoltò il rumore dell’acqua ed assaporò il profumo della natura che la circondava.
Poi Annette la riportò alla realtà
“Dai scarichiamo, che prima finiamo, prima ci riposiamo!” La ragazza era già sul pianale del carro che guardava Egle.
Stesero una coperta sulla ghiaia per poterci poggiare le stole scaricate.
Si accorsero che spostare le stoffe dal carro al terreno era molto più facile che il contrario ed in pochi minuti ne scaricarono la metà.
Fu Annette a fermarsi. Si sedette sul bordo del carro e guardò Egle
“Secondo te…” fece una pausa di qualche secondo poi riprese “passerà qualcuno di qua? Non mi sembra un posto molto frequentato!”
Egle si chiese dove volesse andare a parare “Non credo” Rispose guardandola incuriosita “non è un sentiero di passaggio, se qualcuno passa e perché vuole venire qui! Perché me lo chiedi?”
Annette saltò dal carro sulla ghiaia “Perché fa caldo, Egle!” disse quasi in tono disperato “E con questa gonna è impossibile riuscire a muoversi! Spero non ti dispiaccia se me la levo!”
Egle non fece in tempo a rispondere che la gonna era già appesa su un’asse del carro.
Come tutte le donne dell’epoca Annette non usava biancheria: solo gli uomini potevano permettersi di indossare un paio di mutande sotto i pantaloni. Le donne, ad eccezione per un particolare periodo del mese, non portavano nulla: contravvenire a questa particolare tradizione era visto come un sintomo di ribellione nei confronti del padre o del marito.
Libera dall’impedimento della gonna Annette aumentò la velocità ed in pochi minuti tutte le stole erano ammucchiate sulla spiaggia.
Egle propose che fosse Annette, già mezza nuda, a stendere le stoffe sul letto del fiume, mentre lei gliel’avrebbe passate. Così fecero, ma sorse un problema: la corrente era troppo forte per lasciare le stole li sul fondo e, come aveva suggerito Geraldine, avrebbero dovuto appesantirle con dei sassi.
Annette, solo con la camicia con le maniche tirate su fino ai gomiti, era impegnata a tenere ferma la stoffa:
“Egle, se io mollo la stoffa, questa se ne va e la ritroviamo in mare. Dovresti prendere quei sassi lungo l’argine e metterli sopra mentre la tengo ferma”
Egle rimase interdetta: portarle i sassi avrebbe significato o spogliarsi a metà anche lei, o inzupparsi i pantaloni apparendo parecchio stupida all’amica che non aveva avuto remore a mostrarsi nuda.
Come il mese precedente, sentì un brivido partirle dallo stomaco e farle coraggio.
Si tolse gli stivali e con un movimento rapido si abbassò i pantaloni: come per Annette la camicia le copriva abbastanza, arrivando fino al confine tra cosce e sedere, così, più che nuda, si sentiva come se avesse un vestito molto corto.
Come nella più rodata delle catene di montaggio, le due ragazze lavorarono di buona lena e, in meno di mezzora, stesero tutte le stoffe sul fondo del torrente.
Si guardarono in faccia e si presero per mano, aiutandosi l’un l’altra ad uscire dal ruscello.
I visi segnati dalla stanchezza, acqua e sudore impregnavano le camice una volta bianche ora pesanti e quasi trasparenti.
Si accasciarono sulla coperta stesa sulla ghiaia fino a che il loro respirò non tornò regolare.
Poi Annette si alzò, si sfilò la camicia e si diresse verso il fiume dove la immerse. Poi la stese sul carro ad asciugare.
Egle la osservò attenta. Era la prima volta che poteva vedere così a lungo un corpo nudo che non fosse il suo.
Annette aveva lunghi capelli castani legati in una coda; i lineamenti del viso erano marcati e gli occhi color ghiaccio rendevano tutto più armonioso. Impossibile non notare il florido seno, grande almeno il doppio di quello di Egle. I fianchi stretti scendevano a creare un sedere all’apparenza sodo, ma un po’ schiacciato. La ragazza si sorprese di come, in mezzo alle gambe, Annette non avesse nessun tipo di peluria: poteva osservare la pelle liscia della pancia piatta e scendere ininterrottamente fino al taglio della vagina.
Istintivamente Egle si portò la mano sul pube accarezzando i suoi peli.
Incoraggiata dalle sensazioni che provenivano dal mezzo delle sue gambe, si tolse anche lei la camicia e rimase nuda, per la seconda volta, nel solito posto.
