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Sogno Rosso di Primavera

Di colpo il silenzio si frantumò come un prezioso calice all'impatto con il duro pavimento. Schegge di affilato rumore che, nel tempo di un battito di ciglia esplosero, da uno divennero migliaia, si diffusero nell'etere e, più veloci del vento, saturarono l'aria, coprendo ogni cosa sul loro corsa. Infine, come furenti predatrici, si lanciarono impietose sui delicati timpani della giovane creatura che giaceva sinuosamente avvolta tra le immacolate lenzuola dai ricami scarlatti.
In un tempo e in un mondo lontano eppur vicino, acuminati intangibili spilli si incunearono nei suoi pensieri. Ogni più remoto angolo della sua mente si squarcio con un silenzioso grido, richiamandola all'istante dal sonno profondo in cui giaceva.
Senza muoversi, Dalia aprì gli occhi e si guardò attorno. Si sentiva spaesata, confusa, come strappata via da una realtà familiare e confortevole e proiettata bruscamente in una dimensione scomoda e fastidiosa.
Nonostante avesse l'abitudine di dormire nell'oscurità più totale, i vecchi scuri della finestra non riuscivano più a tenere completamente fuori i raggi del sole che, indomiti invasori, fecero breccia nelle difese della dimora, diffondendo un tenue bagliore in tutta la camera.
Prendendo coscienza di sé, la ragazza mosse lentamente le gambe sotto le lenzuola. Le stese per tutta la loro lunghezza, le piegò richiamando a sé le sottili caviglie ed infine le stese ancora, quasi temendo che non le appartenessero più e si rifiutassero di obbedire alla sua volontà. Con la stessa insensata prudenza sfiorò il proprio viso con una mano, con la paura di trovare lineamenti sconosciuti ed alieni. Tutto era esattamente come doveva essere. Dunque aveva sognato, così profondamente da non saper più distinguere il sogno dalla realtà.
Sogno. Cos'è un sogno, in fondo, se non un'altra realtà? Possiamo noi esser certi che la realtà non sia essa stessa un sogno? Quante volte si era posta questa domanda? Quante volte si era mossa spinta da questa curiosità?
Il silenzio, tornato immobile e cristallino signore della dimora, fu di colpo spazzato via come un fraudolento re dalla corona di ottone. La sveglia, senza voler concedere tregua alcuna, aveva frantumato il trono con il proprio melodico caos in un'impari battaglia. Fin quando un dito delicato di Dalia l'aveva spenta. Per sempre.
Con ansia, mista a malcelato desiderio, Dalia aveva scandito sul calendario lo scorrere del tempo, cerchiando con un piccolo pennarello rosso ogni giorno lasciato alle spalle. E ora, che finalmente il momento era giunto, sarebbe stata davvero all'altezza? Il dubbio l'assalì e sentì l'anima fremere al pensiero di ciò che l'aspettava.
Si rigirò un'ultima volta, pigramente, stirando le membra e faticando a credere che fosse infine giunta per davvero l'ora. Come le onde che si ritirano, defluendo dalle forme di una ninfa che esce dal mare, allo stesso modo e lenzuola scivolarono via lungo dalle sue curve sinuose di Dalia che si alzò dal letto.
Un'impalpabile camicia da notte di delicata seta rossa copriva le sue nudità, ma non era sufficiente a nascondere i capezzoli, agitati da quella stessa eccitazione, amplificata dall'attesa, che permeava ogni atomo della ragazza.
Con passo delicato e morbido, privo di qualsiasi accenno di rumore, Dalia attraversò la casa, si liberò del fine indumento con un unico sinuoso movimento lasciando che si adagiasse al suolo ed entrò nella doccia.
