i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Il primo atto é sempre il più difficile...
Into the withe.

Nel bianco. Un bianco vuoto, privo di forma o sostanza.
L’uomo aprì gli occhi. Il bianco era ovunque, abbacinante, assoluto, totale. Inglobava lo spettro dei colori, inghiottiva le domande e le risposte, fagocitava la sanità mentale di chi lo fissava troppo a lungo.
O meglio, avrebbe potenzialmente distrutto chiunque altro ma non lui. L’uomo fissò il bianco con la stessa ferocia con la quale questo attentava alla sua salute mentale. Sorrise ferocemente. Lui aveva attraversato l’inferno, era sceso abbastanza dentro sé stesso da scoprire che una piccola, minuscola scheggia di follia alberga in ogni essere umano.
Il bianco che vedeva era solo quella stssa scheggia ingigantita e non lo impressiona.
Non ha paura di qualcosa che già conosce. Solo chi non conosce sé stesso teme i suoi stessi abissi. Mera ignoranza. Da essa nascono superstizione e odio. E così la razza umana si nasconde sempre dietro a un dito, accampando come pretesa l’inesistenza di simili abissi. Lui sorride nuovamente. Tutte scuse: la verità era che nessuno voleva ammettere di essere come realmente era. Nessuno voleva realmente conoscersi ma tutti volevano conoscere tutto di tutti gli altri.
L’uomo sapeva che era solo un sogno.
Sapeva bene che quello era sempre il solito sogno, identico ogni volta. Eppure, pur sapendo che era un sogno, non riusciva a svegliarsi. Restava lì. A guardare la sua follia.
Da vicino.
Era seduto sui talloni, alla maniera di karateka prima del saluto.
Capiva anche perché: era la postura sicura da seduti, bilanciata, in equilibrio fisico e mentale. E davanti a lui, per contrasto, il bianco. Onnipresente, permeante, violento, brutale. Era osservato dal bianco. Quasi sezionato, come se ogni suo segreto più recondito potesse venirgli strappato.
Ma lui sorrideva ancora. Sapeva anche perché. Non aveva segreti da rivelare alla follia.
Non più.
Improvvisamente, attorno a lui calò il buio. Un buio avvolgente, nero come l’inchiostro. Il genere di buio che terrorizzava perché l’uomo aveva conosciuto il buio prima della luce e l’essere improvvisamente esposto al cambiamento tra l’uno e l’altra l’aveva segnato.
Segnato. Non spezzato.
Sorrise. Sapeva cosa verrà dopo. Era un copione che già conosceva.

Aprì gli occhi. Improvvisamente, senza una reale soluzione di continuità tra sonno e sveglia. Il soffitto bianco della camera lo guardò. Il letto matrimoniale era vuoto, con la sua eccezione della sua presenza.
Era vuoto da sempre. L’aveva preso tempo prima, sperando di trovare l’amore.
Aveva trovato delusioni, sfiducia, tradimenti, sesso ma l’amore, quello vero, se mai esisteva… mai. Mai Cupido si era degnato di centrarlo al cuore con una freccia, preferndo colpire il cervello e il pene. Beh, evidentemente Cupido non era un cecchino e preferiva i bersagli evidenti e ben visibili.
Inizialmente si era arrabbiato con l’universo, aspettando una risposta che non sarebbe arrivata mai, una donna che mai sarebbe giunta.
Poi c’aveva rinunciato. Paradossalmente aveva iniziato a fare quel che faceva. Un lavoro ingrato. Un mestiere che nessuno, mai, avrebbe voluto fare.
Il ripulitore.
Uscì dal letto sentendo l’aria fredda di gennaio assalirgli la pelle esposta, solo leggermente mitigata dai riscaldamenti. Non che gli importasse. Andava bene così.
Iniziò a fare esercizi appena sveglio. Non aveva granché di muscoli. La natura gli aveva negato l’aspetto predatorio e feroce per gratificarlo con qualcosa di diverso, di infinitamente migliore, secondo lui. Il suo corpo era quello che era. Da tempo aveva smesso di cercare di cambiarlo.
Ma la sua volontà, quella era forte, adamantina, inflessibile.
Quando il corpo fallisce, la volontà deve subentrare e non tutti ne hanno quanta ne serve in quei casi. Nemmeno i così detti maschi alpha.
Lui, paradossalmente, aveva la volontà ma non il fisico. Non che servisse.
Gli esercizi che faceva non erano solo ed esclusivamente fisici, c’era anche una componente mentale. Al ritmo dell’OM che aveva selezionato come brano, cantato per un ora a cadenza regolare nele sue due versioni, l’uomo continuò i suoi esercizi.
Terminati, si concesse la colazione. Succo di frutta multivitaminico e un integratore proteico. Colazione salutista per una vita non esattamente all’insegna della salute.
Che poi a lui non importava come potese apparire. Aveva iniziato ad abbandonare il futuro per muoversi verso il presente. Per rinascere bisogna morire.
E lui era morto. Tempo prima. Una vita per una vita, no?
O almeno la parvenza di quest’ultima. Terminata la colazione gettò tutto in lavastoviglie e fece paritre. Tornò in camera.
L’OM risuonava ancora, prima espressione dell’universo, sillaba primigena che ha originato il tutto dal niente. Lo ascoltò, cercando di assaporare il momento.
Si perse nell’attimo.
E rimerse un indeterminato tempo dopo. Nulla era cambiato.
Forse l’essere ancora lì era una punizione divina. Forse era una grazia.
Non lo sapeva. Non gli interessava. Sì vestì con rapidità. Infine prese quel che doveva prendere: chiavi, cellulare e un ultima cosa.

Il ventre molle della città. Oltre la luce dei grattacieli e dei cieli.
Laggiù buoni o cattivi, si era sottoposti a una scelta. Alla madre di tutte le scelte.
Inevitabilmente laggiù un uomo o una donna scopriva chi realmente fosse. Cosa fosse.
Laggiù lui c’era stato. Una vita prima, ogni volta che ci tornava, uno strano brivido, che non si era mai dato la pena di indetificare tornava a colpirlo.
Ma lui lo ignorava. Non ci badava, farlo avrebbe significato distrarsi e lui non se lo poteva permettere. Non più. Sicuramente non in quel momento. Aveva qualcosa di troppo importante da fare.
Camminò con calma, consapevole di ogni passo sul terreno.
Attorno a lui, graffiti, bottiglie di birra fuori dai cestini, macchine in male arnese. Gente che sembra uscita da qualche ghetto stereotipato. Pantaloni stracciati e vestiti da poco, facce da gente che ha visto l’inferno, come lui.
Ma anche facce tormentate… Appesantite, abbruttite dal peso di un passato che non se ne va mai. Per loro poteva anche provare una certa compassione e forse un certo grado di malcelato rispetto.
