i racconti di Milu
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Finalmente è arrivata l’estate.
Lo dico tra me e me con ironia rientrando a casa sotto la pioggia, il classico temporale estivo, di quelli che viene giù a secchi e a vento, quelli che non vedi a pochi metri da te e che l’unica è aspettare che smetta.
Ero al bar quando ha iniziato a piovere e, purtroppo, non potevo aspettare. Così ho chiesto un ombrello in prestito al gestore mio amico e ora cammino veloce, le scarpe da ginnastica già zuppe, praticamente solo testa e spalle sono completamente asciutti.
Cerco di camminare rasente al muro mentre la pioggia si infittisce e la luce del giorno scema sino a farsi crepuscolare. Inutile, il vento me la spinge addosso e non vedo l’ora di buttarmi sotto una doccia bollente per togliermi questa sensazione di dosso.

- Scusami, non ti avevo visto –

Lo dico istintivamente girando l’angolo in velocità e sbattendo contro una ragazza che cerca di ripararsi sotto la tenda minuscola di un negozio.

- Ciao Gloria, fregata anche te dal tempo eh? –

E’ una ragazza che conosco appena, giusto per gli incontri sporadici in ascensore e nelle riunioni di condominio dopo che, un paio di anni fa, si è trasferita col marito nel mio stesso palazzo.
Ha la mia età, non ha figli, lavora dall’altra parte della città. Stop, la mia conoscenza si esaurisce qui. Bella ragazza devo dire, riservata ma non scorbutica. Sta lì tenendosi le braccia infreddolite.

- Ciao Mario. Senti, me lo daresti un passaggio fino a casa? Sono uscita senza ombrello e devo rientrare a preparare la cena a Gianni –

- Senz’altro, ma guarda che piccolino com’è non servirà a molto, guarda me come sono ridotto. Forse è meglio aspettare che smetta. –

- No no, sono già in ritardo, se anche mi bagno un po’ non fa niente, meglio di inzupparmi sarà senz’altro –

Così ci incamminiamo fianco a fianco. Lei mi prende sotto braccio e cerchiamo di stringerci sotto i pochi centimetri quadrati della tela. Camminando, ora più lentamente per adeguarmi al suo passo più corto, faccio in modo che sia tra me e il muro degli edifici e di coprirla il più possibile. Per me significa bagnarmi nella parte sinistra ma tanto è per poche centinaia di metri.
A un incrocio con una via trasversale il disastro. Una folata di vento improvvisa rovescia e rompe l’ombrello rendendolo inutilizzabile. Restiamo sotto la pioggia battente, nella strada quasi deserta, per pochi secondi, il tempo di attraversare correndo e rifugiarci nell’androne di un palazzo. Pochi secondi sufficienti a infradiciarci da capo a piedi, ce ne rendiamo conto una volta al coperto.
Il portone è grande, avete presente quei palazzi di una volta dalla porta immensa, una specie di alta galleria che porta alle scale e l’immancabile sportello della portineria ora abbandonato?
Ci inoltriamo un poco dentro per evitare che il vento ci bagni ancora e ci guardiamo.

Io ho pantaloncini e camicia zuppi, da poterli strizzare, a malapena ho salvato la tracolla con cellulare, portafoglio e ammenicoli vari che per fortuna è in pelle.
Lei…….. lei è praticamente nuda. I pantaloncini bianchi e la canottierina che indossa le aderiscono come una seconda pelle facendo intravvedere uno striminzito perizoma e il reggiseno a fascia da cui spuntano come chiodi i capezzoli.
Mi incanto e sento improvvisamente un forte calore la basso ventre. Mi ritrovo in erezione e, vergognandomi un po’, cerco di coprirla con la tracolla.

- Non guardarmi –

Lo dice con un tono di voce che fatico a interpretare, più delusione che irritazione, più rassegnazione che fastidio. Si è resa conto del suo stato e di me che la guardo.
Distolgo gli occhi girandomi verso l’esterno. La pioggia cade ancora insistentemente senza aria di voler smettere. Restiamo fermi e in silenzio per un paio di minuti quando lei dietro di me dice piano:

- Ho freddo –

Mi volto e la vedo stringersi le spalle con forza. E’ un pulcino bagnato e tremante. Istintivamente mi avvicino e l’abbraccio, la sento aderire a me in cerca di calore.
Il vapore si alza dai nostri vestiti, dai suoi capelli, sento il suo respiro caldo sul mio collo. La abbraccio cercando di riscaldarla e mi tiro subito indietro col bacino. Non ci ripensavo, la mia erezione le ha battuto per un istante sull’addome e la sensazione per me è stata fortissima.
Noncurante mi si stringe, i nostri ventri aderiscono. Fatico a mantenere l’autocontrollo, è una sensazione stupenda sentirmi stretto contro di lei. Cerco di restare immobile.
La voglio, la voglio, la voglio. Queste due parole mi rimbombano nella testa.

