i racconti di Milu
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Per due giorni Irene non si era fatta vedere neppure in ufficio e il suo cellulare era diventato irraggiungibile, lei era rimasta realmente arrabbiata e tangibilmente furibonda con me: chissà, se per farmi perdonare, sarebbe stato adeguato e congruo quello che avevo pensato di portarle, tenuto conto che ormai non potevo più aspettare, in quanto era meglio affrontarla apertamente di petto senza mezzi termini, in altre parole incassare e subire palesemente la sua reazione, in seguito forse le sarebbe passato tutto alla svelta.

Io avevo comprato un completino, presumendo che le sarebbe piaciuto parecchio, nel frattempo lo avevo nascosto in mezzo a un enorme mazzo di rose rosse, così mentre guidavo verso la sua casa circondato da un meraviglioso giardino, ripensavo nel tempo in cui era cominciata quasi inconsapevolmente e senza rendermi conto la nostra storia. Lei era arrivata nella mia sede nel tempo in cui io ci lavoravo già da cinque anni, lei era stata assegnata in quel periodo presso un ufficio con il quale avevamo quotidiani contatti e frequenti incontri, in definitiva era annoverata e catalogata come un nostro cliente interno come si dice in codice.

Io l’incrociavo ogni tanto, qualche insinuazione, innocue e lievi accuse subdole però niente di più, fino al giorno in cui aveva avuto bisogno d’un mio intervento per la definizione e per la totale chiusura d’una pratica abbastanza ostica che lei aveva in trattazione. In quell’occasione, invero, diventata a tal punto contorta e macchinosa, valutata e vista la complessità e la diversità di non poterla definire all’istante, di questo andare ci accordammo in seguito per esaminarla e per vagliarla in un pomeriggio nel migliore dei modi, perché ci saremmo trattenuti entrambi fino al termine pur di liberarci e di sganciarci irrevocabilmente da quel grattacapo. Quel giorno lei arrivò nella mia stanza puntualissima e forse per la prima volta io la vidi così com’era effettivamente, specificamente come non l’avevo peraltro mai notata: i capelli rossi come il rame, gli occhi nocciola con i riflessi verdi, la bocca ben disegnata con un rossetto dal colore del fuoco, le unghie con uno smalto simile alla tonalità del rossetto, in quell’istante io le sorrisi e pensai però che bella donna.

Lei si sedette di fronte a me, eppure devo dire che la posizione non mi piaceva, per cui la feci accomodare intenzionalmente al mio fianco in modo da seguire entrambi le scartoffie in modo normale. Indossava un completo con la giacca e la gonna di colore grigio, quasi d’ordinanza, se non fosse che sotto la giacca non s’intravedeva alcuna maglia né camicia: chissà che cosa indossava. La mia fantasia in quel momento cominciava a galoppare e la pratica da definire s’allontanava a tal punto sempre più. Dalla gonna uscivano due belle gambe, dritte e lisce, inguainate con delle calze nere trasparenti, saranno dei collant o delle normali calze autoreggenti pensavo io, seppure ogni tanto i miei occhi la scrutavano per capire se notasse il mio crescente interesse per lei. Lei in realtà non sembrava per nulla una donna che si faceva rinchiudere in cinture di castità, anzi, spesso l’apparenza, l’esteriorità e la forma ingannano appieno.

Irene del resto sembrava non accorgersi del mio stato d’animo e continuava a illustrarmi i problemi della pratica, a chiedermi dei consigli su come definirla in maniera adeguata. Io guardavo la sua bocca che parlava, le sue labbra che s’aprivano e che ogni tanto inumidiva con la punta della lingua, giacché il tempo passava e il mio interesse per lei aumentava in continuazione: la gonna era salita un po’ sulle sue cosce, però lei non faceva nulla per rimettere le cose a posto: era forse un messaggio? E se avessi osato e mi fossi beccato uno schiaffone? Che figura, domani tutta la sede avrebbe parlato sennonché di me. A un certo punto lei sollevò lo sguardo verso di me, che in quel momento osservavo nuovamente la sua giacca e cercavo d’intuire che cos’avesse di sotto, perché un marcato sorriso apparve sul suo viso: ammiccante, complice, impenetrabile, malizioso, provocante e sensuale, così mi era sembrato. L’atmosfera in ogni caso era cambiata, perché sembrava alquanto evidente che a nessuno dei due importasse né interessasse più di tanto della pratica, per il fatto che attualmente eravamo da soli e dopo un’ora sarebbe passata la guardia della vigilanza per l’abituale controllo.

