i racconti di Milu
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Eccomi qui, fedelmente e puntualmente in questa desolata e disabitata camera d’un albergo lungo la strada provinciale, in questo momento sono in mutande con il sudore incollato alla pelle e l’odore dell’aria deteriorata che aleggia riempiendo la camera, siccome lei è uscita di scena da qualche minuto logorata e sconquassata come sempre, come del resto lo sono allo stesso modo anch’io. E’ il consueto ed ennesimo appuntamento con il sesso da nove mesi a questa parte, lei se n’è andata lasciandomi ancora una volta dimesso, incustodito e svestito interiormente nella radicale confidenza e nella profondità del mio inconscio.

Io ho colto e sperimentato una felicità ultraterrena, ciononostante ancora “l’anima” e “l’essere” tuttavia scarseggia, decresce ogni giorno, perché l’intelaiatura di quest’attuale femmina della quale ho tutti i segreti e le formule inconfessate e inespresse, nonché del suo essere massa e materia, per il fatto che distinguo le zone erogene, giacché m’abbevero e brillantemente mi disseto aspirandone i profumi profondi, ma dei quali ancora non so effettivamente nulla. Questa qua è puramente un’essenza profonda, sono contrasti vari d’emozioni, d’angherie e di vessazioni emotive, sono buchi concettuali, sotto certi aspetti perfino dottrina e talento. Nulla so di tutto questo, neppure il nome o l’età, perché lei è candidamente e naturalmente lei, senza decorazioni anagrafiche di facciata, senz’esitazioni né incertezze esistenziali né schizofrenie identitarie varie. Per lei naturalmente, perché nel mio caso tutto è arrotolato e rimboccato nell’indecisione, un’effettiva azione ricorrente di tutto il mio modo di vivere di diffidente e di dubbioso integrale, senza limiti né pregiudizi.

Chi sei? Da dove vieni? Quale porzione della mia persona t’ha condotto verso di me? Quale arcano e quale mistero nascondi dietro i tuoi capelli neri, le labbra perfette, le lunghe gambe dal sapore di terra, il sesso accogliente e delicato, gli occhi di colore delle mandorle e le ciglia quasi dipinte? Chi sei? Ieri la stessa trama, l’identica congiura, però in un posto diverso. L’appuntamento è al presente fissato alle ore quattordici, giacché lei arriva e parcheggia placidamente la sua utilitaria, poi mentre scende con cautela mette una mano davanti al punto in cui la minigonna s’apre. Quella forza dell’abitudine e dell’usanza, quell’accorgimento inderogabile e quotidiano, a tratti regolare, ma nientemeno difforme e incompatibile, perché serve per proteggere l’intimità dagli sguardi indiscreti e irriguardosi degli sconosciuti, siccome serve per custodire mantenendo intatto il gusto della scoperta per l’amante di turno che vuole sempre sapere tutto nei minimi particolari, le ansie, le manie, persino le ossessioni comprese.

Lungo lo sterrato che porta alla cascina siamo da soli, per il fatto che non c’è nessuno che ci scruta, dal momento che siamo distanti dagli sguardi petulanti, l’amante invece c’è, perché sono io. A me ha dato la chiave d’accesso alla cassaforte, in quanto sono io il maschio che spalancherà ancora una volta quelle cosce, assaggerà il capriccio circostanziato d’ispezionare e di squadrare dispendiosi e ricercati slip, come si fa di fronte a un quadro d’un affermato e grande artista. Lei però è abituata a fare così, o forse semplicemente vuole eccitarmi fomentandomi ancora di più, giocando opportunamente con i veli come una danzatrice del ventre in un harem d’affamati individui. Sopra la minigonna lei indossa una maglietta bianca con la scritta “Help”, io sorrido veramente soddisfatto, assaporando la dolcezza della fase preparatoria all’amplesso, quando l’erezione diventa sempre più marcata, giacché a questo punto è vistosamente inarrestabile. Gli occhiali da sole che lei indossa m’offuscano lo sguardo d’animale feroce, perché precisamente con quelli lei m’ha caparbiamente accalappiato e splendidamente sedotto quando l’ho conosciuta alla serata letteraria del mio amico scrittore, tenuto conto da allora sono passati nove mesi.