Per quello che doveva fare invece… Espirò. L’ossigeno abbandonò il suo corpo in uno sbuffo argenteo-biancastro, fondendosi con l’aria quella fredda mattina di gennaio.
Sapeva bene cosa doveva fare.
Estrasse dalla tasca un foglio. Un indirizzo scritto sopra.
Poche righe scarabocchiate oltre a quello: un nome e un cognome. Tra le virgolette, un nomingolo di sorta, uno pseudonimo.
Un nome da cartone animato, da film d’azione di serie Z.
Il vero nome era probabilmente più attendibile. Martin Priest.
Martin il Prete. Martin il Sacerdote. Martin l’officiante del demonio, il bastardo che aveva trascinato nel baratro moltissime persone. Forse un minuscolo ingranaggio. Forse no.
In ogni caso, era una metastasi cancerosa, parte del tumore che avvolgeva la città.
Ed era tempo che la metastasi smettesse di esistere.
Percorse la via. Notò come, nonostante fosse giorno fatto, alcune ragazze e anche donne, bianche o nere che fossero, affollavano il marciapiede, avvicinandosi alle auto o a passanti che parevano interessati.
Prostitute. Puttane, non per vocazione o scelta ma per necessità. Tutto quello che avevano era il loro corpo, tutto quello che potevano perdere… l’avevano già perso?
Forse.
O forse avevano ancora la vita. Per loro c’era ancora speranza.
Per altri, lui incluso, il tempo delle speranze era lontano. Trascorso ormai da tempo immemore. Per quelli come lui nessuna redenzione attendeva.
Solo la consapevolezza di aver ceduto a un impulso irrefrenabile, di aver fatto saltare le regole. In fin dei conti, anche se circondato dalla folla, lui era straniero nel mondo, così come ogni altro uomo. La differenza era che lui lo sapeva. Gli altri no.
Così come le prostitute. Esponevano poca carne ma movenze e linguaggio del corpo rendevano pIù che evidente il loro mestiere. Alcune, una bionda dalla carnagione pallida come il gesso e una che sembrava messicana, apparivano persino imbarazzate. Dovevano essere nuove del mestiere, costrette a farlo per fame.
Un’altra invece, un’asiatica ancheggiava e si muoveva come se il marciapiede fosse la sua personale passerella. Fece il filo a un paio di tizi e alla fine, confabulò con un bianco di sessanta o più anni. Soldi passarono di mani, mani passarono sul corpo della donna. I due iniziarono a camminare in senso opposto alla folla. Evidentemente a cercare un alcova in cui rubare istanti di mercenario piacere al tempo lui e lei a riscuotere i soldi che sapeva di dover pagare a qualche protettore. Le motivazioni non erano importanti: lui non condannava. Non aveva il diritto di giudicare. Non più.
Una nera, anche un bel pezzo di donna, per essere onesti, si avvicinò a lui, fendendo la folla con espressione arrogante. Viso ovale, il naso forse un po’ schiacciato, capelli crespi e sguardo luminoso. Trucco aggressivo e leggins con una giacca aperta su una maglietta leggerissima che sembrava esplodere sotto la pressione di due seni grossi come pomodori maturi. Lui la guardò. Lei ricambiò lo sguardo.
-Ehi, cerchi compagnia? 500 e puoi farmi tutto quello che vuoi, ogni cosa. Con o senza preservativo, davanti, dietro, entrambi…-, mise provocatoriamente una mano sul suo inguine, ottenendo una reazione che sconfinava nel priapismo. L’uomo per un istante accarezzò l’idea ma poi riprese il controllo.
-Purtroppo no. Ho un incontro con degli amici…-, declinò. Fece per scansarla ma…
La mano si strinse sul suo fallo inturgidito. Evidentmente quella nera non era una che si dava per vinta al primo rifiuto. Era tenace e questo poteva essere indice di disperazione o di reale lussuria. In ogni caso, lui sapeva che ora non aveva tempo.
-Puoi portare anche me al tuo incontro… Faccio tutto con tutti. Ho una sorella minore che non ha mai visto un cazzo… Voglio che tu sia il primo. Tu e i tuoi amici.-, disse lei.
Lui si sforzò di respirare. Era passato tempo, tanto dall’ultima volta che aveva potuto godere di una donna e ora quel meraviglioso fiore nero gli si offriva…
La tentazione c’era. Saliva come sentiva salire l’erezione. La stretta si strinse inpercettibilmente ma lui sentì la differenza.
-Allora, amore? Tutto quanto, tutto quello che puoi immaginare, e anche quello che forse non puoi… Tutto per 500. Anche per i tuoi amici.-, tornò all’attacco lei. Stavano parlando molto vicino, troppo, quasi abbracciati in una strada che pochi percorrevano.
-Come ti chiami?-, chiese lui.
-Lucy.-, disse lei, -Mia sorella si chiama Maya. Vedrai che…-, prima che ricominciasse, l’uomo le scrisse il suo numero di telefono e le diede una banconota da cinquanta.
-Non ora ma chiamami tra tre ore.-, disse. La nera sembrò quasi offesa ma si limitò a prendere i soldi, lasciando il glande avvolto nei pantaloni e infilarsi la banconota nella scollatura della maglietta.
-Ok, amore. Non vedo l’ora… Porto anche mia sorella?-, chiese la donna. Lui la guardò. Voleva davvero che venisse anche la ragazza? Non lo sapeva.
In quel momento la risposta non importava.
-Non so. Decidi tu.-, disse con un sorriso storto.
-Capito, amore. Ciao.-, disse lei procedendo oltre. Lui inspirò, cercando di calmare il cuore che galoppava impazzito. Quella donna era una bomba.
-E ora al lavoro.-, disse. Deviò in una stradina tra due edifici. Cercò di tornare concentrato. Il desiderio di poco prima non spariva facilmente ma lui si limitò a ignorarlo. C’era un tempo per tutto e quello non era il tempo per le fantasie erotiche.
Per vicine a realizzarsi che fossero.
Ed ecco l’indirizzo. Mise i guanti. Una catapecchia. Entrò, arrivò fino al primo piano dopo una rampa di scale. Non incontrò nessuno. Vide che c’era un tizio alla porta un bianco, uno come lui Stesso sguardo, vestiti stracciati e una pistola alla cintura bene in vista.
-Il capo è occupato.-, disse subito.
-Scommetto che per un vecchio amico troverà tempo.-, disse lui.
-Oh, e l’amico sei tu?-, chiese l’altro poggiando una mano sul calcio del ferro.
-No.-, anche la destra dell’uomo scese sino alla cintura del cappotto afferrando qualcosa.