Cosa fa? Sta strusciandosi contro di me? Non può non essersi accorta del mio affare che le preme contro il pancino. Così mi mette in difficoltà, difficoltà serie. Sì, non è un caso, sta muovendosi volontariamente. Attento Mario, rischi di sborrarti nelle mutande come un ragazzino. Non si ferma, continua, attento Mario, attento.
Alza la testa e mi guarda con occhi liquidi. Le sue labbra così vicine sono un invito a cui non so resistere. La bacio, prima a labbra chiuse, poi più in profondità, trovando la sua lingua pronta a accogliermi. Il mondo esterno cessa di esistere, c’è solo quella bocca, quelle labbra ora più aggressive. Ci baciamo con foga crescente, le stringo le chiappe con le mani, la tiro verso di me e lei ancora si struscia. Le sue mani sono su di me, con frenesia mi apre la camicia, i pantaloncini, mentre io cerco di alzarle la canottierina; ancora mi si stringe, mi bacia vorace.

Mi guardo intorno, siamo troppo in vista. La conduco a forza in un angolo più riparato vicino alle scale, con la luce scarsa sarà difficile ci vedano, ma anche fosse chi se ne frega, ora mi importa solo di lei: devo averla. Non c’è tempo per preliminari, è un bisogno primario, incontenibile. Le apro i pantaloncini e li faccio scendere. Impossibile spogliarsi lì, allora la faccio girare, chinare in avanti. Mi asseconda sospirando e resta in attesa impaziente.
Mi prendo un secondo per guardarle il culetto nella penombra, meriterebbe ben altri palcoscenici ma non c’è più tempo, il desiderio torna più forte di prima e mi affretto a aprirmi la cerniera, tirarlo fuori e penetrarla da dietro.

- oooohhhhhhh –

Geme sentendomi entrare, e gemo anch’io trovandola calda, accogliente, già pronta.
La sbatto con forza, senza fronzoli, senza delicatezze, è quel che vogliamo entrambi:
dentro e fuori, dentro e fuori, più forte, più veloce. Mi incita a bassa voce spingendo indietro il culetto per prendermi meglio. Abbandono i seni a cui mi ero aggrappato sottraendoli alla custodia del reggiseno, la afferro per i fianchi e spingo: dentro e fuori, avanti e indietro, più forte, più veloce.

- Posso?......... –

- Sì, sono protetta –

Ho lo scrupolo di chiederle se posso venirle dentro e avuto il suo assenso riprendo: più forte, più veloce. La sento tendersi, inarcare la schiena e gemere forte mentre viene e mi lascio andare riempiendole la micina del mio seme, schizzandole dentro tutto ciò che ho, tutto il mio desiderio.
Si rialza e il movimento mi fa uscire da lei. Gira la testa indietro offrendomi la sua bocca per un bacio umido, meno vorace, giusto completamento del nostro incontro appena terminato.
Appagato il desiderio ricomincio a ragionare, a ricordarmi dove siamo, della possibilità di essere scoperti. Mi guardo attorno e per fortuna non si vede nessuno, la pioggia sta cessando. Mi riassetto porgendole un fazzolettino di carta con il quale si pulisce al meglio, un altro che infila nelle mutandine prima di tirarsi su i pantaloncini.
Mi guarda dritto negli occhi, decisa:

- Non è successo nulla –

- Sì, non è successo nulla………… è stata la pioggia –

Scoppia in una risata e io le faccio eco raccogliendo l’ombrello rotto che avevo gettato per terra e che dovrò rifondere al mio amico.
Ci incamminiamo verso casa tenendoci distanti l’uno dall’altra. Bagnati fradici e divertendoci a saltare le pozzanghere siamo uno spettacolo insolito per i pochi passanti. Tra le nuvole sta spuntando nuovamente il sole.
Note finali:
Il racconto è frutto di fantasia.
Per commenti o suggerimenti: scrivocosiperscrivere@gmail.com