Migliaia di minuscole gocce scorrevano sulla sua pelle, come intente a rincorrersi l'un l'altra in una spietata competizione attraverso le lentiggini sparse su tutto il corpo. Una gara che sembrava non dover conoscere mai la fine. Ogni curva della ragazza era un valido tracciato per la sfida: dal collo scendevano alle spalle, dove incontravano una biforcazione. Lungo il braccio, fino al gomito e ancor più giù, verso la mano, fino ai polpastrelli ed infine in caduta libera nel vuoto. O scorrendo sui seni, in mezzo ad essi, veloci e senza posa, sin sul ventre piatto, aggirando l'ombelico. Qualcuna veniva fermata da un folto ciuffo di peli rossastri fin quando, acquistando peso e forza, riusciva a districarsi e a proseguire oltre. Le più fortunate scivolavano sull'anca, continuando la loro corsa sulle cosce, sul polpaccio ed infine alla caviglia sottile.
I lunghi capelli rossi le ricadevano lungo la schiena, fin quasi ai lombi, come un'infuocata cascata i cui fumi salivano al cielo in silenziosa preghiera a divinità ormai estinte che, mute, ai margini del tempo e dello spazio, sanno attendere. Cos'è la morte per una creatura che può trascorrere in silenziosa e paziente attesa infiniti eoni, la cui esistenza è legata all'essenza stessa della realtà? Dalia era da sempre affascinata dall'idea di poter essere una di quelle entità, al di fuori del tempo e dello spazio, silenziosa testimone dello scorrere implacabile delle ere degli uomini.
In silenzio, lasciò che l'acqua scorresse sul suo corpo, traendo piacere al semplice contatto con quella liquida carezza. Le infinite bolle di sapone di cui si era ricoperta furono spazzate via in un non nulla. Chiuse gli occhi ed alzò il volto verso la fonte, lasciandosi accarezzare la fronte e le guance, il naso ed il mento. Dischiuse le labbra, così che le gocce le cadessero sulla punta della lingua in incalcolabili dolci punture, sinistro e perverso piacere.
Fu sufficiente un semplice e delicato gesto dalla mano dalle dita lunghe a affusolate e l'acqua smise di scorrere. Ancora due gocce: la prima cadde al suolo, la seconda le cadde tra le scapole, scivolò lungo la schiena sinuosa e sparì alla vista incuneandosi tra i glutei.
Un istante dopo Dalia uscì dai vapori della doccia come una magica creatura che emerge dalle nebbie del tempo. Senza curarsi delle proprie nudità rimase immobile ed osservò la propria immagine allo specchio: le sopracciglia lunghe e sottili, il naso tondeggiante e morbido, le guance piene e affusolate, le labbra così sottili e perfette. Ed infine gli occhi, di un verde brillante e vivo, dal taglio orientaleggiante, ereditato da chissà quale lontano parente mai conosciuto. Si passò una mano tra i capelli, rivelando un orecchio dal taglio leggermente appuntito. Senza aver mai conosciuto la madre di sua madre, aveva sempre immaginato che sua nonna fosse una fata e che quel tratto fosse null'altro che un'eredità di quella intrinseca natura un po' magica che portava nel proprio sangue.
Lasciò cadere a terra il telo con cui si era avvolta. Ne emerse un corpo giovane e snello, cosparso di lentiggini che sembravano proteggerlo come un ramato manto prezioso. Due seni, piccoli ma sodi, facevano bella mostra di sé, culminando in capezzoli fieri ed orgogliosi. Un ventre piatto su cui spiccava un piccolo brillantino ad impreziosirne la superficie delicata. Due cosce ben tornite, caldo invito a quel fulvo ciuffo che le dominava. Dalia sorrise, accarezzando allo specchio la sua stessa immagine incorniciata dalla condensa. Come per incanto, proprio in quel momento, da una ciocca di capelli si staccò una piccola goccia che scivolò sul seno, proprio fino al capezzolo e lì si fermò. Dalia ne osservò la corsa riflessa nella specchio, la raccolse con un polpastrello e la portò alle labbra, leccandola via.
Quel giorno eseguì tutto con estrema cura.
Doveva essere perfetta ed impeccabile.
