i racconti di Milu
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Camminavo lentamente per i corridoi dell’Università, tenendo stretta la tracolla della mia borsa, e con lo sguardo chino per terra.
Mi presento: mi chiamo Sara, ho 22 anni e frequento Ingegneria. Sono fidanzata con Marco da ormai sette anni, ed è stato l’unico uomo della mia vita. Non mi fa mancare niente, e credo di amarlo veramente. A detta di Marco e dei vari apprezzamenti che mi fanno in giro, non sono niente male: una quarta abbondante di seno, un po’ di pancetta e un culo che fa girare la maggior parte delle persone: alto e grosso. Anche io adoro quella parte del mio corpo, e non faccio altro che ammirarmela quando sono davanti ad uno specchio.
Proprio per accentuare il mio lato B oggi indosso un paio di leggins di pelle, che ovviamente nascondono poco il perizoma che porto sotto, quasi invisibile. Un reggiseno a balconcino che mette in mostra la parte superiore del mio seno, e una magliettina che copre a malapena l’ombelico. Credo che si vedano anche le labbra della mia passerina, dai leggins di pelle.
E’ un abbigliamento osé, e che non fa assolutamente per me, ma ho dovuto farlo per forza: il professor Masini mi ha bocciata all’esame di Analisi 1 per la terza volta, e questo proprio non posso accettarlo.
Ho parlato con Celeste, una mia collega che aveva fatto la mia stessa fine, ma mi ha detto di andare al ricevimento per parlare con lui. Un uomo alto, un po’ in carne e con la sudorazione facile.
Celeste quel giorno aveva messo una minigonna rasofica, e dopo il ricevimento mi aveva chiamata felice per dirmi che il professore aveva cambiato idea, facendole passare l’esame con un misero venti, ma andava bene. Anche a me, sarebbe andato bene qualsiasi voto. Dovevo passarlo, e basta.
Celeste era stata chiara: lui non l’aveva nemmeno sfiorata, e di conseguenza nemmeno lei. Nulla. Soltanto quell’abbigliamento che sicuramente l’aveva fatto drizzare a quel porco, ma nulla di più. E se per un venti ci voleva così poco, beh, ero ben disposta a farlo. Lontano dagli occhi di Marco, che in quel momento stava proprio lavorando.
Tiro un sospiro fuori la porta dell’Ufficio, guardando attentamente la targhetta di ferro fuori la porta: Dott. Masini.
Presi coraggio, e bussai. E di coraggio ce ne voleva tanto, visto l’abbigliamento con il quale mi ero presentata.
“Avanti!” La sua voce era potente, e la maggior parte a lezione mi metteva timore.
“Salve Professore.” Entrai cautamente, guardando quell’ufficio con al centro una grande scrivania di mogano, e il professore seduto sulla poltrona di pelle dall’altra parte.
“Richiuda la porta.” La chiusi, e voltandomi diede una bella vista del mio lato B. Mi voltai di nuovo, mentre lui stava appena leccando le labbra e mi indicò la sedia di fronte.
“Signorina Paolini Sara.” Esordì, prendendo delle carte davanti a lui. “E’ qui per discutere del suo esame.”
Non risposi, annuendo semplicemente.
“C’è da dire che ha sbagliato molte cose, signorina. Non riesco a spiegarmi il perché, però. Mi ricordo di lei a lezione, sempre presente. E’ la terza volta che ripete l’esame.”
“Professore i-”
“Shh.” Mi zittì con un gesto della mano, soffermando lo sguardo sullo scollo della mia maglietta.
Una t-shirt rossa strizzata fino alle mie tette.
Un rossetto rosso che incorniciava la mia bocca a cuoricino.
Quei leggins strizzati fino alla passerina.
Doveva per forza farmi passare quell’esame, mi ero dovuta addirittura cambiare in macchina per non farmi vedere da mio padre uscire così da casa.
“Poteva venire prima, Signorina. Richiedere il ricevimento prima dell’esame, per colmare le… lacune che ha avuto all’esame.” Deglutì, posando i fogli sulla scrivania e puntando lo sguardo sul mio. “Ma ora… il prossimo appello è per la sessione estiva. Mi dispiace, Signorina.”