Le ragazze si stesero vicine sulla coperta. Fu Annette a parlare per prima:
“Con quella pelle bianca che ti ritrovi, se starai al sole troppo, domani sarai un peperone!”
Egle si rese conto che anche l’amica poteva guardarla e istintivamente si coprì con le mani seno e vagina.
Annette scoppiò a ridere “intendevo tutto il corpo, non solo li!”.
Ora Egle era parecchio imbarazzata. L’amica se ne accorse e cercò di tranquillizzarla.
“Sai, io vengo spesso a prendere il sole in riva al fiume” si mise a sedere con le ginocchia incrociate “Spesso con i miei amici attraversiamo il torrente in un guado più avanti e stiamo tutto il giorno a nuotare o a crogiolarci al sole”
“Nudi?” Egle era sorpresa e la voce gli uscì senza freni.
Annette rise per la seconda volta “Certo! Nudi! Te fai il bagno vestita?!”
Lo stupore venne sostituito da curiosità. La ragazza si mise a sedere stringendo le gambe contro il petto e circondandole con le braccia. Poi prese coraggio “Ma…sia maschi che femmine?” Appena finì di parlare fu tentata di rimangiarsi la domanda: aveva paura di dove il discorso poteva andare a finire.
“Si Egle” Annette la guardò più seria “Tu non hai mai visto un ragazzo nudo?”
Egle avvampò.
La tentazione di sotterrare la testa sotto la coperta era tanta.
Esitò e poi rispose “In realtà, fino ad oggi, non avevo mai visto neanche una ragazza nuda”
Annette rimase impassibile
“Ah ok!” e lasciò cadere il discorso.
Dopo qualche minuto, si sdraiò di nuovo chiudendo gli occhi, allargando le gambe e mettendo le mani sotto la testa, come fossero un cuscino.
Lo sguardo di Egle, ancora rannicchiata su se stessa, cadde inevitabilmente tra le gambe della ragazza: la vagina era in bella vista e lei poteva guardarla come neanche la sua era mai riuscita ad osservare.
Le venne voglia di toccare la pelle liscia e ambrata dell’amica.
Improvvisamente si rese conto che Annette si era messa in posa apposta per essere osservata.
Si sentiva bagnata come se avesse fatto un tuffo nel torrente. Spinta dall’eccitazione prese parola:
“Annette”
La ragazza aprì gli occhi “Si?”
“Posso farti una domanda?”
“Certo”
“Come mai” Un momento di esitazione “Come mai non hai peli li?”
“Li dove?”
Egle arrossì violentemente “Ehm...li! Tra le gambe”
“Sulla fica intendi?”
La ragazza scosse la testa in cenno affermativo
“Hai presente quando gli uomini si tagliano la barba? Ecco, io ho fatto lo stesso!” Un secondo di silenzio poi continuò “Cioè in realtà non l’ho fatto io. È difficile fare da soli. Me l’ha fatto Sara. La conosci? La figlia del fornaio”
Egle scosse la testa di nuovo e Annette continuò “Se vuoi un giorno lo faccio io a te”
Il pensiero di essere toccata in mezzo alle gambe, anche solo per essere depilata, le fece partire un brivido intenso.
Mimò un si con la testa per la terza volta, ma notando che l’amica aveva gli occhi chiusi pronunciò un “Si” esitante, rotto dall’eccitazione.
Passarono i restanti minuti in silenzio. Annette distesa, quasi addormentata, a prendere il sole.
Egle stretta alle sue ginocchia, resistendo strenuamente alla voglia di toccarsi.
Ad un certo punto la figlia della sarta si alzò e sentenziò “è passata più dii un’ora. È il momento di levare le stoffe”
In un paio d’ore ripresero le stole dal fondo del fiume, le lasciarono asciugare al sole e le riportarono da Geraldine.
Verso sera ripresero la via di casa. Al momento di dividersi Annette schioccò un bacio sulla guancia dell’amica dicendole:
“Domani abbiamo il giorno libero. In mattinata vieni da me che, se vuoi, ti faccio diventare la fica liscia liscia” e, senza aspettare risposta, si incamminò verso casa sua.
La sera Egle mangiò poco e poi si fiondò a letto dove, nuda sotto le coperte, si addormento accarezzandosi in mezzo alle gambe. Prima dolcemente, poi sempre più energicamente fino a che non crollò, stanca ed insoddisfatta, tra le braccia della notte.
Note finali:
Ringrazio chi mi ha contattato per pareri e critiche e rinnovo l'invito a tutti quanti: i complimenti appagano, le critiche accrescono.
Attento sia gli uni che le altre all'indirizzo mail nightwriter2016@gmail.com
Grazie a tutti