Le unghie smaltate di rosso amaranto, un poco di trucco attorno agli occhi e sulle guance, un goccio di profumo speziato, regalatole da suo padre di ritorno da uno dei suoi numerosi viaggi di lavoro.
Il perizoma, rosso, le copriva il sesso e le cingeva i fianchi con tre laccetti di una tinta più scura. Le autoreggenti, nere, dal disegno fine e prezioso, le avvolgevano le gambe. La camicia, rigorosamente da uomo, per metà bianca e per metà nera ed una riga rossa che l'attraversava in maniera apparentemente casuale. La gonna, scozzese dalle tinte rosse e nere, lunga quel tanto a coprire l'orlo delle calze. Infine i suoi stivaletti preferiti, con la cerniera laterale, che le fasciavano la caviglia e slanciavano la sua figura verso l'alto. Il sinistro, nero con il tacco ed i dettagli rossi. Il destro rosso, con il tacco ed i dettagli neri.
Tornò davanti allo specchio. Il rosso dominava la sua figura, proprio com'era suo desiderio. Aveva sempre adorato il rosso. Era il suo colore e lo indossava sempre, in ogni momento. Rosso. Il colore del pericolo. Della passione. Del sangue.
Si guardò ancora e si vide bella. Sorrise soddisfatta. Sì, sarebbe stata all'altezza.
Mise le ultime cose nella sua borsa. Fissando lo smartphone stretto tra le mani con il piccolo monitor che le illuminava il volto ebbe un attimo di esitazione. Infine decise di spegnerlo, posandolo delicatamente sul tavolo, in bella vista. Sua madre, al rientro dal lavoro, l'avrebbe trovato senza difficoltà. Dalia sapeva bene che sua madre si sarebbe preoccupata ugualmente, ma lasciando il telefono a casa non avrebbe potuto rintracciarla. Non voleva esistere per nessuno, se non per se stessa. Indossò il cardigan amaranto e lo chiuse in vita con la cintura.
Osservò un'ultima volta il riflesso dei propri occhi nell'acciaio della maniglia del frigorifero. Lo stava facendo per se stessa.
La porta di casa si chiuse alle sue spalle.

Fuori, nonostante la primavera inoltrata ed il sole brillante alto nel cielo, l'aria era fresca e frizzante, rendendo per nulla eccessiva la scelta del cardigan. Sull'autobus non c'era tanta gente, ma abbastanza da non lasciarle posto a sedere. Non che la cosa avesse importanza. Con l'agitazione che si sentiva addosso non sarebbe riuscita a stare seduta per più di pochi istanti. Rimase in piedi, con un mano ben salda su un tubo giallo di supporto e l'altra ben stretta alla borsa. Per quanto, in quel viaggio, non contenesse nulla degno di valore, Dalia si sentì ugualmente in dovere di non esporla inutilmente.
Contò le fermate nonostante ne potesse leggere lo scorrere sul monitor del bus e troppo presto arrivò a destinazione. Scese accompagnata dal rumore dei tacchi sul selciato, rivolgendo un ultimo, cortese sorriso all'autista. Si guardò attorno e s’incamminò.
Quante volte era passata per quel vicolo, proprio davanti a quel portone, e mai gli aveva prestato attenzione? Infinite. Eppure non aveva mai alzato lo sguardo su quel palazzo semplicemente perché non aveva mai avuto motivo di farlo. Ferma, dall'altra parte della strada, dedicò un attimo ad osservarlo.
Era un edificio antico, ristrutturato l'ultima volta che lei ancora doveva nascere. La facciata era a mattoni esposti, di un rosso scuro e opaco che lasciavano immaginare, tra le loro buie crepe, infiniti occhi, vigili ed attenti. Quante vite avevano visto durante lo scorrere degli anni? Di quali terribili e lieti eventi erano stati silenziosi testimoni? Quanti giorni splendenti e quante tenebrose notti avevano vissuto? Dalia provò un moto d'invidia per quei muti guardiani che mai avrebbero deposto le loro testimonianze. Invidiò la loro lunga vita e la loro intrinseca saggezza, la loro capacità di essere spettatori di un mondo senza esserne coinvolti, vittime delle sue infinite trame.
