i racconti di Milu
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Lui la guardava, le parlava con la voce calda, cordiale e invitante, le teneva la mano scivolando l’indice sul dorso della sua, lei di rimando lo squadrava in modo estasiato, a volte i suoi occhi si socchiudevano esprimendo e simboleggiando interamente il sottile piacere che si prova quando si sta vivendo un sogno. Quello là era il mio assillo, il mio incubo perenne, dato che io rimanevo lì in silenzio nel tavolino in fondo alla saletta di quel tranquillo ristorante turco, nascosta dietro il profumo d’un bicchiere di vino, dal momento che i miei occhi si chiudevano assieme a quelli di lei, frugando, cercando di raccattare lo stesso piacere, lo stesso sogno. Io vivevo la collera e l’indignazione di vederlo ancora una volta con quella donna, io ero sottomessa da un tenue torpore provocato da quella tenera visione. Come avrei voluto essere al suo posto, come avrei voluto che guardasse me, sentire la sua mano sulla mia, ascoltare le sue parole, dato che erano due mesi che lo assillavo in ogni luogo e nei momenti liberi, però stava sempre lì con quella. Ecco, in questo momento si sono alzati, mi passano vicini, io mi nascondo dietro il bicchiere, escono dal locale, mentre io rimango lì aggrappata e pietrificata a quel vetro che svuoto golosamente.

Io l’incontrai casualmente tempo addietro in un locale che vendeva mobili d’antiquariato, parlava con decisione ed esprimeva benissimo ciò che voleva far capire, riuscii a sapere dove abitava e dove abita tutt’ora, poiché lo tenni costantemente d’occhio, aspettando a tal punto un momento favorevole per vincere la mia timidezza e tentare un altro incontro, in seguito scoprii che aveva una donna ed era ben visibile quanto si volevano bene. Da quel giorno, non sono più riuscita a cacciarlo dalla mente neanche per un solo istante, perché è come se mi fossi innamorata perdutamente, come se m’avesse rapito e stregato trafiggendomi il buonsenso, eppure talvolta si sa che al cuore non si comanda. Ho trascorso le sere sotto la loro camera ad aspettare che se ne andasse, che ritornasse a casa, che sfuggisse alle braccia di lei, poi esausta me ne tornavo a casa avvilita, delusa e per di più sfibrata. Può l’amore rendere bietolona, mammalucca e sciocca una donna? Certamente sì. Io sto trascurando i miei interessi, il mio lavoro, la mia vita, per quanto so d’essere stupida, eppure non riesco ad allontanarne il pensiero, giacché è troppo forte, viceversa io sono troppo debole, se soltanto non ci fosse lei ripeto costantemente verso me stessa. Tre giorni dopo la serata al ristorante mi trovavo in ufficio e nel tempo in cui sbrigavo le mie pratiche il direttore mi manda a chiamare, perché come segretaria addetta del personale del direttore mi spetta essere sempre disponibile e lasciare tutto quello che ho da fare, per andare da lui e farlo sentire capo, in fondo lui mi paga bene e il lavoro non è noioso. Talvolta mi chiede di portargli la pratica d’una nuova ditta che si sta affermando nel settore ottico, un nuovo cliente, in quanto il titolare è qui per i dettagli di un’ordinazione. Il superiore ci tiene a far vedere che nella sua azienda vi sono belle donne, lui che quando può si reca in Brasile o in Indonesia per sfogare le sue repressioni accumulata, poi appena può ne approfitta per mostrare le sue donne, quindi in ufficio siamo tutte sempre tirate anche quando ci capita d’essere in giornata no, poiché dobbiamo essere sempre impeccabili. In quel frangente aprii la porta dello studio molto chiaro per via della grande finestra alle spalle della scrivania, il direttore e il cliente erano seduti l’uno di fronte all’altro, m’avvicinai alla scrivania e appoggiai il prospetto dell’ordine su di essa, con spontanea naturalezza lo aprii, poi come un copione già visto mi spostai sulla sinistra e guardando il capo attesi che mi presentasse:

“Questa è Maddalena, la mia assistente. Tenga presente di qualsiasi cosa avesse bisogno lo chieda pure a lei, perché qua dentro è la migliore”.

