i racconti di Milu
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Indice
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Ormai non si poteva più fare indietro. Dario aveva appena suonato al campanello e tra qualche istante sarebbe arrivato qualcuno ad aprire. Sentiva le ginocchia ed i piedi intorpiditi dal freddo, avrebbe dovuto mettere i collant, ma poi non avrebbe potuto indossare quelle scarpe con la punta aperta, che erano le uniche che aveva che stavano bene con quel vestito, il che significava che avrebbe dovuto cambiare vestito, cosa che avrebbe volentieri fatto se per scegliere quello non avesse impiegato due ore e Dario non fosse andato a prenderla con mezz’ora d’anticipo. Si pentì del suo azzardo non appena scesero dalla macchina, ma era troppo tardi e lei non voleva mica farsi attendere come una principessa, non voleva dare quell’impressione semplicemente perché non era vero e poi lei aveva sempre odiato chi non rispettava gli orari. Mentre spianava ed aggiustava il vestito per controllare che cadesse a dovere si accorse che anche le mani erano fredde, eppure aveva i palmi leggermente sudati. Era così agitata. E stasera ci sarebbero stati soltanto gli amici del suo nuovo ragazzo, cosa le capiterà il giorno in cui incontrerà i suoi genitori?
Istintivamente guardò un angolo buio in cima alle scale con un’enorme voglia di andare a rannicchiarsi e nascondersi lì per il resto della serata, come una bambina impaurita. Senza accorgersene, però, la sua mano raggiunse quella calda di Dario che gliela strinse affettuosamente.
“Stai ghiacciando… potevi indossare qualcosa di più caldo…”
eh sì, era proprio una bambina, glielo si leggeva chiaramente in quel sorriso colpevole che fu la sua vera risposta. Stringendosi al suo braccio però aggiunse
“Così sto bene…”
ed era vero, per un istante il calore del suo uomo le tolse completamente la sensazione di freddo, poi la porta si spalancò di colpo ed apparve una ragazza dai ricci selvaggi e biondi con un sorriso raggiante
“Finalmente sono arrivati i piccioncini!”
Urlò per avvisare qualcun altro che evidentemente era in casa.
Lucilla si sentì morire per quell’appellativo e scattò sull’attenti. Ecco un’altra cosa che aveva sempre odiato: i fidanzati mielosi in continue effusioni amorose.
Non si erano ancora presentate e già si sentiva a disagio.
“Venite, entrate, sono già arrivati tutti. Mancavate solo voi!”
Era colpa sua se avevano fatto tardi? Le sembrava di essersi preparata in tempo, oppure il fatto che Dario si fosse presentato in anticipo significava che lei aveva capito male l’orario e che lui non era in anticipo e che quindi avevano fatto tardi per colpa sua?! I pensieri le correvano così freneticamente in testa che faceva fatica a stargli dietro. Si sentì afferrare da una mano e tutto ciò che aveva in mente semplicemente sparì
“Quindi tu sei la famosa Lucilla, quella che gli ha fatto mettere la testa apposto… Io sono Agata, che piacere che sei venuta!”
Si vedeva che era genuinamente contenta
“Piacere…”
stava per stringerle la mano quando se la ritrovò calorosamente e forse un po’ troppo invadentemente, abbracciata stretta. Con un leggero imbarazzo ricambiò più freddamente
“Non ti preoccupare, fa così con tutti.”
cercò di spiegarle Dario
“Dopo questa cattiveria, a te niente abbraccio!”
“Perché non è vero che abbracci tutti?”
“Sì, ma è il modo in cui l’hai detto che ti ha fatto uscire dalla mia lista abbracci!”
“Ah! Quindi c’è anche una lista?”
Smettendo di curarsi di lui, la prese sotto braccio e le fece strada
“Vieni, ti presento gli altri. A proposito, bello il tuo vestito, davvero elegante.”
Ecco! Lo sapeva che si era vestita male, troppo troppo… eccessiva, per una cena tra amici, da non voler apparire sciatta era andata a finire all’esatto opposto. Ma Agata sembrava proprio non accorgersi dell’effetto del suo complimento e semplicemente la portò nella sala da pranzo dove, come un plotone d’esecuzione, la stavano aspettando, tutti rigorosamente voltati verso di lei. Sembrava non battessero neanche le ciglia per riuscire a carpire tutti i suoi difetti. Il cuore le andava all’impazzata, stava sudando? Sì, stava sudando. Sperava che gli altri non se ne accorgessero. Passando da uno all’altro per dare i propri saluti cercava di tenere a mente i nomi di tutti, ma ben presto si accorse che non riusciva più a collegarli alle rispettive facce. La testa le stava esplodendo. Poi si sentì poggiare due mani sulle spalle, si girò di scatto per sventare un fantomatico pericolo imminente, ma dietro di lei c’era il suo ragazzo, che semplicemente si intromise nel discorso che stavano facendo e distolse per un attimo le attenzioni da lei. Sembrava le avesse tolto un peso enorme dallo sterno e dopo minuti concitati e lunghissimi le parve di fare il primo respiro libero. Gli si appoggiò contro il petto, più aumentava la superficie di contato e più in fretta si riappropriava di un minimo di sensazione di sicurezza.
