i racconti di Milu
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1. No, perché?


Bisogna negare, negare sempre. Soprattutto se non hai idea di dove la donna che ti sta parlando voglia andare a parare. Si sa, possono essere terribili.

- Robè, ma ti scopi Alessandra? – chiese Rita.

- Uh? – dissi facendo il finto tonto per prendere tempo – no, perché?

- Vi ho visti al bar sotto l’ufficio, mi sembravate due che se la intendono parecchio.

Sapevo di cosa parlava, e di che giorno. Anche perché con Alessandra, in quel bar, c’ero andato una volta sola. Se le sue informazioni si limitavano solo a quello ero abbastanza al sicuro.

- In che senso, scusa? Come fai a collegare un caffè a una scopata?

Avevo messo un po’ di ironia nella voce. Un tono indignato l’avrebbe insospettita.

- Non so, mi sembravi abbastanza su di giri, con lei. E lei aveva tutta l’aria di una che ci stava. Ho avuto questa sensazione netta, non so come spiegartela: te la scopi?

- Ma che mi scopo! Ero su di giri sì, ricordo benissimo! – risposi mentre nella mia testa terminavo di delineare la mia strategia - Mi aveva appena detto che gira voce che il capo abbia richiesto la mia assunzione. Mi ha portato a prendere un caffè apposta per dirmelo!

- Ti assumono? Cazzo, così presto? Complimenti!

- Grazie – risposi, sperando che la conversazione su Alessandra avesse termine con quel “grazie”.

No.

- Ma perché te l’è venuto a dire lei?

Restai per un attimo in silenzio. Del resto, cosa le potevo rispondere? Che no, non era stato al bar, che Alessandra mi aveva informato della mia probabile assunzione stando proprio dove stava lei in quel momento, e cioè sdraiata sul mio letto?

E per di più praticamente nelle stesse condizioni, cioè languidamente rilassata e con la fica ancora piena del mio seme?

Per la verità Alessandra non era proprio nella stessa posizione. Dopo l’amore preferiva distendersi sulla pancia in attesa di ricevere coccole, carezze o altro. Questo “altro”, detto per inciso, si riferisce a un gioco che consisteva nell’inserire un paio di dita nella vagina ancora calda e allargata e raccogliere lo sperma per poi offrirlo alla sue labbra. O spargerlo sulla sua pelle, o usarlo come lubrificante per stuzzicare il suo buchino. Ad Alessandra il giochino piaceva - era una cosa che non avevo scoperto da molto tempo, e soprattutto non avevo iniziato a fare con lei - e piaceva molto anche a Rita. Invece Rita, dopo il sesso, preferiva indugiare standosene sdraiata sulla schiena, con le gambe ancora belle aperte, come se aspettasse di averne ancora. Non che fosse assatanata e incontentabile - oddio, sì un po’ lo era - semplicemente il suo corpo esprimeva la sua animalità in modo diverso. Se Alessandra era, come dire, più eterea e raffinata, Rita era decisamente più carnale. Erano quasi un gioco degli opposti. Anche la pelle, per dire: quella di Alessandra di un chiarore che sfiorava il pallido, quella di Rita più scura, che avresti detto anche in pieno inverno che un paio di giornate al mare se l’era già fatte. In ogni caso, la domanda di Rita bloccò sul nascere la mia voglia di giocare.

Ma basta con le digressioni.

- Non ne ho idea – risposi continuando a fare la parte di quello che cade dalle nuvole – forse perché proprio quella mattina mi aveva aiutato a sbrigare una pratica fiscale? Aveva l’occasione di dirmelo, me l’ha detto. Penso. Ma in realtà non lo so.

Rita restò perplessa, c’era chiaramente qualcosa che non le tornava. Ma preferii non offrirle altre spiegazioni, lasciando che la mia verità fosse imperfetta.

Le verità imperfette, soprattutto quando verità non sono, in genere risultano più convincenti.