A quel punto, con un sorriso mi voltai verso il signore per la stretta di mano di rito, la mia mente sennonché vacillò, avevo la voce tremolante, a un tratto non sapevo che cosa dovevo o potevo fare, lui mi salutò con la sua calorosa voce che udii spesso di nascosto da dietro il telefono, quando lo chiamavo e poi non rispondevo. In quell’istante mi sentii svenire e per togliermi dall’imbarazzo feci finta d’avere un attacco di tosse e corsi in bagno scusandomi con un gesto della mano. Suppongo che il direttore non abbia ben accolto il gesto, però l’unica cosa che m’impediva di crollare era la fuga, in tal modo mi sedetti nel bagno, mi lavai il viso, perché non potevo continuare così, alla fine mi calmai un poco e dopo essermi rifatta il trucco ritornai da loro. Non so come ho fatto a stare mezz’ora in quell’ufficio senza rischiare di saltargli addosso, a dire il vero non sono riuscita a capire bene quegli apprezzamenti che lui faceva nei miei confronti, spinto dalla millanteria e dalla spavalderia del boss, che neanche tanto di nascosto aizzava il poveretto di turno nel guardare le curve della sua assistente, ogni qual volta che io m’alzavo e prendevo un fascicolo nello scaffale.

A casa ci sono arrivata svigorita con la testa pesante, con il cuore impazzito e la pelle arricciata, perché la prima cosa che mi è venuta in mente di fare è stata quella di lasciarmi andare a quel pensiero che mi tormentava e sdraiata nel letto mi sono accarezzata per interminabili minuti, fin quando la pelle non ritornò morbida e la mente finalmente priva di forze. Il mattino seguente mi sono svegliata con un pensiero fisso in testa, il solito, però più forte, dato che in quel pensiero c’era anche lei, quella donna che riempiva le sue serate, perché penso che a volte per poter raggiungere un obiettivo si è in grado di compiere qualsiasi cosa, soffrire, tradire e anche uccidere. Se lei morisse, io avrei la strada libera, pensai, in fondo non è complicato, lei abita in periferia e utilizza sempre l’autobus per andare o per tornare a casa. Un incidente stradale, uno stupro o cose simili. Io m’accorgo a quel punto che la questione mi passa per la testa con decisione e con naturalezza, m’alzo, faccio la doccia e quel pensiero rimane lì, fisso e indelebile, tentare un sacrificio per raggiungere un uomo irresistibile. Guardo frattanto l’orologio appeso al muro, sono le dieci e quaranta, in quanto lei esce di casa di solito alle undici e utilizza l’autobus alla fermata di fronte a casa sua dall’altra parte della strada in una zona poco trafficata. Lei è puntuale, indossa una minigonna e un giubbotto rosso, chiude la porta di casa, poi s’avvicina al marciapiede, lo supera, la mia auto è in moto, la marcia è inserita, nessuno in vista e quando lei attraversa affondo il piede sull’acceleratore. In un attimo sono lì, davanti a lei che stravolge gli occhi e si blocca in mezzo alla carreggiata, io chiudo gli occhi, aspetto soltanto di udire il rumore sordo di lei sul cofano. Il piede destro, immediatamente e istintivamente frena, pigia il pedale più forte che può, la corsa termina in uno stridio di gomma bruciata, io apro gli occhi, lei è lì davanti a me che mi osserva, pure io la guardo. No, non esiste, non può valer la pena di compiere un’azione così per un uomo, non ci sarebbe più posto per l’amore, soltanto l’afflizione, il rimpianto e il rincrescimento. In quell’istante esco dall’autovettura, balbetto qualcosa, qualche scusa, lei s’accascia sul ciglio della strada con le gambe tremanti per lo spavento, io l’invito a salire in macchina, facciamo qualche chilometro prima che iniziamo a parlare, perché la paura è stata consistente:

“Non t’avevo vista attraversare, scusami ancora”. Lei acconsente, poi mi guarda e si mette a ridere:

“Pensa tu se dovevo morire oggi, dal momento che devo annunciare al mio uomo che sono incinta di tre mesi”.