L’espressione dell’uomo mutò in stupore. E poi in agonia e disperazione subitanea quando il Tanto gli aprì la gola. Sangue piovve a cascata, l’uomo comunque era già oltre. Aprì la porta, accompagnando nel mentre il corpo nella sua caduta.
Lui sospirò. Ecco ancora le voragini. Non bianche ma cremisi. Come il sangue sparso.
Era consapevole di percorrere una via che lo avrebbe condotto alla pazzia, che già lo aveva portato a perdere pezzi della sua sanità mentale. Ma sapeva anche che non si poteva continuare così. Se ogni autorità della città intendeva ignorare un simile problema, certamente lui non avrebbe più atteso. Avrebbe agito.
E agire talvolta implicava anche quello: sporcarsi le mani.
Ma ormai era così che doveva essere. Quel cancro doveva morire.
O lui o tutti gli altri.
Martin Priest era una metastasi, nulla di più. Ma una metastasi più grossa di altre, un agglomerato di cellule cancerogene in continua espansione.
E quella cellula andava asportata, oggi.
Scivolò nel corridoio. Sentì una voce. Controllò il bagno, libero, la cucina, libera.
Restava solo la camera da letto. Ovunque odore di cannabis. Normale, fin qui. Ma l’uomo sapeva che Priest non era dedito solo alla Maria… Era un devoto di un dio diverso e sbagliato. Eroina. Cocaina. Tutto quello che finiva con “ina” prima o dopo era passato per le sue mani. E c’era rimasto. Almeno finché non aveva passato quella dubbia benedizione ad altri. E altri c’erano già stati: un suo amico, l’uomo ricorda ancora, era morto malissimo per una dose di quella merda. Poi altri. Cadevano tipo mosche ma il governo se ne fregava. Il governo non metteva il naso in affari tanto piccoli.
Che i miserabili soffrissero pure!
Non solo: Martin Priest era anche un violentatore. Sei episodi di violenze carnali, sempre sospettato, sempre ritenuto coinvolto. Mai accusato. Protezioni in alto facevano sparire le prove, mettevano a tacere chi osava ribellarsi, scioglievano corpi e anime nell’acido.
Martin era il Male. Il sacerdote del demonio, se ne esisteva uno.
Ed era tempo che la sua omelia finisse.
Si accostò al battente della camera da letto. Le voci divennero più chiare. Una era maschile, profonda e tipica degli afroamericani. Evidentemente era lui. L’altra era di una ragazza, giovane. Avrà avuto appena diciotto anni o forse anche solo diciassette.
A giudicare dal timbro era nera anche lei. Socchiudendo appena la porta appoggiata, gettò uno sguardo nella stanza.
-Allora? Ne vuoi?-, chiese Martin. In una mano aveva una busta di coca. La ragazza, lineamenti fini, nasino leggero, capelli corti radunati in tanti dreadlocks, annuì muta.
-E allora dove sono i miei soldi?-, chiese lui. Il tono era cambiato.
-Io… Lo sai, lavoro poco.-, disse la ragazza.
-Tu non lavori! Tu non fai niente! Te ne vai in giro con quattro tue amichette a fare la splendida! Sei una stupida!-, l’ira del nero sembrava essere esplosa. La ragazza sembrò voler ribattere ma si fermò. L’uomo si chiese se l’avesse notato. Lei poteva vederlo, Martin invece era girato di spalle.
-Ma io sono buono.-, disse lui. Lei lo guardò, l’uomo provò un moto di disgusto.
Martin Priest buono? Più probabile che gli asini volassero!
-Ti darò la dose, gratis.-, disse. Lei sembrò illuminarsi di sorpresa e felicità.

L’uomo odiò quel momento, odiò Martin e odiò quella bustina. Ecco un’altra anima che va a perdersi per così poco… Era stanco. Stanco di vedere la gente che crollava in quel modo. Ne era stufo marcio. Prima di Martin Priest aveva eliminato un protettore che bazzicava un’altra zona di quella desolata periferia della decadente civiltà umana e due tizi che avevano commesso l’errore di aggredire una ragazzina.
Ogni volta aveva ceduto un pezzo della sua anima. Ogni volta si era raccontato di star facendo la cosa più giusta. E ogni volta, in cuor suo, aveva saputo che lui non era un buono. Era come Priest, con una differenza: sarebbe andato all’inferno sorridendo e sfidando il diavolo a dirgli che aveva agito per mero egoismo perché la verità era un'altra. Aveva agito per stanchezza. Pura e semplice.
Il Governo non aveva fatto nulla, la polizia che pattugliava quelle strade sembrava aspettare solo che finisse il turno. Una volta li aveva visti lasciare due tizi a picchiarsi finché uno dei due non aveva smesso di respirare, svenuto per le botte e un calcio alla testa. Era stato lui a chiamare l’ambulanza.
Dio non avrebbe fatto nulla. Non per alterigia. Non c’era più un dio. Non c’era più nulla. Nulla se non quella consapevolezza. Gli uomini erano lasciati a sé stessi, abbandonati a cercare di crearsi il destino che volevano.
E in questo, quelli come Priest si erano imposti: avevano preso il sopravvento, scalando montagne di cadaveri e decadenza. Schiacciando i deboli e i bisognosi.
E lui? Lui si era seduto, a guardare, a saziarsi di quell’orrore. Finché non si era deciso a fare qualcosa. Finché il suo amico non era stato ritrovato morto in un parco della città perbene, quella coi soldi. Nessuna indagine, nessuna commemorazione, niente. Un funerale di cinque persone in tutto. Un prete svogliato, forse anche lui stanco di osannare un dio che non da segno di esserci.
Era stato dopo il funerale, dopo aver assistito all’ennesimo furto, che aveva agito.
Aveva rincorso lo scippatore, neutralizzandolo dopo un breve combattimento e aveva riportato la borsa all’anziana signora che l’aveva riempito di complimenti.
E lì aveva capito.
Sino ad allora aveva vissuto così, come a cercare di essere un mantenitore di pace. Tra i suoi amici, tra la gente di quel paese, tra gli estremi opposti di sé.
Ma dopo quel giorno… Aveva deciso che il mondo non aveva bisogno di pace.
Non aveva bisogno di apparire pacifico.
Aveva bisogno essere giusto, o quantomeno non così ingiusto da permettere a cose del genere di succedere. E lui sarebbe dovuto diventare giudice, giuria e boia.
Il male dilagava nella periferia sino a sfiorare la metropoli ma a nessuno era importato. Tutti preferivano guardare la nuova soap-opera appena uscita, tutti si sgolavano per Rihanna o Eminem, tutti aspettava l’uscita del nuovo film, tutti tiravano avanti, vivendosi addosso. Proprio come lui.