Il portone era di legno massiccio, retto da cardini di ferro battuto, segnato da cristalli di ruggine che affioravano qua e là come boccioli di rose rosse. Quel legno, così scuro, pesante e opaco fece ricordare a Dalia il vecchio tavolo di mogano su cui studiava, da piccola, durante le vacanze estive trascorse dai nonni. Attraversò la strada e osservò più da vicino la superficie di quel portone segnata dal tempo e dall'incuria degli elementi e degli uomini.
Quanto le erano sembrati eterni i giorni che l'avevano separata da quel momento. Ed ora, per quanto intensamente l'avesse desiderato, la sua sicurezza venne meno. Non era pronta. Proprio come il giorno degli esami di maturità. Tutte le sue sicurezze erano crollate nel momento stesso in cui aveva varcato la soglia dell'istituto scolastico. Ora, come allora, tutte le sue certezze si sgretolarono in un istante.
Guardò indietro, lungo la via. Decine di facce anonime che non si curavano minimamente di lei. Camminavano, prese dalle loro vite, incuranti di Dalia, lungo Il vicolo che si perdeva all'orizzonte tra le luci e le ombre della città.
Prese un lungo respiro e osservò il campanello. Non c'erano nomi o cognomi, solo un grande bottone d'ottone incastonato nel muro. Tutt'attorno un'elaborata raffigurazione di un mostro dalle fauci spalancate, che alla ragazza ricordò i Giardini di Bomarzo. Sfiorò con i polpastrelli quella superficie metallica così liscia e consunta, quasi a volersi imbonire quella terribile creatura.
Sette precisi secondi dopo aver suonato il campanello, la serratura scattò con un secco rumore metallico.
Il pesante portone scivolò sui cardini senza emettere il minimo cigolìo, quasi fossero perfettamente oliati, con grande sorpresa di Dalia. Il rumore dei suoi tacchi sul pavimento di pietra levigata da secoli di passi riecheggiò attraversò nell'alto androne, la cui volta era affrescata con mille sfumature vermiglie: angeli e demoni si davano guerra in un intricato labirinto di vivide rose ed acuminate spine. Le scale, dai gradini larghi e bassi, erano coperte da un soffice tappeto scarlatto che assorbiva completamente il passaggio della ragazza e riportò il silenzio in quell'antico palazzo.
La ragazza aprì la porta, sempre in scuro legno lavorato, spingendola delicatamente con la mano. I cardini, null'altro che umili servi, non si opposero ai suoi desideri ed accompagnarono il suo gesto senza alcun fiato fino a che, oltrepassata la soglia, non la chiuse dietro di sé.
Dalia si ritrovò in un piccolo ingresso alquanto spoglio. Alla sua destra un attaccapanni dalle forme ricercate ed elaborate. Alla sua sinistra un piccolo mobile portaoggetti di mogano, sovrastato da uno specchio dalla cornice ottocentesca d'ottone (o forse oro?) da cui emergevano creature fantastiche e mitologiche.
Sfilata la borsetta dalla spalla, l'appoggiò delicatamente sul piccolo mobile. Un attimo dopo si tolse il cardigan che finì appeso all'attaccapanni. Fece due passi, portandosi davanti allo specchio ed osservò il proprio riflesso. Si trovò bella. Sorrise.
Si piegò sulle ginocchia e slacciò le cerniere degli stivaletti. Prima uno, poi l'altro, li tolse e li pose con garbo sotto al mobiletto, accanto ad uno dei piedini. Un movimento semplice per sfilare la gonna, ripiegarla con cura ed appoggiarla sul mobile. Un solo istante per liberare la propria intimità dal perizoma rosso. Infine, con gesti misurati slacciò ogni singolo bottone della camicia, ma senza privarsene. Non rinunciò nemmeno alle autoreggenti.