“Non posso dare l’altro esame, senza aver passato questo. E non posso aspettare la sessione estiva. Non posso… rifarlo.” Scoppiò a ridere, ma una risata livida. Si umettò le labbra, e si alzò lentamente. Dopo pochi passi nella sua parte, si spostò dietro la mia poltrona.
“Signorina Paolini, parliamoci chiaro: non è possibile ridare l’esame di Analisi.” Posò piano le mani calde sulle mie spalle nude, facendole arrivare fino al collo. E poi di nuovo giù. E su. “Però, potrebbe senz’altro dare un altro tipo di esame. E se lo passa, vedrà che glieli farò passare entrambi.” La mia schiena si era drizzata, ma ero ammutolita.
Le parole di Celeste rimbombavano nella mia testa continuamente: non mi ha toccata. Solo qualche occhiatina, e sono andata via con quel venti.
Perché con me le occhiatine non bastavano?
Non potevo.
C’era Marco che mi aspettava, e non ero mai stato con un altro uomo se non con lui.
“Sarà semplice, signorina Paolini. Molto semplice.” Strinse forte le mie spalle, e girò la sedia con me sopra verso la sua direzione. Ora, ero a pochi centimetri dal suo pantalone elegante, notando effettivamente il rigonfiamento.
Iniziò da solo a slacciarsi la cintura, freneticamente.
No, Sara. Non puoi farlo.
“No, Professore!” Non feci in tempo ad alzarmi, che mi aveva fatta risedere con forza.
“Eh no, puttanella. Non puoi entrare nel mio ufficio vestita da troia, ed andartene così. Ora, fai quello che ti dico.” Il suo bacino si avvicinava sempre di più: ormai ero placcata tra lui e la scrivania dietro la mia sedia.
“Succhiamelo.” Si tirò giù i boxer, ed io allargai gli occhi.
Quello che mi si presentava davanti era il cazzo più grande che io avessi mai visto, il doppio di quello di Marco.
Lungo, ciotto e venoso. Rimasi a fissarlo per un po’, ammaliata.
“Ti piace, eh?” Me lo sbatté senza premure su una guancia, per poi tirare i capelli dalla cute e portando la bocca verso il suo cazzo. “Apri quella bella bocca da pompinara che ti ritrovi, tesoro.” Impallidii per quel linguaggio sporco, che nessuno mai aveva usato con me. Come in trance tirai fuori la lingua, leccando delicatamente l’asta. Aveva un sapore acre, di uomo. Diedi un’altra leccata veloce, aspirando quel profumo.
“No, troietta. Me lo devi succhiare. Apri la bocca.” E la aprii senza emettere un suono, mentre con entrambe le mani mi aveva chiuso i capelli in una coda di cavallo, e dettava lui i movimenti. “Ora ti faccio vedere cosa significa scopare con la bocca.” Spinse il mio viso fino a giù, e mi sentii soffocare. Non avevo mai succhiato Marco in quel modo, e mai lui mi aveva obbligato a farlo come faceva il professore in quel momento. Tirava i miei capelli su e giù con forza, e poi mi lasciava con tutto il suo cazzo in bocca per secondi, senza permettermi di tirarmi su.
“Oh, Dio. Oh, Dio. Sei una puttanella.” Ripeteva in continuazione, mentre sentivo tutta la bocca indolenzirsi. Eppure… sentivo anche le mie gambe bollenti e appiccicose, perché mi piaceva. Mi piaceva essere trattata così, succhiare quel cazzo fino a non averne più la forza.
“Adesso, continui da sola.” Tolse le mani dai miei capelli, e io mi tirai più avanti con il culo sulla punta della sedia: iniziai ad aiutarmi con la mia mano, continuando a succhiarli il cazzo come mai avevo fatto in vita mia: partendo dal glande e arrivando fino a giù, e poi risalendo su. Succhiavo veloce e poi lentamente, portando dietro a me ogni tipo di suono che poteva uscire dalla mia bocca: risucchiavo, e poi scendevo giù. Continuai con ardore finché non tolse dalla maglietta entrambe le mie tette, e le inizio a strizzare forte.