Non che Rita fosse gelosa. Il problema non era questo. Non stavamo mica insieme, scopavamo. Anzi, sapevo benissimo che oltre a scopare con me scopava con qualcun altro. Non sapevo con chi e non lo volevo sapere, anche se qualche voce girava. Le avevo solo chiesto una sera, visto che il periodo e le paranoie erano quel che erano, se con lei potevo stare tranquillo almeno dal punto di vista, diciamo così, medico. Lei mi aveva risposto che ero l’unico cui concedesse di farlo senza preservativo.

Non so a cosa dovessi l’onore, posso solo dire che per me quella era una conditio sine qua non, perché il preservativo non l’ho mai sopportato.

E quindi il problema non era la gelosia. Il problema era che lei odiava Alessandra. O, se odiare sembra una parola troppo forte, la detestava.

Già una volta, parlandone non mi ricordo più a quale proposito, me l’aveva detto, descrivendola come una “che pensa d’avercela d’oro”.

Si trattava di dinamiche femminili, a me abbastanza incomprensibili. Personalmente non avrei mai detto che Alessandra fosse poi tanto altezzosa, ma tant’è… Aveva un modo di porsi e di essere diametralmente diverso rispetto a quello di Rita, questo sì.

Non che per me facesse una particolare differenza, intendiamoci: mi piacevano entrambe, mi facevano venire il cazzo duro e mi piaceva anche stare con loro, non necessariamente dentro di loro.

Decisi comunque di non prendere le difese di Alessandra in quel momento, fingendo di non mostrare alcun interesse. Le due non si prendevano, evidentemente, e io potevo farci poco.

La cosa che rendeva la situazione del tutto particolare, tra l’altro, era lo squilibrio dei ruoli tra le due all’interno dell’azienda. Rita era una giovane manager rampante, eravamo in pieno yuppismo, Alessandra una semplice impiegata dell’amministrazione, anche se non aveva intenzione di restare lì a lungo.

Eppure Rita la soffriva. E tanto.

- Roberto – mi disse con un tono quasi preoccupato – lo sai che sono una zoccola, te l’ho detto sin dal primo momento, ma non sono stronza. Quella invece è proprio troia e cattiva dentro, nonostante tutte le sue arie da santarellina. Stacci attento.

Non era raro che Rita, quando si facevano certi discorsi, si definisse “zoccola”, in modo compiaciuto e quasi vezzoso. Sostanzialmente lo faceva quando voleva farti capire che aveva voglia di essere scopata. Ma non era quello il caso.

- Non ti preoccupare – le dissi abbracciandola – mi terrò a distanza di sicurezza.

Dopo qualche minuto passato a rimuginare accanto a me, appunto, a Rita tornò la voglia di farsi scopare. Aveva bisogno di sentirsi al centro del desiderio, il suo corpo chiedeva rassicurazioni, probabilmente per scacciare i pensieri su quella che pensava essere una sua rivale e che in effetti lo era, anche se lei non poteva saperlo.

Ragion per cui dovetti darle una bella spazzolata, prendendomi tutto il pacchetto e trattandola, sempre per usare le sue parole, come la zoccola che sapeva di essere.

Del resto a lei piaceva così e a me pure.

La discussione su Alessandra finì lì. La questione non fu mai più sollevata.

A me semmai restò, insoddisfatta nei secoli, la curiosità di sapere quando a Rita fosse venuto in mente, quel giorno, di farmi quella domanda. Mentre saliva in ascensore a casa mia? Oppure mentre le leccavo la fica portandola al primo orgasmo? Oppure mentre la prendevo a quattro zampe ringhiandole da dietro “fammi vedere davvero quanto sei zoccola” e lei rispondeva “sì sì sì, spingi spingi spingi”?

Quale sensibilità da strega le aveva consentito di intuire la mia storia con Alessandra?

Come ho già detto, mi tenni la curiosità. Ben consapevole di poter sopravvivere.

CONTINUA

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