i racconti di Milu
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[ - ] Stampante Capitolo or Storia
Indice
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Note dell'autore:
Capitolo introduttivo
Credo che tutto sia riconducibile a quella professoressa di lettere del liceo. Avevo 16 anni, e ricordo nitidamente come tutti i maschi avessero occhi solo per lei. Era bellissima, formosa, sensuale, aveva un modo di fare malizioso e complice. Tutti gli altri professori erano austeri e severi, lei invece riusciva a farsi rispettare utilizzando l'arte della seduzione, dell'ammaliamento.
Anche le ragazze, che alle spalle gliene dicevano di tutti i colori, quando se la trovavano in classe non facevano che prestarle attenzione, era una buona insegnante di lettere, ma ancor più di femminilità, da lei traemmo tutte splendide movenze.
Fu la nostra insegnante di italiano per gli ultimi tre anni, e fino alla fine, in classe, anzi, in mezza scuola, non si parlava che di lei.
Per me era diventata un modello, grazie a lei decisi di voler diventare anch'io un insegnante, la ammiravo e invidiavo, e so che se ora sono ciò che sono è tutto grazie a lei.
Certo, io mi sono lasciata prendere un po' la mano...

Ma cominciamo dal principio.

Quest'anno sono riuscita ad ottenere un posto di supplenza presso un istituto tecnico, sto sostituendo una collega che è in maternità e salterà l'intero anno scolastico. Ho in carico le sue quattro classi.
Pensai che finalmente, dopo anni di studi, il mio sogno si sarebbe avverato, e per i primi tempi fu anche così, ma evidentemente quella sorta di deviazione professionale tramandatami dalla mia passata mentore, e i miei metodi, che definire "anticonvenzionali" è riduttivo, mi hanno portata a quello che è senza dubbio un punto di non ritorno.

I primi giorni le cose filarono lisce, le temperature ancora estive di metà settembre mi permettevano di vestirmi leggera, così scelsi sin da subito di utilizzare dei capi piuttosto scollati cercando nel contempo di avere un look il meno giovanile possibile.
L'emozione del primo giorno mi portò a svegliarmi molto presto e, dopo ore di indecisione, a scegliermi accuratamente un abbigliamento che potesse essere provocante ma adulto al tempo stesso. Il mio problema era che, a differenza della mia vecchia insegnante che era alta quasi uno e ottanta, io dal basso del mio metro e sessantatre e dei miei ventisei anni, se mi fossi vestita come mio solito sarei sembrata una studentessa. Optai quindi per un tailleur estivo abbottonato basso che mettesse ben in evidenza la mia terza di seno sorretta da un immancabile pushup, il tutto corredato da una minigonna ed un paio di tacchi a spillo che mi alzavano di sei centimentri buoni.
L'effetto era perfetto, esattamente ciò che volevo, e gli sguardi interessati dei miei nuovi alunni ne erano la conferma.

