i racconti di Milu
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Io percorro da qualche tempo in maniera affranta, desolata e provata quello spazio intimo che riaffiora di frequente riapparendo nella mia mente, visto che è stato innegabilmente lo sfondo prediletto e indubbiamente lo spettacolo irripetibile e senza eguali dei nostri ultimi baci. La timida luce di quei lampioni si ferma davanti al muro di mattoni, laddove qualche rovo penetrando in modo implacabile ma oserei affermare ben fermo e tenace rompe il muretto, nel momento in cui dalla campagna si leva la foschia della notte in una sera tra l’altro un po’ più fredda e meno piovosa di quell’ultima. Le gocce battono sul parabrezza, noi per l’occasione siamo abbastanza infreddoliti, per il semplice fatto che pianifichiamo di trascorrere quella notte assieme, purtroppo però non posso far l’amore, tenuto conto che senza i tuoi baci davvero non ce la faccio. E poi la voglia di slacciarmi il piumino, avvolgermi il maglione sul petto senza tralasciare in nessun caso le tue belle labbra, sai come mi fa stare la tua lingua? Ricordi quest’aspetto, vero? Il solo pensiero, infatti, che sia la tua bocca a baciarmi, con quelle labbra e quel sorriso, quelle tonde ed eccitanti sinuosità ulteriormente estratte esternamente dal reggipetto, così come due voluminose coppe da un canestro inatteso di sorprese mi fanno testualmente farneticare, in seguito tu abilmente me le sfiori delicatamente acciuffando i miei capezzoli.

Io non rispondo più di quello che sono, sragiono totalmente dell’abuso irrefrenabile e dello scandalo deforme e tangibilmente sconcio dei miei remoti pensieri, del frastuono dei miei propositi e dello scalpore delle mie intenzioni assieme alle mie oscene azioni, perché sono solamente una creatura, anzi, un essere che spiccatamente geme di gusto dal piacere che radicalmente tu riesci con dovizia a procurarmi così a fondo per davvero. I brividi caldi mi fanno fremere le cosce, i fianchi, il petto: adesso basta, perché in quest’istante non m’importa di non poter fare l’amore, io voglio farlo e subito, allora salgo sulle tue cosce come se non avessi fatto altro per anni, sicché il volante è perfettamente incastrato nella curva del mio fondo schiena e il collo è ben piegato alla ricerca dei tuoi baci. Non serve in effetti che tu mi penetri, perché sto benissimo anche così, in quanto inizio a ondeggiare in preda alle smanie più impudiche e lascive con il mio cazzo vestito sul tuo. In realtà neanche a dirlo, i miei capezzoli sono al momento tutti tuoi senza alcun limite, mentre io spremo accuratamente i seni nella tua bocca, io in quel preciso istante ti reclamo di fregiarmeli impreziosendoli con quei lividi, quelli che tanto adoro ammirare nello specchio del bagno una volta che sono a casa, poiché come se fossi dentro di me, a bruciapelo sennonché non mi trattengo e vengo limpidamente dentro i pantaloni.

Io ho ricordato per un istante il panico, cionondimeno quello spavento originario di quella volta in quel capannone in costruzione, in quello che sarà in definitiva il parcheggio dei dipendenti tra quelle strisce bianche tracciate di fresco accanto a quelle piccole siepi fiorite. In realtà, erano svariate settimane che l’infezione m’aveva impedito di fare l’amore rimandando l’evento di continuo, per il fatto che ero ancora una volta seduta sulle tue cosce con i miei seni nella tua bocca, eppure quella volta tu hai preferito essere più delicato e gentile che mai, leccandomi in modo acquoso e amorevole i seni. L’orgasmo finalmente m’ha liberato rinfrancandomi totalmente, rasserenandomi e ritemprandomi, come se la madre terra in persona si fosse impossessata di me e stesse liberando nella mia voce quell’urlo arcaico e primitivo della vita sprigionato dal mio corpo, dilaniante e immenso, persino così forte, che io presa totalmente dal panico ho iniziato sennonché a piangere. Tu, in quella speciale occasione, m’hai stretto fortissimo, ci siamo chiamati amore per tanti attimi, prima che anche tu sprigionassi il fiato gemendo, in conclusione sborrandomi per bene addosso sulla mia pelosissima e bionda fica, cospargendo il tuo sperma speziato sopra il mio addome e sulla mia anima, sì, perché è stato esattamente come percepire distinguendo il rumore della pioggia che cade sul deserto, precisamente come dopo parecchi mesi d’affanno, di siccità e di sofferenza, la mia bocca si è abbandonata in ultimo alla tua fronte immobile nel tuo abbraccio, con i capelli spettinati sulla tua mano, perché adesso devo realmente ammettere e riconoscere in pieno che già mi manchi.

La sabbia è destinata a scorrere tra le dita come in una clessidra beffarda, caustica e a tratti derisoria, intanto che l’acqua fa gonfiare la terra. In questo modo avrei agognato tantissimo di scoparti per bene di fronte alla vetrinetta, avrei sospirato di depredarti e di sbaciucchiarti completamente in ogni parte, precisamente a dirimpetto dell’apparecchio automatico del caffè, con tutto ciò invasa e presa dall’impulso naturale della salvezza, in conclusione io a ragion veduta ho prontamente sbraitato esponendoti:

“No, altolà, al momento ne ho a sufficienza, sto bene così” - sì, precisamente in tal modo.

Io avrei voluto che tu mi spingessi contro una finestra mettendomelo tra le chiappe fino a spaccare la vetrata, però l’ho detto. Io avrei voluto esprimere affermando all’istante di no che mi ero bevuta a tempo opportuno il cervello, dal momento che avrei fortemente bramato che tu m’avessi scopato ancora la gola come solamente tu sai compiere.

A dire il vero, però, senza rendermene conto, sono andata via verso la mia stanza, decisa, determinata e inflessibile, tenuto conto del fatto che là dentro non mi sarebbe accaduto nulla d’allarmante né di minaccioso né di preoccupante.

{Idraulico anno 1999}