i racconti di Milu
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E’ passato qualche tempo da quando ogni notte un sogno ricorrente mi teneva assediata bloccandomi nell’osservare il soffitto: le mani, i polsi, gli occhi bendati, visto che il buio e il desiderio inespresso per uno sconosciuto affollavano riempiendo il mio cervello in ogni momento, in cui il sonno lasciava margine e spazio al risveglio. Sono trascorsi diversi mesi da quando mi manifestava raccontandomi d’un incontro che faceva diventare più concreto e più corporeo il mio sogno, perché in fondo era anche il suo. Un sogno che nel tempo è rapidamente diventato una catena che mi tiene congiunta e legata proprio a quello sconosciuto.

Di frequente, invero, gli episodi succedono accidentali e inaspettati, poiché mai avrei immaginato in tal modo. L’incontro per caso in un luogo in parte potenziale, teorico, giacché distrattamente io gli rispondo negligentemente in mezzo a decine di ciao, precisamente in quel momento però mi sto annoiando a morte e lui mi sembra un po’ più inconsueto e strano degli altri. Lui mi parla argomentando d’angoli, di luoghi e d’ambienti che non conosco, di rapporti e di legami mai presi in considerazione né responsabilmente in esame: mi rivela di catene. Tutta la mia vita disinteressatamente, se realmente ci penso ancora, l’ho passata a incatenarmi vincolandomi lucidamente a qualche cosa, perché ne ho confusamente sempre avuto bisogno per accorgermi e per sentirmi piena, per non stare nel presente, a volte persino l’amore, a volte i ricordi, a volte il futuro e altre volte penosamente e tristemente addirittura il passato.

Sono per l’appunto catene inventate, ideate, irrimediabilmente create e fatalmente vissute tutte dentro di me, a volte strette, ma sempre incapaci, ripetutamente inidonee e non all’altezza di non farmi fuggire via per cercarne in tal modo altre più affannose, tormentose e strette ancora. Una ricerca, una ricognizione continua e insistita d’un tutto o d’un niente, cui mai ho saputo affibbiare né assegnare specificamente un nome né una qualifica. Una richiesta perciò che ha alimentato nutrendo e rifornendo le fantasie quasi originali degli uomini che ho sventuratamente incrociato sulla mia strada, ma che mai è stata peraltro accontentata, esaudita e ascoltata fino in fondo.

Di quel tutto o di quel niente, attualmente ne ho una coscienza e un giudizio maggiore, dato che oggigiorno percepisco distinguendo lucidamente che cosa dev’essere, perché è come una catena che lui m’ha messo davanti senza che d’altronde io gliela chiedessi specificamente. Io la guardo ogni giorno e la desidero sulla pelle, lei è fredda, indifferente e apatica, chiaramente dura e massiccia ma tanto premuta e stretta da elettrizzarmi scaldandomi fino all’angolo più rintanato di me. Una catena che non mi fa correre, che non mi fa scappare, anche se io cerco infruttuosamente e invano di divincolarmi tentando di liberarmi.

E’ il presente questa volta ha un nome, una reputazione, un sogno in parte definito e delimitato da vivere nell’immediato, da sentire sulla pelle prima che rimanga solamente tale. Il desiderio affranto, amareggiato e inappagato d’appartenere, di dare e di ricevere il tutto senza limiti e senza ostacoli, altrimenti il niente.

Al momento è tutto chiaro, è assai limpido ciò che mi sgomenta spaventandomi tanto da non farmi esporre né esprimere né raffigurare quello che in realtà sento e avverto per davvero, ma che mi distoglie spiccatamente separandomi da tutto il resto, perché lascia soltanto lo spazio al desiderio di dirgli guardandolo negli occhi, che in questo momento voglio solamente essere sua schiava, sua serva e completamente persino sua sguattera.

{Idraulico anno 1999}