Solo che lui lo aveva capito. Allora si era equipaggiato. Pistola silenziata, guanti, cappa impermeabile, Tanto forgiato sul modello giapponese di un pugnale che i Samurai usavano per aprirsi il ventre, per salvare l’onore. Poi si era allenato. Aveva forgiato mente, corpo e spirito sino al momento in cui non era sceso in strada.
E aveva preso a indagare, passando giorni interi a fare domande, a sosperttare, a chiedere. Per poi trovarsi davanti il primo bersaglio mentre picchiava una ragazzina anoressica il cui unico errore era stato voler dare del denaro a una madre che stava morendo di cancro. E non aveva avuto pietà.
Fanculo i buonisti, i sostenitori dei fottuti diritti. Tutti bravissimi però: nessuno stava più considerando i doveri dell’Uomo. Verso sé stesso e gli altri. Doveri che lui non aveva dimenticato né voleva dimenticare.
Uccise quell’uomo. Non fu rapido, non fu pulito.
Ma fu l’inizio. Per due giorni assorbì il colpo. Rischiò la follia quando si rese conto di quanto in basso fosse caduto. Poi sorrise.
E i sogni iniziarono. Ma se dopo il primo si svegliava col cuore a mille, dopo il secondo sapeva già di star sognando. E guardava il bianco in occhi che vedeva solo lui, specchi della sua follia.
Non era migliore degli altri. Per un cazzo. Ma era sicuramente più sincero degli altri.

Impugnò il Tanto, si preparò ad entrare. La ragazza sorrideva. Fece per prendere la busta.
-Eh, ho detto gratis, non che non mi devi nulla. Inginocchiati!-, il tono dell’uomo era cambiato di nuovo. La busta rimase fuori dalla portata della giovane nera. E subitaneo fu il cambiamento negli occhi della ragazza.
L’uomo trattenne un grido. Trattenne la voglia di irrompere. Doveva restare lucido!
Martin era muscoloso il doppio o il triplo di lui. Se avesse saputo che stava per essere aggredito avrebbe potuto potenzialmente ucciderlo. Certo, lui aveva un arma ma Priest avrebbe potuto schivare, usare la ragazza come scudo, o tirare fuori un coltello da quelche parte. Doveva attendere ancora un istante. Spinse appena la porta, allargando l’apertura. La ragazza non lo vedeva. Non poteva ora.
Meglio così.
-Beh?-, chiese Martin Priest con un tono annoiato ed arrabbiato ad un tempo.
-Io… non l’ho mai fatto.-, disse la ragazza.
-Ah, capisco. È facile. Devi sbottonarmi i calzoni tirarmelo fuori. Poi lo succhi, come quando da bambina succhiavi il latte dalle tette di tua madre.-, disse lui fingendo comprensione. Lei tentò, si sforzò di farlo. Riuscì ad aprire i calzoni ma quando evidentemente si trovò davanti il membro del pusher, chiaramente non riuscì a proseguire.
L’uomo capiva. La ragazza non era piegata. Aveva ancora un rimasuglio di dignità.
Priest sembrava molto meno lieto della cosa. Le afferrò la testa con una mano come a volergliela spappolare. La ragazza si lasciò sfuggire un gemito dolente che divenne un grido quando lui intensificò la stretta.
-Allora, puttanella? Vuoi prenderlo il bocca sì o sì? Apri quella bocca!-. Improvvisamente Martin estrasse una pistola. Piccola, una Derringer. Un revolver minuscolo quasi più da collezione che altro. Eppure, era pur sempre un arma da fuoco. La puntò alla testa della giovane. Armò il cane. Lei si mise a piangere.
-Puoi fare in due modi, troietta. O mi dai quello che voglio e io ti do la dose o ti sparo in testa. Hai fino al tre per decidere.-, disse. La ragazza ora piangeva proprio. Ciò nonostante si fece forza e con una mano, prese ad accarezzare l’asta del pusher.
-Bene. Ancora non ci siamo, però. Uno.-, disse Priest. Sadico. Godeva del potere di vita e morte che aveva su quella ragazza tanto quanto avrebbe potuto godere del sesso.
Lei cercò d’impegnarsi di più, cercò di frenare le lacrime.
-Due.-, disse lui. Lei implorò qualcosa.
Il tre non arrivò: l’uomo attraversò la sala con rapidità. Priest si voltò ma assorto com’era in quel momento la sua difesa fu pressoché inesistente. Il Tanto invece trapassò il collo dell’uomo come fosse stato in cartone. Affondò fino alla guardia.
L’agonia del pusher fu stranamente breve, persino per una ferita simile. Evidentemente qualche sostanza gli aveva accelerato il battito cardiaco perché morì dissanguato in un tempo rapidissimo.

La ragazza lo guardò. Era terrorizzata oltre ogni dire, spaventata che lui potesse uccidere anche lei. Lui alzò una mano, come a volerla rassicurare. Poi pulì la lama sulle vesti dell’ormai morto Martin Priest. Il Tanto tornò nel fodero dopo aver bevuto il sangue.
-Chi sei?-, chiese la ragazza. Come risponderle? Che era un uomo come quello che aveva ucciso? Che era un assassino? Che era un giustiziere?
Non lo sapeva. Si limitò a guardarla.
-Non prendere quella roba.-, disse indicandole la cocaina che lei stringeva in mano.
La ragazza improvvisamente sembrò tornare ad aver paura.
-Uccide. Credimi. Hai visto cosa voleva lui in cambio. Di gente che scende a compromessi per quella merda ce n’è già troppa.-, disse lui.
Lei lo guardò ancora.
Lui pensò che era già stato lì troppo a lungo. E in ultima analisi non stava a lui essere il guardiano di quella ragazza. La vita era la sua. Si voltò.
-Aspetta!-, esclamò la giovane. Si fermò. Non la guardò in faccia. Non poteva.
-Grazie.-, disse lei. Grazie. Una parola che aveva sentito così tante volte nella sua vita. Erano anni che la sentiva. Anni che quella parola era diventata sterile, come morta.
Ma grazie a quella ragazza e a molte altre persone, quella parola ora era qualcos’altro. Di meglio. Detta senza consapevolezza, per mero rito, era sterile e vuota.
Detta con gratitudine vera, diventava cibo per l’anima, un goccio d’acqua nel deserto.
Lui annuì con un cenno del capo. Poi uscì.

Tornò a casa con calma, aveva fatto tutto quel che doveva.
Non aveva lasciato impronte di sorta ed era stato attentissimo a non calpestare le macchie di sangue fresche o no che fossero.