Attualmente fa un caldo veramente esagerato, a lei piace tutto di me, ogni piccola variazione non toglie niente alla sostanza, ci abbracciamo come due fidanzatini, io la stringo a me spingendo le pelvi contro il suo bacino, sono eccitato, si nota e lei lo capta chiaramente. Stretti l’uno all’altra ci avviciniamo alla mia macchina rimasta nel frattempo a cuocersi al sole di luglio, ci accomodiamo sui sedili anteriori, io abbasso i finestrini, poiché ho parcheggiato in una zona d’ombra a ridosso d’un grosso pino. I rami dell’albero si muovono spinti da una leggera brezza che penetra all’interno dell’abitacolo donando così un po’ di rinfresco. Niente motore, niente aria condizionata, nessun conforto, cosicché io mi tolgo la giacca e rimango in camicia, ho le gambe leggermente divaricate per assecondare il mio cazzo in un movimento crescente, dal momento che pure lui chiede reclamando lo spazio vitale, come dargli torto d’altronde. Entrambi ci baciamo subito, deliziosamente, non una parola sulla giornata trascorsa. Lavoro? Quale? Casa? Affetti? Famiglia? Bambini? No, niente di tutto ciò, visto che quelle labbra calde si mischiano senz’attriti, le lingue scivolano, gli occhi chiusi e i sospiri diventano sempre più intensi. Io avrei voglia di comunicare, più che altro di domandare, però sono troppo distratto, troppo catturato da quel vortice di passione che m’annebbia la vista, perché rinvia e sospende il reale, mi riempie di un’energia potente, concreta, fisica e materiale. Con la mano palpeggio il suo corpo, i seni sono avvolti in un reggiseno di tessuto leggero e glielo sfilo, i capezzoli intanto fuoriescono come dei chiodi appuntiti.

Lei intanto ha iniziato a sollevare la gonna, con la mano s’accarezza le cosce, perché togliere la maglietta è questione d’un attimo. Che importanza può avere il tempo? A seno nudo mi sento come un affamato davanti a un ricco buffet, per il fatto che non so da dove iniziare, vorrei avere tutto in bocca in un colpo solo. Ho voglia di leccare i capezzoli, ho voglia di guardare sotto la gonna, ho voglia, un’intensa voglia. Decido in quell’istante di vivere il momento in modo avveduto e saggio, secondo il quale il piacere si gusta meglio quando è crescente, fino al culmine dell’orgasmo. Acchiappo i capezzoli tra i denti, prima uno poi l’altro, lei ansima, ha gli occhi chiusi e la bocca semiaperta, la piccola lingua scorre sulle labbra guizzando come la testa d’un rettile aggressivo, io m’abbasso agevolmente in cerca della sua pelosissima e nera fica e infilo la testa sotto la gonna, lei facilita il tutto aprendo le gambe divaricandole sennonché al massimo. Il tacco a spillo della scarpa destra s’arpiona al sedile e quasi buca il tessuto, la minigonna alzata all’altezza della vita è davanti a me, io scruto al presente la foltissima cassaforte della libidine aperta, è accessibile, divinamente villosa e incustodita, adesso l’afferro perché è totalmente mia. La lingua si muove sragionando seguendo un ritmo vorticoso che non posso né voglio fermare, giunto a quell’istante avverto di dominare quel fisico totalmente, perché sono contento, raggiante e pieno di me, eppure non mi soddisfo del rischio d’avere soltanto quello.

I pensieri s’affollano ammassandosi nella mia mente alla velocità della luce. Di chi sei traditrice? A chi, ma soprattutto come nasconderai adesso con l’animo ingannatore e insidioso questa tua resa al mio focoso ardore? Compaiono altre persone nella tua esistenza, pochi, tanti, neppure uno, ovvero un consorte devoto o disonesto anch’egli? Chi altri? La sua mano cerca il membro eretto, io abbasso la cerniera dei calzoni e lei ci ficca dentro la mano, perché con l’abilità e l’ingegnosità consumata d’una prostituta provetta fa in fretta a scostare le mutande dalla parte più vicina, nel tempo in cui sento la sua mano che stringe il cazzo. Le sue dita sono fredde, giacché lo scambio termico mi provoca un sussulto. Da nove mesi lei mi fa dei pompini in maniera abile e competente, di prim’ordine, giacché è molto esperta e valida. Lo sa fare, poiché è un suo effettivo vanto. Lei mi regala godurie meravigliose, orgasmi sovrannaturali, impensati e abbondanti, innegabile, però pure altri quesiti, restanti dubbi, nuovi desideri di conoscenza e di sapere non soddisfatti riemergono nel mio intelletto. Nel contempo mi domando: a quanti altri maschi concede e dispensa in ultimo un simile servizio? Quanti in un giorno di battaglia, in un mese, in un’annata? Puttana, amabile, cortese, disponibile e vacante prostituta. Io voglio gridarlo, voglio divulgarlo eppure non ci riesco, perché quelle parole muoiono in gola, dominate e governate da forze che non so né voglio controllare. Io mi lascio andare alla deriva, come sempre, abbandonandomi come ogni giorno di questi mesi in sua affabile compagnia.