Era pronta.
Di fronte a sé tre porte. Destra, dritto, sinistra. Era certa di sapere quale fosse quella giusta ma ora, al momento della scelta, esitò. Aveva perso quell'effimera sicurezza che le era appartenuta. Le osservò una per una, nella speranza di riconoscere un indizio che l'aiutasse a compiere la propria scelta. Tutte e tre identiche: bianche, con la maniglia dorata, tre rombi al centro, due rossi accostati su di un lato ad un altro nero.
Infine la porta centrale si chiuse alle spalle di Dalia.

Mille infinite candele illuminavano la stanza come luminose stelle in un cielo privo di luna. Oscurità e luce si rincorrevano in ogni angolo della stanza senza raggiungersi mai. Dove finiva l'una iniziava l'altra, complici, in una danza antica come la Terra stessa. Un letto ottocentesco, ampio e imponente, occupava la parte opposta della stanza, avvolto in stole di seta dalle incalcolabili sfumature rosse.
Per ogni fiamma che illuminava le tenebre una rosa riscaldava l'anima: un fine tappeto di delicati petali rossi ricopriva il pavimento come il peccaminoso abbraccio di un segreto amante. La fragranza dei fiori permeava l'aria quasi fossero fatte per completarsi l'un l'altra.
Ad ogni passo, le caviglie di Dalia venivano avvolte da una sinuosa nube di petali. Le vorticavano attorno, quasi dotati di vita propria, come a darle il benvenuto in quella singolare dimora, per poi adagiarsi nuovamente al suolo, dopo il suo passaggio, senza aver dato origine al seppur minimo rumore. Regnava il più assoluto silenzio.
Petali di rose scorrevano sulle sue gambe, esplorandone le curve e i contorni, lasciando un'invisibile impronta sulla morbida pelle fasciata dalla calze scure. Salivano dai piedi delicati, circondavano le fini caviglie, avvolgevano i morbidi polpacci, scivolavano attorno al sensuale incavo delle ginocchia ed infine coprivano le cosce tornite, con un tocco così delicato come solo quel fiore può avere.
Ogni volta che un petalo accarezzava la pelle sensibile dietro il ginocchio, quasi conoscessero questo segreto del suo corpo, ondate di piacere, incoronate da picchi di lussuria, si infrangevano sulle più intime corde della fanciulla dai capelli fulvi. Un piacere a cui Dalia non poteva e non voleva restare indifferente. E come un fiore baciato dal sole, il suo corpo reagì.
Nato dalla sua intimità pulsante, il piacere si diffuse nel suo corpo dando vita a brividi che le attraversavano la pelle, fino a strapparle un accenno di sorriso e a risvegliare i suoi capezzoli che, turgidi, davano mostra di sé attraverso il tessuto della camicia aperta.
Così come erano venuti, i petali scivolarono nuovamente al suolo, in un silenzio spezzato solo dal respiro della ragazza, ora così vicina al giacilio che, se avesse voluto, Dalia avrebbe potuto sfiorare le sete del letto.
Fu l'ora.
Chiuse lentamente gli occhi e riempì i polmoni del profumo dei fiori. La camicia cadde al suolo scostando i petali che, un istante più tardi, la ricoprirono facendola sparire.
Petali sul suo corpo. Questa volta, Dalia lo sapeva bene, era tutta la rosa ad accarezzarle la pelle. Rose su di lei, ovunque: sulle spalle, sul viso, lungo la schiena. Il tocco morbido dei petali lasciò spazio alla puntura delicata delle spine. Dalia sentì la sua pelle violata da migliaia di impalpabili aghi.
Rose che scendevano sulle braccia, che sfioravano le cosce, che si stringevano al ventre. Rose che si avvolgevano strette al suo corpo in un abbraccio di passione e sangue. Il dolore, temuto ma al tempo stesso desiderato, si mescolava al piacere, senza posa, provocando nella ragazza indefinibili gemiti e sospiri.