Arrivato a casa si sedette al tavolo. Depose il Tanto e i guanti. Non aveva usato la pistola. Non ne aveva avuto motivo. Inotlre odiava usare quell’arma. Le armi da fuoco non le sentiva sue da molto tempo. Pulì metodicamente la lama dell’arma e gettò i guanti in lavatrice. Così facendo avrebbe evitato qualunque incriminazione. Questo unitamente al fatto che aveva raccolto i capelli in uno chignon alla maniera dei samurai, evitava in genere di lasciare tracce sul luogo del delitto.
E lui era lì, sul ciglio dell’abisso.
A continuare a combattere una guerra che nessuno aveva il coraggio di riconoscere.
Sospirò. Aveva eliminato Priest, mondato una parte, per quanto infinitesimale del tumore. A cosa sarebbe servito? Un altro avrebbe preso il suo posto. Certo, quello era sicuro perché Martin Priest era sicuramente solo l’officiante di un culto votato a una divinità immortale, insita nella natura umana.
E gli dei non muoiono.
Allora a cos’era servito? A dargli pace? A illudersi di aver fatto qualcosa di utile?
Scosse il capo. No, doveva essere servito a qualcosa. DOVEVA!
In preda alla rabbia e alla frustrazione colpì il tavolo con un pugno. Il dolore gli restituì lucidità. E la lucidità gli fornì una risposta.
Era vero: Priest era morto e un altro sarebbe arrivato ed era inevitabile.
Ma per un po’, per poco tempo, ci sarebbe stato quel vuoto.
La possibilità per tutti coloro che avevano sofferto a causa di quell’uomo di tirare il fiato.
Era già qualcosa. Era già abbastanza.
il telefono squillò. Numero sconosciuto. Aprì la comunicazione.
-Pronto?-, chiese.
-Hai finito il tuo meeting?-, chiese la voce della nera che aveva avuto modo di conoscere poco prima. A quelle parole sentì un erezione fulminante salirgli.
-Certo, anzi, credo di dover scaricare la tensione… Se capisci cosa intendo.-, la risata della nera gli fece intuire che capiva. Perfettamente.
-Capisco benissimo tesoro… Vengo io da te o vieni tu da me?-, chiese. Non perdeva tempo. E perché avrebbe dovuto?
Lui rifletté. Meno persone vedevano il suo eremo meglio era per lui.
Ma dopotutto, lei era solo una visitatrice occasionale.
Non ci saebbe stata una seconda volta, no? No.
-Vieni tu da me.-, decise. Lei rise, probabilmente senza reale gioia.
-Sono al numero 21, xxxxxxx xxxxxx. Suona al campanello senza nome.-, disse lui.
-Ok. Arrivo.-, disse lei. Click. Fine della comunicazione.
Lui posò in telefono.

Si fece una doccia e attese. Il citofono suonò venti minuti dopo la fine della loro conversazione. Quella donna aveva fatto in fretta.
-Sono io, Lucy.-, disse infatti al citofono la voce già nota.
Lui sorrise e le disse il piano a cui doveva recarsi.
Lei arrivò qualche istante dopo, sorridente, vestita come quando gli si era presentata, profumava di femmina e tentazione oltre a una spruzzata di un profumo da donna che non sembrava esattamente dappoco. Non ci voleva un genio per capire che certamente il suo lavoro le fruttava non poco.
-Ciao.-, disse. Entrò e si tolse le scarpe col tacco parecchio alto. Senza era alta praticamente come lui. L’uomo si stupì di quanto fosse bella. Le sorrise.
-Ciao. Scusa, oggi ero molto indaffarato.-, disse.
-Tranquillo, tesoro. Cose che capitano. Mia figlia oggi si è sentita male, quindi ci sono solo io.-, disse con un sorriso. Intanto aveva preso ad accarezzargli con insistenta il non proprio indifferente membro che sporgeva attraverso i calzoni.
-Cosa vuoi che facciamo tesoro?-, chiese Lucy con un sorriso lascivo.
-Credo sia più corretto che io ti chieda cosa non fai.-, disse lui con un sorriso sornione.
-Scaty e giochetti vari con la merda sono fuori questione e stesso dicasi per il pee. Per tutto il resto… Non c’è limite.-, sussurrò lei. Ormai parlavano faccia a faccia. L’uomo dominò l’eccitazione e l’impulso di baciare quelle labbra così belle e piene come un fiore carnivoro. La voleva. La desiderava tantissimo.
-500 e ti faccio vivere la notte migliore della tua vita.-, sussurrò lei.
-Affare fatto.-, sussurrò lui con un sorriso.
La baciò. Lei contraccambiò. Lui iniziò a esplorarle la bocca con la lingua mentre le labbra si avvicinavano, assaggiavano, suggevano, separavano.
Il bacio divenne lungo, quasi selvaggio. Era ovvio che anche lei ci prendesse gusto.
Intanto si erano spostati lungo il corridoio. Per pura e semplice inerzia erano arrivati barcollando e baciandosi sino alla sala da pranzo.
La maglietta della donna cadde a terra, rivelando un seno costretto in un top che implorava libertà. Lei gli tolse la maglia, Lui le vezzeggiò i seni dopo averli liberati dal top. Grossi e coi capezzoli enormi, scuri e appuntiti. Resistette per qualche istante alla tentazione di leccarli.
Poi cedette, e incominciò a leccare e accarezzare quei seni così perfetti. La donna mostrò di apprezzare quel trattamento con un sospiro e dei gemiti di crescente eccitazione.
Sì sentì il pene come una sbarra di ferro.
Lucy sembrò intuire la cosa e gli abbassò i pantaloni e le mutande. Il suo membro eretto svettò davanti alla bocca della nera inginocchiata come davanti a un idolo. In adorazione.
Fu solo un istante e il pene dell’uomo fu fagocitato dalla vorace bocca della donna che prese a succhiarlo. Lui strinse i denti, impedendosi di venire. Non voleva che finisse subito. Non così presto!
Lei capì, si fermò, diminuì la pressione delle labbra sul pene, stringendo le dita alla base del cazzo per impedire un eiaculazione imminente. Respirando, l’uomo tentò di controllarsi. Era passato troppo tempo dall’ultima volta. Un eccitazione fuori norma era comprensbile. Fece alcuni respiri profondi.
Lucy, comprensiva, lo guarda aspettando. Sorrise. Quando lui le sembrò pronto, lei ricominciò. Stavolta con la lingua. Solleticò i testicoli, salendo lungo l’asta sino al glande. Lentissima tortura a cui lui non avrebbe voluto mai sottrarsi.
Lei lo riprese in bocca, iniziando a leccare il glande esposto e il meato con la lingua.
Intanto Lucy si toccava con voluttà, immergendo una mano nei leggins. L’uomo comprese che non poteva non restituire il favore.
La fece alzare, riprendendo a baciarla. Ora la sua bocca sapeva anche di lui. Lucy si lasciò abbassare i leggins, scoprendo un perizoma ridotto ai minimi termini.