La sua bocca è riempita dal mio cazzo palpitante, sento la lingua percorrere il glande in tutta la sua estensione rosso vivo, perché quando lo abbandona è solamente per leccare l’asta dura che si erge possente, senza freni. Nel frattempo io la masturbo con la mano destra, la sua splendida e pelosissima nera fica è un fiore aperto, bagnato dopo una tempesta primaverile, in tal modo io m’abbasso con calma calcolata infilandomi sotto di lei obbligandola a sistemarsi in una posizione agevole per la sua pratica orale. Anch’io voglio la mia parte e ci arrivo con determinazione e forza di volontà animalesca, visto che le scosto le mutandine e infilo la lingua internamente tra le grandi labbra, nel centro del suo mondo, quel colore rosa della carne viva che brilla come la luce nella notte buia. Io spingo la punta della lingua in quella pelosissima fessura odorosa e sugosa, piccole quantità di fluidi mi entrano nella bocca e li deglutisco, entrambi restiamo così per un intervallo che non potrò mai calcolare, dato che potremmo starci all’infinito.

La scopata arriva che ormai siamo senz’abiti, perché i vestiti sono buttati qua e là sparpagliati in ogni parte, lei è sopra di me sul sedile del passeggero, io m’insinuo dentro baciandole le tette, siamo bramosi e infervorati alla ricerca d’orgasmi come due persone fuori di senno. Fuori la brezza è aumentata, il cielo è diventato scuro e l’albero divide con le nuvole il compito di tenere nascosto il sole, noi ci esaminiamo scandagliandoci con le pupille accostate e con l’espressione inchiodata. Quante suppliche potrei farle in questo determinato momento, quanti pareri, veri e falsi al tempo stesso potrei procurarmi, nell’illusione di distendere l’apprensione cercando di rasserenare l’ansia e di rinfrancare l’assillo del sapere. Io viceversa non chiedo nulla, giacché non ne ho più la gagliardia né la prestanza, perché bado al momento che se ne andrà via, dove mi ripeterà un essenziale, spoglio e ripetitivo annuncio:

“Ci sentiamo per domani?”.

Io la detesto, disapprovo per come lei riesce a farmi sentire un attrezzo, la critico perché s’avvale unicamente di me come un dispositivo da consumare, un congegno da dissipare e da utilizzare nel presente senza un futuro che mi dia importanza, qualità e valore come individuo. Io godo tanto però, sborro alla grande come non mai, mi sembra di vivere in un altro cosmo, questo è vero, in quanto non voglio privarmi d’un evento tanto introvabile, prezioso e raro. Alla fine veniamo uno di seguito all’altro, stretti e abbracciati, considerato che i nostri focosi e istintivi strepiti si riversano di fuori in assenza di frastuoni, privi d’interesse da parte della natura e del paesaggio circostante. L’albero continua audace, eroico e spavaldo a misurarsi soppesandosi e cimentandosi con la dimensione del momento, ondeggiando alla cadenza del soffio del vento che sopraggiunge da chissà quale parte. Ottenuto l’orgasmo restiamo in silenzio fissando dei punti immaginari in mezzo ai campi secchi di grano, il ritmo del cuore gradualmente s’assesta, l’erezione scompare, gli abiti e gl’indumenti sono raccolti e ben presto indossati. E’ giunta l’ora d’andarsene, lei scende dall’auto, io l’accompagno alla macchina mentre lei spudoratamente mi propone:

“Ci sentiamo per domani?” - mi comunica lei, assestandomi sulla bocca un bacio tenero con le labbra serrate.

Alla fine riparte sollevando un ammasso di polvere e di terriccio, io resto lì a osservare il corpo che s’allontana, ciononostante l’anima manca nuovamente. E’ stato così ieri, così sarà ogni volta, in macchina o all’ostello, in tanti alberghi, in questo di cui so bene il termine, l’indirizzo, il numero di telefono e l’indirizzo di posta elettronica.

Al momento sono le otto di sera e il sole ha già iniziato a scomparire dietro la montagnola perché sta per tramontare, lei se n’è andata, come sempre, questa volta però c’è qualcosa di dissonante, di diverso e di scriteriato dal solito: niente ammissioni né confessioni né dichiarazioni purtroppo, soltanto un addio scritto con una calligrafia leggera e sfumata su d’un bigliettino.

Una parola d’un finale che ha il dolore, la sofferenza e il tormento d’un echeggiante pugno nello stomaco, io ho esultato, gioito e goduto d’un corpo e non dell’anima che vi era custodita al suo interno.

Alla fine sono stato abbandonato, mi sento disorientato, ignorato e lasciato in disparte da un corpo e in conclusione mollato. L’anima che manca però dov’è finita?

{Idraulico anno 1999}