i racconti di Milu
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La camera è la 246, 2° piano la penultima sulla destra. Se vuole può lasciare i bagagli alla reception provvederemo a recapitarli in camera. La signora viaggia sola o è in attesa di qualcuno.

Bella domanda. Sarebbe venuto? La domanda era stata chiara: partivo per un congresso e se voleva sarebbe potuto essere il mio accompagnatore. Niente di complicato, non erano previsti pranzi o cene ufficiali, solo un coffee break a metà mattina, la sera dopo saremmo già stati ognuno nelle rispettive case.

Non le so rispondere a questo proposito posso chiederle se ci sono altre stanze libere in albergo per stanotte. L’impiegato mi guardò interrogativo, poi in modo molto professionale mi avvertì che a causa del congresso non erano disponibili altre camere.

Non amo dormire con altre persone. Non capisco il senso di mettere su un teatrino di vita familiare in un frangente che tutto richiama meno che l’ordinario. Avevo già chi mi vedeva di mattina struccata e in camicia da notte. Avevo già con chi fare colazione ogni mattina. Questo era altro.

Gli chiesi se proprio non fosse possibile, data l’attitudine di tanti medici a lasciar vuote camere d’albergo pagate da altri, e di avvertirmi nel caso ne fosse rimasta libera una e contestualmente di fermarla.

Sono una professionista, la mia posizione è solida ed i soldi non mi mancano. Difficilmente accetto compromessi.

Si erano fatte già le 17 tra viaggio, check in, saluti di rito ecc. Salii in camera con il chiaro intento di rilassarmi con un bagno e poi buttarmi nella palestra dell’albergo. A lui avrei mandato le specifiche della posizione su what’s up, al messaggio che le avrebbe seguite avrei pensato più tardi.

Presi le scale, svuotando i pensieri uno scalino alla volta: lavoro, famiglia, impegni vari erano spariti prima che fossi a metà della seconda rampa di scale.

Arrivata nella mia camera la trovai piacevolmente  grande, c’era un ingresso con un divano ed un tavolino, un bel tappeto stranamente non logoro, qualità a cui invece, di solito, gli alberghi tengono tantissimo. Un letto matrimoniale versione King size troneggiava nella stanza principale. Il bagno era piuttosto curato, mattonelle e ceramica smaltata brillavano di pulizie recenti e, strano ma vero, c’erano doccia e vasca separate. Ero uno dei relatori, si vedeva.

Buttai in terra i vestiti nemmeno fossi una sedicenne e mi preparai un bagno tiepido, detesto l’acqua calda mi dà sempre l’idea di brodo. Nel frattempo giravo nuda nella mia nuova casa di una notte come se avessi sempre abitato lì. Sarebbero stati contenti i vicini, avevo lasciato finestre e tende aperte. Lo sapevo benissimo.

Mi buttai finalmente nell’acqua, appoggiai la testa sul bordo, era persino larga come dimensioni per me, e non sono certo 50 Kg.

Dopo i primi 10 minuti di pieno relax cominciai a sentire uno strano pensiero, strisciava nella mia mente in quel momento un ricordo e si era andato ad incagliare come immagine e non mi lasciava riposare. Cominciavo a sentire l’adrenalina, la voglia, cominciavo a sentirmi carica di ormoni ed umori. Mi dedicai a me stessa nel modo più dolce che conoscevo, senza fretta, senza ansia di qualcuno che bussasse alla porta; mi accarezzai finché le grandi labbra non cominciarono ad essere tese ed il clitoride a chiedermi una fine di misericordia. Avevo solo le mie mani , cominciai a tormentare, dunque, i petali di un fiore gonfio di nettare, tirai, pizzicai, mi penetrai con un dito, forse due, sapevo che per venire sarebbe bastato anche solo avvicinarsi al clitoride, anche solo sfiorarlo, tanta era la voglia. Dentro e fuori, dentro e fuori, ed ogni volta era un’ondata di voglia che mi prendeva la gola, l’adrenalina a mille. Era arrivato il momento di finire questo momento solitario. Cominciai a passare il mio indice sul mio punto x, dapprima piano, con movimenti circolari, poi sempre più decisa ma sempre con movimenti rallentati, voleva essere una passeggiata, non una gara. Sebbene i propositi fossero altri venni quasi subito, con un sussulto e la liberazione di un gemito che risuonò in tutto il bagno, ero da sola ed ero libera di venire senza tanti pensieri.

Mi concessi due minuti e mi alzai dalla vasca, mi insaponai con un bagnoschiuma al latte di cotone, mi sciacquai ed uscii. 