L’uomo si fermò un istante a guardarlo. Era bellissimo.
Non ebbe il tempo di ammirarlo: la nera se lo sfilò con un movimento rapido come il pensiero. Ora mostrava un pube rasato, un monte di venere scuro come l’inchiostro.
Il desiderio assalì l’uomo e anche lei non ne sembrava proprio immune.
-Vuoi un po’ di cioccolato, amore?-, chiese lei. Senza aspettare la risposta si sedette sul tavolo e spalancò le gambe esponendo una vulva scura e pronta a essere degnamente onorata. L’uomo vi si fiondò con bocca, dita e lingua.
Lucy inarcò la schiena e il collo sentendo la bocca dell’uomo baciare quella sua alcova così segreta che andava scaldandosi. Era bello il sesso orale, peccato che pochi avevano ancora voglia di concederle o concedersi simile piacere nell’esplorare la sua figa. I più avevano paura dell’AIDS o di tutte le altre malattie. Quell’uomo invece…

…Vi si gettò dentro senza ritegno, assaporando quella perla nera e rosata con ogni senso.
Era passato un tempo incalcolabi dalla sua ultima volta e quel fiore lo tentava troppo.
Se all’inizio aveva cominciato con l’accarezzare la pelle scura delle grandi labbra con un dito, dopo poco passò all’accarezzare lentamente l’apertura tra le due, come in attesa che fossero quelle stesse labbra a schiudersi per farlo entrare. Dopo pochi istanti fu accontentato e la falange del suo indice destro entrò scivolando in un territorio caldo e umido. La nera gemette di piacere sentendo quel dito entrarle dentro. L’uomo si chinò e leccò le grandi labbra mentre il dito usciva quasi completamente per poi rientrare. Lentamente. Quasi una tortura.
D’altronde anche lei aveva torturato lui in un modo molto simile fino a pochi istanti prima.
Il ditro rientrò per la seconda volta. Stavolta era grandemente aiutato dall’umidore della vulva di Lucy che non faceva mistero di quanto quel trattamento le piacesse.
Intanto la lingua e la bocca dell’uomo avevano preso a cercare il clitoride della donna.
Lei gemette un po’ più forte quando la lingua di lui lo trovò. Comprendendo di aver trovato quel bocciolo di piacere, lui lo strinse tra le labbra.
-Così…-, sussurrò lei. L’uomo alzò appena la testa. Aveva gli occhi chiusi e sebbene seduta sembrava galleggiare sul piacere, oltremodo sorpresa dal godimento di quelle carezze. La sua espressione era l’espressione del piacere. Non al suo apice ma quello ci sarebbero arrivati. Avevano tutta la notte.
Il dito uscì improvvisamente e totalmente con un rumore umido. Lucy sembrò protestare con un rumore indefinibile. Poco dopo però fu sostituito.
Dalla bocca dell’uomo. Lui iniziò a leccarle la vulva, aiutandosi con le dita, assaporando gli odori forti di quella vagina così diversa da tutte, appartenente a una donna diversa da molte. Divaricò le grandi labbra con le dita, per andare a lecca l’incarnato rosato e le piccole labbra. La sua lingua si bagnò dei succhi di piacere che ormai quella meravigliosa cavità secernava. Lui desiderò perdervisi per un istante, annullarsi e dimenticare tutto.
Lei gli poggiò una mano sulla nuca, spingendogli dolcemente la testa contro la vulva.
-Così… Continua…-, evidentemente pochi l’avevano gratificata di una simile esperienza orale. Lui fu ben lieto di proseguire alternando baci a colpi di lingua, carezze sull’interno coscia a piccole penetrazioni con le dita. Il tempo si frammentò, dissolvendosi nell’infinito presente. Un momento privo di collocazione temporale. Per quanto lo riguardava, non aveva rimpianti. Improvvisamente, mentre due dita le scavavano dentro, lei lanciò un urletto roco e le pareti della vulva si strinsero su quelle dita. Un primo orgasmo.
Lucy aveva goduto e lo guardava con un sorriso, un sorriso, l’uomo lo capì, non completamente appagato.
Lui tolse le dita da dentro di lei, facendo stillare qualche gioccia del suo piacere sul pavimento. Aveva ancora il pene duro come la pietra. La desiderava. E lei sembrava desiderare ancora lui.
Poi però gli occhi di lei si fissarono su un oggetto, in un punto olre la sua testa, alla sua sinistra. L’uomo seguendone lo sguardo capì cosa lei stesse guardando. Il Tanto.
Quello che non aveva messo via. Quello che aveva usato per uccidere Martin Priest.
Lei si alzò dal tavolo, improvvisamente diversa. L’uomo non capì. Instupidito dall’estasi e dalla prospettiva del piacere non comprese finché lei non arrivò al pugnale e afferrandolo per il fodero, lo esaminò. Improvvisamente però, tutto gli fu chiaro.
-Sei stato tu…-, sussurrò lei. Lui comprese improvvisamente chi aveva davanti.
-Sei stato tu a salvare mia sorella da quel porco bastardo.-, sussurrò lei ancora.
Sentendosi svelato più di quanto già non fosse, l’uomo si levò calzoni e mutande, avanzando sino alla donna nuda che teneva in pugno la sua arma.
-Lei è arrivata a casa dicendomi che qualcuno aveva ucciso Martin Priest. MI ha raccontato tutto. Non pensavo fossi tu, credevo fosse un regolamento di conti tra mafiosi ma…-, i suoi occhi si posarono su di lui, come a volerlo sezionare.
-Tu chi sei?-, chiese lei.
-Materiale danneggiato. Un uomo macchiato dal peccato, dalla sfiducia. Un samurai senza padrone. Tutte queste cose e nessuna allo stesso tempo.-, disse lui. Mise una mano sul Tanto, come a volerglielo togliere. Lei non lo mollò ma neppure strinse la presa.
Erano l’uno accanto all’altra. Nudi. Sentiva sulla sua pelle il calore del corpo di lei.
L’eccitazione montò di nuovo ma lui la trattenne. Capiva pienamente. Guardò la donna negli occhi. Pozzi neri, abissi di tenebra che si scrutavano reciprocamente.
Un lungo istante passò su di loro.

-Se vorrai andartene capirò.-, disse lui. Ecco. L’aveva detto. Ma era giusto così.
Era il solo abitante in un posto tenebroso e senza luce. Quella donna aveva varcato il confine. Ma d’altronde perché fargliene una colpa? La sola responsabilità era la sua.
Ed era giusto che lei se ne andasse, se voleva. Perché avrebbe dovuto voler restare?
Lui non era un eroe. Era un assassino. Un pazzo. Un disperato.
-Scusa?-, chiese lei. I loro occhi non si erano mai staccati.
