i racconti di Milu
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Sogno n. 482. Questo lo devo ricordare.
Una stanza inquisitoria ovale, con una giunta che osserva quel che al centro c’è da condannare. E’ un entità femminile, di grossa statura. Giace legata ad ogni arto e tesa, poco vestita.
Lei è la causa dei mali psicologici di tutti, come un brutto ricordo che sempre ha perseguitato la giunta che risiede per la sua condanna. Io sono il custode, quello che deve assicurarsi che un tale mostro non si liberi per nulla.
Il male è legato e fermo. Tutti sono per la condanna. Maledire questa entità femminile che li ha fatti soffrire tutti e che se potrebbe, lo farebbe ancora; nè per diletto, né tanto meno per scelta. E' la sua natura ad essere così. Non si nega niente.
La sua anima è torbida ed io la osservo e la malmeno un poco, per ricordarle chi comanda e chi domina. I legacci la tengono stretta e tesa, posso controllare il suo dolore. La giunta si allontana per esprimere il voto, per una farsa in cui credono molto.
Avviene da principio il mio osservarla più incurante, senza gli occhi degli inquisitori. Sono il controllore e me ne do facoltà; le sue forme nude e carnose mi attirano e così mi concedo il tatto su di essa. Lei alza la testa, capisce che ha una possibilità di interagire ancora. Mi guarda e sorride. Già capisce che sono attratto.
Inizio a toccarle le gambe, i seni, le braccia. La mia è una precisa smania atavica, lei si accorge di questo e flette lievemente le parti del corpo verso la mia mano, per favorire la mia molestia. Parte dei suoi capelli le coprono il viso e così ne trascende un mezzo sguardo ed un mezzo sorriso. Il suo occhio è nero, profondo. Come la sua perdizione.
E’ tutta natura, è tutta indole, penso. La mia mano si posa sotto il suo velliculo, lei vuole arrivi alle intimità e oscilla come può, legata come una mosca nella mia ragnatela. Esagera però: storpia la possibilità che le ho dato, e così la rimetto in riga. Stringo la cinghia ed ha un sussulto. E’ un verso di dolore legato ad un profondo respiro. Anche in quel momento mi tortura, mi eccita.
Capisce che il problema è il mio. Il carnefice, più della vittima è legato a non poterla tastare, non potere posare la lingua su di lei. Lei lo sa, istiga alla mia e alla sua sofferenza. Come a volermi sentire meglio con me stesso, tengo le cinghie tirate mentre agisco finalmente con goliardia.
I suoi lamenti sospirati sembrano gemiti, probabilmente lo sono. Scopro i pochi panni che ha addosso, ora è nuda e legata con forti cinghie. Una bestia sacrificale è pronta. La tocco ovunque, non mi basta mai. Mi soffermo sulle intimità ed è allora che stringo più forte che mai la cinghia.
Lei soffre ma allo stesso tempo gode; ha capito che il vero legato sono io. Le mie mani insistono a stimolarle il clitoride, a giocare con la sua seconda bocca. Mi sorride, soffre, gode e piange. Ora è lubrificata, è fradicia. Così tanto che penso che se vive o muore a lei non importa.
La sua incapacità di inibizione mi rende schiavo di quel gesto. Intanto stringo la cinghia; azione che esponenzialmente aumenta l'intensità del suo godere. Improvvisamente sento una campanella, è la giunta che ha deciso e sta per tornare in aula colma di aria casta e profana.
Tutto intorno ci sono diversi oli su tela, probabilmente diversi sono dei Tintoretto e varie allegorie neoclassiche. Tutti mi osservano, tutti mi suggeriscono che il mio tempo sta per cedere. Mi sposto dietro di lei, rilasciando la cinghia per fare in fretta. Il suo verso è un puro orgasmo. Sento il cuore battere, l’adrenalina di chi è in colpa. Allento le cinghie che le tengono le gambe.
Lei gira la testa mi guarda e svolta nuovamente il capo. Le sue gambe ora libere, si posizionano tese, come una delle muse dei quadri che ho attorno. La sua gamba sinistra si tende, l’altra rimane piegata sul ginocchio. La mia lingua si posa sul piede sinistro, e più velocemente risale la sua gamba fino al linguine.
Qui la mia bocca ospita un umore dolciastro, netto, denso. Tutta la colpa inghiottita assieme. Lei sospira pesante e gioisce. Io mi tolgo la tunica, mi svesto in fretta e comincio un amplesso. Lei gode, io sono disperato dalla tentazione che ormai mi pervade. Il mio corpo è posato esattamente sul suo, i nostri odori combaciano, i nostri involucri di carne sono caldi e posati. Siamo un tutt’uno. La tortura di piacere ha fine solo quando invoco la volontà di essere legato.
Quando le tuniche nere rientrano in quella fredda aula c’è sgomento, incredulità. Mi bloccano e mi legano assieme alla condannata, ci bloccano in modo che il nostro amplesso continui e legano più cinghie, più forti. Al loro stringere il nostro amplesso prosegue mentre maschere variopinte mi osservano senza espressione continuare a fottere la creatura. Ella ha diversi orgasmi che sento sensibilmente mentre bagnano il mio membro con umori zampillanti.
Le maschere rimangono impassibili, ma la loro insistenza con le cinghie li tradisce. Ora anche loro sono fuorviati. La differenza tra me e loro è che io ho accolto la colpevolezza, loro si illudono di essere nell’ aura morale che il potere concede con fervore.