i racconti di Milu
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Indice
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Una sera, in piena estate, Alice si trovava al laghetto con alcuni coinquilini e i rispettivi amici a fare una grigliata. Con Yy, Sujit e Jerri erano lì fin dal primo pomeriggio, si erano goduti il sole, avevano fatto il bagno e giocato a pallavolo in acqua. Avevano fatto i tuffi, la lotta, si erano bevuti qualche birra e fumati qualche canna. All’ora di cena, quando erano arrivati gli ultimi amici, erano tutti e quattro già belli carburati. Alice e Jerri stavano giocando ad uno stupido gioco di carte, di cui lei, in tutta sincerità, non stava capendo un beneamata minchia, ma questo non impediva ad entrambi di trovare incredibilmente esilarante più o meno ogni carta. Ad un certo punto, Alice fermò la mano di lui nella sua, si abbassò per non farsi sentire dagli altri che grigliavano,
«Come, i wanna show you something.» si alzò e se lo trascinò dietro, lui fece giusto in tempo ad afferrare una bottiglia da terra e la seguì. Lo trascinò dietro la casetta che fungeva da baretto e spogliatoio durante il giorno per venir poi abbandonata a se stessa la notte, lo attirò a se, si mise in punta di piedi e gli diede un bacio sulla bocca aperta. Lui, spiazzato, lasciò scivolare in terra la bottiglia. Ci mise un attimo, ma poi reagì. Rispose al bacio prendendole il viso e infilandole prepotentemente la lingua in bocca, poi dall’alto del suo metro e ottantotto si chinò, la prese per i fianchi e alzandola di peso la spinse contro il muro della casetta. Le canne, l’alcool, il caldo, gli ormoni. Lei non capiva più niente, e godeva di quella bocca nuova che le mordeva il collo, di quelle braccia all’apparenza così fini i cui muscoli tesi ora accarezzava affascinata ed eccitata. Sentiva al contatto con la propria intimità qualcosa di poderoso che bramava dalla voglia di possedere, ma il finlandese sembrava deciso a non farsi più sorprendere. La teneva stretta contro il muro, sorreggendola solo con il proprio corpo e quella poderosa sporgenza del costume, le bloccava le braccia sopra la testa con una mano mentre con l’altra le accarezzava il corpo, coperto solo dal costume e una leggera maglia, troppo grande. In un secondo, meno, il ragazzo aveva preso in mano la situazione e l’aveva ribaltata. Sembrava saper esattamente come comportarsi, e Alice già cominciava ad avvertire il bisogno di abbandonarsi completamente.
«È questo che volevi mostrarmi?» le ansimò lui nell’incavo del collo, «era un po’ che speravo di averne un assaggio». Lei strinse ancor di più le gambe intorno al corpo di lui, inclinò la schiena per aumentare il contatto.
«Lo so.» mormorò continuando a muovere il bacino «Lo sento.»
Lui si staccò un attimo, la fissò negli occhi.
«Sei un po’ una troia lo sai? Io non sono un sempliciotto come gli altri due, me ne sono accorto di te e Johannes. Una volta ero a cena da Gigì, nel palazzo di fronte, e vi ho visto nell’angolo della terrazza. Che sveltina signori! Mi viene duro solo a pensarci…» le parlava con la bocca a pochissimi millimetri dalla sua, scandiva bene le parole, mostrandole i denti bianchi e ben curati. Sembrava volesse morderla ad ogni sillaba. Lei poteva sentire l’odore di alcol dell’alito mischiarsi a quello di lago, sulla pelle, si fondevano l’uno nell’altro e le penetravano nel cervello. Da lì un’onda, a tutte le estremità. Non riuscì a dire una parola, voleva solo che lui non smettesse, e sentirsi dare della troia non aveva fatto altro che eccitarla ancora di più.
«E ora fai la smorfiosa con me per farmelo venire duro» continuò lui aumentando la pressione col corpo come a voler sottolineare il concetto, « mi trascini dietro un capanno, mi chiedi, per favore, di scoparti… Non so, te lo meriti?» per assurdo che possa sembrare, il panico si impossessò di Alice. Aveva già perso il contatto con la realtà, era come se Jerri sapesse esattamente quali tasti premere, sembrava conoscesse le sue più recondite fantasie. Oppure lei si era mostrata in maniera talmente esplicita per la ninfomane che era da stuzzicare automaticamente determinate reazioni in un ragazzo giovane, sano e recettivo. E anche ben dotato, nulla da eccepire. Una terza possibilità era che avesse parlato con l’unica altra persona che era conoscenza di certe tendenze di Alice. Qualunque fosse la causa, l’esito, in fondo, avrebbe finito col soddisfare entrambe le parti.