Lui credette che lei non avesse capito ma lei semplicemente lo baciò. Fu un bacio lungo, pieno. Lui sentì il suo corpo aderire a quello di lei, le loro labbra sfiorarsi, i suoi capezzoli sfregare contro i seni della nera, il sesso eretto di lui toccva il caldo pube di lei.
-Sei l’uomo che ha salvato mia sorella da un destino peggiore del mio.-, disse lei una volta finito il bacio, -Non pagherai niente. Fammi quel che vuoi. È il minimo…-.
Lui ci mise un istante a metabolizzare quella frase.
Poi la baciò di nuovo, lingua in bocca, una mano sul seno, il cuore a mille o più.
La mano della donna accarezzò lascivamente il fodero del Tanto prima di abbandonare l’arma alla mano dell’uomo e, prendendolo come al guinzaglio, per il pene, lo condusse sino alla camera da letto. Riposto il Tanto su uno scaffale vicino, lui la adagiò sul letto, seguitando a baciarla e accarezzarla, ricambiato da lei. Tempo di andare al sodo. Si mise tra le cosce della nera mentre lei si accarezzava la figa con una mano mentre indugiava sui seni con l’altra. Sorrise.
Anche lui sorrise. Aiutandosi con una mano guidò l’erezione sino all’apertura della vulva.
Pregustò il momento, sentendo quelle labbra aprirsi lentamente, invitarlo a entrare, a possederla, a farla sua. Invitarlo a godere.
Spinse. Lucy afferrò le lenzuola con un gridolino deliziato. Entrò sino in fondo, sentendo le pareti delle viscere della donna accoglierlo. Lui si distese sopra di lei.
Impose il ritmo mentre le bocche si univano, le mani si univano, i sessi si univano.
Le gambe della nera si avvinghiarono ai suoi fianchi. Un invito a entrare ulteriormente.
D’un tratto si trovò sotto di lei, con lei che lo cavalcava lieta e selvaggia, emettendo versi inumani. Si accorse che gli stessi gemiti, gli stessi grugniti, le stesse espressioni di piacere uscivano dalla sua bocca.
Improvvisamente lei si sfilò, stringendo alla base del pene con una mano. Si mise a pecora. Per l’uomo era qualcosa che ancora mancava al suo repertorio. Sorrise.
-Prendimi così… Lo sento meglio dentro.-, disse lei guardandolo con desiderio puro.
Lui eseguì. Si mise dietro di lei dopo che lei gli baciò il pene come a voler gustare i loro sapori misti. Lei divaricò le natiche. Vedere la vulva da lì era difficile ma non impossibile.
Le entrò dentro.
-Aaahhh, sì… Lo sento fino in pancia! Così!-, eccitato da quella confessione l’uomo le afferrò i capelli come a farne delle redini per domare la puledra che aveva davani. Con una mano scivolò lungo il suo addome sino a incontrare la forma di un seno.
Lucy godeva. Non fingeva, si vedeva bene. Persino uno come lui lo capiva.
Lui stava per godere e lo sapeva.
Lei sembrava star affogando nel suo secondo orgasmo. Lui uscì di poco, lei sembrò quasi implorarlo di continuare. Lui l’accontentò infilandosi dentro di lei per qualche centimetro.
-Mi piace… Mi piace tanto amore…-, amore. Una parola a cui lui non aveva più diritto.
Era quasi certo che Lucy la dicesse a tutti i suoi clienti ma perché giudicarla.
-Vienimi dentro… Riempimi di sborra, farciscimi per bene!-, il linguaggio di lei stava diventando più scurrile, la sua vulva sgocciolava sul copriletto. Il suo respiro si misurava in ansimi, come se non riuscisse a raccogliere abbastanza ossigeno.
-Vienimi dentro…-, sussurrò lei ancora.
-Agli ordini.-, sorrise lui. Accelerò il ritmo. Lei sembrò stare al gioco ma sicuramente non era da meno. Lui affondò sino alle palle e si sentì risucchiato. Un grido più simile a un ruggito che a un grido umano lo informò che la sua compagna aveva goduto per la terza volta. Lui resistette esattamente altri due secondi prima inondarla di sperma.
Crollarono esausti sul letto.
L’uomo si sentiva come galleggiare. Fluttuava in uno spazio e un tempo in cui bene e male non esistevano. Non esisteva piacere o dolore, vita o morte. Chiuse gli occhi, come svenendo. Ritornò in questo mondo minuti o ore dopo.
Lei era ancora lì, sdraiata accanto lui, ad accarezzargli il petto con una tenerezza indicibile, gli occhi pieni di soddisfazione, un sorriso di felicità sulle labbra piene.
-Sei stato incredibile, tesoro… Sono venuta tre volte.-, sussurrò. Ora parlare a lui pareva sacrilego eppure una risposta ci voleva. Baciò le labbra che avevano assaggiato il suo piacere con le sue, ancora pregne del piacere di lei.
-Avresti davvero portato anche tua sorella?-, chiese lui.
Lei divenne seria. Il suo viso mutò espressione.
-Dopo quel che è successo, dopo Martin Priest… No. Ho sbagliato anche solo a pensarlo. Lei merita altro.-, disse Lucy dopo qualche minuto.
-E tu? Perché fai questo lavoro?-, chiese l’uomo. Improvvisamente voleva conoscerla un po’. Come se durante l’amplesso non l’avesse già conosciuta a sufficienza.
Ma la conscenza del corpo è una cosa…
-La mia prima volta è stata a quindici anni, con un lontano cugino. Mi è piaciuto tanto. Poi da lì ogni settimana dovevo farlo, ogni settimana, in ogni posto. Era una droga. Ma poi… Poi i miei mi hanno sbattuta fuori di casa. Niente lavoro, molti fidanzati violenti e alla fine ho scelto di fare questa vita. Finché non sono rimasta incinta. E ora questo è tutto quel che ho. Mia figlia… lei non sa quel che faccio. Pensa che io lavori da qualche parte come commessa. E io glielo lascio credere.-, sussurrò lei. Lui capiva.
Lucy sospirò.
-Ma a te piace questa vita?-, chiese lui. Lei annuì.
Lui pensò che forse non fosse vero ma che diritto aveva di intavolare una discussione del genere? Nessuno. Ognuno è artefice del suo destino, no?
-Hai da fumare?-, chiese lei con un sorriso.
-Purtroppo no. Ho da bere, se vuoi.-, disse lui. Lei annuì. Lui si alzò lentamente. Sentiva le gambe molli. Zampettò sino in cucina.
Aprì uno scomparto. Sentì dei passi dietro di sé.
-Cosa preferisci? Rum cubano? vino? Birra?-, chiese lui voltandosi
-Del rum, se puoi con della coca cola.-, decise lei. Lui annuì e due secondi dopo le servì un coca e rum. Lui si versò due dita di vino.