In realtà nessuno dei due si decideva continuando a rimandare l’eventuale iniziativa, perché quel gioco fatto di sguardi e di respiri andava a genio indubbiamente e innegabilmente a entrambi. Il primo passo lo fece lei, incapace di trattenersi, in tal modo cominciò a liberarsi della gonna che in un attimo cadde ai suoi piedi, la giacca lentamente s’aprì e lasciò intravedere soltanto il reggiseno nero, l’unico indumento nondimeno indossato. In quel frangente si passò le dita d’una mano sulle sue labbra e le fece scendere lungo il collo fino all’orlo del reggiseno, poi le infilò di sotto e si toccò i capezzoli uno alla volta, però a lungo. L’altra mano era scivolata lungo i fianchi fino ad arrivare al perizoma. Irene a quel punto si siede in modo inatteso sulla scrivania di fronte a me e aspetta, però non deve attendere oltremodo, perché ambedue le mie mani risalgono verso le sue gambe, sfiorano l’inguine, s’inerpicano e raggiungono il seno, poi il collo, s’infilano tra i capelli e riscendono lungo la schiena. Il suo sguardo è un chiaro e preciso invito a sfilarle il perizoma: io lo faccio con calma, mentre la guardo perdersi nell’attesa, la strada è libera. Al momento la mia bocca s’appoggia su di lei, io m’intrufolo con le dita per arrivare nei pressi del suo clitoride, giacché penso sia pronto per ricevere le amabili e fervide attenzioni della mia lingua, pertanto la muovo lentamente dosando accuratamente i movimenti e assaporando il suo sapore aspro e dolce simultaneamente.

Nel silenzio cominciano a sentirsi i gemiti sottili di Irene, che sotto i colpi della mia lingua si sente esplorare, percorrere e succhiare fino a penetrarla con la lingua, basta però un attimo, per il fatto che dentro di lei esplode bruscamente il piacere che come un potente fragore l’investe travolgendola pienamente. Io mi fermo per guardarla, esulto, sono felice e godo del suo piacere, mentre mi libero anch’io dei vestiti che ormai mi rendono impacciato e irresoluto per proseguire agevolmente. Il desiderio di penetrare quel mondo rossiccio pelosissimo e arroventato ormai è insostenibile, intollerabile, io resto seduto sulla mia sedia, l’afferro per i fianchi e l’attiro verso di me penetrandola immediatamente. Io trovo la strada da solo, facilitato dai fluidi incredibilmente abbondanti di lei, dato che quel prodigioso piacere, aggiungerei inenarrabile e intenso travolge entrambi, lei si sente toccare in ogni punto, anche il più profondo, mentre io mi sento affagottare dalle pareti eccitatissime che lambisco.

Lei si muove per rinnovare queste sensazioni sennonché vivacizzandole, costringendomi a entrare e a uscire sempre più velocemente e sempre più a fondo, poi quando mi sembra di non resistere oltre Irene si ferma e comincia a strofinarsi contro di me, inarcando la schiena per farmi entrare fino in fondo. Io colgo il mio piacere allungarsi, fremere fino a percepire l’esplosione, fino a sentire scorrere dentro di lei tutto il mio godimento, mentre lei lentamente continua a muoversi fino a raggiungerlo a sua volta. In quel momento restiamo lì in questa posizione, aspettando e prendendo tempo che torni la calma, in modo tale che i respiri riprendano a essere regolari. E’ lei a riprendersi per prima per cercare la mia bocca per un bacio lungo e appassionato: io sono totalmente in suo potere, in balia della sua bocca, lei è libera dagl’impedimenti e dalle inibizioni. Il bacio diventa costantemente più infuocato, le lingue sono voluttuose, lei perde definitivamente il controllo seguendo la strada del mio corpo caldo con le labbra, fermandosi ogni tanto per giocare con la lingua sulla mia pelle fremente.