«Oh ti prego!» le sfuggì, in un sospiro, di bocca. Lui alzò un sopracciglio divertito.
«Ah, lo vuoi proprio tanto quindi… Quanto? Vediamo» si staccò da lei e fece un passo indietro. Era il momento decisivo, ne era cosciente. Entrambi ne erano coscienti, gli sguardi rimasero legati.
«Prendimelo in bocca, tanto per cominciare.» Alice sorrise, si avvicinò sinuosa.
« In ginocchio. Così si addice ad una troia, o sbaglio?» il tono più duro. Lei lo guardò, gli sorrise di nuovo, maliziosa.
«Non sbagli.» rispose, e continuando a fissarlo negli occhi si inginocchiò sul prato, slacciò il costume, lo abbassò insieme ai boxer. Un scintilla di soddisfazione, nello sguardo di lui, poi subito una calma fredda, un sopracciglio di nuovo alzato, sprezzante.
«Concentrati, smettila di fissarmi.» Alice abbassò lo sguardo sul pene del suo coinquilino finlandese. Un pene enorme, per quanto la riguardava forse il più grande con cui si fosse mai trovata a confronto. Chiaro e curato, con poca peluria bionda intorno alle palle enormi. Si bloccò imbarazzata, era già bello in tiro, come se lo aspettava in effetti, ma ora non sapeva bene come gestire la situazione. Era davvero enorme, cazzo.
«Allora non vuoi? Ho sbagliato? Mi era sembrato di capire che desiderassi tantissimo farti scopare da me, ma forse ho sbagliato…» fece per tirar su boxer e costume, ma lei lo fermò, cominciò a leccare piano piano la cappella lucida
«Guarda guarda come tira fuori la linguetta… Allora mi avevano detto bene, sei proprio una brava troiettta, ti piace servire gli uomini non è vero?» Alice lo guardò confusa
« Ma chi cazz..» un leggero schiaffetto, più per la sorpresa che per il dolore, le impedì di continuare
«zitta troia, una brava cagnolina non si deconcentra quando serve il suo padrone» un altro schiaffetto, su quel viso sempre più sorpreso «perché tu è questo che sei, o no? Una troietta infoiata, e secondo me a comando anche cagnolina da riporto… Ti piace tanto essere sottomessa vero? Vorresti qualcuno che ti metta in riga, per questo vai in giro a sbandierarla ai quattro venti. Vuoi essere sottomessa? Io posso accontentarti troia, ho molta esperienza.» continuava a guardarla dall’alto verso il basso, e lei spiazzata come non mai, con il pene a pochi centimetri dalla bocca lo fissava imbambolata. Finché, senza che facesse in tempo a realizzarlo, uno sputo non le raggiunse l’occhio.
«Ringrazia e continua il tuo lavoro troia, a chiacchierare ci pensiamo dopo.» l’ennesimo schiaffetto ad accompagnare l’affermazione.
«Grazie» si sentì rispondere, suo malgrado.
«Non ce di che, puttanone, ora pensa a fare il tuo lavoro che io nel frattempo ti spiego. Tanto per cominciare dovresti chiamarmi sempre padrone o mio signore, ma ci penseremo dopo a punire la mancanza.» nel frattempo lei aveva ricominciato a leccare la cappella, e ora stava lubrificando tutta l’asta facendo su e giù, ipnotizzata da quel bellissimo bastone di carne. Lui si tolse l’infradito e con l’alluce tastò la sua intimità. La trovo calda e morbida esattamente come si aspettava.
«Allora, come puoi vedere anche tu, sei una troia infoiata come poche, se mi supplicherai come si deve, potrei decidere di fare di te la mia schiava e addestrarti ad essere il miglior animale domestico che esista. Dimmi di sì e sceglieremo un’unica parola che metta fine a tutto, fino a che tu non dirai quella parola sarai completamente in mio potere e io farò di te tutto quello che voglio, e fidati che tu godrai come non hai mai neanche sognato fosse possibile» le disse tutto questo accarezzando la testa di lei che andava avanti e indietro sul suo pene, ora la strinse forte per i capelli e la costrinse a guardarlo.
«Allora, cosa mi dici?»
«Ti prego, ti prego permettimi di essere la tua schiava, per favore!» schiaffetto.
«Come ti ho detto che devi rivolgerti a me?»