C’era un messaggio da mandare. La penultima boa di una regata cominciata due  giorni prima.

Mi ero ritrovata ad una cena dove era stato invitato anche lui, era praticamente scontato che non venisse, lui così schivo ed arrogante, ma il destino ha vari modi di palesare ironia e fu così che me lo ritrovai a pochi metri. In realtà la nostra conoscenza veniva da lontano: storie incrociate le nostre, età simili, frequentazioni simili, gusti simili, caratteri totalmente differenti. Con l’andare degli anni ci eravamo un po’ persi di vista ma notizie, almeno a me, se non di lui come protagonista, almeno in qualità di comparsa di altre storie, erano sempre arrivate. La cena finì ed avevamo bevuto troppo, bicchiere della staffa ad un pub poco lontano dal ristorante, ed eccoci a rimanere in quattro. Altro giro di bevute, battute con pochi freni, ammiccamenti da vecchi amici compassati.

Come dicevo il destino ha uno strano modo di raccontarti i suoi progetti ma quando vuole ci riesce benissimo: senza volerlo avevamo la macchina a 20 m di distanza, gli altri ovviamente dall’altra parte del mondo.

Ci salutammo e ci avviammo, non ubriachi ma in quella condizione di non sobrietà che ti aiuta a trovare le parole di cui ti pentirai il giorno dopo.

Tra una battuta e una mezza frase tra un ammiccamento ed una risata, nel tempo di 5 minuti eravamo arrivati al parcheggio. Tardai un secondo a trovare le chiavi, il tempo giusto perché lui mi passasse un braccio intorno alla vita e mi girasse.

In tempo 0 avevo le sue labbra sulle mie, la sua lingua mi cercava nella mia bocca, ormai avevo solo pensieri confusi tra il vino ed un’eccitazione che mi avvampava le guance.

Mi spinse contro lo sportello, sentivo la sua erezione montare mentre trovava il mio seno con la mano. Logicamente ogni freno inibitore era andato a farsi benedire ed ero molto ben disposta ad essere torturata nel piacere. La cerniera dei suoi jeans ormai era solo un velo che mi separava da qualcosa ormai  evidente. L’unico problema era il luogo dove ci trovavamo che benché fosse ormai notte fonda era in pieno centro.

Ci fermammo, ci guardammo: era implicito che lì non saremmo potuti rimanere ma fermarsi avrebbe comunque significato far decrescere qualcosa che ormai era al culmine.

Che facciamo? Secondo di silenzio, l’eccitazione ci faceva ansimare, io ero un lago.

Senti facciamo così, è tardi e dio solo sa quanto avrei voglia di fare un grosso errore stasera . Io dopodomani parto per un congresso e sono sola. Niente di particolare, niente cene di gala ecc, è solo un congresso tra colleghi per informarsi sullo stato dell’arte di certe ricerche.

Ci salutammo con il dire perché no?ed altre allusioni di natura sessuale. Mi lasciò con un bacio, lungo, sessuale, umido. In due secondi era in macchina sua ed io nella mia. Fradicia di sudore ed umori. Avevamo entrambi il rispettivo numero da tempo.

Il giorno dopo non lo sentii e detti per scontato che la cosa fosse finita lì. Non mi piacevano le pantomime di messaggini, like su face book o stupidaggini simili. Eravamo decisamente troppo grandi.

La mattina della partenza mi era arrivato invece, totalmente inaspettato un suo what’s up dove mi chiedeva se fossi tornata a casa sana e salva insieme ad una vaga allusione alla piacevolezza della serata.

Gli risposi senza troppa enfasi, la giornata lavorativa era una di quelle in cui avrebbero dovuto dare la possibilità di rimettersi a letto e ricominciare da capo, in più non volevo dare l’impressione di essere stata fino a quel momento in trepidante attesa. Tanto più che, in effetti, non lo ero stata.

Dopo qualche ora però ci ripensai e mi scervellai di trovare un modo simpatico per ricordargli la proposta fatta due sere prima. Il messaggio che seguì fu: “oggi pomeriggio riceverai le coordinate per la caccia al tesoro…indovina qual è il premio?…”

Non ricevetti risposta ma mi ripromisi di spedire quell’indirizzo.

Dopo il mio personale intervallo arrivò dunque il momento di decidere il da farsi.

Rimaneva il problema della camera, di dormirci insieme non se ne parlava, idem la colazione la mattina dopo, tanto più che avrei parlato piuttosto presto.

