i racconti di Milu
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Ho ucciso mio marito, e adesso nel carcere dove sono rinchiusa ho tanto tempo per riflettere e pensare. Per ricordare. Perché ho ucciso mio marito? È una storia lunga, che merita di essere raccontata a parte.
Quelle che ho voglia di raccontare qui sono invece alcune vicende capitatemi, episodi della mia vita di ragazza, di donna, di femmina.
Non sono mai stata una santa. Sin da ragazzina ho compreso il potere che il mio corpo aveva sugli uomini. Il mio corpo si è sviluppato in fretta, a tredici anni ero già formata, e la mia testa era poco meno matura del mio corpo. Ma le storie della mia adolescenza turbolenta le racconterò un'altra volta.
Oggi mi piace ricordare un episodio di quando avevo vent'anni. A quell'epoca studiavo a Roma, con grandi sforzi economici i miei genitori mi avevano dato qualche soldo per poter avere un po' di indipendenza. Al resto pensavo io facendo lavoretti, lavorando come cameriera, o babysitter.
Fu proprio quest'ultimo impiego a mettermi in contatto con la famiglia Cannone. Una mia compagna di università mi aveva passato il nominativo, perché per lei la zona di Roma dove abitavano i Cannone era troppo lontana. Mi presentai io, con le referenze date dalla mia amica. Ad aprirmi venne la moglie, Michela, una bella donna alta e magra, molto elegante. Aveva poco più di quarant'anni. Quella sera conobbi soltanto lei, il marito l'avrebbe raggiunta direttamente a cena, dove erano diretti. Il bambino cui dovevo badare si chiamava Pietro, aveva tre anni, era incantevole. I due avevano anche un altro figlio, Giacomo, mio coetaneo, che studiava a Milano. Anche su di lui avrò cose da raccontare...
La sera tornarono verso le undici, avevo già messo a letto Pietro e stavo guardando la televisione. Fu allora che conobbi Rosario Cannone, il padre di famiglia. Il suo sguardo magnetico e severo mi colpì subito. Mi strinse la mano con fare deciso, ma senza perdere eleganza. Era un uomo di successo, abituato a farsi rispettare e a prendere decisioni. Ci sono persone che quando entrano in una stanza passano inosservate. Altre no. Inutile aggiungere Rosario a quale tipo apparteneva.
Mentre la moglie si recava nella stanza del bambino, lui mi squadrò in maniera impertinente, come stesse scegliendo della verdura al mercato. O il taglio di carne giusta dal macellaio.
A quei tempi ero abbastanza formosa, diciamo anche con qualche chilo di troppo. Questo aveva portato la mia quarta di seno a rasentare una quinta. E il mio culo prominente ad essere ancora più appetitoso per gli uomini. Vestivo con delle gonne poco sopra il ginocchio, e mi piaceva indossare camicie. Un vezzo, che agli occhi dei maschi doveva apparire provocante, me ne accorgevo. Il mio fidanzato dell'epoca mi diceva che sembravo una segretaria porca, e devo ammettere che quando mi specchiavo, indossando a volte gli occhiali nonostante non ne avessi bisogno, dovevo dargli ragione. Anche quella sera li avevo con me, gli occhiali. Li indossai prima di congedarmi ed uscire. Rosario colse subito quel cambiamento, e mi si avvicinò.
-Perché li metti?
La domanda brusca mi mise in imbarazzo. Tutto di quell'uomo mi metteva soggezione. Anche il suo odore.
-Mi piacciono.
Risposi timidamente.
Lui fece un sorriso leggero, quasi svogliato. Come avesse risposto al capriccio di una bambina.
Andò in cucina e non mi salutò nemmeno, sulla porta. Rimasi a prendere i soldi da Michela, e me ne andai.
La settimana dopo arrivai alla casa e trovai soltanto Rosario. Mi salutò andando verso il bagno.
-Stasera torneremo un po' più tardi.
Il bambino giocava con delle macchinine, lo salutai e mi diressi verso il soggiorno. Cercai Rosario e lo trovai in camera. Volevo chiedergli per che ora sarebbero tornati. Avrei chiesto al mio fidanzato di venirmi a prendere in motorino.
Lui si stava preparando, aveva una maglietta di cotone con scollo a v, potevo ammirare la sua corporatura tonica, non esageratamente sportiva, ma solida, virile. Si dovette accorgere del mio sguardo riflesso nello specchio. Si girò. Aveva i pantaloni sbottonati, la cintura allentata. Abbassai inconsciamente lo sguardo sulla sua patta. Era un bel pacco, a quei tempi ne avevo saggiati già diversi e il mio occhio era diventato esperto. Riportai gli occhi sopra, ma troppo tardi. Sul viso di Rosario era già dipinto quello sguardo sornione che avrei imparato a conoscere.