«Mi scusi, padrone, la prego, la prego, mi prenda come sua schiava, mi addestri, sarò brava» Jerri rise di gusto e la lanciò lunga distesa per terra.
«Benissimo troia questo sarà moolto divertente! Ti umilierò, e come non te lo puoi nemmeno immaginare. Ti insegnerò cosa vuol dire servire un uomo. Vieni qui, a quattro zampe.» Alice zampettò fino ai suoi piedi. «Baciali» Alice cominciò a distribuire bacetti sul piede. Lui sorrise.
«Ora leccali. Brava, infilati in bocca bene tutto l’alluce, pensa che sia il mio cazzo che tu cagnetta infoiata brami tanto, te lo devi meritare… Brava ora lecca bene la pianta- eh lo so è sporca, ma a te piace così troietta mia. Bene, lì fra le dita, lecca via tutto lo sporco.. Ecco, vedi che brava leccapiedi che ti sei già dimostrata? Molto bene. » Alice si senti scaldare tutta a quelle parole.
«Grazie, mio padrone.» rispose tra una leccata e l’altra. Lui le tirò un calcetto in faccia
«Ora basta. Andiamo, seguimi» si girò e cominciò a camminare verso il bosco. Lei si guardò intorno, poi, già perfettamente calata nella parte, gli gattonò dietro più velocemente possibile, sperando che nessuno la vedesse.
Lui la osservava con la coda dell’occhio, e constatò soddisfatto quanto fosse sottomessa l’indole della sua nuova schiava. Sarebbe stato uno spasso.
Camminò su sentiero sterrato per un po’, a quell’ora era improbabile incontrare qualcuno, tuttavia non impossibile. La cagnolina si era affrettata per raggiungere il suo padrone, e lui quando se l’era trovata a fianco, per non perderla, aveva deciso di improvvisare un guinzaglio che le si addicesse. Per questo ora lei non portava più il sopra del costume, che le era invece stato legato alla collana che portava sempre al collo, così che il suo padrone ne potesse tenere l’altra estremità. Le tette della troia così si vedevano perfettamente ciondolare alla luce dei lampioni sul sentiero, incorniciate dal largo collo della maglietta. Il suo nuovo padrone si stava godendo la passeggiata verso casa, camminava fischiettando con le mani dietro la schiena, tenendo l’estremità del costume proprio come fosse un guinzaglio, incurante della troia che annaspava dolorante dietro di lui, a quattro zampe sul sentiero sterrato. Per sua fortuna aveva piovuto durante la notte, il terreno era ancora relativamente morbido. Non che per il suo padrone a questo punto avrebbe fatto alcuna differenza. Jerri fantasticava su come e quando avrebbe usato il suo nuovo giocattolo, per questo fischiettava tutto contento. Si pregustava la serata a casa da soli, dato che i coinquilini che non erano via per il fine settimana erano tutti alla grigliata. L’avrebbe battezzata come si deve. Ma ora si stavano avvicinando ai margini del bosco, e per arrivare a casa li aspettava ancora un pezzo sulla strada, con lampioni e traffico.
«Troia!» chiamò forte, anche se era subito dietro di lui, tutta sudata e provata.
«Vieni qua, fammi venire. Non ho voglia di camminare fino a casa col cazzo in tiro sotto il costume.»
«Certo padrone!» si riprese istantaneamente, la troia. Era felicità quella che Jerri le lesse negli occhi?
«Cazzo sei incredibile! Uh quanto mi divertirò!» così dicendo l’attirò a sé trascinandola per il guinzaglio, le sputò in un occhio e la prese per i capelli
«Ringrazia»
«Grazie padrouwh…» non riuscì a finire la frase perché venne soffocata da quell’enorme pene.
«Aaaah, sisì zitta va’. Ah che goduria, vediamo se sei anche il buon sborratoio che mi han detto.» la prese per le orecchie e cominciò a scoparla in bocca come niente fosse. Lei per tutta risposta fece del suo meglio per accontentarlo, e dopo un po’ riusciva persino a sfiorargli le palle con la lingua quando lui glielo infilava fino in fondo alla gola.
«Mmh, guarda che lingua lunga che hai! Vedremo di sfruttarla al meglio, non preoccuparti sborratoio… Magari mi verrà voglia di darti un nome, ci devo pensare. Sborratoio non suona male, non trovi?»
«Mhpfgh»
«Come dici sborratoio? Non capisco! E vabbé, tanto non conterebbe un cazzo comunque. Da quando in qua gli sborratoi parlano?»