Feci lo 0 e chiamai la reception, mi rispose una voce diversa da quella con cui avevo parlato al mio arrivo, probabilmente era cambiato il turno.

Chiesi se qualcuno degli esimii colleghi non si fosse presentato e venni informata che in effetti non si erano presentati in tre. Gli dissi di aspettarmi un attimo, che sarei scesa dopo due secondi. Mi fecero vedere le tre camere rimaste libere, una di questa era al piano di sopra, una junior suite, probabilmente la prenotazione precedente era almeno per tre persone. Va beh, feci le cose per bene.

Assicuratami quindi della logistica , passai ai fatti , ormai ero in ballo, ballai.

Gli spedii solo l’indirizzo ed il numero di stanza, la seconda, non c’era bisogno di altre spiegazioni. Le spunte blu dell’avvenuta lettura le vidi quando già ero in palestra da un po’. Erano già le 21 e dovevo cenare. Mi presi qualcosa da portare in camera.

Mi rimisi apposto, mi feci la doccia, mi tirai su i capelli, mi misi una sottoveste di raso nero, un accappatoio, presi un beauty con qualche gioco che mi ero portata (non era detto che mi servissero ma se la cosa si fosse dimostrata più in salita del previsto) e salii al piano di sopra.

Sarà stata l’attesa o magari il solletico del proibito ma quel piano in ascensore mi parve infinito e ricominciai a sentire quella tachicardia che solo l’adrenalina ti può dare, a chi mi avesse incrociato in quel frangente sarebbe balzato sicuramente al cervello l’odore di femmina che emanavo.

Verso le undici e mezzo bussarono alla porta, sobbalzai, il cuore cominciò a ballare la samba nei quattro passi che mi separavano dalla porta. Aprii. Mi guardava con gli occhi neri di chi ha finito le parole nell’ultimo quarto d’ora. Feci io per lui “Complimenti” e lo baciai.

Lo baciai piano, appoggiando appena le labbra, lo presi per la mano e gli feci attraversare la soglia. Gli richiusi la porta alle spalle. Continuava a guardarmi senza dire niente, ero anche nel dubbio che non fosse proprio convinto di essere lì, ero certa che se avessi detto qualunque cosa sarebbe venuta meno un’atmosfera in levare che si preannunciava decisamente promettente.

Lo baciai con decisione, lui rispose con più convinzione. Era più alto di me e mi dovetti alzare sulle punte dei piedi per arrivare a lui senza sbilanciarmi, senza sportello a cui appoggiarmi non era proprio semplice.

Lui passò le sue mani intorno alle mie cosce, mi sollevò e mi appoggiò su un mobile poco distante dalla porta ma che sembrava messo lì apposta per questo scopo. Dalla mia nuova posizione fu molto più semplice riprendere in mano il gioco: guidai le sue mani sul dorso delle mie gambe, fino alla vita, lui si appoggiò ai miei fianchi e mentre li stringeva mi avvicinava a sé. Il suo membro indurito cercava di farsi spazio tra la durezza del legno e la cedevolezza delle mie carni. Staccava la sua bocca da me giusto il tempo di riprendere fiato, se non era sulla mia bocca era sul mio collo, se non era sul mio collo era sulla spalla dove mordeva fino a farmi gemere.

Mi sembrò di essere tornata all’adolescenza dove, nella paura che tutto finisca troppo presto, i preliminari duravano ore.

Proprio nel timore di una défaillance, rallentai volutamente i ritmi: scesi con un salto dal mobile e cominciai a sbottonargli la camicia, un bottone alla volta. Arrivata al penultimo  gli sbottonai i jeans e tirai fuori l’ultimo pezzo. Aprii quel pezzo di vestiario come si apre un sipario, mi trovai davanti un torace giusto per un uomo di quell’età, con poco pelo al centro.

Cominciai a passare la lingua su un capezzolo. Questo reagì subito. Tolta la bocca lo massaggiai con l’indice, andando a constatare quanto era turgido. Per quanto riguardava i miei, sembrava avessero deciso di perforare la veste che avevo addosso.

Della chiusura ormai violata dei suoi pantaloni rimaneva soltanto la cerniera  a fare da diga a tutta l’eccitazione che aleggiava nella stanza.

La tirai giù con lentezza e mi ritrovai davanti il suo pene eretto che premeva contro gli slip, vi appoggiai la mano e cominciai a massaggiarlo con accortezza a non far finire il gioco troppo presto. Il suo respiro era affannoso ma non veloce, indice che potevo continuare senza troppi dubbi. Continuavamo a baciarci nel frattempo, le nostre lingue davano inizio alle danze che poi proseguivano con il resto del corpo. Mi teneva stretta a se mentre ormai lo stavo masturbando senza guardare.

