i racconti di Milu
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Quella di Francesca non era una vita semplice, né tantomeno facile, sempre presa dal tran-tran quotidiano, al punto da non potersi permettere alcuna distrazione al difuori del tragitto casa-lavoro lavoro-casa, anche quel giorno, uno dei tanti di quella sua vita monotona e tediosa, era in ritardo con la sua tabella di marcia; come al solito del resto. Fu così che, accomodato un morbido asciugamani bianco per contenere la miriade di lunghi capelli bagnati, ancora nuda dopo aver fatto la doccia, si diresse verso la camera da letto per scegliere dei vestiti da abbinare sotto il camice. Quello della farmacista era un lavoro che la appassionava molto, il lavoro per cui aveva passato anni di duro studio sopra i libri, ma che non le permetteva concretamente di poter avere una vita sociale soddisfacente. Non si possono creare delle amicizie solide soddisfacenti da dietro il bacone di una farmacia: prima di tutto perché di solito si ha a che fare con gente che ti vede solo come una semplice rivenditrice di farmaci e poi perché si passa tutto il tempo accanto a colleghi d gran lunga più in là negli anni di te e con cui, nonostante il profondo rapporto di stima, sei sicura di non poterci uscire insieme.
Era in ritardo, e questo, Francesca lo sapeva bene, ma si trattenne ancora un po’ ad osservare il proprio riflesso nel lungo specchio dell’armadio; godendosi quell’unico e fugace momento di civetteria che gli ricordava ancora di essere una donna. E che donna!
I suoi grossi occhi scuri studiavano con cura le dolci curve del viso, allungandosi pian piano giù per il collo e sulle spalle, osservando nel dettaglio come la dolce linea dei suoi fianchi, dapprima si incurvasse morbidamente a formare il suo florido seno, e poi si allargasse leggermente per formare il paradisiaco profilo del suo tonico culetto. Col fisico asciutto e ben proporzionato che si ritrovava non avrebbe faticato di certo a trovare un buon compagno per la vita; ma per quanti anni la sua bellezza atavica avrebbe sorretto al peso dell’età che avanza senza soccombere? Francesca non lo sapeva, ma proprio in quel momento qualcosa di più imminente aveva catturato la sua attenzione: doveva depilarsi.
Nulla di grave, giusto qualche peletto sbarazzino che, sfuggito all’occhio vigile ed indagatore della sua amica Marta, estetista/carnefice a cui Francesca si rivolgeva per fare la ceretta alle gambe, continuava a svettare prepotente in mezzo a quel roseo tripudio di femminilità, e che ora toccava a lei estirpare. Ma ora non c’era tempo. Dopotutto quei peletti superflui avevano deciso di dare un aspetto un po’ più “disordinato” alla sottile striscia di peletti neri sul suo monte di venere, nulla che richiedesse un intervento tempestivo. Fu così che Francesca, infilato un anonimo slip bianco a vita bassa, si diresse nuovamente in bagno per completare la sua opera di trucco e parrucco, conscia del fatto che, anche se fosse andata a lavoro struccata, nessuno lo avrebbe notato. O forse sì? Di solito si truccava più per dare un tono serio a quella sua faccetta da ragazzina acqua e sapone, a cui era difficile credere si accompagnasse la fervida mente di una scienziata ma, col tempo, anche quel semplice gesto quotidiano aveva cominciato col perdere senso per lei. Era più un’abitudine. Impiegò quasi un’ora abbondante per finire, di cui venti minuti buoni solo per tracciare una linea d’eyeliner accettabile, che non la facesse assomigliare ad un quadro di Picasso, ma alla fine, dopo aver indossato una camicetta di seta bianca che nascondesse le forme del suo reggiseno a balconcino e un paio di pantaloni color caffè, poté inforcare le decolté di pelle beige, dal tacco basso, che sono ancora comode anche dopo otto ore dietro un bancone; e di gran lunga preferibili a quelle antiestetiche ciabatte bianche da infermiera, molto di moda tra i suoi colleghi.
Era già pronta ad uscire di casa quando qualcuno la fece trasalire bussando al vetro della porta-finestra della camera da letto; cosa non così eccezionale se il suo appartamento si trovasse al nono di un edificio di dodici piani. Il sorriso sornione dell’operaio fece capolino da dietro il vetro, mentre continuava a muovere la mano in segno di saluto. Cazzo! Si era proprio dimenticata che quel giorno sarebbero cominciati i lavori di rifacimento della facciata di quel vecchio rudere che chiamava casa. Chissà da quanto tempo era lì… Imbarazzata come non mai ricambiò il saluto dell’uomo e fulminea sgusciò via di casa per recarsi a lavoro, con un po’ di fortuna l’autobus che prendeva quotidianamente per andare a lavoro non era del tutto perduto.

Durante il viaggio in autobus, che Francesca era riuscita a prendere al volo, non fece altro che ripensare a quanto fosse appena accaduto e, più lo faceva, più si sentiva avvampare dalla vergogna. E se… Il fuoco lambì le sue gote come tizzoni ardenti. Essendo il suo appartamento al nono piano e il suo il più alto tra i palazzi del quartiere, che a stento raggiungevano il quinto piano, Francesca non si era mai preoccupata di procurarsi delle tende per le finestre, preferendo di gran lunga godersi, senza interferenza alcuna, anche il più flebile raggio di luce che permeava nel suo appartamento; ma quel giorno, e se ne rendeva conto sempre più, a penetrare nel suo appartamento non erano stati solo i timidi raggi solari, ma anche gli sguardi indiscreti degli addetti ai lavori di montaggio dell’impalcatura. Al sol pensiero un fremito le percosse tutta la schiena, turbandola dal di dentro, mentre si sentiva sprofondare sempre più dalla vergogna. Quel giorno, per la prima volta, qualcuno aveva violato la sua intimità, guardandola mentre, se non completamente nuda, con le tette al vento continuava a prepararsi per andare a lavoro, e lei nel rendersene conto ne restò turbata; piacevolmente turbata. Solo allora si rese conto che quel suo mesto e anonimo slip bianco si era completamente inzuppato dei suoi umori, e se ne chiese il motivo ma, forse, lo conosceva già.
Note finali:
Mi raccomando, contattatemi sulla mia e-mail (Alexdna88@libero.it) e fatemi sapere che cosa ne pensate.