Fin da bambina, non era mai stata capace di approcciarsi alle persone, specialmente se erano tante. Era troppo sensibile e suscettibile alle opinioni che gli altri si facevano di lei e poi sapeva che è la prima impressione quella che conta veramente e riuscire a capire i pensieri di più di due persone alla volta la costringeva a dare fondo a tute le sue energie psichiche che ben presto si esaurivano lasciandola in balia del puro istinto, che non è difficile immaginare il più delle volte le suggeriva di scappare.
Quella sera però le cose sembravano andare un pochino meglio, facendosi scudo da una parte con Dario e dall’altra con l’esuberanza di Agata, le sembrava di aver ricreato un angoletto abbastanza in penombra in cui rifugiarsi, almeno fino a quando, avvicinando la ciotola dell’insalata non urtò contro un bicchiere che cadendo lasciò uscire un rivolo veloce di vino rosso. Dario scattò in piedi per evitare di essere raggiunto ma dalla sua esclamazione sembrava non esserci riuscito.
“Scusa, scusa, scusa”
continuava a ripetere cercando di far rimanere tutti i bicchieri e le bottiglie in piedi nonostante gli scossoni che gli aveva inferto
“Ma che scema, ho fatto un casino!”
Non aveva il coraggio di alzare gli occhi per il terrore di leggere nello sguardo degli altri cosa stavano pensando di lei
“Non preoccuparti, non è successo niente…”
provò a rassicurarla Marina, la padrona di casa. Continuava a tenere le mani occupate per tamponare il liquido che nel frattempo si era spanso in una grossa macchia sanguigna sulla tovaglia bianca
“Scusa, scusa…”
continuava a ripeter come un mantra, che più che calmarla le stava aumentando l’agitazione.
All’improvviso si sentì cadere nel panico non vedendo più Dario vicino a lei, con gli occhi ciechi per qualsiasi altra cosa, cercò la sua figura e lo vide uscire dalla stanza. Senza dire una parola agli altri gli andò dietro, fin dentro il bagno.
Quando si accorse di lei già stava tentando di asciugarsi la gamba dei pantaloni con un batuffolo di carta igienica, dopo aver chiuso la porta gli si inginocchiò di fronte e con altra carta igienica tentava freneticamente, forse anche con la speranza di qualche magia, di far sparire la macchia.
“Fermati…”
ma lei continuava
“… basta…”
ma pensava soltanto che se la macchia fosse sparita anche la memoria su quel disastro avrebbe fatto la stessa fine
“Basta!”
gelò sul posto, c’era così tanta rabbia in quella parola che l’unico modo per sentirsi salva era quello di eseguire quell’ordine.
Era arrabbiato? Sì che lo era! Alzò gli occhi ed aveva quasi le lacrime pronte, il viso di Dario era una maschera rigida ed inespressiva che metteva paura.
“Alzati.”
Lentamente, senza movimenti bruschi e cercando di non toccarlo per non far esplodere di nuovo la rabbia, si alzò. Non aveva ancora le ginocchia stese che Dario, con velocità e forza, la afferrò per la gola e la sbatté contro la parete bloccandola sul posto. La prese così tanto alla sprovvista che non sapeva se avesse lasciato uscire un urlo per lo spavento, i suoi occhi erano così accesi, vitrei eppure profondamente espressivi, era spaventoso, non lo aveva mai visto in quello stato così duro e dominante. Non riusciva a respirare, cercò di afferrargli il polso per fargli allentare la presa ma era come tentare di spostare un ramo dal suo innesto sul tronco. Aveva bisogno d’aria, la gabbia toracica se si abbassava ed alzava freneticamente, senza un ritmo, presa da spasmi che le irritavano la gola bloccata. Provò a parlare ma premendole maggiormente sulla parte alta del collo le impedì di far uscire un qualunque suono. Lo fissava negli occhi spaventata eppure lui non dava alcun cenno, sembrava sempre la stessa persona pacata se non fosse stato per quegli occhi di fuoco.
“Respira.”
Tornando ad afferrarle equamente il collo le lasciò la trachea aperta a sufficienza per inspirare. L’aria scendeva grattandole la gola e con una quantità insufficiente dopo aver saltato uno o due respiri. Con le mani strette sul polso continuava a non riuscire a smuoverlo, sentiva le labbra gonfie e pulsanti per il sangue che si era accumulato
“Respira.”
Quella voce calma le stava dando nuova vita man mano che l’aria le riempiva i polmoni. Tutti i rumori sembravano lontani ed ovattati. Non le avrebbe fatto male, la rabbia era sparita dagli occhi.
“Calmati.”