La prima classe in cui si iniziò ad incrinare il normale rapporto studente-professore fu una terza ad orientamento meccanico. I primi giorni passarono tranquilli, gli studenti, tutti maschi, dovevano prendere ancora confidenza sia con me sia con i nuovi compagni. Iniziarono a fare casino dal quarto giorno, e le cose peggiorarono la settimana successiva.
Ci si prepara molto dal punto di vista dell'insegnamento accademico, ma per tenere sotto controllo una classe di oltre venti ragazzi serve forza di carattere, ed io in quei giorni appresi di averne ben poca. Non riuscivo ad imporre la mia autorità, mi mancava la capacità di alzare la voce e di tenere un timbro fermo e deciso.
Il martedì della seconda settimana a metà lezione, per l'esasperazione, gridai: "Allora, cosa devo fare per farvi fare silenzio?!". Quella era la prima volta che alzavo davvero la voce, ma l'evento non li impressionò più di tanto perchè dopo qualche secondo di sbigottimento dagli ultimi banchi si alzò un coro di tre voci che, con tono baritonante, inneggiavano: "Nuuda! Nuuda! Nuuda!". Dopo qualche secondo ai tre burloni si unirono altri, ed in breve quasi tutta la classe chiedeva una mia svestizione.
In quel momento, con il sangue al cervello e la premura che da fuori non si udisse il disdicevole coro, mi arresi alla folla e risposi: "Va bene ragazzi, fate i bravi ancora quest'ora e a fine lezione vi prometto che mi levo la camicia!".
Dopo un altro momento di silenzio dal fondo della classe si alza dal banco uno dei ripetenti e con un sorriso da orecchio a orecchio sancì: "Affare fatto prof!".
Quel giorno mi ero vestita con una camicia slim a maniche lunghe che mi fasciava alla perfezione e metteva in risalto sia il seno, adeguatamente messo in mostra da qualche bottone slacciato, sia il ventre piatto, frutto di saltuarie ma profique visite in palestra.
Sotto avevo un semplice reggiseno a balconcino dello stesso azzurrino della camicia, ed a completare il quadro un paio di jeans chiari e delle scarpe a tacco medio.
I ragazzi furono di parola, da quel momento a parte qualche bisbiglio ed un saltuario lieve vociare in classe si respirava finalmente una tranquillità degna di un convento.
Peccato che dentro di me fossi tutt'altro che tranquilla, sapevo di essermi cacciata in un guaio e le soluzioni che mi si prospettavando avevano entrambe effetti collaterali degni di una cura a base di stricnina.
Potevo ringraziarli della collaborazione e bidonarli sulla camicetta, ma così facendo avrei avuto nella migliore delle ipotesi una classe ingestibile fino alla fine dell'anno, nella peggiore, non so, la macchina in fiamme con la scritta "puttana" sull'asfalto?
Furono quei pensieri a farmi optare per la seconda scelta, ossia quella di tener fede al patto. Sapevo che piegandomi a questo gioco i giorni successivi sarei sempre stata costretta a mercanteggiare la tranquillità, ma la verità è che la classe mi spaventava, e con la confusione che avevo in testa quella sembrava essere la scelta più sensata.
Mancavano cinque minuti all'intervallo, il momento era giunto, terminai quindi con le spiegazioni di storia e, alzandomi dalla cattedra, feci una premessa alla classe: "Ragazzi, sia chiaro che ciò che sto per fare deve rimanere all'interno di questa classe, non parlatene a nessuno, se dovesse venir fuori sarei costretta a cambiare vestiario e sistema di insegnamento. Mi raccomando!". Detto questo iniziai a slacciare uno alla volta, con mano lievemente tremante, i bottoni della camicetta. Via via che mi sbottonavo si sentivano fischi e qualche "whuu whuu!", ma l'operazione durò solo una ventina di secondi.
Aperta la camicia, mi resi conto che non avevo slacciato i polsini, sbottonai anche quelli e rimossi completamente l'indumento.
Fischi e applausi riempirono l'aula, mentre io a braccia aperte e con la camicetta in una mano mettevo in mostra la parte superiore del mio fisico coperto dal solo reggiseno. Terminata l'ovazione, che tentai inutilmente di reprimere con un "buoniii" poco convinto ma lievemente lusingato, mi rivestii giusto in tempo per il suono della campanella.
Alcuni ragazzi, passando davanti alla cattedra per uscire dall'aula per l'intervallo, mi fecero complimenti di vario genere ed un paio mi fecero il gesto del lancio del bacio. Rispondevo con "andate, andate", tentando di simulare poco interessamento, ma in realtà tutte queste dimostrazioni di apprezzamento mi fecero più piacere di quanto potessi prevedere.

Dopo l'intervallo avevo altre due ore con una quinta ad indirizzo elettronico. Classe più tranquilla di soli quindici ragazzi, dei quali nessuno fece allusioni o chiese del mio piccolo e pazialissimo streep. Ciò non voleva dire molto, presumibilmente non c'erano rapporti tra i sedicenni della terza delle ore precedenti e questi diciottenni con indirizzo di studio diverso, sicuramente però durante l'intervallo qualche ragazzo dalla lingua lunga avrà raccontato tutto a qualche amico, ed era solo questione di tempo, ma prima o poi tutti gli studenti mi avrebbero guardata con occhi diversi.
Note finali:
Per commenti, pareri e correzioni: richo.spike@gmail.com