Mai nessuno l’aveva fatto, e questo mi mandò fuori di testa ancora di più. Allargai le gambe sulla poltrona, e con la mano libera iniziai a toccarmi da sopra i leggins di pelle. Sentivo di essere bollente anche da lì sopra.
“Lo sapevo che eri una zoccola.” Disse tra i sospiri il professore, tirandomi un capezzolo e poi schiaffeggiandolo. “Una puttanella fantastica. Ah… vengo, vengo… ingoia tutto… tutto” continuai a succhiare, e quando il primo schizzo di sperma arrivò sulle mie labbra aprii la bocca e presi tutto, mentre lui mi teneva ferma la faccia.
“Apri. Fammi vedere.” La aprii, mantenendo dentro tutto lo sperma. I miei occhi maliziosi risero, mentre richiusi la bocca e ingoiai lentamente, per poi riaprila vuota.
“Una puttana come te era solo da scoprire. A pecora, girati.” Appena mi alzai spostò con una manata la poltrona, prendendomi per la nuca e buttandomi a novanta su tutte le scartoffie che erano sopra la scrivania. Toccò lentamente il mio culo da sopra i leggins, fermandosi sullo spacco che non nascondeva nulla.
“Oh, Dio.”
“Dimmelo.” Continuò a toccare, e poi mi rifilò uno schiaffo a mano aperte. Sobbalzai sorpresa, ma il fiume nelle mie gambe non ne voleva sapere di fermarsi.
“AH!”
“Dimmi cosa vuoi.”
“Spoglia- AH!” Un altro ceffone, seguito da una carezza tra le mie labbra.
“Cosa?”
“Cazzo! Cazzo! Voglio quel cazzo! Mettimelo dentro!” Rise, una risata compiaciuta e già pronta, mentre fece scendere i leggins di pelle fino alle ginocchia.
Immaginai la scena che gli si presentava davanti: un culo enorme e aperto, coperto da un misero perizoma ormai fradicio.
“Hai un culo che è un burro” Lo accarezzò con entrambe le mani, e poi lo strinse forte e mi sculacciò nuovamente. “Te lo rompo, bambolina.”
“No! No! Sono ancora vergine, lì!”
“Zitta.” Mise due dita sul mio clitoride, facendomi sobbalzare.
“Ah! Sì!”
“Così?” Muoveva la mano sulla mia fica freneticamente, e io mi morsi le labbra fino a farle sanguinare.
“Sì, ancora! Di più!” Sfregò mi forte, portandomi presto al limite. Stavo per venire, quando tolse completamente la mano da sopra il perizoma.
“NO!”
“Shh.” Si sedette sulla poltrona, voltando verso di lui. Ora, i ruoli erano invertiti: la mia fica era proprio davanti alla sua faccia.
“Sei completamente depilata. E fradicia.” Sentivo il suo respiro caldo sul monte di venere.” Si avvicinò, lappando lentamente da sopra il perizoma. Io chiusi gli occhi, estasiata.
Marco non me la leccava mai.
Mi fece sedere sulla scrivania, tenendomi le cosce aperte con entrambe le mani. Scostò il perizoma, e alla prima leccata strizzai gli occhi forte.
“Oh, Dio!” Continuò, passando dalla grandi alle piccole labbra. Mise due dita dentro di me, muovendole velocemente.
“Dai, ancora! Ancora!”
“Dì che sei la mia puttana!”
“Sono la tua puttana! La tua cagna, la tua schiava. Ancora! Ahhh.” Continuava senza fermarsi, e alle dita si era aggiunta la lingua sul clitoride.
“Sto per veni-” ma non feci in tempo a finire la frase, che si staccò di colpo. L’ondata di freddo e insoddisfazione che sentivo era inspiegabile.
Volevo venire.
Volevo quella lingua sulla mia fica, fino a svenire.