-Questa sera non hai gli occhiali.
-Li ho in borsa.
-Però ci vedi benissimo, eh.
Quella frase sboccata e allusiva mi stupì. Non sapevo cosa rispondere. Non ci mise molto a decidere lui per me.
-Ti pago adesso, così stanotte non perdiamo tempo.
Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un mazzetto di banconote. Mi diede cento euro. Era molto di più di quello che avrei dovuto percepire per le quattro ore pattuite.
-Non ho il resto.
-Non lo voglio. Il resto te lo guadagni.
Senza altro aggiungere mi indicò il pavimento. Non riuscii a fare altro che esitare pochi secondi e poi inginocchiarmi.
-Apri la camicia, voglio vedere quelle tette.
Lo feci, sbottonando tre bottoni e aprendo il tessuto.
-Tirale fuori dal reggiseno.
Lo feci. Prima una tetta e poi l'altra. Ora le mie mammelle gonfie pendevano dal reggiseno, i capezzoli mi si erano intostati, vuoi per l'imbarazzo, vuoi per l'eccitazione che quella situazione di dominio stava dandomi. Era tutto surreale, non mi era mai successa una cosa simile.
Dalla porta filtrava la voce del bambino che giocava. Rosario andò a chiudere la porta, diede un giro di chiave silenziosamente.
Io rimasi ferma, ubbidiente.
Lui mi arrivò alle spalle, mi carezzava i capelli.
-Brava.
Ero una cagna ubbidiente, capii questo.
Mi soppesò le tette, giocando con i capezzoli. Mi eccitavo e bagnavo sempre di più. Respiravo profondamente. Lui scese con le mani e mi alzò la gonna, scoprendomi il culo. Mi spinse in avanti, in modo da sporgermi ancora. La posizione doveva piacergli, perché tirò fuori il cazzo e iniziò a toccarselo. Era un cazzo grosso, largo, ricco di vene guizzanti. Lo avrei preso subito in bocca, me lo sarei messa dappertutto. Ma era lui a dover decidere.
Non mi diede il cazzo. Continuò a toccarmi ovunque, gli piaceva molto guardarmi da dietro, mi carezzava il culo e mi pastrugnava le tette. Andò avanti così per qualche minuto, ero impaziente. Aspettavo i suoi tocchi e i suoi movimenti, ma avrei voluto avere di più. Non mi accontentò.
A un certo punto si spostò di fronte a me, il suo cazzone davanti al mio viso.
-Apri la bocca, devo svuotarmi.
Aprii più che potevo la bocca, e sporsi la lingua in fuori.
Lui mi ci versò sopra un bel po' di sborra. Qualche schizzo mi lambì le labbra. Ma riuscì a non sporcarmi i vestiti, e nemmeno il viso. Ingoiai la sua sborra e leccai quella che mi era rimasta sulle labbra. Lui si ricompose in fretta, indossando una camicia.
Mi regalò uno sguardo e un “brava, per oggi va bene così”. Riaprì la porta, diede un bacio al figlio e uscì di casa. Dovetti masturbarmi subito, in bagno, non ce la facevo più e non potevo rimanere tutta la sera con la figa fradicia. Il mio fidanzato mi venne a prendere all'una, lungo il tragitto gli misi una mano sul cazzo, e finimmo per scopare in un vicolo, sopra il cofano di un'auto. Mi sfogai un po', ma la testa andava a Rosario, a quello che mi avrebbe potuto fare.
Non ci misi molto a scoprirlo. Due giorni dopo venni chiamata. Sua moglie era andata a trovare il figlio a Milano. Sarebbe rimasta a dormire fuori. Rosario mi disse che aveva bisogno di me per solo un paio d'ore. Tenni Pietro dalle otto alle dieci. Quando Rosario rientrò, il bimbo dormiva e io ero sul divano. Mi alzai e rimasi ferma in mezzo al salotto. In attesa. Nel frattempo mi ero messa gli occhiali. Lui lo notò.
-Hai fatto bene.