Finalmente, abbassai lo sguardo: la verga dritta di un uomo può essere uno dei migliori ringraziamenti alle avances di una signora e la sua era veramente piena di ossequi.

Scesi in ginocchio e lo feci entrare nella mia bocca, da sopra la mia testa sentii un sospiro di ringraziamento, le danze erano davvero cominciate.

Lo feci entrare dalle labbra semisocchiuse, usandole per abbassare la pelle in modo che il glande assaggiasse solo il fondo della mia gola, feci così un altro paio di volte. La frequenza del suo respiro cambiò e dovetti fermarmi. Mi alzai lasciandolo un po’ interdetto, lo presi per mano e lo accompagnai in camera da letto, lo feci sedere, gli tolsi tutto lasciandolo nudo. La mia posizione, in piedi, ancora vestita e con lui seduto sul letto, era di pieno potere.

Lo lasciai distendere sulla schiena con le gambe fuori dal letto, le divaricai leggermente e mi posi in ginocchio al centro. Dal beauty avevo tirato fuori un olio per massaggi, ne avevo fatto cadere due o tre gocce sul palmo della mano in modo che il suo sesso scivolasse meglio. Ero ormai convinta che il metodo migliore fosse farlo venire una prima volta masturbandolo per poi, in un secondo tempo, divertirci e così effettivamente andò, lo lasciai venirmi sulle mani, lo pulii con la bocca ed andai in bagno a lavarmi. Con mio stupore i tempi di recupero furono piuttosto brevi e la sua erezione tornò a farmi visita, proprio nel momento in cui la sua bocca si stava dedicando a me. Ero infatti tornata dal bagno ben decisa a non essere lasciata a metà nella mia eccitazione ed in effetti fu piuttosto generoso quando mi distesi sul letto poco più su della sua testa. Vista la posizione senza tanti salamelecchi mi penetrò dandomi giusto il tempo di togliermi le mutandine che poco prima lui si era giusto limitato a scansare. La sua asta turgida si fece spazio dentro di me spingendo ed aprendo dove trovava resistenza. In pochi secondi lo avvolgevo come un guanto. Per finire di farsi spazio mi dette due colpi più forti, come ad indicare che in quel momento nel gioco di potere si erano appena invertite le pedine.

Cominciò ad entrare ed uscire da me con foga, come se ne andasse della serata, non aveva la minima idea che le mie idee di navigazione erano ben altre.

Lo rallentai sfilandomi e mettendolo sulla schiena giusto con una spinta sulla spalla, almeno era perspicace.

Lui ancora nel dubbio di cosa volessi fare si era tirato su sugli avambracci e mi guardava. Vuoi guardarmi il viso o la schiena, gli chiesi. La risposta fu immediata.

Lo feci distendere e lo montai, dandogli la schiena, secondo i suoi desideri. Battei la sella del suo pube all’inizio piano e lentamente per poi lasciarmi ad un ritmo in levare fino a che non mi sembrò che s’irrigidisse nuovamente. Cominciai, allora, a cavalcarlo avanti ed indietro, avanti ed indietro fino a sentirmi completamente fradicia tra le gambe.

Credo che lui se ne accorse perché provvide a togliermi e mettermi in piedi davanti a lui. Mi guardava dal letto, io mani sui fianchi ero davanti a lui. “Spogliati”, “Alzati e spogliami tu, allora”. Venne da me ed in due secondi avevo la sottoveste sotto i piedi, mi girò, mi appoggiò al muro, mi divaricò un po’ le gambe. Sentii d’un tratto un dolore urente alla natica destra. Mi aveva appena sculacciata. I miei sensi saltarono per aria, i miei ormoni gridarono vendetta. Nel tratto di un secondo lo avevo dentro che mi stava prendendo da dietro. Facevo forza contro il muro mentre il suo cazzo mi allargava, si retraeva, si prendeva gioco di me. Dopo cinque minuti di quella giostra ero nelle sue mani. Poteva disporre di me come voleva, tanto godevo. Mi appoggiò con la faccia ed il torace al muro, la sua mano sulla mia gola, mi teneva la testa come se dovesse sostenerla. Si portò via dal mio sesso, si abbassò e cominciò a leccarmi allargandomi le natiche come se dovesse pulire tutti gli umori che avevo prodotto. Nel mentre il suo pollice massaggiava il  buco del mio culo. Inumidì anche lì come se non volesse che mi arrossassi e ricominciò a massaggiare. Io ero pietrificata, avevo perso ogni velleità di comando.