Lei si sedette su una delle sedie al tavolo della cucina. Lui la guardò. Nuda, bella come una dea, statuaria e con filamenti di umori che le colavano dalla vulva. La femmina.
Bevve un sorso mentre lei buttò giù un terzo della bevanda in un'unica volta.
Quegli alcolici appartevano al suo passato, a quando, tempo prima vi aveva trovato rifugio e sollievo, prima di decidere di essere qualcos’altro.
Era ben lieto però di condividerli con Lucy.
Si sedette sulla sedia accanto a lei.
-Molto buono, tesoro. Hai gusto…-, sussurrò.
-Ce l’ho?- , chiese lui con un sorriso.
-Mucho… E non solo nel scegliere il da bere.-, disse lei. Lui si accorse che l’erezione stava montando di nuovo.
Guardò un orologio, erano la una e quarantasei.
La nera notò il pene che stava inturgidendosi alla sua sola vista.
Gli sorrise salacemente. Aprì le gambe come a mostrare ancora la rosa del suo piacere.
Anche lui sorrise. Perché no?
-Non so neanche come ti chiami…-, sussurrò lei avvicinandosi a lui, si protese e sfiorò le sue labbra con un bacio.
-Non ho un nome da molto tempo.-, sussurrò lui. Stavolta fu lui a protendesi a baciarla.
-Hai salvato mia figlia. Dovrai pur averne uno…-, insistette lei. Prese un altro sorso di rum e cola. Lui finì il vino. Si sentiva la testa vuota. Un solo punto del suo corpo era ancora pieno, a dispetto di tutto quanto.
-Beh, da tempo ho rinunciato ad averne uno. Per quello che faccio è meglio così.-, disse lui. Le aveva già rivelato molto. E lei era già arrivata molto più lontano di quanto lui avesse mai permesso.
-Sei uno stallone.-, mormorò lei alzandosi. Era eccitata, si vedeva. E anche lui.

Lucy gli si sedette in grembo, impalandosi sul suo membro eretto.
-Aaaahhh!-, gemette. Se lo doveva star sentendo tutto. La sua faccia esprimeva una goduria come poche. Anche a lui piaceva. Non avrebbe voluto mai staccarsi da quella posizione. Sentiva le mucose calde di lei aspirarlo, come mungerlo. Sorrise.
Si baciarono di nuovo, le lingue a intrecciarsi e lottare come per un predominio impossibile. Ma salvo i baci e le mani di lui sui seni di lei e le unghie di lei nella schiena di lui, i loro corpi erano immobili, come in attesa di un segnale.
Nessuno faceva una mossa. Lui desideroso di prolungare quel momento paradisiaco il più a lungo possibile, lei consapevole del godimento che lui stava provando e del proprio sentire quel palo di carne nelle interiora.
Improvvisamente entrambi si guardarono e compresero che non ce l’avrebbero fatta a restare immobili ancora un altro istante.
Entrambi volevano l’orgasmo, volevano il piacere, volevano godere.
Lucy si aggrappò a lui disperatamente, come una naufraga si sarebbe aggrappata a un relitto. Lui si alzò.
Il letto era lontano. Fottutamente lontano. Si distesero sul pavimento.
Freddo fuori, sulla pelle, ma bollenti dentro. Lui iniziò a penetrarla, Lei gemette ritmicamente a ogni affondo di lui. Ancora e ancora.
Lui le strinse un seno, lei gli graffiò il petto. I loro baci divennero famelici, tanto quanto affamati erano loro stessi. L’uomo capì che stava per venire. Non avrebbe resistito ancora a lungo. E probabilmente nemmeno voleva.
Andò avanti e indietro e improvvisamente si fermò. Voleva davvero che finisse così?
Aveva un desiderio e non era sicuro che lei l’avrebbe voluto realizzare.
-Che succede amore?-, chiese Lucy. Lui le sorrise. Ormai doveva dirlo.
-Voglio venirti dentro, nel sedere.-, disse d’un fiato. Lei si sfilò da lui, si mise a carponi, allargandosi le natiche con fare impudico. Il bocciolo scuro dell’ano di lei fece capolino.
-Mettici sopra qualcosa… ho del lubrificante in una tasca della giacca.-, disse lei. Lui si alzò, andò a prenderlo, glielo porse. La nera spalmò lo sfintere di crema. Con una mano e alla cieca, spalmò anche il cazzo dell’uomo.
-Entra pure, è pulitissimo.-, disse lei.
Lui non se lo fece ripetere due volte. Affondò sino in fondo lentamente prima, poi come a volerla sventrare. Non avrebbe resistito a lungo: coi muscoli più segreti, l’afroamericana lo massaggiava, stringeva e teneva. Lui le afferò nuovamente i capelli, dando colpi di reni lunghi e costanti. Si sentì sull’orlo dell’esplosione e notò che la donna aveva inziato a toccarsi con una mano. In piena goliardia la sculacciò.
-Sono stata cattiva…-, mormorò lei. Poco dopo lanciò un grido, esattamente mentre lui le godeva nel culo. Aveva goduto. L’uomo senti una sensazione di bagnato alle ginocchia nude. Guardò. La nera aveva sbrodolato il aucco del suo piacere sul pavimento.
Si tolse da dentro di lei con un sorriso cui lei rispose col suo.
L’uomo si accorse di non riuscire ad alzarsi: crollò a terra dov’era.
La nera gli sorrise. Lui pensò che se lei fosse stata una ladra o un’assassina in quel comento avrebbe avuto campo libero. Ma non era nulla di tutto ciò.

Infatti lo guardò con espressione soddisfatta.
-Erano anni che non mi scopavano così bene…-, sussurrò.
Lui annuì, per metà perso nel territorio del sogno. Dove tutto era bianco prima di divenire nero… Come loro.
-Immagino che per oggi sia finita, eh tesoro?-, chiese lei. Lui si domandò se lei avesse potuto gradire un terzo amplesso ma sapeva bene di avere dei limiti ben precisi.
Si mise a sedere mentre lei restava sdraiata. Annuì, ancora a corto di fiato.
Guardò l’ora. Quasi le due. Si sentiva stanco, quasi stremato ma anche soddisfatto come poche altre volte. Pagò Lucy appena poté alzarsi, poi andarono a letto.
Note finali:
Allora. Solitamente non faccio sconti ma...
In primis, un grandissimo ringraziamento a Viktorie.
Un ringraziamento speciale a Ronin (il cui nome mi ha dato una botta d'ispirazione).
Un grazie a T. una persona sull'orlo dell'abisso grazie a cui é nata questa sotoria.

E ovviamente un grazie a tutti voi che la leggete.
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