“Impalati.” A braccia aperte sulla poltrona mi aspettava, con il cazzo in tiro solo per me. Non ci pensai due volte, e mi ci sedetti sopra.
Quel senso di riempimento non l’avevo mai provato, quell’eccitazione mista ad una troiaggine mai avuta.
“Cavalcami.” Cominciai dapprima lentamente, ma quando prese a leccarmi i capezzoli e morderli, iniziai una cavalcata veloce e affannata.
“Sara Paolini. La troietta di Analisi.” Disse, strizzando i miei fianchi. “Sei una vera troia.”
“Sì.” Lamentavo parole sconnesse, senza capire più niente.
“Vuoi venire?”
“La prego, Professore. La prego.” Mise una mano sul mio clitoride, muovendola lentamente.
Pensavo di impazzire.
“La prego. Di più.”
“Di più, eh?” Inizio velocemente, e al mio primo lamento la tolse e si fermò.
Sudata, con il rossetto sbaffato e il cazzo che pompava dentro di me, si fermò di nuovo.
“Perché?” Avevo le lacrime agli occhi, e non ne potevo più.
“Vuoi venire?”
“La prego, prof.” Dissi suadentemente, avvicinandomi al suo viso e leccandogli la bocca. Iniziai a muovermi lentamente, ma le sue mani sui fianchi mi tenevano ferma. Il suo cazzo pulsava dentro di me.
“Vuoi venire?” Ripeté di nuovo, e io annuii soltanto. “Pregami.”
“La prego, prof. Farò qualsiasi cosa. La prego.”
“Ancora.”
“La prego. Tutto. Le succhierò il cazzo sempre. Risponderò ad ogni sua chiamata. Sarò la sua schiavetta. La prego, prof. Sono sua. La sua troia.”
“Alzati e succhiamelo.” Sospirai, al solo pensiero di togliermi quell’asta dalla fica senza aver goduto. Ma lo feci. Mi prostai ai suoi piedi, e iniziai a succhiare quel cazzo con ardore, leccando via anche tutti i miei umori.
Sentivo colare sulle cosce i miei liquidi, che sembravano una cascata in piena.
“Fammi venire. E poi, ci sarà una bella sorpresa per te, puttanella.” Ma non mi interessava. Avrei fatto qualsiasi cosa, pur di godere di quel cazzo di nuovo.
Iniziai a succhiarlo velocemente, infilandomelo tutto in fino alla gola. Sopportai i conati di vomito, e risucchiai fino alla radice.
Mi eccitava, e mi piaceva.
Ero una cagna. La sua cagna.
Il professore strinse forte la mia testa, riversandomi il fiume di sperma dritto in gola.
“Bevi tutto. Aaaah. Nemme..no una go…ccia. Aaah.” E lo feci. Mandai tutto giù, senza lasciare una goccia fuori.
Una volta staccata continuai a ripulire l’asta con la lingua, come assuefatta. Ne volevo ancora, e ancora e ancora.
Mi staccò lui, mettendomi un dito sotto al meno e alzandomi il viso.
Avevo il trucco nero colato, e il rossetto sbaffato su tutto il viso.
“Brava bambina.” Disse, come se stesse parlando come una ragazzina di cinque anni. “Adesso, ecco la tua ricompensa.”
Indicò la porta dell’ufficio, che si aprì lentamente. Io sobbalzai, pronta a coprirmi con entrambe le mani, ma il professore non me lo permise.
Entrò una ragazza dai lunghi capelli neri, totalmente nuda. Aveva le mani legate da una corda dietro la schiena, e la testa bassa.
Il professore si alzò, e mi fece prendere il suo posto sulla poltrona. Mi guidò, mi fece aprire le gambe sporche e bagnate, mentre come un automa la ragazza si avvicinava e si inginocchiava davanti alla mia fica. Senza dire una parole.
Il professore Masini da dietro mi carezzava le tette, stringendole di tanto in tanto. Mentre lì davanti, una ragazza era pronta a leccarmi la fica per la prima volta nella mia vita.
Ecco Celeste.
Note finali:
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