“Vai a farti una doccia e fai con calma” furono le parole che misero in pausa senza un apparente perché quel momento. Lo guardai con circospezione. “Fidati”, era la terza doccia della serata, questa volta fatta sulla fiducia.

Ci misi volutamente una decina di minuti, un’eternità considerata la voglia che avevo. Avevo invitato cappuccetto rosso e mi ero ritrovata il lupo. Sarei potuta impazzire già così, ma non era finita.

Tornai di là con l’accappatoio ed i capelli tirati su. Lui era seduto sul letto. Si alzò, mi fece cadere l’accappatoio dalle spalle. Lo guardai,  la doccia mi aveva fatto bene: dei lupi si può essere preda o si può essere parte del branco. Ero entrata in doccia da preda ed ero uscita ricordandomi di essere una lupa. Mi distesi sulle sue gambe, lui ricominciò da dove aveva interrotto permettendosi di tanto in tanto di far entrare a tradimento di un dito. Io mi misi comoda, spostai il seno oltre la sua gamba destra in modo che la mia pancia non rimanesse troppo indietro, lui capii subito il via libera e cominciò a farsi più insistente. Dopo poco allungai un braccio e gli appoggiai accanto l’olio per massaggi. Non c’era solo il via libera adesso. Mi penetrò prima con un dito, poi con due, cominciando una danza di movimenti circolari. Dal canto mio mi divertivo a  far resistenza alle sue spinte per poi aprirmi senza alcun pudore. Ogni tanto alternava alla penetrazione quattro o cinque sculacciate sonore. Io gemevo… e godevo.

Passammo ai fatti e presami da dietro senza troppi complimenti mi penetrò fino in fondo, aprendomi come un pugnale, mi pugnalò più e più volte, tenendomi per i fianchi o con una mano sulla spalla e senza permettermi troppo di decidere la profondità delle sue  spinte. Ogni volta che opponevo resistenza erano vergate a mano aperta sulle natiche. Inutile dire che ciclicamente mi negassi apposta.

Godevo ma ero fermamente decisa a riprendere il controllo; quant’era che eravamo lì, mezz’ora?di più?cinque minuti?

 Impossibile che durasse ancora molto quel match. O riprendevo il controllo entro breve o non lo avrei ripreso fino alla fine. Dolorante e felice mi negai alle sue mani ed al suo pene duro. Mi girai, mi diressi verso le mie cose e ne sfilai una benda nera e due polsiere. La lupa in me voleva la sua rivincita. Lo bendai e gli legai i polsi alla testiera del letto. Gli dissi di aspettarmi solo un minuto. Andai nell’ingresso e chiamai il servizio in camera. Dopo un minuto avevo ghiaccio e fragole (oltre ad una voce divertita e molto curiosa di chi me le portò). Tornai in camera, la mia assenza aveva affievolito un po’ la sua erezione. Lo baciai sulle labbra e, preso un cubetto di ghiaccio, mi avvicinai al suo viso “adesso arriva una sorpresa”. Lui succhiò un attimo il ghiaccio e poi lo ripassò nella mia bocca.

Rimisi il cubetto nella ciotola e gli feci succhiare la punta di una fragola tenendone la base tra le mie labbra; una volta morsa mi portai verso il suo pene, bagnandolo con il succo di quel piccolo frutto per poi privarmene passando al suo membro che adesso aveva ripreso a pieno le forze.

Gli feci sentire i miei denti sull’asta, piano e senza stringere. Gemette.

Presi il suo cazzo nella mia mano sinistra, il mio pollice destro cominciò dei movimenti rotatori sul suo perineo a stimolare la prostata, conoscere l’anatomia ha un sacco di lati positivi. In un ensemble di movimenti con una mano lo masturbavo e con l’altra facevo sì che la stimolazione della ghiandola fosse al massimo. L’erezione era ormai un vulcano pronto ad esplodere. Lui gemeva quasi di dolore.

Lo feci finire nella mia gola continuando a pompare per permettergli di svuotarsi completamente. Bevvi fino all’ultimo sorso. Guardai di sfuggita l’ora, dopo due ore avrei dovuto spiegare a dei colleghi annoiati l’avanzamento delle ricerche scientifiche nel mio campo di studio. Per quanto mi riguardava la ricerca era più che finita.