Incinta di tre mesi? Io stavo per commettere il più grande errore e la più gigantesca malefatta della mia vita, per il fatto che non sarei mai riuscita a sopravvivere né a perdonarmelo. Parliamo pochissimo ed evito attentamente di dialogare di lui mentre l’accompagno in centro, in mente mi cadono addosso tutte le paure, i rancori e i risentimenti s’infrangono nell’intelletto, giacché non posso rubare il papà d’un figlio che ancora deve vedere la luce, non sarebbe giusto né opportuno, sarebbe un peccato mortale. E’ già un po’ che non rincorro il signor Jones, eppure la mente è ancora lì con lui, ma il corpo si dedica alla vita, al lavoro e alle serate in compagnia di qualche amica. Ogni volta che le pratiche della ditta mi capitano tra le mani ho un tuffo al cuore, tuttavia tengo duro cercando di resistere. E’ già estate e sulla spiaggia si sta volentieri al calore del sole, una nuova vita, una nuova ispirazione, con il vento caldo che spazza via i ricordi, perché ci si tuffa nella nuova acqua e mentre sono lì beatamente sdraiata una mano mi tocca la spalla:

“Maddalena” - io mi volto e c’è Giuliana con in mano il neonato, una piccola bimba di appena due mesi, bellissima, una delizia, mentre cerco di distinguere in lei i tratti del padre:

“Su vieni, che ti presento il mio uomo”.

A quelle parole il pensiero ritorna indietro di parecchi anni luce in quanto non avrei voluto, però non potevo rifiutarmi. Lui è seduto, è moro con i capelli lunghi, infine si volta:

“Piacere, sono Tiziano”.

Tutti i sensi d’ansia, di gioia, di liberazione, di sgomento e di stupore in quell’attimo s’accavallano a vicenda scompigliandomi, perché la caccia adesso può riprendere. Ciononostante se penso a quello che stavo per compiere mi vengono i brividi. L’indomani tento di rintracciarlo, ma nel suo ufficio non risponde nessuno, allora mi reco presso la sua dimora e trovo la vettura posteggiata lì davanti, mi tremano le gambe, m’avvicino al cancelletto e allungo la mano verso il campanello e suono. Prontamente s’affaccia una donna anziana, in quanto mi spiega che Tiziano è in Spagna per lavoro da tre mesi e non sa quando rientrerà. Io sono persa nei miei pensieri, mi sto distruggendo, poiché in ogni momento sento la sua voce, guardo i suoi occhi e non posso farne a meno. Decido sennonché di recarmi a Siviglia, ho il suo indirizzo e pure il suo telefono, devo farlo, altrimenti ne esco pazza, per poco lo sono. Per telefono non riesco a dirgli nulla, mi fingo una cliente e ci diamo appuntamento al Caffè del Museo, perché questo bellissimo bar è uno dei più antichi della città, molto famoso, per il fatto che gli interni originali dell’epoca lo rendono un luogo molto romantico e sembra di tornare indietro nel tempo. Io entro, lui è lì, appoggiato al bancone di un’antica fattura, il cameriere mi guarda poi si rivolge a Tiziano che si gira verso di me, il suo sguardo scivola sulla mia pelle, poi lui fissa i miei occhi, mi sento travolgere, però m’avvicino decisa:

“Maddalena?”.

Lui si ricorda di me, dato che quest’aspetto è già un segno positivo, credo. Senza permettergli di parlare io gli riverso addosso tutti i miei sentimenti, gli dico che lo amo che voglio essere la sua donna, che mi sono innamorata la prima volta che l’ho visto, che ho atteso questo momento per un anno e che non riesco più a passare una serata senza pensarlo. Mi scappano delle lacrime e lui con il suo fazzoletto le asciuga, mentre richiama il cameriere che nel frattempo si era fissato ad ascoltarmi sbalordito, dopo m’afferra per mano e mi fa sedere accanto a un piccolo tavolino, ordina due bicchieri di Sherry e mi stringe forte le mani, mentre mi lascio andare a un leggero singhiozzo:

“Perdonami, però non ce la facevo più a trattenermi, dovevo farlo, dovevo dirtelo”.

Lui incredulo, ma sicuro di se m’invita a bere, poi mi conduce verso l’ascensore che s’innalza sopra il centro di Siviglia, lassù passiamo parecchio tempo senza parlare, finalmente riesco a sentire il suo sguardo seducente su di me, perché tocca a lui la prossima mossa, mentre io attendo con ansia d’ascoltare la sua voce e le sue parole. Lui si è voltato verso la città sottostante e con risolutezza mi spiega che non potremo mai avere un rapporto profondo, perché mi dice che non c’è possibilità, dato che farei meglio a ritornare subito in Italia. Io mi sentivo offesa, di nuovo abbattuta e umiliata nell’intimo, non riuscivo però a comprendere, perché lui non spiegava null’altro. Non poteva rifiutarmi così, senza motivo apparente, dopo tutto quel tempo, perché io gli chiesi delle spiegazioni, però invano, in quanto i suoi modi determinati, netti e virili m’avevano nuovamente bloccato. Lui si voltò e scomparve senza dire altro, io rimasi lì di nuovo da sola senza indicazioni né spiegazioni. L’ascensore è molto alto, sotto di me appare un’intera città, sopra c’è il vuoto, poiché penso che sia arrivata l’ora di finirla, tuttavia il mio atteggiamento insospettisce prontamente un ragazzo, che m’agguanta per un braccio e mi chiede se mi sento bene.