Voleva rispondergli di essere calma ma premendole di nuovo la parte alta della gola le inibì qualunque parola e tornò a sbarrare gli occhi.
Sentiva pulsare le tempie e la saliva che se si era accumulata in bocca le dava la sensazione di affogare. Aveva la febbre, stava bruciando ma Dario non la lasciava ancora andare, con la mano sul collo le controllava i respiri, sentiva scendere l’aria come fosse acqua bollente, gli occhi erano gonfi e pieni di lacrime.
“Calmati!”
non provò neanche a rispondere stavolta, cercò di assecondarlo per far terminare al più presto quell’angoscia.
Chiuse gli occhi, cercò di andare a ritmo con la mano del suo ragazzo che si apriva impercettibilmente per permetterle di respirare. Aveva bisogno di ossigeno ma non poteva far altro che assecondarlo. Le poggiò l’altra mano tra i seni, aprì gli occhi e non ci vide la minima indicazione di lussuria in quello sguardo penetrante. Li richiuse. La mano, spingendo, l’aiutava a far uscire l’aria e diventava leggerissima nel momento dell’ispirazione. Il suo respiro si stabilizzò, lento e calmo, entrava aria fresca e ne usciva bollente, portandosi via anche la sua febbre.
In breve non sentì più il sangue pulsarle sotto la pelle nel tentativo di strapparla dal di dentro, i suoni lontani le sembravano ancora più distanti ma riusciva a percepire tutto del suo uomo: come respirava, il suo calore attraverso le mani e l’intero corpo, con gli occhi chiusi era sicura di sapere che la stava ancora fissando, ma in maniera più calma, quella mano sul collo le stava trasmettendo anche i suoi pensieri. Lo sentiva vicino, più di come era prima, più di chiunque altro in vita sua, per questo quando la lasciò andare improvvisamente si sentì quasi orfana di quella mano che la stringeva. Spalancò gli occhi.
“Datti una sistemata e torna a tavola.”
e come se niente fosse uscì dal bagno.
Quelle mani, quei respiri, quelle piastrelle calde dov’era poggiata. Stava per agitarsi nuovamente, quando un respiro affrettato le riportò la sensazione di poco prima. Si guardò allo specchio aspettandosi il collo con un inequivocabile segno ed invece no, era arrossata, ma non si vedeva l’impronta di una mano, sembrava fosse accaldata. Tirò un sospiro di sollievo e lo sentì vigoroso scorrerle dentro fino a quando non uscì dalle narici. Da quando l’aveva lasciata le sembrava di accorgersi di ogni suo respiro invece di darli per scontati come aveva fatto per una vita.
La sensazione della mano sul collo stava svanendo, guardandosi dritta nello specchio si strinse da sola la gola ma non era la stessa cosa. Stava impazzendo? Dopo essere quasi stata strangolata ora le mancava la sensazione di quella mano grande e forte che la teneva in pungo, senza che lei potesse fare niente, controllandola nei suoi respiri. Chiuse gli occhi per ripercorrere quei momenti, le sembrava che stessero svanendo in fretta, come la sua agitazione quando smise di lottare e si affidò completamente a Dario. Nel basso ventre qualcosa si stava svegliando. Non era il luogo ed il momento giusto per quelle cose, cercò di raffreddare i suoi bollenti spiriti con dell’acqua fredda facendo attenzione al trucco e poi uscì anche lei dal bagno.
Ritrovò tutti quanti intorno al tavolo, ognuno al proprio posto, a chiacchierare piacevolmente, come se non fosse successo nulla. Avvicinandosi notò che la macchia di vino era stata coperta con dei tovaglioli di carta che lasciavano intravedere solo un alone rosato. Il senso di colpa e la vergogna la sopraffecero di nuovo. Sedendosi afferrò la mano sinistra di Dario che ricambiò dolcemente come aveva sempre fatto, ma a lei non bastava e lo strinse più forte che poté. Di tutta risposta, senza modificare il tono della voce mentre parlava, il suo ragazzo le strizzo la mano così forte da superare la soglia del dolore, ma lo tenne per sé, era quello che aveva cercato, che voleva, che sentiva necessario per calmare la vocina interiore.
Rivolgendosi a Marina in modo pacato
“Mi dispiace per la tovaglia, se vuoi la porto io a ripulire…”
“Non ti preoccupare, appena finita la cena la metto subito a lavare e sarà come nuova.”
Le sorrideva, era una persona buona, non sembrava che le stesse nascondendo la sua vera reazione. Si sentì sollevata, e come se anche Dario l’avesse sentito, le liberò la mano dolorante.
Durate l’intera serata non si allontanò più dal suo uomo e quando era sicura che gli altri non vedessero gli afferrava la mano che lui prontamente stringeva, rinverdendo il ricordo della presa sul collo e la cosa la faceva sciogliere ogni volta.
Note finali:
Per commenti, chiarimenti o anche due chiacchiere mi potete contattare ad:
akai_aka@yahoo.it