Io immagino e intuisco quale sia la meta di Irene, circondo la sua testa con le mani e delicatamente l’accompagno fino all’inguine: lei esita, alza lo sguardo e guidata dai miei occhi lo afferra tra le labbra delicatamente per percepire ogni sensazione, ogni più piccola variazione che incontra, scopre che anche in tal modo le regalo un piacere intenso e allora lo prende tutto, fino a non riuscire a respirare; poi di nuovo, stringendo le mani intorno al mio sedere per impedirmi di muovermi e d’allontanarmi. La sua lingua comincia a percorrerlo dal basso verso l’alto fermandosi sulla cima per succhiarlo, lo prende con una mano e gli fa disegnare delicatamente il contorno delle proprie labbra, lo stuzzica con la punta della lingua, insiste sul frenulo, dopo riprende a giocarci tutt’intorno e poi risale, succhia di nuovo fino a vederlo gonfiarsi sempre di più, scopre completamente la punta, nel tempo in cui le labbra lo circondano di nuovo e riprendono il massaggio fino in fondo diverse volte.

Irene lo succhia forte, lo sente, eccolo, perché inaspettatamente una grande quantità di sperma riempie la sua bocca, che a fatica riesce a tollerarne l’impeto, però non lo lascia, sì, perché lei vuole trattenerlo fino al completo rilassamento che tuttavia tarda ad arrivare, non vuole giungere, lei in quell’istante alza lo sguardo e capisce che anch’io sono interdetto, ma entrambi intendiamo sfruttare ancora questo momento di sconvolgimento e di subbuglio totale delle regole. In quella dissoluta e libidinosa occasione io le faccio appoggiare il seno alla scrivania e con furia quasi animalesca e irragionevole la penetro forte stringendole i seni tra le mani in maniera vigorosa. Questi ultimi, infatti, sono colpi poderosi, fuori da ogni controllo alla ricerca di nuovo del piacere, assecondati e sostenuti dal convulso movimento del suo bacino ormai in balia solamente dei suoi sensi, perché adesso mi rendo conto che ormai posso fare di lei quello che voglio.

In quel momento oso, arrischio tutto quello che non avevo nemmeno immaginato, esco da lei, la blocco per i fianchi e con decisa delicatezza penetro il suo sedere adagio, senza fermarmi trattenendomi per non sborrare sul momento, opportunamente mi modero, per il fatto che le astute e le sottili affermazioni di dolore di lei m’eccitano da farmi sragionare. Pigramente io entro completamente e percepisco che il dolore per lei si è rapidamente trasformato in un inatteso e trascinante piacere, allora mi muovo, basta poco, perché per me questo è troppo.

Il fresco e nuovo orgasmo arriva sennonché per entrambi inaspettato e potente: grintosa, massiccia e poderosa la mia corposa sborrata finale che cosparge la sua pelosissima, rossiccia e ben rifinita fica, imponente, gagliarda e veemente invece, in conclusione risponde di rimando la sua vagina all’unisono in completa coesione, giacché travolge scardinando, scuotendo e turbando i nostri corpi in movimenti frenetici e indiavolati che non sembrano voler terminare, infine in breve tempo ritorna la calma, in quanto tutto si è svolto senza che una parola fosse pronunciata, perché tale e tanta è stata l’alleanza e l’intesa dei sensi che ci ha accomunato unendoci.

In conclusione, con calma e con distensione, indolentemente in modo abulico e passivo ognuno riacciuffa progressivamente sé stesso riprendendosi la possidenza del proprio corpo senza distogliere però lo sguardo l’uno dall’altra, un ultimo bacio al termine fa da saluto e da tacito appuntamento di contorno, adattandosi e uniformandosi al meglio per il prossimo infuocato e rovente incontro.

Dov’è finita la pratica iniziale in questione? Abbandonata, dimenticata e trascurata appieno, sì, perché è rimasta a dire il vero in bella vista sul mio scrittoio, dato che il giorno seguente forse dovrò definirla, scandagliarla e ultimarmela tutta da solo.

{Idraulico anno 1999}