Mi girò attorno. Tirò fuori dalla tasca cento euro e me li infilò nel taschino della camicia. Poi iniziò a togliermela. Mi tolse il reggiseno. Mi spogliò tutta senza mai toccarmi davvero. Ora ero nuda, ad eccezione delle scarpe e delle mutande. Mi portò di nuovo sul divano, mi piegò a novanta e prese ad adorare il mio culo. Doveva piacergli molto. Mi abbassò le mutande e prese a baciarmi voluttuosamente. Spinse poi le sue labbra sul buco del culo, mi sfiroava la figa. Ero bagnata e vogliosa. Sospiravo senza fare troppo rumore, ma godevo tanto.
Lui leccava bene, aveva una lingua grossa, come il suo cazzo. Pensai che si somigliava la loro forma. Mi schiacciò la testa nei cuscini, e prese a leccarmi con più forza. Una mano arrivò dritta alla figa, mi masturbava e leccava. Venni in fretta, urlando nei cuscini. Non mi fece spostare, e nemmeno rifiatare. Sentii il suo cazzo dopo pochi secondi invadermi la figa. Una sensazione immensa e totale. Non aspettavo altro. Sbuffai di goduria. Lui prese a montarmi con vigore e sapienza. Mi squassava, sfruttando la solidità del divano. Mi si agganciò alle mammelle e ci accoppiammo così, come cani. Lui appeso a me, io cagna sottomessa e famelica.
Gli chiesi di venirmi dentro, gli dissi che prendevo la pillola.
Non rispose, come se quel mio permesso non fosse stato richiesto. Come se avesse deciso comunque di svuotarsi dentro di me. Lo fece, anche lui era pieno. E io venni insieme a lui. Rimase parecchi secondi con il cazzo che eruttava e pulsava. Rimase fino a sentirlo ammorbidirsi. Si ritirò lentamente, lasciandomi le tette, su cui c'erano i segni delle sue mani. Mi accorsi che le spalle mi dolevano. Mi aveva morso, durante l'amplesso. Ma non ci avevo fatto caso.
Camminò fino alla cucina, bevve dell'acqua e tornò in salotto. Io mi stavo ricomponendo.
Stavo rimettendomi le mutande.
-Chi ti ha detto di vestirti?
Mi fermai. Chiesi scusa.
Si sedette sul divano, il cazzo moscio ma pesante.
-Cammina un po', voglio guardarti. Poi vieni qui, fammelo tornare duro e succhia.
Così feci, mi muovevo per la stanza facendo finta di raccogliere e ordinare alcune cose. Capii che la cosa lo eccitava. Era un gioco. Perverso, ma un gioco.
Poi tornai da lui, scesi in ginocchio e gli leccai le palle, sfioravo il perineo, gli impugnavo il cazzo e lo leccavo per tutta la sua lunghezza. Tornò duro in fretta, si gonfiava. Lo leccai con impegno, succhiai. Ogni tanto lui mi toccava i capelli, o le orecchie. Mi guidava.
Poi venne, senza avvertirmi e senza quasi scomporsi. Altra sborra, ne aveva ancora molta. Lo arrapavo, quello era il motivo.
Mi fece sedere di fianco a lui. Raccolse la mia borsa e mi porse il telefono.
-Chiama il tuo fidanzato, digli che stasera dormi da una tua amica.
Io presi il telefono, lui si mise un mio capezzolo in bocca e con la mano mi masturbava piano. Capii che non avrebbe smesso durante la telefonata. Capii che voleva così.
Mentre armeggiavo con il telefono mi sussurrò, mentre continuava a toccarmi, che quella sera mi avrebbe inculato. Che si era svuotato per bene per durare tanto, perché voleva incularmi a lungo.
Mentre mi diceva questo io venni, l'orgasmo più veloce che avessi mai provato. Il mio ragazzo rispose ma io non riuscii a parlare. Mi chiamava, ma stavo riprendendomi. Parlai dopo alcuni secondi, come un automa, e rimisi giù in fretta, senza forse nemmeno aspettare la sua risposta o il suo saluto. Non mi importava. Rosario aveva il cazzo ancora duro, era una bestia. Era un diavolo.
-Vieni di là, voglio incularti sul tavolo della cucina.
Camminai nella direzione che mi era stata indicata. Il suo sguardo accompagnava il mio incedere. Erano le uniche carezze che mi spettavano, e mi piaceva così.
Mi sentivo i suoi occhi addosso. Mi impegnavo per piacergli.
-Mettiti in ginocchio sulla sedia e appoggiati al tavolo.
Lo feci, il culo rivolto verso di lui. Aspettavo, lo aspettavo. Respiravo piano, in attesa del mio supplizio. La sedia e il tavolo come un luogo di sacrificio. Lui stava per onorare il mio culo e io pregavo.
Note finali:
viktorburchia@gmail.com