In ufficio la solita abitudine, i quotidiani, i cataloghi, lo stesso computer, le identiche facce, trascorro quelle vuote giornate, eppure io non sono più la stessa, mi confido di frequente con Gianna la mia collega, che già sapeva delle mie angosce, in questo modo ci rifugiamo nel suo ufficio, la sezione per i rapporti con i clienti. Lei ha tutte le informazioni dei nostri clienti, agguanta la cartella della ditta, mi fa notare che da parecchi mesi non lavora più lì nella sua azienda, allora contatta una sua amica che lavora in quella succursale e riesce a ottenere dei particolari, però nulla di preciso, solamente che Tiziano ha dei problemi di salute, critici e gravi problemi, malgrado ciò lui m’abbia respinto in malo modo io non riesco a scacciarlo dalle mie notti. Io rintraccio nuovamente Giuliana, la sua ex amante, chiedo come sta, però è visibilmente abbattuta e triste, perché la sua bambina è in coma per mezzo dell’immunodeficienza virale, in parole semplice l’AIDS. Tiziano, suo marito l’ha trasmesso a lei e la piccola l’ha contratta dalla mamma quando ancora doveva venire alla luce. In quel terribile frangente il pensiero corre all’istante verso Carlo, perché se avesse contratto questa malattia la sua vita sarebbe diventata un inferno. Io gli telefono istintivamente, ma alla sua risposta non so più che cosa dire, se lui non lo sa ancora o non vorrebbe che io lo sapessi né quale sarebbe la sua istintiva reazione, chiudo la comunicazione, un minuto dopo il telefono squilla, è di nuovo lui:

“Maddalena, sei tu?”. Io rispondo di sì.

“Guarda, che sono di nuovo a Roma. Se ti fa piacere possiamo vederci, perché volevo scusarmi con te, per come t’ho trattato quel giorno”.

Tutti e due c’incontriamo a Piazza Venezia, quando arrivo lui è già lì, di nuovo vorrei corrergli addosso, abbracciarlo, però non è questo il momento adatto, alla fine passeggiamo per un poco, sia lui che io cerchiamo il momento conveniente e le parole da dirci:

“Mi spiace Maddalena, veramente”.

“Carlo, so tutto”.

Io gli rubo la parola spiegandogli tutto quello che so, perché se dev’esserci un rapporto tra due persone, amore o amicizia che sia, io credo nella lealtà e nella sincerità radicale, anche se a volte può essere cruda, inclemente e spiacevole, lui si ferma e mi guarda:

“Non è come credi, la faccenda è bizzarra. Giuliana è la mia sorellastra e quando ha scoperto d’essere sieropositiva ha chiesto il mio aiuto. Io però sono malato di cancro, dato che mi resta poco da vivere e lei l’ha capito, attualmente devo pensare anche a me, perché siamo spacciati entrambi”.

Io lo abbraccio, le mie lacrime cadono sulla sua giacca chiara rigandogliela.

“Io voglio stare vicina a te sino alla fine, ho atteso tanto e neanche l’AIDS m’avrebbe tenuto lontano da te. Vorrei soltanto, se tu lo desiderassi, che tu permetta di prendermi cura dell’uomo che amo”.

I suoi caldi abbracci nelle nostre notti d’amore sono durati unicamente tre mesi, dopo di che le sue ossa hanno iniziato a vacillare e a crollare. Nel periodo più brutto ci siamo ritrovati di nuovo, il suo amico medico mi promette di darmi agevolmente una mano per non farlo penare né soffrire ulteriormente, perché vederlo in quelle condizioni trafigge e squarcia irrimediabilmente la mia mente in maniera scioccante amareggiandomi e tormentandomi. Una sera l’ho salutato per l’ultima volta, prima che s’addormentasse per sempre lasciando quest’amaro e infausto mondo.

Alla cerimonia del funerale non ci sono né Giuliana né la sua piccola, morte qualche mese prima, solamente un piccolo corteo di amici. Indiscutibile e innegabile esprimere ed esternare che sono morta anch’io con lui e con la sua anima.

{Idraulico anno 1999}