Le calze si lacerarono, come divorate dalle rose stesse, gelose che altri, non importa chi o cosa, potessero toccare quel corpo. Infinite striature rosse affiorarono sulla pelle della ragazza, come decorazioni barocche. Provò a contare le ferite sulla pelle. Una, dieci, cento, mille... Erano troppe! Le rose si arrampicavano senza sosta sul suo corpo, cullandolo con la sensualità dei loro petali e pungendolo con la perversione delle loro spine. Sulle caviglie, sulle ginocchia, sulle cosce... Ovunque.
Dalia sentì gli aghi sul ventre, lungo tutta la schiena e su, sulle spalle, sul collo, fin sulle guance. Il bruciore delle punture venne lenito dal tocco delicato dei petali in un rincorrersi emozionale mai sperimentato prima.
Dolore. Piacere.
Là dove le spine si fecero più penetranti e s'insinuarono sotto la pelle, affiorarono cristalline gocce cremisi. Ed i petali, come insaziabili amanti, le assorbivano, nutrendosi dell'essenza stessa di Dalia.
Piacere. Dolore.
Le rose si serrarono sulla sua carne, la stretta sempre più forte. Le spine incisero senza remore la pelle della ragazza ed i petali si adagiarono sulle ferite. Dalia, chiusa in quel perverso abbraccio, priva della forza e della volontà di liberarsi, fu vinta dal rincorrersi delle emozioni. La sua stessa essenza vibrò. Ogni singolo atomo del proprio corpo urlò di piacere e dolore mentre veniva gettato in un abisso di cremisi peccaminosa lussuria.
Dolore. Piacere.
Le gambe di Dalia furono ben presto coperte di rose. La pelle, così morbida e delicata, scomparve sotto i rampicanti. Sentì gli aghi morderle la carne senza posa. Mille spine implacabili si conficcarono nel ventre e nella schiena. Le poteva sentire, una dopo l'altra, mentre si facevano largo nei muscoli, tra le vertebre, tra le costole, penetrando nel suo corpo dandole una sensazione di completezza che mai nessuno, prima di allora, era riuscito a donarle. Ruvidi aghi penetrarono nelle spalle, nelle braccia, nel collo, infiammando i suoi nervi per il dolore, ma al tempo stesso illuminando la sua anima per il piacere. Come amanti virtuosi penetrarono la pelle dei suoi seni e dei polpastrelli. Con una punta di acuminato dolore percepì i capezzoli penetrati da una spina ciascuno. Mille lacrime rosse sgorgarono dal corpo di Dalia in un vortice di passione, dolore e lussuria.
Piacere. Dolore.
Senza concederle fiato, le rose si chiusero su di lei, laddove il suo corpo era infinite volte più sensibile e la strinsero in un abbraccio amaranto. Le spine si conficcarono nella sua carne più dolce e Dalia sentì la propria intimità incendiarsi. Le spine si insinuarono tre le pieghe del suo sesso. Per quanto sapesse che sarebbe successo, nel momento stesso in cui quei fini aghi trafissero il più nevralgico centro del suo piacere carnale, il dolore le accecò i sensi mortali. Solo per donarle una nuova consapevolezza. Il piacere esplose in lei con una potenza tale che mai aveva sperimentato, che mai aveva neppure creduto possibile.
Avvolta in un calore senza eguali, Dalia si sentì perduta. Non vinta bensì vittoriosa, libera dai vincoli della carne, accolta tra quelle misteriche creature capaci di attendere eoni all'ombra dei tempi.

Sorse il sole. Timidi raggi s'insinuarono nelle crepe delle imposte delle antiche finestre a illuminare mille infinite candele spente. Mille infinite rose fiorite. Nulla più.
Un paio di stivaletti rossi e neri giacevano abbandonati sotto un piccolo mobiletto di legno.
Note finali:
Questo e altri racconti:
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